Angolo del Gigio

luglio 14, 2011

Quanto costa la TAV Torino-Lione, tangenti e arraffon’aggi inclusi?!?

Quanto costa la TAV Torino-Lione

Claudio Guerra Manfredi

I costi a carico dell’Italia, per la parte di collegamento fino a Torino, secondo il dossier presentato nel 2006 all’Unione Europea si attesterebbero intorno ai 17 miliardi di Euro.

Ma il dossier presentato all ‘Unione Europea nel 2010, porta le stime dei costi a 35 miliardi di euro, a carico dell’Italia, escludendo una grande varietà di opere connesse, quale il raccordo al nodo torinese, infrastrutture per ospitare i lavoratori e decine di opere sussidiarie che un cantiere di 20 anni comporterebbe.

Ma restiamo ai 35 miliardi e vediamo che cosa potrebbe succedere,
attenendoci all’esperienza italiana delle linee ad alta velocità. 

Le spese della Roma-Firenze sono cresciute di 6,8 volte rispetto ai preventivi, quelle della Firenze-Bologna di 4 volte, quelle per la Milano-Torino di 5,6 volte. Stiamo parlando di dati ufficiali, ben noti, e sui quali la stessa magistratura sta cercando risposte.
Se, in base a questa esperienza scegliamo il moltiplicatore più basso, quello dell’incremento dei costi della TAV Firenze –Bologna, e moltiplichiamo per 4 le spese preventivate, i 35 miliardi diventano una cifra da fantascienza finanziaria.

I costi della militarizzazione della valle di Susa

Costruire una grande opera contro la volontà di una popolazione può avere degli oneri che è interessante calcolare: oggi in Valle di Susa sono stati mobilitati circa 2.000 poliziotti, per lo sgombero del cantiere di Chiomonte. Ogni otto ore devono fare il cambio turno, con spostamento di mezzi, masserizie, costi di occupazione di alberghi e altri aspetti logistici.
Non essendo un fine economista, ho calcolato che il costo lordo orario di un poliziotto sia di circa 30 euro all’ora (comprensivi degli oneri citati), stima decisamente al ribasso.
30 euro moltiplicato 2.000 poliziotti è uguale a 60.000 euro all’ora. Per le 24 ore diventano 1 milione e 440 mila euro al giorno.. al mese il costo diventa di oltre 43 milioni di euro. Sull’anno parliamo di oltre mezzo miliardo di euro.
L’attuale dispiegamento di forze serve a difendere il cantiere di Chiomonte. Già Domenica 3 luglio è prevista una grande dimostrazione con pulman e treni in arrivo da tutta Italia. I manifestanti assedieranno il cantiere e sarà evidente l’impossibilità di mantenere sul campo una situazione da scenario nord-africano.
Immaginate che cosa vorrebbe dire presidiare contemporaneamente decine di cantieri. Vogliamo almeno triplicare il numero di uomini, mezzi, complessità logistica e ovviamente i costi?
Sono cifre che se moltiplicate per gli anni necessari alla costruzione dell’opera diventano insostenibili.
Lo Stato italiano non ha le risorse per contrapporsi alla protesta della popolazione della Val di Susa, che, fatti questi conti, sa bene di avere di fatto la vittoria in pugno.

L’opera è strategica? 

Negli anni 80, alla luce di dati incerti, si sarebbe potuto sperare che quest’opera fosse strategica. Perché possiamo essere certi che non sia più strategica?

1° ) Nel 2011 i corridoi europei sono diventati 30, e altri stanno  per essere inaugurati.
Le merci transitano su rotaia o gomma, e passano nel valico più competitivo come costo.
I valichi sono gestiti da società private, in concorrenza tra loro.
Se l’opera Torino-Lione prevede di recuperare il 40 % dei costi di investimento dalle tariffe pagate dalle merci in transito (tra vent’anni) è probabile che il flusso di merci e passeggeri su questa linea si ridurrà drasticamente, spostandosi sugli altri valichi per questione di prezzo del pedaggio.
Già nel 2003 il Conseil Général des Ponts et Chaussées stroncava il progetto della TAV Torino –Lione, anche alla luce dei già avanzati lavori per i tunnel svizzeri.

2°) Da dicembre 2010 è operativo il ristrutturato tunnel ferroviario del Frejus, con capacità di trasporto anche dei containers più grandi. Questo tunnel insieme al tunnel autostradale, sono oggi infrastrutture ampiamente in grado di rispondere anche alla previsione di 40 milioni di tonnellate di merci annue (2030)  fatte dal TLF (l’impresa che dovrebbe realizzare il nuovo tunnel), previsione del tutto ridimensionata da Alpinfo e da SBB che stimano per il 2030 valori prossimi ai 10 milioni di tonnellate in transito.

3°) Altro concorrente formidabile sono i voli low cost, estremamente competitivi anche per il traffico merci su distanze oltre i 500 km.

4°) Per il traffico passeggeri le cose vanno peggio. Non mi dilungo in quanto ogni cittadino ha ben presente quali sono i costi di un Freccia Rossa per andare da Milano a Roma, o dal sud al nord Italia: davvero poco competitivo con le attuali tariffe aeree low cost.

5°) Non mi dilungo sul tema dei flussi merci, ma invito tutti i lettori a vedere alcuni brevi filmati del professor Marco Ponti, pubblicati su You Tube, che chiaramente illustra l’inutilità dell’opera.

Alla luce di queste informazioni come può essere sostenuto che l’opera è strategica?
Eppure, di fronte a dati così evidenti, le forze di governo e il Partito Democratico insistono sulla imprescindibilità dell’opera.  Viene da chiedersi il perché..

Il tunnel di 57 km 

La Torino-Lione prevede la realizzazione di un tunnel di 57 km, a quota di altitudine piuttosto elevata.
Dal  15 Ottobre 2010 il tunnel più lungo del mondo è diventato la Galleria di base del San Gottardo, tunnel ferroviario che con i suoi 57 km ha battuto il primato di un’altra galleria ferroviaria: il Seikan Tunnel, che si trova in Giappone.
Va detto che il tunnel del San Gottardo vedrà sfrecciare i primi treni soltanto nel 2017.
Il tunnel del San Gottardo collegherà idealmente Genova  a Rotterdam lungo quello che viene chiamato il corridoio 24.
Il San Gottardo (senza calcolare le opere annesse quali strade autostrade etc.. ) è costato 7 miliardi di Euro, finanziati dalla Svizzera, a seguito di un referendum che chiedeva alla popolazione la disponibilità all’autotassazione dei cittadini.

Il tunnel della Manica 

Il tunnel della manica è lungo circa 50 km. Sul lato inglese sono stati rimossi 4 milioni di metri cubi di roccia, la maggior parte dei quali scaricati sotto la Shakespeare Cliff vicino a Folkestone, strappando al mare una superficie di circa 36 ettari, oggi chiamata Samphire Hoe e destinata a parco pubblico.
Complessivamente sono stati rimossi 8 milioni di metri cubi di materiale roccioso, ad un ritmo medio di 2.400 tonnellate all’ora.
Per tunnel marini è più facile il riposizionamento del materiale estratto, con evidente contenimento dei costi, mentre per un tunnel in alta montagna bisogna mettere in conto anche il trasferimento del materiale a valle. La logistica si complica. Le cifre crescono rapidamente.  L’impatto ambientale diventa devastante (si tratterebbe di circa 1 milione di viaggi con bilico a 5 assi, il più grande a capacità di carico).
Ma leggete con attenzione queste informazioni: “il costo complessivo del Tunnel della Manica è stimato attorno agli 11 miliardi di Euro. Il tunnel sta operando in perdita ed il valore delle azioni che hanno finanziato l’opera ha perso il 90% del proprio valore tra il 1989 ed il 1998. La società Eurotunnel ha annunciato una perdita di 1,33 miliardi di sterline nel 2003 e 570 milioni di sterline nel 2004 ed è in costante negoziato con i creditori. A propria difesa Eurotunnel cita un traffico insufficiente (solo il 38% dei passeggeri ed il 24% delle merci previste in fase di progetto) e un gravoso carico di interessi sul debito. Parte dell’insuccesso commerciale dell’operazione sembra essere causato dalle eccessive tariffe di transito”.
(fonte wikipedia).
Il Tunnel della Torino –Lione comporta già a progetto una serie di difficoltà logistiche che ne renderebbero la gestione sicuramente in perdita (sono spropositate per esempio le voci di costo previste per la sua aereazione e la dissipazione del calore dovuta al passaggio dei treni). Pertanto quest’opera faraonica dovrà essere costantemente finanziata dalle imposte degli italiani.

