Angolo del Gigio

Formigoni, secondo solo a Silvio Berlusconi!!

Tangentopoli non finisce mai. Sono più di mille gli indagati per vicende di corruzione a Milano. Storia di Roberto Formigoni e della Regione Lombardia, periodicamente scossa dagli scandali. Senza fine

di Gianni Barbacetto

Si apre la tenda, si svela Formigoni!?!

Tangentopoli è finita? Il sistema della corruzione politica appartiene ormai al passato? Basta considerare la cronaca delle massime istituzioni politiche con sede a Milano – il Comune, ma soprattutto la Regione Lombardia – per essere costretti a rispondere decisamente di no. Nella patria di Mani Pulite, a quasi dieci anni dall’inizio delle inchieste giudiziarie che avrebbero potuto cambiare in maniera duratura lo stile dei rapporti tra politica e affari in Italia, la corruzione continua come prima. Anzi, con in più una spudoratezza prima sconosciuta: invece di dimettersi, gli accusati oggi si dichiarano prigionieri politici.

 

In questo momento sono più di mille (!) gli indagati per vicende di corruzione dalla procura della Repubblica di Milano: ma questo non fa più notizia. Eppure ciò avviene in un contesto in cui è già scoccato il cortocircuito politica-appalti-inefficienza: basti pensare all’incredibile blocco dell’aeroporto internazionale della Malpensa, retto da un manager come Giorgio Fossa, che sotto gli occhi di tutta Europa è andato in tilt a Natale per una piccola nevicata.

 

La nuova Tangentopoli silenziosa e invisibile, dunque, ha un migliaio di imputati a Milano e hinterland, decine di municipi perquisiti, quintali di documenti sequestrati, oltre 30 miliardi di tangenti già recuperate. Le inchieste più clamorose, quelle che sono riuscite a “bucare” la soglia dell’indifferenza di direttori e capiredattori, spesso inutilmente assillati da cronisti sensibili e precisi, sono quelle che riguardano l’ex presidente del Consiglio comunale di Milano, Massimo De Carolis, di Forza Italia, accusato di aver offerto a un’impresa informazioni riservate sulla gara d’appalto per il depuratore Milano Sud, in cambio della promessa di un compenso di 200 milioni; e quella che nell’ottobre 1998 ha portato all’arresto di Giovanni Terzi, architetto e consigliere comunale di Forza Italia, presidente della Commissione urbanistica del Comune di Milano, per tangenti pagate per un affare immobiliare a Bresso, cittadina alle porte di Milano. La sera dell’arresto di Terzi, due autorevoli esponenti di Forza Italia, Ombretta Colli e Tiziana Maiolo, si sono precipitate al carcere di Opera, a portare solidarietà all’arrestato. “E’ la solita criminalizzazione di un partito politico”, dichiarò Maiolo all’uscita, “il fattore scatenante per l’arresto di Terzi è stata la sua appartenza a Forza Italia”.

Le altre decine di indagini e processi oggi in corso per corruzione riguardano invece una schiera di funzionari del Comune di Milano, centinaia di amministratori dell’hinterland (di questi, quasi 400 erano impegnati nei Comuni a sud-est della metropoli, quasi tutti governati da giunte “rosse”); e poi politici e funzionari della Regione Lombardia. Proprio in quest’ultima istituzione si sono concentrati, negli ultimi mesi, i fatti più clamorosi: un’indagine giudiziaria aperta nei confronti del presidente Roberto Formigoni, con l’imputazione di abuso d’ufficio, per la gestione della fondazione Bussolera-Branca, che controlla un capitale di 168 miliardi; l’arresto di un assessore (Milena Bertani), di alcuni alti funzionari e del presidente della più importante commissione regionale (Gianluca Massimo Guarischi); il rinvio a giudizio di un altro assessore (Giancarlo Abelli). Lo stesso presidente della Regione, Roberto Formigoni, era già stato raggiunto in precedenza da un altro avviso di garanzia, per la gestione di una discarica. Per infinitamente meno, fino a qualche tempo fa, si facevano le valige e si toglieva il disturbo (così fu costretto a fare, per esempio, Ciriaco De Mita e lo stesso Bettino Craxi uscì dalla scena politica ben prima di ottenere un condanna).

