Angolo del Gigio

luglio 17, 2011

Val di Susa: Fantasmi della realtà e potere dei banchieri! (via Angolo del Gigio)

Val di Susa: Fantasmi della realtà e potere dei banchieri! Fantasmi della realtà e potere dei banchieri  di Ida Magli – ItalianiLiberi http://www.italianiliberi.it/ Si stanno rappresentando in questi giorni, in diversi paesi d’Europa, straordinarie commedie dell’assurdo. Gli attori più in vista sono gli uomini di Governo – in Francia, in Spagna, in Grecia, in Germania, in Italia – ma sono coadiuvati talmente bene in questa recita da tutti gli altri responsabili della vita politica e sociale, e prima di t … Read More

via Angolo del Gigio

luglio 14, 2011

Val di Susa: Fantasmi della realtà e potere dei banchieri!

Fantasmi della realtà e potere dei banchieri 

di Ida Magli ItalianiLiberi http://www.italianiliberi.it/

Si stanno rappresentando in questi giorni, in diversi paesi d’Europa, straordinarie commedie dell’assurdo. Gli attori più in vista sono gli uomini di Governo – in Francia, in Spagna, in Grecia, in Germania, in Italia – ma sono coadiuvati talmente bene in questa recita da tutti gli altri responsabili della vita politica e sociale, e prima di tutto dai giornalisti, che noi, poveri cittadini-sudditi, non riusciamo a capire perché il loro frenetico agire ci sembri così privo di una concreta direzione di senso e temibile proprio per questo.
Lo spettacolo offerto dagli “attori” italiani è tragico e surreale al tempo stesso. Berlusconi, Tremonti,  Bossi, recitano a meraviglia i loro piccoli scontri sul bilancio, sul trasferimento di qualche Ministero al Nord, sulla necessità del governo centrale di aiutare lo smaltimento dei rifiuti a Napoli, come se davvero questi fossero i problemi politici di una Nazione che non soltanto deve provvedere alla vita ordinata di 60 milioni di persone ma che, per la sua posizione geografica, per i suoi impegni con l’Ue e con la Nato, è al centro di interessi economici e militari a livello mondiale. Le opposizioni stanno al gioco con una puntualità e una solerzia quasi incredibili, tenendo ben fissa l’attenzione dei cittadini, ma in apparenza anche la propria, sui piccoli particolari di queste dispute come se davvero fossero racchiusi qui i maggiori problemi degli Italiani. Se qualche volta la polemica sembra diventare più forte, è soltanto perché lo scambio di invettive ha assunto termini maggiormente violenti e volgari, ma si tratta in tutti i casi di invettive a vuoto: servono ad alimentare la commedia. Della politica vera, dei drammatici problemi veri, non parla nessuno, né al governo né all’opposizione.

I problemi più importanti

Sono problemi che chiunque è in grado di vedere e che, volendo limitarsi esclusivamente ai più gravi ed impellenti, possiamo indicare nel modo seguente:

1) L’ inesistenza dell’Europa come realtà politica, dalla quale però dipendiamo come se esistesse (la vicenda della guerra in Libia decisa da Sarkozy ne è una soltanto una delle ultime e sconvolgenti prove).

2) L’ appartenenza dell’Italia alla Nato, organizzazione militare che non si sa più a quale direttiva politica obbedisca data la mancanza di un’autorità politica europea e la contemporanea perdita di potere dei singoli Stati d’Europa (nessuno s’interroga, per esempio, su quale ruolo stia svolgendo nella politica estera l’Inghilterra, sempre sorella degli Stati Uniti ma con un piede dentro e uno fuori dell’Ue).

3) Il potere assoluto dei banchieri, a livello mondiale ed europeo, che ha completamente esautorato i politici nazionali e sta mano a mano svuotando l’essenza stessa dei singoli Stati costringendoli a vendere i loro possessi e finanche il proprio territorio (la Grecia è soltanto la prima di una catena già pronta).

4) L’irrazionalità di una sola moneta come espressione e strumento di 17 Stati totalmente differenti per il loro peso politico e le loro dimensioni economiche. E’ evidente che, o si disfa al più presto questa costruzione sul vuoto, oppure si verificherà un catastrofico fallimento collettivo. C’è forse bisogno di una qualsiasi dimostrazione in questo campo? L’euro è soltanto il diverso nome del marco. Un marco privo, però, dello Stato di cui era espressione. Per questo la Germania ha funzionato fino adesso come lo “Stato ombra” dell’euro. Ma è chiaro che la Germania non può continuare a reggere questa mastodontica finzione senza farsi trascinare anch’essa nel baratro: prestarsi soldi fra debitori (l’Italia, tanto per fare un esempio, ha iscritto nelle uscite del proprio bilancio il denaro prestato alla Grecia) è una pratica da “pazzi”, che nessun “povero” metterebbe in atto e che nessun usuraio accetterebbe, ma che i banchieri della Bce e del Fmi fingono di trovare normale e necessaria, spingendola fino all’estremo al solo scopo di rimanere alla fine  “proprietari”, concretamente proprietari di tutta l’ Europa dell’euro.

5) L’eliminazione degli intellettuali dalla leadership, concordemente attuata da tutti i partiti europei, fatti esperti dallo scontro-sottomissione degli intellettuali nella Russia bolscevica. I partiti più importanti in Europa sono anche oggi quelli essenzialmente comunisti, reduci del comunismo e più o meno suoi eredi. L’Italia ne rappresenta la più fulgida testimonianza: il Presidente della Repubblica è appartenuto per tutta la vita, fino dai tempi di Stalin, al Partito comunista. Con il trattato di Maastricht gli intellettuali sono stati praticamente aboliti; non si sente più nessuna voce che possieda autorità tranne quella dei banchieri. Segno evidente di una tragica realtà: se sono morti gli intellettuali, è morta la civiltà europea.