E se fossero state pagate tangenti? 

Se si da per scontato che un opera pubblica comporti delle tangenti si può essere accusati di dietrologia, salvo poi trovar conforto nell’indagine dei magistrati, che ormai sembrano muoversi a colpo sicuro.
Se viene versata una tangente per l’aggiudicazione di un appalto, è estremamente difficile che la stessa possa essere restituita se l’opera aggiudicata in qualche modo si blocca.
Ma non è pensabile neanche sostenere che chi ha incassato la tangente e non ha garantito il profitto possa semplicemente far finta di nulla e andarsene con il malloppo. Allora diventa indispensabile per il concusso animarsi a favore dell’opera,e muoversi con la determinazione di chi è posseduto da un Fuoco Sacro!
Viene da chiedersi, senza troppa dietrologia, se qualche tangente sia stata versata per l’aggiudicazione delle opere in Val di Susa.
Tanto per stare ai fatti, Paolo Comastri è il Direttore generale della LTF (Lyon Turin Ferroviarie), la società che dovrebbe realizzare il tunnel.  Un mese fa, è stato condannato dal tribunale di Torino a otto mesi di reclusione per turbativa d’asta, in relazione ad un’opera complementare alla TAV Torino-Lione.
Quale politico oggi siederebbe al tavolo con un condannato (oggi in primo grado), a discutere di opera per cui quella condanna è stata pronunciata? Ebbene oggi Paolo Comastri siede regolarmente a tutti i tavoli istituzionali del progetto TAV  Torino –Lione, insieme a politici e amministratori pubblici.
Ora ognuno di noi può mettere insieme degli elementi e sviluppare il proprio pensiero libero, in merito.
Il fenomeno delle tangenti potrebbe spiegare la necessità di riavviare i lavori (o almeno fingere di averne l’intenzione) a seguito di mazzette ormai pagate e non restituibili?

Si possono costruire grandi opere a discapito di una popolazione? 

Pur non essendo cittadino della Valle di Susa, in questi anni ho sempre portato la mia solidarietà a quella comunità. Personalmente ritengo che di fronte alla indispensabilità di un’opera pubblica di utilità collettiva le popolazioni locali debbano essere convinte, indennizzate ed incentivate a tollerare anni di sacrificio per il bene futuro delle generazioni che verranno.
Ma non è questo lo scenario in Valle di Susa, dove di fronte ai disastri geologici, alla previsione di incrementi patologici dell’ordine del 10 % della popolazione dovuto a patologie cardiocircolatorie e respiratorie (dati del progetto giugno 2010),  si tenta di realizzare un’opera assolutamente inutile.
Sono stato spesso a manifestare con quelle genti. Ho visto bambini, giovani, adulti e anziani, sfilare insieme ed essere chiamati dai media “anarco-insurrezionalisti”.
La militarizzazione della valle ha ricostruito solidarietà e legami antichi, una nuova coscienza, formatasi lontano dalla televisione. Le persone si ritrovano a far feste nei presidi, a scambiarsi aiuto, a condividere il tempo con i figli, ad innamorarsi e costruire legami forti, come non si vedono più nella nostra società.
Gli appelli alla manifestazione pacifica sono costanti, ma quando i camion e le ruspe cominciassero davvero il loro lavoro? Pensateci.. sareste disposti a tollerare lo scempio della vostra terra, della vostra casa, la paura delle malattie per i vostri figli? Potreste rimanere inerti a guardare le facce sanguinanti di amici e parenti che rientrano sconfitti da una manifestazione, presi a bastonate da poliziotti mandati in guerra, in una guerra che certo neanche loro combattono volentieri?

La mia certezza è che, dopo tanti anni di battaglie,
quella popolazione non si arrenderà mai.

E se qualche politico pensasse che abbassare i fucili ad altezza d’uomo sia la misura necessaria dopo i candelotti lacrimogeni a frammentazione cs (orto-clorobenziliden-malononitriledi, proibiti dalle convenzioni internazionali come arma chimica) lanciati lunedì 27 giugno 2011, quel politico sappia che quel giorno troverebbe genti ancora più determinate a vincere e, a quel punto, a qualsiasi prezzo e con qualunque mezzo.
Vorrei  che i cittadini di tutta Italia, magari correttamente informati, potessero scegliere con un referendum la realizzazione di quest’opera, perché non si arrivi al giorno di dover contare i morti di questa cattedrale alla stupidità. Non ci sarà mai quel referendum, perché coloro che oggi provano a realizzare quest’opera sono gli stessi che hanno tentato di costruire le centrali nucleari e impossessarsi dei beni pubblici. E costoro hanno ben capito cosa comporta un popolo che decide.

Claudio Guerra Manfredi

Scritto e tratto da: www.disinformazione.it

aprile 9, 2011

E intanto i delinquenti svolazzano a sbafio.. sti monnezzari sporcaccioni.

L’Italia dei valori reclama chiarezza sull’abuso dei voli di stato da parte di esponenti del governo Berlusconi. In una nota il portavoce del partito, Leoluca Orlando chiede che il ministro della Difesa, Ignazio La Russa “venga in Aula e chiarisca di fronte al Parlamento e al Paese se davvero ha utilizzato un aereo di Stato per andare a vedere la partita dell’Inter. Se la notizia riportata venerdì dal ‘Fatto Quotidiano’ fosse confermata, sarebbe gravissimo, l’ennesimo privilegio di casta”.

Orlando fa sapere che “l’Italia dei Valori presenterà un’interrogazione per fare piena luce su questa vicenda. È inaccettabile, infatti, che un ministro della Repubblica utilizzi un aereo di Stato, pagato con i soldi dei cittadini, per fini meramente personali. È un’offesa a tante famiglie che non arrivano a fine mese, ai giovani precari e agli operai in cassa integrazione o che hanno perso il proprio posto di lavoro”.

La vicenda – secondo quanto rivelato dal quotidiano diretto da Antonio Padellaro – risale a martedì 5 aprile. Quel giorno La Russa avrebbe utilizzato un volo di Stato per andare da Roma a Milano per poi tornare in nottata nella Capitale. In particolare, scrive il ‘Fatto quotidiano’, il volo di andata partì alle 18:30 ed era un P180 dei carabinieri, mentre quello di ritorno decollò intorno alle 23 ed era un velivolo dell’aeronautica militare.

Il giornale svela altri episodi simili, che oltre a La Russa avrebbero riguardato il premier, Silvio Berlusconi e il ministro leghista Roberto Calderoli, sospettato di avere usato un volo di Stato per raggiungere Cuneo dove – ricorda il quotidiano – vive la sua compagna, la presidente della Provincia, Gianna Gancia.

Tratto da: http://www.italiadeivalori.it/interna/3600-voli-di-stato-la-russa-chiarisca-

settembre 1, 2009

Il vecchio sogno del Cavaliere: indebolire gli Agnelli

Il vecchio sogno del Cavaliere:
indebolire gli Agnelli

Dietro le polemiche fiscali e l’improbabile annuncio
di indagini sui capitali esteri c’è un disegno di antica data

Il vecchio sogno del Cavaliere: indebolire gli Agnelli

L’indignazione di John Elkann è un passo meditato a lungo, reso inevitabile dall’insinuazione che, in realtà, alla guida della Famiglia sia in corso un feroce scontro per la leadership. Insinuazione che compariva qualche giorno fa sugli organi di informazione di area governativa. Per questo, subito dopo la breve dichiarazione del nipote dell’Avvocato, è intervenuto immediatamente Gianluigi Gabetti a precisare che “il leader è John Elkann, lo è oggi e lo sarà in futuro”.