Altri tempi, altra epoca geologica, anche se erano solo pochi anni fa. Nel resto d’Europa (la Germania di Kohl, la Francia dell’ex ministro Strauss-Kahn) le dimissioni (politiche, non giudiziarie) sarebbero normali. Non da noi, dove, con tutto quello che sta accadendo dentro il governo della Regione più ricca d’Italia, la corruzione non fa notizia e nemmeno l’opposizione si arrischia a chiederle fino in fondo, con forza. Ormai pulizia e trasparenza sono evidentemente un optional e la soglia dell’indignazione si è alzata più di quella del comune senso del pudore.

Il Sistema Guarischi

Roberto Formigoni – l’uomo che aspira a diventare il successore di Silvio Berlusconi, per portare a compimento la democristianizzazione di Forza Italia – è stato rieletto presidente della Regione Lombardia alle scorse regionali del 16 aprile 2000 con il 62,4 per cento dei voti. Un trionfo. Ha funzionato bene la grande macchina acchiappavoti di Comunione e liberazione-Compagnia delle opere e ha dato buoni risultati il patto stretto tra Berlusconi e Umberto Bossi. I leghisti, che fino a qualche mese prima delle elezioni erano i più duri oppositori del potere formigoniano e non perdevano occasione per convocare conferenze stampa per denunciarne i presunti “abusi”, hanno dimenticato in un attimo i loro attacchi e si sono stretti attorno all’ex avversario.

In cambio, hanno ottenuto un Formigoni “governatore” regionale, fautore dell’autonomia lombarda, che si fa fotografare in mezzo agli altri due “governatori” del Nord, il veneto Giancarlo Galan e il piemontese Enzo Ghigo, con i quali (pur con significative resistenze di Ghigo) ha avviato la riscossa delle regioni nordiste (e poliste) contro lo Stato centralista, romano (e ulivista). Dopo la rielezione, in un giorno dalle reminiscenze patriottiche, il 24 maggio – ironia della sorte – Formigoni ha chiesto alla sua squadra di pronunciare un “solenne giuramento”, rivolto “alla Lombardia e al suo popolo”. Questa volta il Piave non ha mormorato, in compenso hanno gioito i leghisti, appena conquistati alla maggioranza. Quel giuramento è un atto simbolico quasi secessionista, ha protestato qualcuno. Ma il “governatore” è andato avanti, senza curarsi troppo del galateo istituzionale.

Non erano passati neppure quattro mesi dall’inedito giuramento, e sulla nuova giunta del “governatore” si è abbattuto il primo scandalo: il 22 settembre 2000 viene arrestato Gianluca Massimo Guarischi, coordinatore provinciale di Forza Italia e presidente della commissione Bilancio della Regione. Finisce in carcere insieme ad altre otto persone, alti funzionari (come Mario Catania, vicecommissario per l’Emergenza) o imprenditori. Tre mesi dopo, il 13 dicembre 2000, è arrestata anche Milena Bertani, del Ccd, assessore prima ai Lavori pubblici e poi al Bilancio, privata della libertà insieme a Mario Giovanni Sfondrini, direttore generale del settore Opere pubbliche della Regione Lombardia. Bertani – diploma da geometra, ex segretaria della andreottiana Ombretta Fumagalli Carulli e poi esponente di rilievo del Ccd di Pierferdinando Casini – era stata scelta per il delicatissimo ruolo di assessore ai Lavori pubblici direttamente da Formigoni. Quanto a Guarischi, Formigoni da anni lo andava sostenendo, anche a dispetto della sua fama. Per esempio, lo aveva imposto come commissario straordinario dell’Ipab (un ricco ente assistenziale milanese) anche quando Guarischi era stato vistosamente messo da parte dal sindaco di Milano, Gabriele Albertini, ed escluso dalla gestione degli enti pubblici.