6) La complicità di tutti i mezzi d’informazione con il disegno dei politici e dei banchieri. Una complicità così assoluta quale mai si era verificata prima nella storia perché non obbligata da nessuna censura. Gli oltre 500 milioni di cittadini d’Europa coinvolti nell’operazione disumana di lavorare senza saperlo al proprio suicidio, vi sono stati condannati non tanto dai politici quanto dai giornalisti. Senza il silenzio dell’informazione non sarebbe stato possibile condurre in porto un disegno di puro potere quale quello in atto.

Politici e banchieri in commedia

Se ciò che ho messo sinteticamente in luce è il quadro generale, per quanto riguarda i piccoli avvenimenti di quest’ultimo periodo a casa nostra non si può fare a meno di rilevare gli errori compiuti dai partiti di governo. Il Pdl e la Lega avrebbero avuto il dovere di piegarsi almeno per un momento a riflettere sui motivi delle sconfitte riportate nelle ultime elezioni e nei referendum. Per farlo, però, sarebbe stato necessario abbandonare il gioco della finzione come unica attività dei politici, uscire dalla “rappresentazione”, scendere dal palcoscenico dell’assurdo, cosa che evidentemente non hanno il coraggio di fare. Che non sia facile è chiaro.

Bisognerebbe, infatti, rivelare agli Italiani che la sovranità e l’indipendenza della Nazione non esistono più, che tutte le funzioni vitali della società e del potere sono state consegnate in mani straniere e che quello che sembra ancora autonomo ed efficiente è di fatto pura apparenza. E’ sufficiente un solo esempio.

Tutto il gran parlare e il gran manovrare che si verificato in questi giorni intorno ai nomi del Signor Draghi, del signor Bini Smaghi e di altri importanti banchieri, appartiene al mondo della “rappresentazione”, della “commedia surreale”. In realtà i politici e il governo italiano non possiedono in questo campo alcun potere. Il signor Draghi, il signor Bini Smaghi, il signor Trichet (presidente della Bce) sono, chi in un modo chi in un altro, i proprietari, i possessori, gli “azionisti” delle Banche centrali. La Banca d’Italia, la cui direzione il signor Draghi sta per lasciare nelle mani del probabile signor Bini Smaghi, non è per nulla la Banca “di” Italia, non appartiene allo Stato italiano; quel “di”, particella possessiva, è un falso perché si tratta di una banca di proprietà di cittadini privati, possessori, come il signor Draghi,  di parti del suo capitale, e continua a portare il nome di quando era effettivamente di proprietà dello Stato italiano ed emetteva la moneta dello Stato, esclusivamente allo scopo di ingannare i cittadini italiani. Stesso discorso si può fare per la Banca centrale europea, anch’essa proprietà di ricchissimi banchieri privati come i Rothschild, i Rockfeller e gli altri banchieri possessori del capitale della Banca d’Inghilterra, della Banca d’Olanda  e ovviamente anche della Banca d’Italia come il signor Draghi. Lo Stato italiano, quindi, non ha, come nessun altro Stato europeo, alcun potere sulle nomine e tutto il gran parlare che si è fatto sul rispetto delle “procedure” da parte del Governo, sull’approvazione da parte del Parlamento europeo della nomina di un “illustre italiano” nelle vesti del signor Draghi, è stata una commedia, finzione allo stato puro: i banchieri si scelgono, si cooptano fra loro, tenendo nascosto il proprio potere dietro la copertura dei politici.

In conclusione: non c’è nessuno, in Italia, che non lavori a ingannare i cittadini, ivi compresi – è necessario ripeterlo e sottolinearlo – i giornalisti, la cui complicità è determinante in quanto costituisce il fattore indispensabile alla riuscita della rappresentazione.
Rimane la domanda fondamentale: perché i politici hanno rinunciato al proprio potere trasferendolo nelle mani dei banchieri? Nessuno ha ancora dato una risposta soddisfacente a questo interrogativo ed è questo il motivo per il quale siamo tutti paralizzati: siamo prigionieri in una rete fittissima ma non sappiamo contro chi combattere per liberarcene.

Il regno di Bruxelles

Laddove i banchieri non sono soli a comandare, troviamo insieme ad essi altri privati, non soggetti a nessuna votazione democratica, quali i Commissari dell’Ue e i Consiglieri del Consiglio d’Europa, di cui probabilmente gli Italiani non conoscono neanche il nome. In quel di Bruxelles le commedie dell’assurdo abbondano, tanto più che, lontani da qualsiasi controllo, si sono moltiplicati i ruoli, gli attori e i fiumi di denaro necessari alle rappresentazioni. Gli obbligati “passaggi” di alcune normative attraverso il Parlamento europeo, per esempio, costituiscono soltanto una delle innumerevoli, mirabili finzioni che sono state ideate per ingannare i poveri sudditi dell’Ue. Infatti le decisioni importanti vengono  prese in ristretti gruppi di élite (il Bilderberg, l’Aspen Institute, per esempio) e la loro consegna al Parlamento obbedisce ad un rituale pro-forma, ad un’apparente spolverata di democraticità, così come soltanto pro-forma vengono consegnate poi per la ratifica finale ai singoli Parlamenti nazionali. Il nostro Parlamento, ubbidientissimo e servile come nessun altro, a sua volta le approva  senza preoccuparsi neanche di farcelo sapere. A tutt’oggi l’80% delle normative in vigore in Italia è dettato da Bruxelles, ma gli Italiani credono ancora di essere cittadini di uno Stato sovrano.