L’idea di indebolire gli Agnelli è uno dei sogni ricorrenti dei circoli della provincia lombarda vicini al Cavaliere. Antiche invidie e rivalità che riemergono ciclicamente di pari passo con l’idea del complotto dei salotti buoni della finanza contro il parvenu di Arcore. Ecco dunque l’irrituale annuncio preventivo degli uomini di Tremonti che nelle settimane scorse hanno avvisato di aver avviato un’indagine sui beni esteri degli Agnelli. L’esistenza di quei beni è nota e documentata da almeno quindici anni senza che nessun ministro dei vari governi Berlusconi abbia mai sentito il dovere di metterci il naso. E oggi, trascorsi i decenni, sarà molto difficile per il fisco recuperare qualcosa. Ma l’operazione è puramente mediatica e serve a creare i presupposti per applicare la vecchia logica del “mal comune mezzo gaudio”, assolvendo contemporaneamente i pasticci di Berlusconi con le sue società off-shore. Utilizzando insomma in campo finanziario la medesima strategia che si tenta di applicare nella battaglia intorno al letto grande dell’amico Putin. Il paradosso è che nessun detective serio annuncia con gran pompa l’inizio di un’indagine fiscale sui paradisi esteri in un mondo che sposta i capitali alla velocità della luce. In tutto questo la lite ereditaria che oppone Margherita Agnelli a Gabetti e Grande Stevens è solo un pretesto. Anche perché, ecco il secondo paradosso, a differenza dei commentatori del centrodestra, Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato e madre di John, non ha mai messo in discussione la leadership del figlio nella famiglia e ai vertici della Fiat.

di PAOLO GRISERI su www.repubblica.it

agosto 21, 2009

Dalla Francia all’Irlanda si ride degli italiani e del Pinocchio Premier!

L'Europa che ride della Vergogna Italiota!

Berlusconi come Pinocchio”

LONDRA – “Forza La Repubblica” è il titolo della rivista francese Telerama, sopra una foto di Berlusconi con il naso di Pinocchio. Il settimanale descrive La Repubblica come “l’ultimo baluardo di resistenza in un paesaggio mediatico ai piedi del Cavaliere” e racconta l’iniziativa di porre dieci domande al presidente del consiglio. Il quotidiano irlandese Irish Examiner riprende oggi la risposta di Berlusconi agli attacchi dei vescovi apparsa sul settimanale Chi. Il giornale sottolinea che il rotocalco al quale il presidente dle consiglio ha affidato la sua difesa è di sua proprietà e pone l’accento sul fatto che Berlusconi accusa i vescovi di essere caduti nella trappola dei suoi dettrattori.

Dalla Francia all’Irlanda, la rassegna stampa sul premier
E Il Times prende in giro anche Franco Zeffirelli

TestocloniIl britannico Times ha invece un commento ironico SU Zeffirelli, nel suo ruolo di difensore di ufficio di Berlusconi. Adam Sherwin inizia proprio dicendo che “Berlusconi ha un nuovo sostenitore”, nel rimarcare la frase di Zeffirelli a proposito dei comportamenti del presidente del consiglio. Il regista ha infatti affermato di non vedere uno scandalo nel comportamento di Berlusconi, “un uomo al quale piacciono molto le donne”, che Zeffirelli si vanta di aver conosciuto nel lontano ’70 quando era

“un ragazzo molto carino che non resisteva a fare sesso in ogni occasione”.

Il Times sottolinea che Zeffirelli fu senatore con Berlusconi nel ’94 e, visto che il regista palesa la sua avversione per BenedettoXVI, conclude:

“Forse Berlusconi dovrebbe diventare Papa”.

dal nostro inviato CRISTINA NADOTTI 
(20 agosto 2009) - Repubblica.it

maggio 8, 2009

Votare PD? Finchè c’è uno come D’Alema NO GRAZIE!


Il PD è un partito nato morto perché non si è mai liberato dei vecchi personaggi che fanno da sempre i comunisti, campando sulle spalle dello Stato, e poi in realtà si rivelano per quello che sono realmente: furbastri da strapazzo concentrati solo sul loro tornaconto.

Uno di questi, anzi il più grosso di questi, è Massimo D’Alema che proprio in questi giorni ha attaccato IDV perché è un partito scomodo anche per loro.

Già nel 1985 Massimo D’Alema si macchia di un episodio degno di nota. Il leader dei DS ricevette 20 milioni di lire da parte del miliardario barese Francesco Cavallari, che fu in seguito condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. I soldi erano destinati al Partito Comunista Italiano, di cui D’Alema era all’epoca segretario regionale pugliese. Per questo finanziamento illecito D’Alema è stato inquisito ma, a causa dello scadere dei termini di prescrizione nel 1995, il procedimento è stato archiviato dal gip Concetta Russi. L’episodio è stato ammesso dallo stesso D’Alema quando il reato era destinato a cadere in prescrizione. (wiki)

Ma la vicenda in cui D’Alema ha dato il meglio di se è stata sicuramente la famosa scalata Unipol-BNL, della quale D’Alema è talmente fiero che in una telefonata con Consorte arriva ad esclamare: “Facci sognare!”

Si è largamente discusso di queste storiaccia, ma come sempre succede in Italia tutto è finito nel dimenticatoio senza alcuna conseguenza politica.

Visto che la memoria rende l’uomo libero rinfreschiamola un po’ spiegando in parole povere cos’è successo.

In Italia esistono delle leggi che regolano la borsa. Una di queste impone che chiunque voglia acquistare il controllo di un’azienda accumulandone le azione debba dichiararsi e uscire allo scoperto quando ha raggiunto il 30% del controllo azionario del suo obiettivo.

Quando si arriva al 30% del controllo azionario va lanciata l’OPA (Offerta di Pubblico Acquisto) che fa alzare il valore delle azioni. Di conseguenza i risparmiatori che le possiedono le vendono, l’acquirente le compra e si assicura la società con benefici per tutto il mercato.

Invece Consorte, Dalema e Latorre volevano raggiungere la quota maggioritaria di azioni della BNL senza lanciare l’OPA. La loro tattica era quella di accumulare di soppiatto quante più azioni possibili mettendole insieme attraverso cooperative e prestanomi, ovviamente senza dichiararsi e pagando tutto a un prezzo misero, in barba alla legge Draghi.

Tutto sembra andargli liscio quando il 5 luglio 2005, Latorre chiama Consorte il quale gli spiega che ci sono alcuni problemi a convicere tutti (cooperative ecc.) in tempo, e che per convincere Caltagirone, il quale poteva cedere il 27% delle azioni BNL, c’era assoluto bisogno di una telefonata del big D’Alema.

Latorre dice:ma che, devo far fare una telefonata a Massimo all’ingegnere?”. (L’ingegnere in questo caso è riferito a Caltagirone)
Consorte risponde: “e guarda… ci ho riflettuto, per quello ho chiamato. Mi devi tempo, Nicola, fino a domani pomeriggio… è meglio che Massimo fa una telefonata”.

Questa telefonata di D’Alema non si sa se è stata realmente fatta o no. Però più in là, il caro Massimo la sua parte la fa. Infatti il 14 luglio del 2005, D’Alema parla con Consorte per avvertirlo di aver parlato con Vito Bonsignore, azionista della BNL e europarlamentare dell’UDC, pregiudicato per corruzione.

D’Alema: “Bonsignore voleva altre cose, diciamo…”
Consorte: “eh, immaginavo, non era disinteressato”.
D’Alema: “voleva altre cose a latere su un tavolo politico. Ti volevo informare che io ho regolato, da parte mia”.

In altre parole D’Alema fa un favore politico a Bonsignore per ottenere le sue azioni BNL.

D’Alema:lui mi ha detto che resta, ha detto che resta – cioè resta col pacchetto in mano, alleato dell’UNIPOL – è disposto a concordare con voi un anno, due anni – se le tiene lì un anno, due anni per fare da prestanome a Consorte – il tempo che vi serve”
Consorte:sì sì, ma lì…”
D’Alema: “ehi Gianni, andiamo al sodo: se vi serve resta”
Consorte: “sì sì sì sì”.
D’Alema: “e poi noi non ci siamo parlati, eh!”
Consorte: “no, assolutamente. Lunedì lanciamo l’OPA. Abbiamo finito”.

Consorte in pratica conclude confessando il suo aggiotaggio, cioè la sua truffa ai danni del mercato borsistico perché ha già il controllo della banca ma l’OPA la lancia solamente dopo. D’Alema, ovviamente, non fa una piega.

Il tutto si conclude senza conseguenze penali perché il Parlamento Europeo (ingannato) non darà il consenso alla Magistratura per l’uso delle telefonate… e ovviamente, visto che siamo in Italia, non c’è stata nemmeno nessuna conseguenza politica.

Il baffetto siede ancora comodo sulla sua poltrona.

