Angolo del Gigio

DOSSIER SU PIAZZA FONTANA

DOSSIER SU PIAZZA FONTANA


a cura di LoCas


La fine del ’69 era stata caratterizzata dall’autunno caldo, e le piazze erano ancora fresche di manifestazioni e slogan di tute blu, quando il 12 dicembre avviene l’irreparabile: quella data segnerà l’inizio di un’epoca buia (felicemente ribattezzata notte della repubblica) che ancora oggi non sembra essere del tutto finita. Da allora l’Italia sarà scossa da 9 stragi, 3 tentativi di golpe (scoperti), una gravissima cospirazione politica (quella della P2), quindici anni di omicidi politici firmati da rossi e neri, l’abbattimento di un aereo di linea senza motivo (il DC9 Itavia nel 1980) e un’escalation vertiginosa di delitti mafiosi.

1. I primi giorni: anarchici mostri e suicidi

Il 12 dicembre 1969 scoppiano tre bombe: due a Roma, una a Milano. Quelle di Roma feriscono varie persone, ma non uccidono, quella di Piazza Fontana a Milano farà 16 vittime. Dopo due ore comincia la prima pista. La polizia ha trovato i colpevoli: gli anarchici, quelli del circolo 22 marzo, e in particolare il giovane ballerino Valpreda e il ferroviere Pinelli. Quest’ultimo viene tartassato, probabilmente picchiato, lasciato senza poter dormire per varie notti, interrogato continuamente, tenuto a digiuno, finché non muore la notte fra 15 e 16 dicembre, precipitando dalla finestra del quarto piano della questura di Milano. L’estrema sinistra accuserà di omicidio il commissario Calabresi per anni. Calabresi sarà ucciso a sua volta nel ’72. Nel ’97 sono stati definitivamente condannati per l’omicidio Calabresi i leader di Lotta Continua dell’epoca, che si professano innocenti. Per l’omicidio di Pinelli nessun colpevole.

2. Primo punto: le altre bombe esplose nel ’69, chi le ha messe?

Sulla strage, che sarà solo la prima di una lunga e terribile serie, le indagini si sono succedute negli anni, da parte non solo della magistratura (che ha dato vita essa stessa a numerosi tronconi), ma anche da parte di giornalisti e gruppi politici. Nessuna delle piste che si possono seguire prescinde da una serie di fatti precedenti gli attentati del 12 dicembre, e in particolare le bombe scoppiate durante il 1969: il 25 aprile allo stand della Fiat alla Fiera di Milano e in altre città d’Italia (subito attribuite agli anarchici) e l’8-9 agosto su otto treni (12 feriti). Inoltre il 18 aprile il gruppo padovano nero capeggiato da Franco Freda aveva organizzato una riunione a Padova con “un personaggio venuto da Roma” . In questa riunione, lo ha scoperto la magistratura, si sono preparati gli attentati alla Fiera di Milano e ai treni. Lo stesso gruppo Freda aveva organizzato nel gennaio del ’69 gli attentati al rettore padovano Opocher e al questore Bonanno. Dei fatti del 25 aprile e dell’agosto sono stati accusati invece gli anarchici, e in particolare gli stessi Valpreda e Pinelli sono più volte stati sentiti dalla questura di Milano per la loro attività politica.

3. Secondo punto: qualcuno già sapeva

Panorama nel luglio ’69 aveva parlato di colpi di stato fascisti in preparazione. Nell’autunno ’69 il giornale “The observer” entra in possesso di un rapporto dei servizi segreti greci in Italia al primo ministro greco, Giorgio Papadopulos, in cui si parla delle attività di un informatore del servizio, un italiano, indicato come signor P.. Questo agente senza nome starebbe cercando di convincere settori “dell’esercito e della Gendarmeria” italiani a un'”azione” proposta da Papadopulos. Si dice chiaramente che “le azioni la cui realizzazione era prevista per epoca anteriore non hanno potuto essere realizzate prima del 20 aprile. La modifica dei nostri piani è stata necessaria per il fatto che un contrattempo ha reso difficile l’accesso al padiglione FIAT. Le due azioni hanno avuto un notevole effetto”.