Insomma, dobbiamo guardare in faccia la realtà: lo Stato italiano esiste soltanto di nome e noi, suoi sudditi, serviamo a tenere in vita, con i nostri soldi e la nostra credulità, una miriade di istituzioni “crea carte” e “passa carte” prive di reale potere. Si tratta, però, di istituzioni che, come succede sempre negli Stati totalitari, creano per sé a poco a poco il potere che non possiedono costruendo e organizzando cerchi sempre più larghi di nuove istituzioni, di inestricabili burocrazie. Non per nulla un esperto della Russia bolscevica quale Bukowski ha affermato che l’Ue ne costituisce una copia. Non si tratta di un’affermazione esagerata: gli avvenimenti che lo provano sono sotto gli occhi di tutti, anche se per la maggioranza dei cittadini, accecati dalla “rappresentazione” della democrazia, è difficile accorgersene. Ma presto la burocrazia mostrerà la durezza della sua faccia.

Dittatura europea e Val di Susa

E’ di questi giorni lo scontro dei cittadini con il governo “democratico” a causa della cosiddetta “Alta velocità” in Val di Susa. Si tratta di un’opera imposta dall’Ue, ovviamente non per collegare Torino a Lione, affermazione incongrua e ridicola, ma per poter fingere che l’Europa sia un unico territorio, trasformando le Alpi e l’Italia in un “corridoio” europeo (non sono io ad avergli dato questo nome: l’hanno chiamato così coloro che si sono autoproclamati proprietari dell’Europa). “Traforare le Alpi”per far passare un treno da Torino a Lione è un’operazione talmente folle che è impossibile trovare aggettivi sufficienti a definirla. L’insensibilità dei padroni dell’Europa e dei loro servi italiani per ciò che è la “natura”, il territorio, il paesaggio, come la prima e assoluta bellezza di cui è divinamente ricca l’Italia, sarebbe sufficiente a negarne l’autorità e il potere. Deve essere comunque chiaro a tutti, e affermato con assoluta determinazione, che il territorio di una Nazione è proprietà del suo popolo, e non può essere alienato in nessun modo se non per espressa volontà del popolo. I politici odierni non sono  monarchi, non possiedono, come un tempo i re, i territori che governano. Il governo italiano ha dimostrato in questa occasione, più e meglio che in molte altre, il suo disprezzo per la democrazia, opponendo la forza della polizia alla sovranità dei cittadini, mentre il suo primo dovere sarebbe stato quello di rifiutare l’imposizione dell’Ue per un’opera  ingegneristicamente mostruosa, rischiosa fino all’impossibile, priva di una qualsiasi giustificazione. Appellarsi al denaro fornito dall’Ue, come i politici sono soliti fare,  costituisce l’ennesima prova del disprezzo che nutrono per l’Italia, per il suo territorio, per la sua bellezza. Una prova, inoltre, della loro incapacità a credere che esista qualcuno al mondo la cui anima non somigli a quella dei banchieri.

Tratto da: www.disinformazione.it

aprile 18, 2011

In crescita la censura in Internet

Avv. Luca Troiano http://geopoliticamente.wordpress.com
per www.disinformazione.it – 15 aprile 2011

1. All’inizio del 2010, il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha tenuto un discorso in cui lodava la libertà di Internet, promettendo di fare della tutela della libertà online un caposaldo del made in Usa nel mondo e gli indiretti destinatari del messaggio erano quei Paesi in cui la censura sul web è la norma, in particolare Iran e Cina, sostenendo apertamente lo sviluppo di strumenti idonei ad aggirare i filtri che ostacolano una piena indipendenza dell’informazione.
Ma l’informazione è potere, e le tecnologie del XXI secolo ne hanno incrementato le potenzialità al punto da trasformarla in arma capace di sollevare una rivoluzione. Youtube, Facebook e Twitter sono diventati le nuove armi della mobilitazione di massa; i blogger hanno preso il posto degli imbonitori di piazza, e i social network quello dei vecchi moti carbonari tra le formazioni che invocano una maggiore giustizia sociale.
Ma da una grande libertà derivano grandi responsabilità, e la garanzia di una maggiore libertà di Internet deve cominciare in casa propria. Ora che il genio è uscito dalla bottiglia, a preoccuparsi delle conseguenze che questa risorse fuori controllo può generare non sono più soltanto i regimi autoritari, bensì anche quelli liberali. A cominciare proprio dagli Stati Uniti.

2. In Medio Oriente, la censura online è la norma, secondo un livello che varia dall’oscuramento di una manciata di siti (come in Marocco, per quanto riguarda il Sahara occidentale), a delle vere e proprie proscrizioni di interi settori dell’informazione (come in Arabia Saudita, Yemen e Siria, dove è vietato l’accesso a qualunque sito di politica o di contenuto sociale).
È curioso che la stragrande maggioranza dei software che permettono di filtrare i contenuti sul web sono prodotti negli Stati Uniti e in Canada.
Secondo un rapporto di OpenNet Iniziative dello scorso mese, strumenti come Websense, SmartFilter, e Netsweeper – così come altri prodotti da Intel e Cisco, tra i preferiti dal governo cinese – rendano più agevole la censura da parte dei governi. In Yemen, ad esempio, fino a poco tempo fa si usava Websense, ora sostituito da Netsweeper, di fabbricazione canadese. In Tunisia, Ben Alì si affidava a SmartFilter, la cui indubbia efficacia aveva portato il Paese, secondo le stime dell’organizzazione Freedom House, al penultimo posto del mondo (in condominio con Cuba) per quanto riguarda la libertà in internet.

L’efficacia di tali programmi è presto spiegata: piuttosto che bloccare gli indirizzi url individualmente, essi permettono di bandire da una rete nazionale intere categorie (come la pornografia o la droga, ma anche la politica e i diritti sociali), bloccando migliaia di siti in un colpo solo, tra cui anche molti del tutto innocui (come i siti sul cinema o sullo sport). Con la conseguenza di provocare dei blocchi di massa (overblocking).
Un esempio? Lo stesso sito OpenNet Initiative era stato bloccato da Websense nello Yemen, sebbene il filtro fosse impostato per “catturare” i siti pornografici. Questo non perché il sito associazione avesse contenuti scabrosi, quanto piuttosto a causa della quantità di spam contenente link diretti a siti porno.
Ancora. Nel 2006, il popolare blog BoingBoing è stato oscurato in Qatar e Arabia Saudita, in entrambi i casi ad opera di SmartFilter. Il motivo? Il sito ospitava delle foto del David di Donatello, le quali erano state incluse nella lista di “nudo”, dunque da censurare.
In pratica, questo significa che basterebbe un commento o un link un po’ “spinto”, ad esempio, sul sito di un’industria di giocattoli, o la foto di una statua su quello di una galleria d’arte, per provocare la censura dei relativi url in più di un Paese.