Tratto da: www.byteliberi.com

agosto 23, 2008

“Maledetto petrolio” di Carlo Bertani

“Le idee migliori sono proprietà di tutti.”
Lucio Anneo Seneca

E’ quasi impossibile trascorrere un solo giorno senza sbattere contro l’evidenza della realtà energetica italiana: eppure, quel che tiene banco è il penoso teatrino delle intercettazioni telefoniche, delle “veline”, delle leggi ad personam, dei magistrati da assolvere o condannare, dei ministri-ombra di se stessi…

In mezzo a tutto questo bailamme, nessuno parla quasi più dell’evidenza – lampante – che stiamo diventando sempre più poveri per il costo dell’energia.

Come ogni anno, viene pubblicata [1] la classifica delle principali holding planetarie:

1) Exxon Mobil (USA);
2) PetroChina (Cina);
3) General Electric (USA);
4) Gazprom (Russia);
5) China Mobile (Hong Kong);
6) Bank of China (Cina);
7) Microsoft (USA);
8) AT&T (USA);
9) Royal Dutch Shell (UK);
10) Procter & Gamble (USA);

36) ENI;
69) Intesa Sanpaolo;
70) Unicredit;
100) ENEL;

316) FIAT.

Nelle prime dieci posizioni troviamo ben quattro corporation del petrolio, ed una (General Electric) che fornisce servizi all’industria petrolifera. Se cerchiamo aziende italiane, la prima è ENI (petrolio, 36° posto) ed al 100° troviamo ENEL (energia), mentre FIAT occupa solo la 316° posizione.
Rispetto all’anno precedente, i movimenti “a salire” sono stati tutti delle imprese energetiche, mentre le banche hanno perso terreno: i subprime hanno chiesto dazio.
Tornando alle prime posizioni, è curioso notare che le prime quattro sono occupate da petrolio & affini, mentre la grande Microsoft è solo al settimo posto: senza energia, anche i veloci processori perdono terreno.

Niente di nuovo sotto il sole – verrebbe da dire – e invece qualcosa di nuovo c’è o,
almeno, qualcosa che sarebbe meglio meditare.

Si cercano ipotesi fra le più disparate per non riconoscere l’evidenza più limpida: un bene divenuto essenziale, presente in quantità finita nel pianeta e con una domanda in forte crescita (Cina), logicamente, aumenta di prezzo.
E’ pur vero che non tutto l’aumento è reale (riflettiamo sul precipitare del dollaro), ma è altrettanto evidente che anche messer euro non riesce a tener testa al vero bene primario del pianeta, al signor oro nero che ha preso il posto dell’oro giallo nel definire i valori delle monete. Potremmo quasi misurare il valore relativo di euro e dollaro valutandoli sul barile di petrolio.

Il prezzo del greggio [2], dall’estate del 2005 ad oggi, è passato da 60 $/barile agli attuali 140 circa: l’euro, nel medesimo periodo, è passato da 1,2 ad 1,6 sul dollaro (approx) [3]: un barile di petrolio del 2005 costava 50 euro, oggi ne costa quasi 90. Ecco perché la benzina aumenta nonostante l’apprezzamento della moneta europea.

Il prezzo dei carburanti sarebbe dovuto salire dell’80% circa: consideriamo, però, che l’aumento del prezzo va ad incidere sulla parte “industriale” del costo dei carburanti, che è circa la metà perché il resto sono imposte.

Se riflettiamo che la benzina è passata – sempre negli ultimi tre anni – da 1 euro ad 1,5 euro (incremento del 50%), i conti – pressappoco – tornano. Per il gasolio il problema è diverso: siccome il rapporto fra benzina e gasolio, nella distillazione frazionata del greggio, varia poco – e parallelamente è aumentata la richiesta per l’alto numero d’auto a ciclo Diesel in circolazione – l’aumento del prezzo incorpora maggiori costi industriali per soddisfare la domanda.

A margine, notiamo che circolano sul Web storie fantasiose su un fraudolento aumento del greggio, le quali basano queste ipotesi su un prezzo del greggio – nel 2000 – di 60 $/barile, il che è tragicamente falso.
Il prezzo del greggio, nel 2000, oscillò intorno ad un valore medio di circa 25-30 $/barile [4], valore raggiunto rapidamente, dopo aver toccato il minimo degli ultimi vent’anni il 16 febbraio 1999, con un prezzo di 9,82 $/barile [5].

Non cerchiamo quindi lontano dal buon senso ipotesi fantasiose: stiamo vivendo la parabola calante dell’Evo Petrolifero. Qualcuno afferma che il famoso “Picco di Hubbert” è già avvenuto, oppure è prossimo: poco importa, se valutiamo l’andamento del mercato.
Altri affermano che il petrolio è abbondante perché non ha origine biologica (ipotesi che non spiega la presenza di colesterolo nel greggio, la rifrazione della luce polarizzata e la preponderanza d’idrocarburi con atomi di Carbonio dispari, tutte caratteristiche delle molecole di derivazione organica). Se così fosse, basterebbe rivelare dove si trovano i fantomatici ed immensi giacimenti di petrolio d’origine inorganica.
Ultima trovata è la speculazione: vero, verissimo che sui future del greggio si specula a piene mani, ma solo perché la richiesta è in continuo aumento e tale da non guardare troppo in faccia ai prezzi. PetroChina, nell’anno appena trascorso, ha comprato a man bassa diritti d’estrazione in Africa senza badare troppo al prezzo, giacché è più importante garantire energia al colossale apparato industriale cinese che spilluzzicare sui centesimi. La speculazione, dunque, nasce e prospera perché è il mercato stesso a garantirne il successo: provate a speculare sui future dei carri da buoi.

Che ci piaccia o non ci piaccia, dunque, la situazione è di una semplicità disarmante: qualche decennio d’estrazione – a costi sempre maggiori, dovuti anche al progressivo esaurimento dei giacimenti meno profondi ed ai maggiori costi di raffinazione per le sezioni più profonde e dense del prodotto – e poi…carbone a volontà! Per un altro secolo, forse [6].
Dopo esserci immersi nell’universo petrolifero, torniamo agli affari di casa nostra, ovvero a cosa stanno facendo i nostri politici per tentare di trovare soluzione al problema: niente.

Il precedente governo, per non rischiare di commettere errori, decise semplicemente di non far nulla o quasi: l’unico intervento – che segnaliamo più per correttezza che per incisività del provvedimento – è stata l’incentivazione che ha riguardato e riguarda il solare termico, gli impianti per l’acqua sanitaria.
Provvedimento di per sé accettabile, se non fosse che gli italiani che possono sborsare 4-6000 euro per un impianto non sono tantissimi: i più, cercano più che altro di non farsi sbattere fuori di casa per non aver pagato il mutuo. Oppure, vagano negli hard discount alla ricerca del prezzo più basso. Altro che le elucubrazioni di un ambiental-chic come Pecoraro.

L’attuale governo, invece, ha scelto la via del decisionismo: ottimo, verrebbe da dire. Sì, se non avessero “deciso” di prendere la strada sbagliata.
La barzelletta del nucleare italiano è l’ultima trovata di patron Berlusconi e del suo ministro Scajola. Udite udite, popolo, e pascetevi. Fino al 2013, ci sarà la fase di “identificazione” dei siti dove dovrebbero sorgere le famose quattro centrali nucleari: poi, si dovrebbe passare alla costruzione. Sotto controllo militare (!).
Se tutto dovesse filare liscio – cosa assai rara nello Stivale – per il 2020 ci sarebbe il primo KW di produzione nucleare.

Nel frattempo, non sappiamo a quanto potrà arrivare il prezzo dell’Uranio (che sale come un’iperbole, poiché è una fonte non rinnovabile) e non sappiamo nemmeno chi caccerà i soldi per una simile, ciclopica impresa: inizino a scovare i quattrini per Alitalia, come avevano strombazzato. Altrimenti, di tante “cordate”, rimarrà solo la corda per impiccare i lavoratori.
Senza considerare i costi della conservazione delle scorie: se qualcuno ha ancora dei dubbi sulla non convenienza economica del nucleare, legga il mio “Vattelapesca forever” e si faccia un’idea.
Perché tanta sicumera senza senso? Perché ignorano, non sanno, sono…insomma…non mi va d’usare il participio presente di quel verbo…

Uno dei principali ostacoli allo sfruttamento delle energie rinnovabili, riguarda il falso concetto che abbiamo di rivoluzione industriale. Per molti (tantissimi fra coloro che ci governano), la rivoluzione industriale fu quella cosa che nacque in Europa alla metà del Settecento. Prima, regnava il nulla.
Complici gli Illuministi – che ebbero buon gioco nel mostrarsi i veri progressisti dell’epoca – ciò che avvenne prima, sotto il profilo tecnologico, era considerato irrilevante.
In qualche modo corresponsabili dello sciagurato inghippo, furono tanti storici che – del Medio Evo – studiarono più il pensiero filosofico e religioso e poco quello scientifico e tecnologico. Insomma, per i più, il Medio Evo (e parte del successivo Evo Moderno) erano privi di tecnologia.