Inoltre vengono nominati “il signor Turchi” (“uno dei nostri amici”, è un dirigente del MSI dell’epoca) e i giornali Il Tempo e Il Giornale d’Italia. L’Observer il 7 dicembre pubblicò il rapporto.

Vittorio Ambrosini, avvocato milanese amico di Almirante, scrisse il 14 dicembre al ministro dell’interno Franco Restivo e al deputato comunista Achille Stuani dicendo di essere a conoscenza dei retroscena della strage di piazza Fontana: fece il nome di Ordine Nuovo e disse che gli attentatori andavano cercati nel gruppo di dissidenti usciti dal MSI che andarono in licenza premio in Grecia. Nel luglio ’70 Ambrosini davanti ai magistrati ritratta tutto. Nel ’71, incontrandosi con Stuani, conferma le sue conoscenze. Nel settembre ’71 viene ricoverato in ospedale per un sospetto infarto. Il 21 ottobre si lancia dal settimo piano della clinica e muore.

L’unica testimonianza contro Valpreda (il mostro, secondo la stampa di ogni colore) è quella di Cornelio Rolandi, tassista, che lo riconosce in foto. Nel giugno ’70 Rolandi viene ricoverato. Un anno dopo morirà nella sua vasca da bagno, ma intanto aveva deposto a futura memoria (con un procedimento irregolare) all’epoca del ricovero ospedaliero .

Nel settembre ’70 moriranno in uno strano incidente stradale 2 giovani anarchici testimoni della difesa (erano stati avvertiti telefonicamente di non affrontare un viaggio) .

Anche Evelino Loi un sardo che si è in quegli anni buttato nelle mani degli studenti del movimento e poi della manovalanza fascista, aveva il 5 dicembre avvertito la polizia del pericolo imminente di attentati terroristici a Roma, poi dirà di non volere fare la stessa fine di Calzolari.

Calzolari era il cassiere del Fronte Nazionale, un’organizzazione neofascista guidata e fondata dal principe Junio Valerio Borghese, il quale aveva minacciato i camerati di rivelare segreti sulla strage. Scomparve la notte di Natale del ’69 e il suo cadavere fu ritrovato il 28 gennaio 1970 in un pozzo profondo meno di 2 metri, insieme al corpo del suo cane.

4. Terzo punto: chi doveva informare, perché non lo fece?

Il 16 dicembre 1969 il SID redasse un rapporto nel quale si attribuiscono gli attentati a Delle Chaie e Merlino, per farne ricadere le responsabilità su altri movimenti, e a Yves Guerin-Serac, direttore dell’agenzia Ager Interpress (o Aginter Press) di Lisbona, nota per i suoi collegamenti con il neofascismo internazionale Questo rapporto fu consegnato ai magistrati solo dopo insistenti richieste del pubblico ministero Emilio Alessandrini (che condusse l’istruttoria contro i fascisti insieme a Gerardo D’Ambrosio ); dopo che per anni il SID disse di non aver mai indagato sulla strage. Giannettini, lo rivelerà Andreotti nel 1974, era un agente del SID. Possibile che il SID non sapesse niente? Ed è pensabile che, se, come dice Ventura, Giannettini voleva solo avere informazioni, non avesse “fiutato” quello che stava per accadere?