3. È interessante esaminare il caso dell’Egitto.
Nei giorni concitati della rivolta in piazza Tahrir, il governo ha oscurato l’accesso alla rete per quasi una settimana. Nel giro di 24 ore il governo egiziano è riuscito a tagliare il 97% del traffico telematico. Come? Ordinando ai quattro principali Isp (Internet services provider) di escludere dall’accesso internazionale i propri clienti. La mossa è stata possibile perché di fatto l’accesso alla rete nel Paese è un oligopolio in mano, appunto, a quattro sole aziende. La disattivazione di tutti i provider del paese non deve essere stato un processo automatico, ma semplicemente un meccanismo manuale: ogni gestore è stato contattato dal governo e costretto ad adeguarsi. Curiosamente, solo il provider Noor Group è rimasto online con alcuni dei suoi routing, probabilmente perché è quello sui cui canali opera la borsa egiziana. L’Egitto in sostanza ha organizzato la sua rete nazionale in maniera tale che questa possa essere scollegata in breve tempo, scongiurando qualsiasi fuga di informazione all’esterno.
Ma la censura ha un suo prezzo. Cinque giorni di isolamento telematico sono costati al Paese quasi 90 miliardi di dollari. Inoltre, buona parte del traffico tra Europa e Asia passa proprio attraverso la rete egiziana, col rischio di aver causato ripercussioni non indifferenti anche per molti Isp dei Paesi vicini.

Notava Fabio Ghioni, tra i maggiori esperti mondiali in sicurezza informatica: “Il blackout totale di Internet in Egitto non ha precedenti nella storia della rete. Ma ha creato un precedente”.
Quando l’Egitto censurò Internet a fine gennaio, il vicepresidente americano Joe Biden che in ogni caso il presidente Mubarak “non era un dittatore”. Salvo poi rimangiarsi la parola quando l’America decise di scaricare l’imbarazzante (ex) alleato. Ora però, proprio gli Usa potrebbero avvalersi del precedente all’ombra delle Piramidi per tentare un’azione analoga in caso di “necessità” – con tutto il carico di ambiguità che si annida in questo concetto.

4. Torniamo sul discorso della Clinton. Il Segretario di Stato Usa aveva affermato che le aziende di servizi informatici americane avrebbero dovuto fare della libertà sul web una “questione di principio”. Lo scorso 15 febbraio, il Segretario di Stato è intervenuta nuovamente sull’argomento, annunciando che il Dipartimento di Stato intende finanziare programmi per contrastare la censura, attraverso lo sviluppo di tecnologie idonee ad aggirare i filtri governativi nonché la formazione degli attivisti dei diritti umani in modo che sappiano come sottrarsi ai controlli delle autorità su telefonini e corrispondenze personali in caso di arresto.
Chiaro l’intento di eludere la rigida censura di Pechino, Mosca e Teheran.L’America sembra aver intuito da tempo le potenzialità sociali delle nuove tecnologie. Già nel luglio 2010, l ‘attivista mauritano Nasser Weddady scriveva: “Al momento, mi sembra che i politici di Washington abbiano bisogno degli attivisti in Medio Oriente attivisti molto più di quanto gli attivisti attivisti abbiano bisogno dei politici”. In altre parole, il web arriva laddove hanno fallito tante altre misure, non ultime le sanzioni economiche ai regimi autoritari, il cui scopo occulto è proprio quello di stremare la popolazione affinché sia spinta a rovesciare il potere dall’interno.

Ma la realtà pare evidenziare alcune contraddizioni nella posizione ufficiale americana. Vesperti hanno notato una certa incoerenza tra le parole della Clinton e le azioni del governo solo nell’ultimo anno.
A parte Websense, il quale stabilisce che l’uso del software da parte dei governi è vietato, se non per filtrare contenuti pornografici illegali (ma abbiamo visto con quali inconvenienti), nessuna delle società sopramenzionate sono volte a proibire l’uso dei propri software da parte dei governi stranieri, o per bloccare i contenuti politici. E l’amministrazione Usa non ha finora assunto alcuna iniziativa volta a limitare l’esportazione di software di filtraggio. Se l’obiettivo del programma di libertà di internet è quello di “esportare la libertà sul web”, Washington dovrebbe prima preoccuparsi dobbiamo interrompere le esportazioni censura netta.

Nel luglio 2010, l ‘analista Rami Khouri scriveva sul New York Times: “Nutrire sia il carceriere e il prigioniero non è una politica sostenibile per Hillary Clinton. Non sarei sorpreso se qualche giovane arabo le inviasse un tweet dicendo ‘sei con noi o con lo stato di polizia?” per tutte la vicenda Wikileaks: la decisione di portali come Amazon e PayPal di non prestare più i propri servizi al sito di Assange è stata spontanea o “spontanea”? Sul capo di Assange, peraltro, pende ancora la spada di Damocle rappresentata dalla richiesta di estradizione negli Usa.
Di più. Se da un parte il governo chiude entrambi gli occhi sulle esportazioni di programmi di filtro in Paesi non liberali, dall’altra punisce tali regimi con una serie di sanzioni, per così dire, “informatiche”. Ad esempio, ai cittadini siriani non è consentito scaricare Google Earth o Chrome. Non possono partecipare al Google Summer of Code, né possono acquistare copie ufficiali dei prodotti Microsoft. Anche altre aziende non consentono esportazioni in Siria senza una speciale licenza. Anche se alcune di queste misure restrittive sono state recentemente allentate (in particolare verso l’Iran e il Sudan) la loro presenza danneggia quanti cercano nel web una opportunità di appello per incoraggiare nuove riforme sociali.
Si aggiunga, per quanto riguarda la situazione interna, che un recente tentativo di chiudere dieci siti si pornografia infantile da parte del Department of Homeland Security ha provocato l’oscuramento di oltre 84.000 siti, al pari dei casi di overblocking nei Paesi mediorientali.