Aveva dovuto sopportare non poche ironie, il povero Guarischi, raccontato dai giornali come un ragazzetto con la faccia da soap-opera, messo in politica dal padre (un costruttore a suo tempo arrestato per corruzione) per garantire continuità, dopo Mani pulite, alle aziende di famiglia. Il bel Massimo era noto al pubblico più che altro per aver condotto un programma in una tv di Berlusconi e per essere stato fidanzato della modella Celeste. Ma alla fine ha dimostrato di avere la stoffa del politico di razza e del manager di successo: ha infatti saputo costruire e mantenere, dopo i guai tangentizi paterni, un nuovo comitato d’affari, un sistema di corruzione complesso e articolato.

Secondo la ricostruzione dell’accusa (coordinata dai sostituti procuratori Fabio Napoleone e Claudio Gittardi, i più attivi e silenziosi dei magistrati alle prese con la nuova Tangentopoli lombarda), Guarischi, con la complicità di Bertani, faceva i miliardi sui disastri (degli altri): frane, alluvioni, smottamenti. Il suo sistema di relazioni e di procedure imponeva che a vincere gli appalti regionali per la ricostruzione fossero le aziende di famiglia: Guarischi politico affidava i lavori a Guarischi imprenditore. Poi truffava sui materiali: piazzava tiranti più corti del dovuto, impiantava nel terreno meno pali e di diametro più piccolo (“Sui pali abbiamo fregato un trenta per cento”, dice uno dei complici, intercettato dai magistrati ). Tutta la compagnia – politici, funzionari, amministratori, imprenditori – è accusata “di aver ridotto la Regione a una specie di mercatino”, sintetizzano a Palazzo di giustizia.

Le imputazioni ufficiali sono corruzione, frode allo Stato, associazione a delinquere: il gruppo, secondo l’accusa, aveva messo in piedi un sistema per truccare tutte le gare e controllare tutti gli appalti pubblici dei lavori regionali, dalla costruzione degli argini del torrente Seveso al ripristino delle sponde del Naviglio, dalla sistemazione delle frane in Valbondione al ristrutturazione dei torrenti in Val Tidone, fino al consolidamento dell’Adda. Guarischi nega tutto. Dichiara che tra gli imprenditori c’era soltanto un “gentlemen agreement”.

In realtà, l’intervento illecito di pubblici funzionari per ottenere vantaggi era diventato per Guarischi un metodo consolidato, una consuetudine assodata. Tanto che la sua famiglia vi ricorreva, scrive il giudice per le indagini preliminari Alessandro Rossato, “anche per le più banali necessità”. Come l’iscrizione della moglie di Guarischi, Stefania Luraschi, all’Albo degli architetti: “Si può affermare”, scrive Rossato, “che il segretario della Bertani, Paolini, sia intervenuto per favorire la moglie del Guarischi, affinché questa superasse l’esame d’iscrizione all’albo. l’episodio delinea la personalità di Guarischi, sempre teso a cercare ogni tipo di favore, in questo caso per la moglie, che recentemente, anche grazie al titolo professionale conseguito in modo illecito, è stata assunta presso la Regione Lombardia”.

Formigoni non si era accorto di niente? Perché proteggeva Guarischi, perfino contro il sindaco Albertini? Appena scoppiato lo scandalo, si è dichiarato “addolorato”. E non per la corruzione che covava nei suoi uffici, ma “per un arresto che va assolutamente al di là di quanto la legge prescrive”. Quando poi è arrivata l’alluvione che in ottobre ha battuto la Lombardia, il “governatore” perde un’occasione per stare zitto: “Avete visto? Le opere sotto inchiesta hanno resistito, dunque sono fatte a regola d’arte”. Il giorno dopo, una delle opere incautamente evocate da Formigoni (l’argine di Crotta d’Adda) crolla.