5. La vera storia della scissione di Ordine Nuovo

Il 29 giugno del ’69 morì Michelini, il capo incontrastato del MSI fino ad allora. Da tempo si discuteva, all’interno del partito, sulla nomina del successore. Pare che abbia giocato fortemente a favore della nomina di Almirante (oltre all’indubbio carisma che l’ex repubblichino suscitava nei “camerati” della base) l’appoggio del senatore Gastone Nencioni . Comunque Almirante dà una “smossa” al partito, che in pochi mesi acquista molta più “visibilità” esterna, ma molti lati oscuri all’interno. Il 5 settembre inizia a Rieti, per iniziativa del neosegretario, un corso di aggiornamento del MSI per dirigenti giovanili. Tengono le lezioni praticamente tutti i dirigenti storici del MSI (da Caradonna a Franco Franchi, da Anderson a Valensise). Tra i temi c’è “rovesciare l’attuale classe dirigente italiana, incapace di garantire la sicurezza nazionale, la pace sociale e il progresso civile” . Importantissima è la data del 15 novembre 1969. Quel giorno Ordine Nuovo (nella persona di Rauti e dei suoi fidi) torna nel Movimento Sociale Italiano (lo annuncia ufficialmente Il Secolo d’Italia). Meno di un mese dopo (il 12 dicembre) scoppiano le bombe. E’ una pura coincidenza? Oppure Rauti e i suoi hanno fatto molto bene i loro calcoli (magari con Almirante al corrente di tutto)? I principali dirigenti che rientrano sono: Rauti, Maceratini, Romano Coltellacci e Paolo Andriani. Restano in Ordine Nuovo (anche se il nome cambia in Movimento Politico Ordine Nuovo, MPON) Clemente Graziani, Besutti, Massagrande, Mazzeo, Francia. Rimane in piedi anche la struttura giovanile, il Fronte d’Azione studentesca (FAS). Scriverà nel ’75 la procura della repubblica di Roma che ha indagato e accusato il Movimento Politico Ordine Nuovo (che verrà sciolto per legge): Con l’avvento alla segreteria del MSI dell’onorevole Almirante, la politica di questo partito subisce una svolta radicale. Il MSI fino allora era vissuto in uno stato di conflitto interno tra coloro che, propugnando una politica di destra conservatrice, sterilmente nostalgica, non disdegnavano un inserimento pieno nel sistema e altri che, invece, ripercorrendo lo sviluppo storico del fascismo se ne ritenevano i logici prosecutori, puntando ad un ribaltamento totale del sistema in nome dell’idea corporativa. L’onorevole Almirante riuscì a realizzare la fusione tra queste due anime Come insegna Piero Ignazi nei suoi studi, la distinzione che la procura ha qui fatto tra le due anime del MSI è sicuramente approssimativa: non ci sono fascisti corporativisti da una parte e conservatori “sterilmente nostalgici” dall’altra. C’è una corrente, quella di cui Almirante è il leader, che si ispira alla repubblica sociale (non all’idea corporativa), e ce n’è un’altra che era al potere prima dell’avvento di Almirante, che si ispirava al fascismo-regime. Almirante realizza certamente la fusione tra queste due anime, ma realizza anche la fusione con la terza anima, quella rautiana, ordinovista e estremista che più dovrebbe interessare a coloro che indagavano su Ordine Nuovo. Daniele Barbieri (Agenda Nera) riporta il testo di un documento riservato degli oppositori della linea del rientro. Si intitola Lettera aperta ai dirigenti e ai militanti di Ordine Nuovo. Ne riportiamo l’inizio : Camerati, ora che l’operazione del rientro di alcuni dirigenti nazionali e provinciali di “Ordine Nuovo” nel MSI è un fatto compiuto, noi che abbiamo avversato questa iniziativa sentiamo la necessità e il dovere di fare conoscere a tutti la nostra posizione e il nostro programma di azione futura […]. Passiamo all’esame della crisi che inopinatamente e improvvisamente ha colpito i quadri dirigenti di Ordine Nuovo. […] Quasi come ultima possibilità di azione e di salvezza la necessità di porre Ordine Nuovo sotto l’ombrello protettivo del MSI […]. [Quelli che sono rientrati dicono che] il MSI garantirebbe una copertura efficace a tutta la nostra azione, evitandoci di essere investiti per primi dalla “terapia” preventiva già annunziata dal Ministero degli Interni […]. Ci siamo sentiti rispondere da Rauti […] che non è affatto vero che Ordine Nuovo verrebbe sciolto entrando nel Movimento sociale; l’organizzazione manterrebbe la sua compattezza e la sua libertà d’azione anche all’interno del partito, mentre all’esterno rimarrebbero comunque aperti dei circoli di Ordine Nuovo per dare ospitalità a chi non intenderebbe rientrare nel MSI […]. La proposta di Rauti era questa: formare immediatamente un esecutivo di Ordine Nuovo composto, praticamente, da dirigenti che rientravano nel MSI e da dirigenti che, invece, continuavano l’azione all’esterno. Tutta la linea di Ordine Nuovo nel suo complesso – cioè sia quella riguardante l’attività nel MSI, sia quella al di fuori del partito – sarebbe stata programmata di comune accordo dai componenti del nuovo esecutivo […]. Questa proposta che nella riunione del 21 novembre scorso, presenti i dirigenti di Roma, Messina, Catanzaro, Mantova e Bergamo era stata accettata e doveva essere comunicata a tutti i responsabili dei centri di Ordine Nuovo in modo chiaro, anche se ovviamente riservato […]” E’ chiaro che questo documento dimostra l’inconsistenza della scissione. Ordine Nuovo rimane la stessa organizzazione, solo che è posta al riparo dalle inchieste giudiziarie e giornalistiche sotto l’ombrello protettivo del MSI. D’altra parte i dirigenti (i componenti del nuovo esecutivo) potranno decidere anche della politica del MSI. Sul fatto se Almirante fosse o meno al corrente della manovra di Rauti, illuminante è il fatto che ai rautiani rientrati vengono immediatamente assegnati incarichi di rilievo all’interno del MSI : Rauti ha la direzione del settore Iniziative sociali e di pubblica opinione.