5. Il fatto che Websense e SmartFilter siano di fabbricazione statunitense, così come lo è Icann, l’ente internazionale che assegna i domini sulla rete, è un particolare tutt’altro che rassicurante.
Torniamo indietro di alcuni mesi.
All’inizio di quest’anno gli Stati Uniti hanno dato avvio ad una sorta di resa dei conti con gran parte del mondo per quanto riguarda la gestione di Internet. L’America mantiene il controllo del sistema, ma parlare di governance su un bacino di utenza che sfiora il miliardo di persone è un ossimoro.

Il 25 gennaio i repubblicani hanno riproposto una norma, già discussa la scorsa estate, che conferirebbe al presidente la facoltà di isolare parte dell’infrastruttura telematica nazionale in caso di cyber-attacchi (il cosiddetto kill-switch). In pratica, che gli consenta di oscurare il web.
Tralasciando gli immensi costi in teoria e l’effettiva realizzabilità in pratica (negli Usa i provider sono migliaia, e più concorrenza c’è, più è difficile per un governo isolare i propri cittadini da internet) che un tale evento comporterebbe, è da notare che in tutto l’Occidente gli Stati Uniti sono l’unico Paese in cui una tale idea è balenata nella mente dei governanti. In Germania, Australia e Austria i rispettivi governi hanno fatto sapere che mai si avvarrebbero di poteri simili. In Estonia e in Francia l’accesso ad internet fa parte dei diritti dell’uomo. Dallo scorso annola Finlandia garantisce per legge ad ogni cittadino l’accesso alla banda larga. Come si concilia tutto ciò con i proclami sulla libertà del web?

Allarghiamo il campo.
Lo stesso concetto di “dominio” rivela la sua natura ambivalente. Se dal punto di vista tecnico esso non è che un indirizzo, il termine è anche sinonimo di potere, controllo, autorità. Una doppiezza dimostrata dal fatto che il possesso di un dominio ha parecchie ripercussioni economiche e legali. Registrare un name piuttosto che un altro può segnare la linea di confine tra avere successo o fallire.

Il caso di Icann è emblematico delle antinomie che emergono in un sistema di interesse pubblico ma gestito da pochi, grandi enti privati. Nato nel 1998 come ente no-profit con il fine di sostenere i numerosi incarichi di gestione relativi alla rete Internet e che in precedenza erano demandati ad altri organismi (come lo IANA), fin dagli albori è stato guidato da un consiglio di amministrazione formalmente sotto contratto con il governo americano. Le norme che prevedevano un meccanismo di rappresentatività elettiva, teoricamente volte ad includere la presenza di personalità in vece di tutti i continenti, non hanno fatto che ribadire la preponderanza degli Stati Uniti (e qui in Europa della Germania). Dall’agorà universale si è passati ad una burocrazia oligarchica che ha mantenuto lo status quo nell’evidente interesse del governo americano, come dimostrato dalla richiesta (respinta) avanzata lo scorso 2 marzo dal Dipartimento del Commercio Usa di istituire il diritto di veto sui domini di primo livello “scomodi”.
Usa, Cina e Russia sono coinvolte nelle maggiori questioni di politica internazionale, alle quali la gestione di Internet non è certo estranea. Perciò una società dalle funzioni così pregnanti come Icann non poteva lasciare indifferenti Pechino e Mosca, che ora premono per dire la loro sulla gestione dell’ente. I due Paesi, che insieme raggiungono quasi i 500 milioni di utenti Internet, chiedono a gran voce che la gestione della rete passi all’Organizzazione delle Nazioni Unite, o almeno sotto la sua supervisione. Cosa che ha fatto sobbalzare Washington, la quale avrebbe evidentemente da perderci.

6. La concentrazione dell’ente gestore dei domini e delle principali aziende di software (compresi quelli di filtraggio) in capo ad un solo Paese lascia seri dubbi sull’effettiva sussistenza delle garanzie di libertà pur ufficialmente auspicate. Un Paese che da un lato si vuole favorire l’aggiramento dei filtri di regime, ma dall’altro consente la diffusione di tali filtri, prende esempio dagli stessi regimi per programmare possibili interruzioni sul web, e si tiene stretto il monopolio nella gestione della rete globale.
Per l’amministrazione Obama il web è una frontiera in costante fermento. Prostrata dalla crisi economica, alle prese con due guerre dispendiose e inconcludenti, in affanno nella concorrenza con le potenze emergenti, l’America non può permettersi di allentare la presa sul controllo della rete. L’Icann decide cosa va in rete e cosa no, e se la composizione del suo direttorio dovesse essere stravolta da un’eventuale riforma che ridurrebbe il peso degli Usa aumentando quello di altri Paesi le conseguenze a lungo termine potrebbero essere notevoli. Vedersi superare anche nel mondo virtuale, in questo momento storico, significherebbe perdere buona parte della propria influenza nelle dinamiche geopolitiche del nuovo millennio. 

E nessuno più dell’Icann può garantire che tale influenza rimanga inalterata.