Ci ha un poco salvati da questa pericolosa impasse la scuola storica francese [7], che iniziò a studiare e catalogare con pazienza le miniature, i rari testi, i quadri…insomma, tutto ciò che poteva in qualche modo squarciare il velo imposto dall’ingombrante pensiero filosofico medievale, e farci osservare come viveva la gente all’epoca. Ricordiamo anche Carlo Maria Cipolla ed il suo (fra i tanti) Uomini, tecniche, economie.
Insomma, cosa raccontano questi storici?
Narrano un mondo povero d’energia, se lo paragoniamo agli attuali consumi, che però riusciva a sfruttare tutto ciò che aveva a disposizione per risolvere la penuria d’energia e migliorare le condizioni di vita delle popolazioni. Riflettiamo che, all’avvento della propulsione a carbone sulle navi, l’intero pianeta era già stato esplorato. A vela.

Tutti sanno che gli olandesi riuscirono a vivere in una terra paludosa prosciugando i polders mediante i mulini a vento: non tutti sapranno quale meraviglia della tecnica erano quei mulini. La potenza non era alta – 10-20 kW al massimo – ed era regolata mediante sistemi di governo delle pale che erano stati mediati dalle attrezzature veliche navali. Anche l’invenzione del pennone girevole su un estremo (boma) fu olandese, quando dovettero risolvere il problema d’utilizzare piccoli velieri, molto maneggevoli, per la sorveglianza delle coste.
Il mulino a vento olandese, oltre che come pompa idraulica, era usato per macinare cereali e spezie (ricordiamo l’importanza della compagnia olandese delle Indie) e per segare il legname. Era, in qualche modo, una “centrale energetica polivalente” dell’epoca, che funzionò a meraviglia per secoli.

Sarebbe interessante valutare – ma le fonti sono purtroppo scarse – il “risparmio energetico”, inteso come forza muscolare economizzata, operato per secoli dagli olandesi mediante i loro mulini. I quali – è bene ricordarlo – non sorsero solo nelle Zeven Provinzen, ma dalla Galizia alla Danimarca.
E dove non c’era vento?

Qui, la pittura è stata d’aiuto agli storici: scorci di fiumi dove sorgevano serie di mulini ad acqua disposti “in cascata”, oppure canali d’alimentazione per i mulini, ruote, macine, ecc. Siccome il mulino ad acqua – in epoca medievale – era spesso privilegio delle famiglie nobili o degli ecclesiastici, qualche fonte scritta è stata ritrovata negli archivi.
Ciò che emerge dalle loro analisi – come un’immagine che prende forma in un bagno fotografico – è un mondo che preannuncia e già riproduce lo schema della rivoluzione industriale: macine per i cereali, ma anche magli per la metallurgia e telai mossi dalla forza dell’acqua. Insomma: l’avvento dei combustibili fossili si “adagiò” su un modello che era già formato!

Essere inconsapevoli di quei fenomeni, che ci sembrano lontani e quindi ininfluenti, è ciò che porta a concludere – come usa fare Franco Battaglia – che le energie naturali sono “energie vecchie” perché già usate dall’uomo in tempi lontani. A parte l’errore di metodo che Battaglia compie quando afferma che l’energia solare è anch’essa “vecchia” – l’uomo non ha mai trasformato l’energia solare in energia meccanica: la usò, ma passando sempre attraverso la fotosintesi vegetale (legname, cereali, ecc) – non si comprende perché quantità d’energia presenti ed abbondanti nel Pianeta debbano essere trascurate soltanto perché – a suo dire – “vecchie”.
Forse perché il simpatico professore emiliano ha studiato la Storia sul Bignami? O perché l’industria termonucleare paga bene i suoi sponsor? Delle due l’una: scelga.

Tutto ciò, è soltanto la classica “immersione” nella Storia?
No, perché chi ha oggi superato la cinquantina, ha ancora visto con i suoi occhi le ultime immagini di quel tempo, gli estremi afflati di quell’epoca.
Non dobbiamo andare troppo lontano: fino a pochi anni or sono, mi recavo ad acquistare la farina in un vecchio mulino ad acqua nell’entroterra ligure. Nell’azienda dove lavorò per molti anni mio padre, l’energia era tratta da una ruota ad acqua collegata ad un alternatore che forniva 40 KWh. 40 KWh non sono proprio niente: possono far ruotare una decina di torni.
Presso la casa dove abitavo da bambino, scorreva una roggia con forte pendenza che alimentava piccole turbine per la produzione idroelettrica e qualche mulino: oggi, la roggia è secca perché nessuno ha più provveduto alla manutenzione.

Mia madre – che durante la Seconda Guerra Mondiale sfollò in un mulino – ricorda quattro mulini dove oggi non ci sono che ruderi, che macinavano cereali ed erano usati per muovere telai per tessere, oltre che per illuminare – grazie ad una dinamo – le abitazioni.
Molti fra noi, scavando un poco nei ricordi familiari, troveranno identici racconti: se non basta, ricordiamo Bacchelli ed i suoi mulini del Po, migliaia di mulini, dalla sorgente al delta.
Insomma, non dovremmo – se vogliamo trovare soluzioni al problema energetico – scervellarci in chissà quali elucubrazioni: potremmo iniziare a ricordare.
Quando è terminato quel mondo?

Fornire delle date è cosa ardua, ma di certo la nazionalizzazione della fornitura elettrica (ENEL) del 1960-61 diede un colpo mortale alla produzione diffusa d’energia elettrica. Ci furono ovviamente dei benefici: la razionalizzazione della distribuzione, che condusse a dei risparmi, ma quello era un altro mondo, per costi, consumi e classe politica.
La nazionalizzazione pose fine all’attività di piccoli e medi produttori (che furono indennizzati) ed inaugurò il metodo della produzione centralizzata, appannaggio di un solo ente statale.
Oggi, si parla di privatizzare il settore elettrico (decreto Bersani del 1999), ma questa “privatizzazione” non parla il linguaggio della produzione diffusa sul territorio: ossia, la ammette, ma solo per impianti di “media taglia”.

Quel “media taglia” significa potenze troppo elevate per una produzione veramente diffusa sul territorio: in pratica, parliamo di decine di MW invece di decine di KW.
Ovviamente, non c’è nulla di male ad installare parchi eolici in località ventose ed isolate (oppure in mare, off-shore) per ottenere cospicui volumi energetici, come non sarebbe male seguire l’esempio spagnolo, che prevede la costruzione di ben 28 centrali termodinamiche (paradossalmente, l’invenzione ed i primi sviluppi sono italiani, di Rubbia e dell’ENEA!). Per farlo, è però necessario “muovere” cospicue risorse e realizzare complessi accordi per i finanziamenti. Eppure, non credo che risolveremmo il problema.

Stabilito che c’è molto da fare per attuare un serio risparmio energetico, che passa per mille canali: dalle lampadine agli elettrodomestici, ai climatizzatori, ecc, la produzione elettrica sarebbe incrementabile solo se fosse veramente diffusa.
La diffusione sul territorio, inoltre, sarebbe un antidoto ai “picchi” di produzione d’alcuni sistemi (come l’eolico), dei quali s’è lamentato il gestore della rete elettrica. Più la “base” è larga e diffusa, più la media tende ad essere costante.

Cosa impedisce il grande passo di un doppio contatore in ogni casa (per chi lo desidera, ovviamente), con un “conto energia” generalizzato?
Due fattori: il primo, già citato, è una sorta di pessimismo di fondo legato ad un’errata valutazione della storia energetica dell’Europa. Il secondo, che quasi ne discende, è la ferrea convinzione che il controllo centralizzato sia la panacea per tutti i mali. Inoltre, garantisce il controllo politico dell’energia e – chi controlla l’energia – oggi controlla la tua vita. Prova a far funzionare il tuo PC a pedali.

Vogliamo ipotizzare alcuni scenari?