Alla seconda tornata dello scandalo, nel dicembre 2000, quando sono tratti in arresto Milena Bertani e Giovanni Sfondrini, Formigoni reagisce rincarando le dosi contro i magistrati: “E’ un atto d’intimidazione. Sproporzionato, anzi del tutto ingiustificato in base alla legge vigente”. Formigoni porta dunque tutta intera la responsabilità politica di aver scelto e sostenuto Bertani e Guarischi. Quanto a dirette responsabilità penali, il suo nome, a quanto è dato sapere finora, è entrato nelle carte dell’inchiesta soltanto per una citazione che Guarischi ha fatto al telefono (intercettato), parlando con il superfunzionario Sfondrini: è necessario spartire la torta di un appalto con un terzo commensale, l’ex deputato dc Antonio Cancian, perché “è amico di Formigoni”, ordina Guarischi. “Dagli una roba da poco: accontendando il professore, io e te con Formigoni siamo a posto”

Tutti contro la Procura di Mialno, e oggi li ringrazieranno?!?

 

Le Opere della Compagnia

Qualche giornale ha tirato in ballo, a proposito degli appalti sulle sciagure, anche un ex assessore regionale, Donato Giordano, socialista poi passato a Forza Italia, dipinto come uno che di affari se ne intende. Giordano, un tempo potente e ora emarginato, ha reagito immediatamente, spiegando così la situazione attuale in Regione: “Dietro a Guarischi c’è la Compagnia delle Opere, c’è l’assessore comunale Sergio Scalpelli, ex Pci, che si muove come una quinta colonna dentro Forza Italia. E c’è Formigoni… Io sono stato messo da parte proprio perché mi contrapponevo al loro gruppo…”.

La lobby di Comunione e liberazione, attiva attraverso il braccio secolare della Compagnia delle Opere e forte di una corrente che, partito nel partito, ha conquistato gran parte del potere dentro Forza Italia in Lombardia: è questa la mente del nuovo sistema che regola gran parte dei rapporti tra politica e affari in Regione. Una lobby trasversale, che ha cooptato al proprio interno anche gli eredi dei “miglioristi”, i nipotini dei comunisti filo-craxiani egemoni a Milano fino ai primi anni Novanta: Sergio Scalpelli, appunto, oggi assessore al Comune, ma in uscita dalla squadra di Albertini; Massimo Ferlini, ex assessore di Tangentopoli passato dal Pci alla presidenza della Compagnia delle Opere di Milano; Lodovico Festa, ex direttore del Moderno (giornale del Pci “migliorista” finanziato da Salvatore Ligresti, da Silvio Berlusconi e dal costruttore della Torno Angelo Simmontacchi), oggi braccio destro di Giuliano Ferrara al Foglio.

La Regione Lombardia è una grande dispensatrice di miliardi. La sola spesa sanitaria è lievitata, sotto la gestione Formigoni, di 4 mila miliardi di lire, fino a raggiungere nel 1999 la quota record di 19 mila miliardi (più di un terzo entrata nelle casse delle cliniche e dei laboratori privati). Sulle forniture sanitarie è aperta un’altra inchiesta per appalti pilotati. Poi vi sono i servizi d’assistenza (un’altra bella fetta del budget regionale), in cui è attiva una miriade di cooperative legate a Comunione e liberazione. Formigoni, assistito dal suo braccio destro Nicola Sanese, diventato ormai (benché privo di alcun mandato elettivo) una sorta di “vicegovernatore” regionale, ha dilatato di molto anche l’apparato di comunicazione della Regione, che in cinque anni è passato a costare da 5 a 17 miliardi. Ha ingaggiato come consulenti personaggi interni a Cl (come Robi Ronza, una delle menti del Meeting di Rimini) o esterni (dall’ex ambasciatore Boris Biancheri all’ex rettore dell’università di Bologna Fabio Roversi Monaco, massone). Le spese regionali sono così cresciute fino a generare un disavanzo di 1.400 miliardi, altro record di Formigoni.