Luca Troiano – Tratto da: www.disinformazione.it

giugno 17, 2010

Olanda: principale stabilimento della Monsanto fatto chiudere dagli attivisti

COMUNICATO EQUIVITA 18/05/10

Olanda: principale stabilimento della Monsanto fatto chiudere dagli attivisti

Una manifestazione del gruppo “Round Up Monsanto” svoltasi ieri in Olanda davanti allo stabilimento di Bergeschenhoek (Rotterdam), a partire dalle 6 del mattino, è riuscita a far chiudere, temporaneamente, la principale sede olandese della nota multinazionale, fino al 2008 sede dell’azienda sementiera De Ruiter Seeds. Thierry Boyer, capo della divisione europea per l’agricoltura della Monsanto, ha cercato di evitare, non adottando un’opposizione forte, altra pubblicità negativa per la sua azienda, da tempo oggetto di contestazione nel mondo intero.

L’iniziativa rientra in un’azione di resistenza globale alla Monsanto, come pure in un’azione globale contro i brevetti sulla materia vivente. La Monsanto e altre aziende biotech stanno, infatti, facendo pressione sul governo olandese per ottenere modifiche legislative che facilitino il loro controllo del mercato sementiero e dell’alimentazione.
“NO al monopolio sul cibo, NO all’agricoltura tossica”, “Vogliamo un mondo senza veleni e senza Ogm, un mondo senza Monsanto”: questi alcuni degli slogan esposti sugli striscioni.

L’organizzazione “Round Up Monsanto” (che potrebbe tradursi “aggiriamo la Monsanto”, con un gioco di parole, poiché il Roundup è il famoso erbicida prodotto dall’azienda, che ha dato il suo nome a tutti gli Ogm ”Roundup-ready”, ovvero modificati per resistere al Roundup) chiede nel comunicato diffuso ieri che

“la Monsanto si ritiri dal mercato delle sementi”
e che
“si metta fine ai brevetti sulle sementi, e su tutti gli organismi viventi”.

Il comunicato prosegue affermando:
“L’azienda chimica Monsanto detiene il 23% del mercato mondiale delle sementi. Negli ultimi 5 anni essa ha acquistato, solo in Olanda, tre grandi società sementiere internazionali: De Ruiter Seeds, Western Seeds e Seminis. Risultato: essa domina il mercato mondiale delle sementi. Ma la Monsanto è anche leader nel mercato degli Ogm, in particolare con la soia, il mais, le barbabietole e il cotone. Essa detiene, inoltre, una grande parte del mercato dei pesticidi (legato alla vendita degli Ogm, ndt). “Gli agricoltori e i coltivatori vedono di continuo crescere la loro dipendenza da queste grandi società sementiere. I brevetti sulle sementi (sugli Ogm, nonché talvolta e, tendenzialmente, sempre più sulle piante non geneticamente modificate: vedi comunicato EQUIVITA 27/04/10, ndt) aggraveranno ulteriormente la situazione”, dice Flip Vonk, agricoltore biologico presente alla manifestazione.
Le piante Ogm vengono coltivate in monocolture di grande estensione, con impiego esorbitante di fertilizzanti e pesticidi.
La Monsanto promuove un modello di agricoltura basata sulla chimica dagli effetti devastanti.

Infatti il sistema agricolo attuale (basato sull’importazione ed esportazione massiccia, interamente dipendente dal consumo di energia fossile) è responsabile di un quarto fino a un terzo di tutte le emissioni di gas serra del pianeta. Più dell’80% degli Ogm coltivati sono resistenti ai pesticidi (dei quali determinano dunque un consumo assai maggiore, ndt) mentre il residuo 20% produce una tossina all’interno della pianta stessa.
Questa forma di produzione alimentare è assai dannosa per l’uomo, la natura e il clima. L’ingegneria genetica non recherà soluzioni per i cambiamenti climatici.

L’ingegneria genetica viene spesso presentata come soluzione ai problemi alimentari globali, ma nonostante 15 anni di coltivazioni, la fame nel 2009 ha raggiunto livelli record nel pianeta. Gli Ogm non hanno aumentato i raccolti. Dice Miranda de Boer di “Round Up Monsanto”: “Abbiamo bisogno di cambiare tutto … il problema della fame richiede soluzioni del tutto diverse. Dobbiamo abbandonare l’agricoltura chimica intensiva e produrre localmente, senza pesticidi e senza Ogm.”

Contatto in Olanda: verdelg-monsanto@riseup.net

Comitato Scientifico EQUIVITA
Tel. + 39. 06.3220720, + 39. 335.8444949
E-mail: equivita@equivita.it
Sito internet: www.equivita.org

giugno 3, 2010

MEDIO ORIENTE: i PACIFISTI, PICCHIATI dagli ISRAELIANI – ITALIA “Berlusconi loda Israele”

ITALIANI PICCHIATI dai SOLDATI ISRAELIANI
e Governo BERLUSCONI premia ISRAELE!

(AGI) – Istanbul, 3 giu. – Centinaia di pacifisti filo-palestinesi, che erano sul convoglio umanitario attaccato da Israele, sono arrivati nella notte a Istanbul dove hanno ricevuto un’accoglienza da eroi, da parte di migliaia di attivisti che li attendevano all’aeroporto. I primi ad arrivare sono stati i diciotto attivisti turchi e un irlandese, che erano stati feriti nel raid, giunti ad Ankara su tre aerei dell’esercito turco e del ministero della Sanita’ turco e che sono stati subito trasferiti in ospedale. Subito dopo sono arrivati tre aerei della Turkish Airlines, noleggiati dal governo turco, che sono atterrati alle 2:40 ora locale all’aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul, con i 466 attivisti, in gran parte turchi. A bordo anche cinque italiani, che rientraranno in patria in giornata (insieme a un sesto che arrivera’ direttamente da Tel Aviv).

A bordo anche i cadaveri dei nove attivisti morti durante l’attacco israeliano alla Flotta della Liberta’.