Il cosiddetto “micro-idroelettrico” consiste nel produrre poche decine di kWh da rogge, piccoli canali, torrenti, addirittura sfruttando la caduta degli acquedotti. Qualcuno – facendo lo slalom fra le mille pastoie burocratiche – ci è riuscito: il caso di Varese Ligure, che ha vinto il premio “The best 100% Communities Renewable Energy Partnesrship Rural Communities”, indetto dall’UE, come “migliore comunità rurale dell’UE per aver attuato il progetto più completo ed originale di sviluppo sostenibile”, è conosciuto ma scientemente ignorato.
Oltre agli aerogeneratori ed ai pannelli fotovoltaici, gli amministratori del comune hanno installato una turbina sulla conduttura dell’acquedotto, che ha una caduta di 120 metri ed una portata di 8.3 litri/secondo, la quale aziona un alternatore e produce circa 20 MWh l’anno. Si realizzerà a breve un progetto sul torrente Caruana, con due turbine che produrranno circa 1390 MWh annui.

A poche decine di metri dal mio studio, sorge un mulino d’origine medievale che sfrutta un canale di prelievo a monte sul fiume Bormida: da anni, non aziona più le macine direttamente con l’acqua, bensì produce energia elettrica (30 kWh) che vende all’ENEL, per poi acquistarla quando deve azionare i macchinari. Insomma, un semplice conto energia.
A conti fatti, la piccola roggia che alimenta la turbina – la si attraversa con un salto – porta ogni mese nelle casse pressappoco 1500 euro [8], senza far altro che lasciarla girare.

Quante situazioni, potenzialmente simili, ci sono nel Bel Paese?
Decine di migliaia? Centinaia di migliaia?

Aggiungiamo la possibilità di sfruttare la corrente lenta dei grandi fiumi con mulini galleggianti, oppure le cadute d’acqua delle chiuse (se si decidesse, finalmente, di metter mano al trasporto fluviale!), gli acquedotti, ecc: insomma, la produzione idroelettrica non è confinata ai soli grandi impianti. Inoltre, la possibilità di consumo “in loco” o nelle vicinanze, ridurrebbe le perdite del trasporto in rete.

Basterebbe richiedere ai comuni il censimento delle cadute d’acqua disponibili, compresi i diritti ancora (eventualmente) esistenti di proprietari d’immobili che godevano della servitù di un corso d’acqua (i discendenti dei mugnai, ad esempio).
Potremmo, a quel punto, avere un quadro d’insieme delle risorse disponibili ed attuare piani per lo sfruttamento. Come?
Prendiamo a paragone la legge che concede incentivi per il solare termico: il cittadino dovrebbe investire 4-6000 euro (ricevendo lo sgravio fiscale del 55%) per risparmiare energia elettrica o gas per gli usi dell’acqua sanitaria.
Per prima cosa, non tutti sono nelle condizioni di ricevere lo sgravio fiscale: un dipendente, a tempo determinato o saltuario, è già tagliato fuori. In altre parole, sono provvedimenti destinati a chi è già garantito.
Inoltre, gli impianti – per essere utilizzati anche nella stagione invernale – sono sovradimensionati e, d’estate, l’acqua viene conservata addirittura sotto pressione a temperature di 180 gradi. Il tutto, per risparmiare sull’acqua calda.

Proviamo invece ad immaginare un investimento simile, che non conduca solo al risparmio sulla bolletta energetica, ma che porti anche un guadagno: se il consumo medio di un’abitazione è di circa un kWh, un piccolo impianto da 10 kWh ne renderebbe 9 all’ENEL, e ci farebbe incassare – al netto dei nostri consumi – 500 euro il mese circa. A quel punto, chiunque capirebbe che l’offerta è vantaggiosa e potrebbe anche accendere un piccolo mutuo per diventare produttore: un investimento che si ripagherebbe in breve tempo ed in assoluta sicurezza, tanto che lo Stato potrebbe tranquillamente esserne garante [9].
Oppure, immaginiamo una serie d’impianti da gestire: sarebbe conveniente – per tutti, cittadini e Stato – investire in formazione (sul modello tedesco) per chi perde il lavoro e volesse diventare gestore di piccoli impianti pubblici. Cinque impianti da 30 KWh, ad esempio, fornirebbero un gettito superiore ai 7.000 euro mensili, che consentirebbero di pagare il gestore, i costi d’investimento ed ottenere anche un gettito nelle casse statali.

Identico modello potrebbe essere seguito per il micro-eolico, laddove con investimenti della stessa grandezza si potrebbero installare aerogeneratori con potenze di picco inferiori ai 20 kW, e diametri dei rotori inferiori ai 10 metri , tanto per accontentare i “puristi” dell’ambiente. Piccole realizzazioni come queste, a pochi chilometri di distanza, sono praticamente invisibili.
E dove non c’è né vento e né acqua?
C’è pur sempre il sole e, se tali provvedimenti fossero attuati, siamo certi che l’industria saprebbe produrre impianti termodinamici di piccola taglia, considerando – come ebbe a dire lo stesso Carlo Rubbia – che “oggi, cioè in fase preindustriale, il costo complessivo dell’impianto oscilla tra i 100 e i 150 euro a metro quadrato. E da un metro quadrato si ricava ogni anno un’energia equivalente a quella di un barile di petrolio [10]”. La previsioni di costo del kW di fonte termodinamica – per il 2020 – è di circa 6 centesimi di euro, contro i 10-11 circa della fase pre-industriale [11]. Altro che le centrali nucleari di Berlusconi.

E per chi abita in città e non ha a disposizione nulla?

Bene: vuoi investire nell’energia? Lo Stato emette dei “bond energia” – con interesse a tasso fisso e garantito – che serviranno per incentivare chi è nelle condizioni di produrla. Con l’iperbolico aumento dei prezzi, sarebbe un affare per chi investe e per chi produce. In alternativa, il sole “picchia” anche sui tetti.
Una politica attenta al recupero dei grandi numeri delle energie rinnovabili – già usate in passato, ma nuovamente utilizzabili con le moderne tecnologie, soprattutto se diffuse sul territorio – sarebbe la vera salvezza dalle “bollette killer” che gli italiani ricevono.

La “bollette energetica” italiana per il 2008 sarà di circa 70 miliardi [12], e per il 2009 – se il trend dei prezzi si manterrà tale – subirà ulteriori aumenti: vivremo strangolati, nell’attesa delle fumose centrali nucleari di Berlusconi del lontano 2020.

Esiste un’alternativa?

Anzitutto, cambiare radicalmente ed in toto questa classe politica incapace di pensare al bene collettivo, allo Stato come universale dei cittadini e non come fonte di guadagni, vantaggi, impunità e prebende.
Infine, torniamo per un attimo alla Storia.
Uno dei fattori – dapprima catalizzante, poi limitante – allo sviluppo energetico, nel Medio Evo, furono i privilegi largamente diffusi che assegnavano alla nobiltà ed al clero lo sfruttamento delle fonti energetiche, soprattutto i mulini ad acqua.
Con l’appannarsi del potere nobiliare ed ecclesiale, e con l’affermarsi della borghesia come nuovo soggetto economico – che, è bene ricordarlo, cominciò prima degli eventi politici generalmente ricordati – avvenne una sorta di “liberalizzazione” ante litteram, ossia gli impianti si moltiplicarono ed iniziò la cosiddetta rivoluzione industriale, all’inizio con la sola forza del vento e dell’acqua.

Ebbene, oggi, non troviamo interessanti parallelismi fra le due situazioni?

Non viviamo forse schiacciati da un potere politico che c’impedisce – al pari della truffa sulla moneta – di creare da soli l’energia che ci serve? Perché, allora, ci sono decine d’adempimenti burocratici da espletare ad ogni passo?

Si tratta del semplice corrispettivo di quello che un tempo era il potere per censo: la nascita ed il nome garantivano la “vita” economica dell’individuo. Oggi, non sono forse le grandi “famiglie” dell’economia – unite ai loro lacché politici – ad impedire qualsiasi riforma che conceda ai cittadini di creare veramente ricchezza?

Immaginiamo una riforma semplicissima, che consentisse “conti energia” a tutti, senza impedirli – di fatto – con le pastoie burocratiche: presento la documentazione, due mesi di tempo e poi vale il principio del silenzio assenso.
Pensiamo di raggiungere un semplice 20% di produzione nazionale (obiettivo caldeggiato, a parole, dall’UE) con mezzi diffusi sul territorio: significherebbero 14 miliardi di euro che rimarrebbero nelle tasche degli italiani e non in quelle delle corporation. Lo signori, invece, s’inventano le Robin tax per gettare un po’ di fumo negli occhi.