Privatizzare, imperativo categorico del “governatore”, si traduce spesso nell’apportare discreti introiti alle casse degli amici di Cl e della Compagnia delle Opere, molto bravi a farsi trovare proprio al posto giusto al momento giusto: imprenditori della sanità o dell’assistenza privata, ma anche del turismo, del settore fieristico, della comunicazione. Vi è a Milano una specie di monumento visibile alla comunicazione di marca ciellina: i caselli di Porta Venezia, in ristrutturazione; i grandi pannelli pubblicitari che li ricoprono (ottimo investimento) sono gestiti da Chiara e Associati, agenzia del gruppo Santa Chiara, il club ciellino animato da Marco Palmisano.

I grandi affari urbanistici sono un’altra partita in cui si agitano interessi pesanti. Su questi, i Comuni conservano competenze determinanti (a Milano, sulla poltrona di assessore all’Urbanistica siede comunque un amico di Formigoni, Maurizio Lupi, anch’egli di Cl). Ma la Regione non rinuncia neanche in questo campo alle proprie prerogative: ultimo esempio, la miracolosa trasformazione in aree edificabili di un pezzo di Parco Sud, cinque milioni di metri quadri alle porte di Milano, destinati a passare dal verde al cemento grazie a una decisione della giunta Formigoni presa alla chetichella, il 4 agosto 2000, approfittando della generale distrazione estiva.

 

Storie nere e rifiuti d’oro


C’è un caso in cui Formigoni è stato chiamato direttamente in causa per accertare eventuali responsabilità penali, anche prima della vicenda che riguarda la fondazione Bussolera-Branca. Il 14 luglio 2000, mentre l’operosa Lombardia si preparava alla chiusura per ferie, un avviso di garanzia è piovuto direttamente sulla testa del “governatore”. La reazione di Formigoni, reduce dalla vittoria elettorale del maggio precedente, è stata durissima: “l’attacco contro di me è tutto e solo politico. è il vergognoso colpo di coda di un sistema politico-giudiziario agonizzante, un tentativo estremo del giustizialismo comunista e centralista”. Sembra di sentire Berlusconi e Bossi insieme. I reati contestati riguardano la più sporca, la più interminabile, la più intricata delle faccende politico-affaristiche degli ultimi anni in Lombardia: la gestione della discarica di Cerro Maggiore.

Questa è una maxi-pattumiera che ha raccolto per anni i rifiuti di Milano, città europea ancor oggi senza un sistema moderno di smaltimento dei rifiuti e ancora senza un depuratore delle acque. La vicenda offrirebbe a uno sceneggiatore tutti gli elementi per costruire un grande film noir: miasmi e spazzatura a cielo aperto, intrighi affaristici, mistero sui reali proprietari dell’impianto, valzer di prestanome, politici compiacenti, un fiume di soldi, bilanci falsificati, conti in Svizzera, un misterioso suicidio. Luigi Ciapparelli, manager comasco, morì nel suo ufficio all’interno della discarica il 13 febbraio 1997, per un colpo di pistola alla nuca sparato da alcuni centimetri di distanza. Si portò nella tomba i segreti dell’affare di cui era socio.

La super-pattumiera di Cerro ha attraversato le stagioni, anche quelle di Mani pulite: fu al centro di una delle prime inchieste del pool milanese, conclusa con la condanna definitiva di Paolo Berlusconi per una tangente di 150 milioni versati nel 1992 al tesoriere della Dc Gianstefano Frigerio (oggi Forza Italia). Poi Berlusconi finse di uscire dalla Simec, la società che gestiva la discarica, vendendone alcune quote al ragionier Ciapparelli, ma in realtà restò, almeno fino al 1996, il vero controllore dell’impresa e il reale interlocutore della Regione.