Molti hanno denunciato il brutale trattamento ricevuto da parte delle autorita’ israeliana, dal momento della cattura a bordo delle imbarcazioni, ma anche durante il soggiorno in Israele. Lo spagnolo Manuel Tapial, membro della Ong Cultura, Paz e Solidaridad Hayd�e Santamar�a, ha raccontato di esser stato interrogato per tre ore dal Mossad, il servizio segreto israeliano, e che in tre giorni di fermo ha ricevuto solo un pasto. Anche due giornalisti australiani hanno denunciato abusi da parte degli israeliani.

“Siamo stati arrestati da commando dell’esercito che ci hanno puntato al volto i laser delle armi nonostante ci fossimo identificati come giornalisti stranieri; poi ci hanno incappucciati e privati di tutto il materiale del nostro lavoro”, ha aggiunto David Segarra, giornalista della televisione venezuelana ‘Tele Sur’. Anche due cronisti australiani a bordo della Freedom Flotilla, il corrispondente Paul McGeough e la fotografa Kate Geragthy, hanno denunciato abusi, raccontando che i militari hanno attaccato gli attivisti disarmati, anche se nel loro caso senza usare munizioni vere.

Geragthy ha aggiunto di aver sentito dolore e nausea quando i soldati li hanno assaltati con pistole elettriche prima di arrestarla. Ad accoglierli in aeroporto il vice-premier Bulent Arinc, insieme a vari parlamentari turchi. “Hanno affrontato barbarie e oppressione, ma sono tornati con orgoglio” ha detto Arinc. Insieme a loro alcune migliaia di parenti e sostenitori festanti, che agitavano bandiere palestinesi e turche, e sono scoppiati in un applauso gridando “Allah Akbar”, “Dio e’ grande”, al loro arrivo. Nella notte un aereo con 35 attivisti della flottiglia e’ giunto anche ad Atene, anche li’ accolto da centinaia di parenti e sostenitori che applaudivano e scandivano slogan filo-palestinesi. L’aereo militare portava 31 pacifisti greci, 3 francesi e uno statunitense. All’aeroporto Elefsina, ad accoglierli, c’erano il vice-ministro degli esteri, Dimitris Drotsas e vari parlamentari.

La portavoce del ministero dell’Interno israeliano ha spiegato che sono stati utilizzati in tutto sette aerei, per trasferire in Turchia e in Grecia 527 attivisti. Sette manifestanti rimangono invece negli ospedali israeliani per essere curati.

Fonte : www.agi.it

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Espulsi tutti gli attivisti turchi. Gli italiani: “Ci hanno picchiato”

I quattro connazionali rientreranno a Milano e Roma in mattinata. E si lamentano pure di essere stati “maltrattati”

Libero-news.it

I

nostri “pacifisti” stanno per rientrare in Italia. E anziché ringraziare il cielo di essere ancora interi dopo aver sfidato nientemeno che Israele, si lamentano pure del trattamento ricevuto.

Israele ha espulso quasi tutti gli attivisti della “Freedom Flotilla” fermati lunedì dalle forze armate israeliane nel corso di un blitz al largo della Striscia di Gaza. In totale erano circa 700 persone. In 488 sono giunti nella notte in Turchia ad Ankara dove 18 turchi e un irlandese ferito sono sbarcati per primi. Successivamente tre aerei della Turkish Airlines sono atterrati all’aeroporto Ataturk di Istanbul con a bordo gli altri 466 attivisti. Ad attenderli il vice premier turco Bulent Arinc, oltre a migliaia di persone che sventolavano bandiere turche e palestinesi e pronunciavano slogan anti israeliani. Su un velivolo c’era anche la salma di uno dei 9 membri della flottiglia uccisi durante il raid israeliano.  Solo 1 attivista turco è rimasto a Tel Aviv perché ferito gravemente.

L’arrivo degli italiani – A Istanbul sono arrivati anche gli attivisti italiani. Quattro di loro rientreranno in mattinata con voli su Milano e Roma.  Angela Lano, Giuseppe Fallisi e Ismail Abdel-Rahim Qaraqe Awin saranno imbarcati da Istanbul in direzione Malpensa alle 14.45 ora locale. Manuel Zani, invece, partirà per Roma con arrivo previsto alle 10.40. Infine Marcello Faracci è partito per Bruxelles e Manolo Luppichini dovrebbe partire da Tel Aviv.

Il racconto di Fallisi –
Quella che doveva essere una missione di pace si è trasformata un incubo per i sei italiani a bordo della  “Freedom Flotilla” .

Libero-news.itLibero-news.itFallisi racconta: «Ci picchiavano ad esempio se non ci sedevamo, e dopo averci picchiati ci mandavano i medici a visitarci».

Giuseppe Fallisi, arrivato a Istanbul, ha detto: «Ci picchiavano ad esempio se non ci sedevamo, e dopo averci picchiati ci mandavano i medici a visitarci – prosegue – Siamo stati portati in un carcere in mezzo al deserto, appena finito di costruire: sembrava lo avessero costruito apposta per noi. In prigione non ci sono state violenze, avevamo a disposizione anche una doccia». Fallisi racconta anche che Luppichini, l’unico rimasto in Israele per problemi con il passaporto, è rimasto coinvolto in una discussione con la polizia. L’uomo racconta che un ragazzo palestinese di nome Osama ha iniziato la discussione e che Manolo è intervenuto per difenderlo e così i poliziotti lo han portato via e da allora non l’ha più visto.

Siamo stati rapiti – Angela Lano, unica donna tra gli attivisti italiani ha raccontato che sia sulla nave sia in prigione non avevano diritti ed era come se fossero stati rapiti: «non potevamo fare telefonate, chiamare i nostri avvocati – spiega la Lano – Sono anni che mi occupo di Palestina ma la violenza che ho visto su quelle navi è stata incredibile. Ho già chiamato mio marito: ora è molto più tranquillo».