Scommettiamo che, riformando in questo modo la produzione energetica, molti italiani tornerebbero ad entrare nei ristoranti senza fare, prima, complessi calcoli sui prezzi esposti? Io, ci scommetterei una cena.

Carlo Bertani
articoli@carlobertani.itwww.carlobertani.ithttp://carlobertani.blogspot.com/

[1] Fonte: Repubblica, 28 – 6 – 2008.
[2] Fonte: http://www.traderlink.it.
[3] Ibidem.
[4] Fonte: Bloomberg.
[5] Fonte : EIA, Energy Information Administration (USA).
[6] Il metano segue, all’incirca, l’andamento dei prezzi e le previsioni d’esaurimento del petrolio.
[7] Ricordiamo, ad esempio, la rivista “Annales” e gli storici Lucien Febvre e Marc Bloch.
[8] Considerando un prezzo medio di vendita del kWh, nelle 24 ore, di 0,07 euro, dato tratto dalla “Borsa elettrica”.
[9] Perché, se lo Stato si fa garante per circa 3 miliardi di euro nei confronti degli investitori privati per la costruzione del Ponte di Messina, non potrebbe fare la stessa cosa per un investimento sicuramente più redditizio e solido?
[10] Fonte: intervista concessa a Repubblica da Carlo Rubbia nel 2004.
[11] Fonte: dati forniti nel Giugno del 2007 da Carlo Rubbia ad Agor@ Magazine, citando le previsioni della Banca Mondiale, del Dipartimento per l’Energia americano e della IEA (International Energy Agency).
[12] Fonte: Ansa da Nomisma Energia, 10 Maggio 2008.

ottobre 18, 2007

Enel, Finmeccanica, Wind, Lottomatica, Sogei: ecco la cassa dell’Udc

Enel, Finmeccanica, Wind, Lottomatica, Sogei:
inchiesta sui pagamenti milionari per contratti con la società di famiglia di Lorenzo Cesa

Lorenzo Cesa - Ladrone Italiano Global Media, la società della famiglia di Cesa, potrebbe essere ‘il polmone finanziario dell’Udc’. Sono queste le valutazioni dei periti incaricati dalla Procura di Catanzaro di studiare i flussi bancari della società di eventi e comunicazione creata dal segretario dell’Udc nel 1994, quando fu costretto a lasciare la politica per l’inchiesta Mani pulite. Dal processo per finanziamento illecito Cesa uscì senza danni grazie a un cavillo procedurale e con in più una società florida: la Global Media fattura 6,7 milioni di euro all’anno.

A chi gli suggeriva di cederla per evitare accuse di conflitto di interessi tra la sua attività privata e quella pubblica Cesa replicava: “L’ho tirata su nella disperazione, quando nessuno mi dava credito e mi avevano costretto a lasciare sia la politica che il mio posto all’Efim. Ho lavorato sodo per farla crescere e la politica non c’entra nulla. Sono troppo affezionato alla società per venderla”. L’intestazione di quote al figlio Matteo (70 per cento) e alla moglie Maria Rosaria (30 per cento) non è riuscita ad allontanare i sospetti e così ora Cesa si trova nel mirino della Procura di Roma, che indaga sulla base delle accuse del pentito Francesco Campanella per finanziamento illecito. Mentre quella di Catanzaro procede parallelamente per la presunta truffa comunitaria da 5 milioni di euro della Digitaleco, la società calabrese finanziata con fondi europei nella quale Global Media ha ancora una piccola quota.

Gli investigatori hanno studiato l’elenco dei grandi clienti della società della famiglia Cesa facendo scoperte interessanti. Complessivamente, dal gennaio del 2001 al 31 dicembre del 2006 sono entrati in cassa ben 30 milioni e mezzo di euro. A sorpresa, il primo cliente, quello che ha pagato di più, è proprio il partito: l’Udc e il suo ‘progenitore’, il Ccd, hanno sborsato complessivamente 3 milioni e 200 mila. Segue l’Enel con 3 milioni e 160 mila euro; Lottomatica con 3 milioni e 100 mila euro. Poi c’è il gruppo Finmeccanica che ha versato 2 milioni e 700 mila euro. In quinta posizione arriva finalmente una società privata: Grey Worldwide con due milioni di euro. Poi la Sogei, la società informatica del ministero delle Finanze, con 1 milione e 900 mila euro. E poi ancora: la società calabrese Intersiel con 1 milione e 600mila euro, Wind con un milione e 180 mila euro, Fincantieri con 700 mila euro. In coda c’è la Pianimpianti, la società nel mirino del pm di Catanzaro Luigi De Magistris, che ha pagato solo 370 mila euro.

Ma prima c’è un cliente privato ancora ignoto che ha versato ben 570 mila euro dall’ufficio postale di Collecchio, il paese dove ha sede la Parmalat.

Non sfuggono alcune considerazioni sulla natura dei clienti: l’Enel (tre milioni a partire dal 2003) è presieduta da Piero Gnudi, vicino all’Udc. Nel consiglio Finmeccanica (2,7 milioni) siede Franco Bonferroni, un vecchio democristiano amico di Cesa. Il presidente di Lottomatica (3,1 milioni) era Marco Staderini, un uomo dell’Udc, mentre la responsabile delle relazioni esterne della società era fino a poco tempo fa la ex moglie di Pier Ferdinando Casini, Roberta Lubich. Anche Sogei, Fincantieri e Wind sono società pubbliche o sottoposte all’influenza della politica e c’è da chiedersi che fine farebbe Global Media senza questi grandi clienti. Intanto la Procura di Catanzaro sta esaminando con attenzione anche l’elenco dei fornitori. A partire dalla Fidanzia Sistemi, una società pugliese che ha incassato 1 milione e 350 mila euro da Global e che poi ha finanziato (per un importo inferiore) la campagna elettorale di Cesa. C’è anche una società straniera alla quale sono andati 250 mila euro. La sede è Madeira.

di Peter Gomez e Marco Lillo

La loggia degli affari – “UDC = Unione Delinquenti & Corrotti”

Parlamentari, generali, industriali. Uniti per dominare gli appalti in Calabria e pesare a Bruxelles. Per il pm è una cupola. Che minaccia le istituzioni come la P2 (E Arrivano già i depistaggi)

La loggia degli affari

Ladro MascheratoNon ci sono elenchi, officine, rituali di affiliazione. Anche i cappucci e grembiulini fin qui scoperti dai carabinieri sono pochi. Dei figli delle vedove si percepisce solo l’odore, l’ombra indistinta. Si vedono invece, e bene, gli appalti pilotati, le nomine di favore, i fondi pubblici distratti in Calabria con sistematica continuità.

Per questo, quando il pm di Catanzaro Luigi De Magistris ha deciso di iscrive al registro degli indagati il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, e un folto gruppo di generali, industriali e parlamentari, ha avuto pochi dubbi: per tutti il reato contestato è violazione della Legge Anselmi, la norma varata dopo lo scandalo P2 che punisce la costituzione di associazioni segrete.

Secondo l’accusa non conta la formale iscrizione a un’obbedienza deviata, ma la volontà delle persone ora finite nel mirino della magistratura di condizionare le istituzioni e di turbare il corretto andamento della pubblica amministrazione. Così la cupola, o se preferite il presunto comitato d’affari, che per De Magistris da anni gestisce gare, soldi e nomine a Roma come a Catanzaro, grazie a coperture di massimo livello persino a Bruxelles, deve adesso fronteggiare quest’ipotesi di reato destinata a far discutere. Anche perché, mai prima d’ora, la Legge Anselmi era stata invocata contro chi non fa formalmente parte di un’organizzazione massonica.

All’orizzonte insomma si profila una dura battaglia.
Da una parte il pm e dall’altra tutti gli altri.

A partire dal deputato avvocato di Forza Italia, Giancarlo Pittelli, primo firmatario nella scorsa legislatura di una celebre proposta di modifica del codice di procedura penale che avrebbe di fatto reso impossibile qualsiasi indagine nei confronti della criminalità organizzata. Pittelli, in occasione di un accesso bancario sui suoi conti, ha già ricevuto un avviso di garanzia. Ma con lui e Cesa, secondo quanto ‘L’espresso’ è in grado di rivelare, sono sotto inchiesta pure il deputato Udc Pino Galati, il generale della Guardia di Finanza Walter Cretella, il consigliere di amministrazione di Finmeccanica ed ex deputato Dc, Franco Bonferroni.