Nel 1995 scoppiò in Lombardia la cosiddetta “emergenza rifiuti”: non si sapeva dove mettere tutta la spazzatura prodotta da Milano e provincia. Formigoni la indirizzò a Cerro, che invece avrebbe dovuto chiudere, e si impegnò a pagare a Berlusconi 300 milioni al giorno per altri due anni: come un titolo di Borsa, infatti, il pattume da gettare in discarica aveva più che triplicato le sue quotazioni grazie alla sbandierata “emergenza rifiuti”, schizzando da 30 a 108 lire al chilo. Nel 1996, dope l’ennesima protesta degli abitanti di Cerro, la discarica fu comunque chiusa. Ma solo nel 1999 ci fu un accordo per bonificarla. Il compito spettava ai proprietari, Berlusconi e soci, che in cinque anni d’attività avevano realizzato, secondo un rapporto della Guardia di finanza, “ricavi effettivi per almeno 240 miliardi”: più che una discarica, una miniera d’oro. Invece Formigoni permise alla proprietà di usare per la bonifica i miliardi della fideiussione versata alla Regione. Forse l’avviso di garanzia è stato spedito a Formigoni proprio per questo uso improprio delle fideiussioni.

Ma nel corso delle indagini, secondo quanto ha scritto il quotidiano Repubblica, è emerso anche un appunto scritto a mano, il verbale di una riunione tenutasi a Milano 2 alla presenza di Paolo Berlusconi e degli altri soci della Simec. Se è stato decifrato bene dai magistrati che indagano, il foglietto parla della costituzione, attraverso false fatture, di fondi neri all’estero per oltre 10 miliardi, preparati per pagare in nero nuove discariche e tangenti ai politici. Sul foglietto sono indicate anche alcune cifre (“500 milioni”, “200 milioni”…) con accanto nomi o abbreviazioni (“Form”, “Pozzi”…). Chi sono “Form” e “Pozzi”? Hanno davvero ricevuto quei soldi? Giovanni Butti, l’imprenditore comasco che ha scritto quel foglietto, tace. Luigi Ciapparelli, il ragioniere che ha gestito una parte di quei soldi, ha finito la sua carriera con un colpo di pistola alla testa.

Un Pozzi, di nome Giorgio, esponente di Forza Italia ed ex assessore regionale ai Trasporti, è indagato per tutt’altra faccenda: la trasformazione di terreni agricoli nei pressi di Lacchiarella, a sud di Milano, in preziose aree dove impiantare l’Interporto, la stazione d’incontro e scambio dei trasporti merce su camion e su rotaia. Erano terreni agricoli, marcite, risaie, campi sorvolati dai corvi (valore: 8 mila lire al metro quadrato) nei pressi di Lacchiarella, a sud di Milano, diventati preziose aree (valore: 20 mila lire al metro quadrato) su cui la Regione ha deciso di impiantare – non si sa perché e non si sa perché proprio lì – il più grande Interporto del Nord Italia. Chi ci ha guadagnato – facendo nel momento giusto incetta di aree agricole – sono i soliti noti, gli immobiliaristi Salvatore Ligresti, Antonio D’Adamo.

 

 

I magistrati vorrebbero sapere anche come è arrivato un finanziamento regionale di 2 miliardi e mezzo alla Ims, il consorzio pubblico-privato che dovrebbe realizzare l’Interporto e in cui sono rappresentati le Ferrovie, gli imprenditori privati, la Lega delle cooperative rosse.

Il dottore che faceva i regali


C’è un’altra storiaccia che coinvolge Formigoni e i suoi uomini. è la vicenda che ha avuto per protagonista il dottor Giuseppe Poggi Longostrevi, il medico milanese che nel settembre 2000 si è tolto la vita. Era imputato per aver convinto centinaia e centinaia di medici, nell’europea Milano, a mandare i pazienti nelle sue cliniche e nei suoi laboratori, con conseguente aumento del fatturato, a spese della Regione: perché l’Italia è uno strano Paese che ha privatizzato la sanità – ma solo nel senso che a guadagnare sono i privati, mentre a pagare è la Regione, con soldi pubblici.