Una scena di un film – Manuel Zani, il più giovane dei sei attivisti, racconta invece come l’accaduto sembrasse una scena del film  “Apocalypse now”. «Vedere tutti quei soldati bardati, col volto coperto. Avevo paura ma per una po’ mi sono goduto la scena. Quando abbiano capito che ci stavano per aggredire ci siamo separati in due gruppi. Io sono andato con i giornalisti nella cabina di pilotaggio per cercare di filmare quello che stava succedendo, ma ci hanno sequestrato tutto: ho perso diecimila euro di attrezzature e non so se le recupererò mai – spiega Zani  – In Israele non ci torno neanche morto ma voglio tornare in Palestina al più presto».

La decisione dell’Italia – Il governo turco ha chiesto che lo stato ebraico venga punito per questa aggressione poiché si tratta di “un atto barbaro e piratesco”. Ieri anche l’Italia si è allineata con gli Stati Uniti e ha votato contro la risoluzione presa dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu, approvata a Ginevra. La risoluzione chiede l’istituzione di una missione di inchiesta internazionale sull’assalto israeliano alla “Freedom Flottilla”.

marzo 24, 2010

25 Marzo 2010 – La Libertà d’informazione ai tempi del dittatore nano…

Rai per una notte - Vauro - silvio per una notte
Rai per una notte

Cari amici,

alla mezzanotte di ieri abbiamo finalmente raggiunto il nostro obiettivo: 50 mila sottoscrittori hanno dato il loro contributo per dar vita a Raiperunanotte.
Sono felice e vi abbraccio tutti!
Da questo momento vi chiedo di non versare più denaro riservandolo per le prossime iniziative.
Continuate invece a organizzare punti d’ascolto collettivi piccoli o grandi ovunque sia possibile.

Michele Santoro – http://raiperunanotte.it/

ottobre 15, 2007

Adesso inizia la partita. Quella vera (Silvio & Fasci a Casa si Spera!)

Silvio Vaffanculo ecco cosa ti chiedono gli Italiani!Non ci sono stati colpi di scena, e del resto non erano attesi. Walter Veltroni è il leader del Partito Democratico con una percentuale considerevole e prevista: circa il 75 per cento degli elettori. Rosy Bindi ed Enrico Letta finiscono distaccati, troppo lontani per fare ombra al nuovo principe. Tutto scontato eppure l’evento è tutt’altro che trascurabile.

Ieri è accaduto qualcosa nella politica italiana che va registrato tra i fatti importanti, se non proprio memorabili.

Certo esagerano Prodi e il vincitore, il sindaco di Roma, quando fingono di stupirsi per l’affluenza alle urne e si commuovono per “la festa della democrazia“.

Che abbiano votato tre milioni di cittadini è un punto da non sottovalutare, ma non ha il sapore clamoroso che certi commenti vorrebbero.

E’ stato messo in campo uno sforzo straordinario da parte dei due partiti contraenti il patto, cioè Ds e Margherita, e i simpatizzanti hanno risposto. Anche se bisogna considerare una certa percentuale di elettorato d’opinione che si è recati ai seggi, accettando vari disagi, compreso quello di mettersi in coda. Questo testimonia di un successo che va diviso fra tutti coloro che si sono impegnati in queste settimane per mettere in piedi la macchina delle primarie.

Arraffanza Nazionale vota FiniA questo punto bisogna riconoscere a Romano Prodi il diritto a fregiarsi del titolo di “padre nobile“. Il presidente del Consiglio si è affrettato a intestarsi il successo e gli va dato atto che ne ha il diritto. Sebbene sia difficile credere che i tre milioni alle urne equivalgano a un plebiscito per il suo governo. Forse è vero il contrario: gli italiani sono andati a votare per le primarie nonostante il governo di centrosinistra. Hanno votato per Veltroni mettendo nelle scatole di cartone le loro speranze insieme alla scheda. Sperano in una sinistra democratica e riformista non più ricattata dall’ala estrema. Sperano in un governo finalmente capace di decidere e di attuare quel progetto di ammodernamento dell’Italia di cui si parla tanto senza realizzare nulla.

L’investitura di Veltroni vuole essere quindi un messaggio per il futuro. Prodi è stato l’ispiratore, anzi l’inventore del Partito Democratico: ma la sua opera di governo ha cozzato contro il solito muro italiano fatto di veti e di estenuanti mediazioni. Veltroni, almeno a parole, promette un futuro diverso. Vedremo cosa saprà fare in concreto, in quei prossimi otto mesi che egli stesso definisce “decisivi” per le sorti della sinistra riformista.

Gianfranco FiniOra comincia un’altra partita. A un presidente del Consiglio reale (e in carica) se ne affianca un altro virtuale. Votando per il sindaco di Roma gli italiani hanno in realtà scelto il futuro capo del governo. Sempre che il centrosinistra riesca nell’impresa invero difficile di farsi confermare alle la maggioranza dei seggi parlamentari. Veltroni inaugura di fatto un dualismo con il premier. Può decidere di lasciare tranquillo quest’ultimo, accontentandosi di uno stile di governo piuttosto modesto, ma che potrebbe trarre beneficio, nel prossimo futuro, da una ripresa economica più accentuata e dai dati favorevoli delle entrate fiscali. Oppure può far sbandare la nave prodiana imponendo un’agenda nuova e ben più impegnativa. Fatta di riforme e di un impegno più coraggioso per ridurre il debito e abbassare le tasse.

Nei prossimi giorni avremo già un’idea di quale strada vorrà imboccare il nuovo leader. Dopo le immancabili professioni di lealtà e le promesse di stabilità rivolte al governo, Veltroni dovrà cominciare a costruire l’immagine del Partito Democratico. Tre milioni alle urne sono un buon viatico, ma ora c’è da definire una politica. Tre milioni vanno bene per cominciare, ma per governare l’Italia ce ne vogliono dodici-tredici milioni. E sarà un cammino in salita.

Liberamente tratto da: ilsole24ore

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