Sono loro gli uomini della presunta cupola politico-affaristica della quale, secondo De Magistris, farebbero parte anche Fabio Schettini, già segretario del vicepresidente della Commissione europea, Franco Frattini; l’imprenditore legato alla compagnia delle Opere, Antonio Saladino, e l’ex consigliere Anas ed ex responsabile del Commissariato all’emergenza ambientale calabrese, Giovanbattista Papello. Ed è proprio partendo dagli 864 milioni di euro sperperati in Calabria negli ultimi dieci anni per costruire decine di depuratori e impianti per rifiuti poco funzionati o mai collaudati che il pm è arrivato ad ipotizzare l’esistenza di questa sorta di ‘superloggia segreta’ specializzata nel controllo del denaro che scende a pioggia sull’asse Bruxelles-Roma-Catanzaro.

Perché, si è chiesto De Magistris, nonostante i capitali spesi, il mare è così sporco da aver costretto la Regione a scusarsi pubblicamente con i turisti?

I carabinieri indagano e si convincono di trovarsi di fronte a una serie di gare truccate. Gli investigatori puntano l’indice contro il Commissariato per l’emergenza ambientale dove siede Papello, un ricchissimo manager iscritto ad Alleanza nazionale che in un armadio conserva un grembiulino, simbolo della sua iniziazione ai confratelli. Un testimone, titolare di un’impresa specializzata nella costruzione di depuratori, accusa: “Non mi hanno mai invitato alle gare e ho lavorato solo in sub-appalto perché sono fuori dal giro. Tutto ruota intorno ai rapporti tra imprenditori e politici. Quando si trattava di effettuare i conti con le società che mi affidavano i lavori mi facevano capire che avevano delle ‘altre spese’ ammontanti a circa il 4 per cento”. “Altre speseovvero tangenti che per il teste erano destinate ai politici che sponsorizzano le varie aziende.

I telefoni del Commissariato finiscono sotto controllo.

Bastano poche settimane e gli investigatori mettono nel mirino una grossa impresa del nord cara a Pino Galati, Udc, in quel momento sottosegretario alle Attività Produttive nel governo Berlusconi: la Pianimpianti di Milano che, assieme ad altri colossi del riciclaggio rifiuti, ha vinto un appalto da 220 milioni di euro. Il vicepresidente è l’ex parlamentare parmigiano Franco Bonferroni, un amico di Pier Ferdinando Casini e di Romano Prodi, che nel 1993 ha visto la propria carriera politica stroncata da una brutta storia di tangenti. A quell’epoca lui e l’attuale segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, ammisero, nell’ambito della stessa inchiesta, di aver incassato mazzette, ma dopo una condanna in primo grado, riuscirono a uscire puliti dal processo grazie a un cavillo procedurale. Bonferroni, il cui nome figurava in un elenco di massoni agli atti della commissione P2 (ma lui ha sempre smentito l’affiliazione), nella Pianimpianti è comunque solo il numero due. Il big boss è invece un giovane di Lamezia Terme, Roberto Mercuri, che per telefono parla spesso con Galati. Quando gli investigatori vanno a perquisire la società pensano quindi di fare un gran colpo. E invece niente. Le carte sono sparite. Una fuga di notizie ha compromesso il blitz. Solo per caso, i finanzieri scoprono 3,5 milioni di euro in contanti in una borsa nascosta dai familiari di Mercuri sotto i sedili di un treno diretto in Lussemburgo.

Sono tangenti?

La prova non c’è. Anche se Antonio Naso, un altro imprenditore escluso dalla torta calabrese, parla di un sistema che prevedeva mazzette oscillanti tra il 3 e il 7 per cento, mascherate con fatture inesistenti, in parte destinate alle segreterie nazionali dei partiti. Naso dice: “Le cordate sono due: quella facente capo all’allora ministro Gasparri di An, che aveva come referente Papello e quella che aveva come riferimento Schettini, legato all’allora ministro Frattini di Forza Italia. Mio cugino ha lavorato nel cosentino per un capannone della società di Schettini e Papello e mi ha riferito che non volevano pagarlo promettendogli commesse nel settore delle ‘acque'”.

Per gli investigatori è tutto vero. Il capannone esiste ed è controllato dalla Digitaleco, una società creata da Schettini, Papello e Cesa, solo per ottenere, secondo il pm, 5 milioni di euro di fondi dall’Ue senza poi assumere, come promesso, 40 dipendenti. Tra i tre soci l’unico ‘fratello’ è il responsabile del Commissariato per l’emergenza ambientale Papello, anche se Cesa nel 2004 aveva scelto come tesoriere per la propria campagna elettorale un massone siciliano. Il resto del racconto di Naso è poi confermato dal cugino. Davvero, sostiene, Papello tentò di ricompensarlo offrendogli la possibilità di ottenere dal Commissariato lavori da effettuare assieme a un altro importante imprenditore legato ad An. Oggi Digitaleco è ripartita grazie all’impegno del nuovo proprietario e rappresenta la prova che si può fare impresa anche in Calabria. Ma, all’epoca dei tre politici la produzione era ferma e la società rischiava il fallimento. Per questo entrano in azione gli ispettori dell’Olaf, l’antifrode della Ue.

Papello era già indagato per truffa e corruzione, quando l’Olaf gli contesta anche la frode comunitaria assieme ai soci Schettini e Cesa.

Lo stupore degli ispettori europei è però grande quando, da un computer di Cesa a Strasburgo, salta fuori l’intervista a un giornale tedesco in cui il loro stesso capo, Franz Hermann Bruner, il responsabile dell’Olaf appena riconfermato nell’incarico, lascia intendere che nella storia della Digitaleco non c’è niente di irregolare. Perché l’alto funzionario si è esposto in quel modo? Gli investigatori notano una coincidenza: Schettini e Cesa si erano spesi in favore di Bruner. E la loro sponsorizzazione pesava visto che Schettini di mestiere fa il segretario del vicepresidente della Commissione europea Frattini, mentre Cesa era membro della Commissione Ue che si occupava proprio dell’Olaf. Ma non basta. Per Bruner, secondo gli investigatori, si muove anche il portavoce dell’Olaf, un colonnello delle Fiamme Gialle, legatissimo al generale Cretella. Alla fine Bruner ce la fa e pure Cretella vola a Bruxelles, venendo nominato consigliere di Frattini.

Si tratta di nomine pilotate?

Lo stabiliranno i giudici. Anche se Cretella ha già registrato una vittoria sull’accusa: una perquisizione ordinata contro di lui nell’ambito dell’inchiesta sui depuratori è stata annullata dal tribunale del riesame.

Resta però una certezza. Dalle indagini su Papello e Schettini è partito un terzo troncone d’inchiesta che coinvolge la Why Not, una società di lavoro interinale aderente alla Compagnia delle Opere, che ora è diventata centrale nell’istruttoria sulla presunta Cupola segreta. La Why Not riceve commesse milionarie dalla Regione: occupa 500 persone e ne distacca ben 146 nelle segreterie di partito e negli assessorati. È la punta di diamante dell’impero di Antonio Saladino, un veterinario che si è messo a fare l’imprenditore invitando i giovani a farsi strada con il merito. Quando l’Arma lo perquisisce però ha due sorprese. La prima è una lettera indirizzata alla moglie del leader dei Ds calabresi, Nicola Adamo, in cui si parla di una misteriosa Gran Loggia di San Marino. La seconda è un elenco di persone da assumere con accanto il cognome degli sponsor: Loiero (governatore di centrosinistra), Abramo (candidato per la destra) e tanti altri.

Massoneria, affari, tangenti, generali. Ce la farà il pm a dimostrare il suo teorema?

L’impresa è ardua. L’onorevole Pittelli, un avvocato che assiste quasi tutti gli indagati, forte di alcune decisioni favorevoli dei giudici del riesame invoca il processo. Intanto i suoi colleghi di partito sparano raffiche di interrogazioni contro il pm: le hanno firmate cento parlamentari, un record. Ora però anche Pittelli (pure lui vicino alla massoneria in passato) è indagato. E dall’analisi dei suoi conti sono emersi versamenti per 100 mila euro a uno dei suoi clienti: Schettini, il segretario di Frattini. Il legale non disdegna l’attività imprenditoriale: nel 2006 ha creato un’immobiliare (in cui è socio al 25 per cento) con il figlio della compagna del procuratore di Catanzaro: Mariano Lombardi. Il capo di De Magistris convive serenamente con il socio del nemico numero uno del suo pm. Cose che succedono, in Calabria.

di Peter Gomez e Marco Lillo

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