Il dottor Poggi Longostrevi, che nel suo genere era un genio, aveva però escogitato un sistema più sofisticato: non si limitava a far mandare i pazienti presso le sue strutture sanitarie, ma aveva convinto i medici di base a inviarglieli con ricette che prescrivevano esami inutili, o non rimborsabili, o più complicati e costosi del necessario, o comunque non eseguiti. Così un fiume di soldi, uscito dalle casse delle Regione, affluiva nelle sue tasche. Nessuno si lamentava: i pazienti erano contenti di fare esami a raffica; i medici erano felici di ricevere 70 mila lire a ricetta, più qualche regalino (dalla cravatta al servizio di porcellana di Capodimonte); le aziende di Longostrevi erano entusiaste di lavorare a pieno ritmo, sottraendo al sistema sanitario nazionale 700 milioni al mese, per molti anni. l’unica a pagare, alla fine, era la Regione. Cioè tutti. Cioè nessuno.

Ma possibile che in Regione non ci fosse neppure un politico, neppure un funzionario che si fosse accorto della truffa? Uno, a dir la verità, se n’era accorto: Giuseppe Santagati, manager della Ussl 39 di Milano, che fece scoppiare il caso. Controllando i conti, si era accorto che qualcosa non quadrava. Fece un’inchiesta interna, si accertò delle irregolarità, infine le denunciò alla procura della Repubblica. Risultato: fu licenziato. Premiato con una poltrona da assessore, invece, fu un buon amico di Poggi Longostrevi, Giancarlo Abelli, politico pavese e manager della sanità lombarda. Un uomo con una lunga storia alle spalle. Ancor prima di Mani pulite, quando era democristiano, Abelli fu arrestato e processato. Assolto, tornò alla politica. Esperto di sanità, con un grande know-how in materia, fu chiamato da Formigoni come consigliere, proprio per la sanità.

Ma Abelli era anche amico e consulente di Poggi Longostrevi, che lo ebbe gradito ospite sul suo elicottero. Non sapeva niente, Abelli, della grande truffa che il suo amico medico stava attuando? In che cosa consisteva la sua “consulenza”? E a che titolo aveva ricevuto dei soldi (almeno 70 milioni non dichiarati) dall’imprenditore delle ricette d’oro? In un altro Paese europeo lo avrebbero comunque cacciato: Abelli o era complice o, peggio, non si era accorto di ciò che accadeva sotto il suo naso, dunque era stupido e incapace. Ma in Italia no: Formigoni se lo è tenuto vicino come superconsulente della sanità e, nel maggio 2000, lo ha chiamato a fare l’assessore alle Politiche sociali (la Sanità era già saldamente nelle mani di Carlo Borsani, An, un altro che da anni sta in quel posto e non si accorge di niente).

Abelli (passato intanto a Forza Italia), insieme a tutti gli altri assessori della nuova giunta formigoniana, il 24 maggio 2000 presta il suo “giuramento alla Lombardia e al suo popolo”. Un grande ritorno alla politica. Peccato che uno scherzo del destino gli rovini la festa: proprio quel giorno, gli viene recapitato un rinvio a giudizio. Per aver ricevuto quei 70 milioni da Poggi Longostrevi, che, prima di morire, li aveva spiegati così: “Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto”. E poi aveva aggiunto: “Alcuni sono stati costretti alle dimissioni solo per un sospetto, altri sono stati premiati con la nomina ad assessore”.

Regione corrotta, nazione infetta

Dunque, una folla di politici, funzionari, imprenditori è indagata a Milano e in Lombardia per vicende di corruzione. Centinaia di amministratori pubblici sono sotto processo per corruzione in campo urbanistico. Una quarantina di persone è stata arrestata per mazzette versate da imprese di pulizia e da aziende fornitrici di mense scolastiche. è sotto indagine la joint-venture per gestire 33 aeroporti argentini siglata dalla Sea (la società che gestisce gli aeroporti milanesi, quella che, sotto la guida di Fossa, a Natale non ha saputo resistere a dieci centimetri di neve). In questa vicenda, fra l’altro, è coinvolto anche Massimo De Carolis, che secondo l’accusa si è dato da fare per oliare l’affare, compenso promesso: mezzo miliardo).

E poi c’è la Sanitopoli lombarda: quella vecchia, in cui il braccio destro di Formigoni per la sanità, Giancarlo Abelli, aveva rapporti piuttosto intensi con Giuseppe Poggi Longostrevi, ma anche quella nuova, con sotto accusa (per ora) un terzetto di manager della sanità di nomina politica (Vito Corrao del Fatebenefratelli, Pietro Caltagirone di Niguarda, Antonio Mobilia della Asl Milano) che erano in combutta con un fornitore, l’imprenditore Franco Maggiorelli, ricco di ottime entrature politiche (aveva buoni rapporti con l’assessore comunale ai Trasporti Norberto Achille di Forza Italia, con l’assessore regionale alla Sanità Carlo Borsani di An, con il capogruppo regionale di Forza Italia Fabio Minoli). Abelli ricompare anche qui: i magistrati lo accusano di aver anticipato a Maggiorelli le nomine dei manager e di avergli offerto i contatti giusti. Ma che importa: tutto ciò non impedisce a De Carolis di aspettare da Berlusconi una candidatura (sembra per il Senato) alle prossime elezioni; ad Abelli di aspirare a cumulare l’assessorato all’Assistenza con quello alla Sanità, realizzando una concentrazione di potere nel campo sanitario-assistenziale mai vista prima; e a Formigoni, responsabile politico delle azioni di Abelli come di quelle di Guarischi (di De Carolis no: appartiene a una cordata concorrente) di restare l’acclamato “governatore” della Regione, aspirante successore del lider maximo Berlusconi.

Chissà se è vero, come va dicendo qualcuno del suo ambiente, che tutte queste brutte vicende lo hanno fatto un po’ disamorare della politica lombarda, da cui fugge appena può con frequenti viaggi all’estero, in Iraq, in Brasile, in Cile… Certo è che ha comunque conservato il piglio decisionista: i suoi stessi assessori devono sottostare al suo controllo, o a quello del suo “vicegovernatore” Sanese; e il Consiglio regionale deve accettare di essere trasformato in un’assemblea senza poteri e con ben scarse possibilità di controllo su ciò che viene deciso dal presidente e dai suoi fedelissimi (in cambio, ai consiglieri hanno offerto più soldi: 63 milioni all’anno per un nuovo portaborse e 2 milioni in più di stipendio, che già si aggira sui 15 milioni al mese).

Intanto la secessione Formigoni l’ha già fatta. Non quella con le bandiere e gli squilli di tromba, ma quella reale, sostanziale, che realizza in Lombardia sistemi di governo in contrasto con quelli nazionali: nella sanità, nell’urbanistica, nella scuola. Il sistema sanitario lombardo, che ha trasformato le Asl in aziende che pagano le prestazioni e i servizi di ospedali pubblici e (in maniera crescente) di cliniche e laboratori privati, è diverso e in contrasto con il sistema sanitario nazionale. I criteri di calcolo degli standard urbanistici (le aree che devono restare a verde e servizi) decisi da Formigoni sono troppo flessibili e in contrasto con le leggi nazionali, tanto che per due volte la legge urbanistica regionale è stata bocciata dal governo. Sulla scuola, poi, Formigoni ha realizzato il suo capolavoro: ha fatto passare in Consiglio una legge formalmente accettabile (buoni-scuola per tutti gli studenti, per tutte le spese, in proporzione al reddito famigliare), ma poi l’ha ingessata con un regolamento attuativo che di fatto realizza un finanziamento esclusivo alle scuole private, e anche per famiglie con redditi alti.

Il Pirellone sede della Regione Lombardia, quel grattacielo disegnato da Gio Ponti che resta oggi uno dei pochissimi elementi che contrassegnano lo skyline di Milano, è dunque oggi battuto da nuovi venti: quelli della strana rivolta di Formigoni contro Roma; quelli della politica, a suo modo “centralista”, del “governatore” (la Regione decide tutto, anche contro i Comuni). E soprattutto quelli di una serie di infortuni giudiziari come mai prima, nemmeno negli anni d’oro di Tangentopoli.

 

Micromega, gennaio 2001

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3 commenti »

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