6. L’inchiesta ufficiale

L’inchiesta ufficiale si basa su alcuni assunti. I colpevoli sono gli anarchici del 22 Marzo. Il movente è la violenza anarchica e il colpevole è Valpreda, tra i più esagitati, per giunta ballerino e omosessuale. Tra gli attivisti del gruppo 22 Marzo c’è una presenza palesemente inquietante: un neofascista come Mario Merlino, fino a pochi mesi prima militante del MSI come di Avanguardia Nazionale, un ragazzo che ha passato le sue ultime vacanze in Germania o (nella Pasqua ’68) in Grecia per salutare i colonnelli insieme a decine di militanti di estrema destra in “viaggio studio”. Per gli inquirenti (e per i giornali) la presenza di Merlino è semplicemente una prova della follia della strage: i colpevoli sono i “nazimaoisti”, gli “anarcofascisti”. Non è invece, la presenza di Merlino, che ancora nel ’97 tiene convegni della destra radicale a Roma e insegna filosofia, un indizio per indagare a fondo?

7. L’inchiesta di Milano: Pino Rauti, fortemente sospetto

La procura di Milano, grazie anche alla collaborazione del giudice triestino Stiz, incomincia nel ’71 a lavorare finalmente alla pista nera. Facilmente si arriva a indagare sul gruppo padovano di Ordine Nuovo che fa capo a Freda e Ventura, e poi, con più difficoltà, si arriva alle responsabilità di Pino Rauti, per il quale viene richiesta l’autorizzazione a procedere, e infine di Guido Giannettini, l’oscuro “agente Zeta” del SID amico di Rauti di cui si è già parlato. L’inchiesta entra palesemente in contrasto con quella, ancora in corso, contro gli anarchici e Mario Merlino, svolta parallelamente a Roma. D’Ambrosio parte dai dati forniti già in precedenza dal giudice di Treviso Stiz, il quale ha indagato nel ’70 sul gruppo padovano di Ordine Nuovo, capeggiato da Franco Freda, ideologo nazimaoista e editore insieme al suo caro amico Giovanni Ventura.

Pino Rauti dopo il rientro nel MSI, si fa eleggere parlamentare nel ’72, e in questo modo costringe i magistrati a richiedere l’autorizzazione a procedere per indagarlo e processarlo.
I sospetti sull’implicazione di Rauti nella strage sono tanti.

Il primo, e più evidente, è che se le bombe le ha messe Ordine Nuovo, Pino Rauti che ne è il leader fondatore, qualcosa ne deve sapere.

Il secondo è dato dalle testimonianze. Prima della “confessione” di Ventura, il “personaggio venuto da Roma” per organizzare gli attenatati del 25 aprile e dell’8-9 agosto era stato identificato (attraverso la testimonianza di Marco Pozzan) in Pino Rauti.

Il terzo fondamentale sospetto deriva da un altro documento “segreto” che fu pubblicato all’epoca una settimana prima della strage di Piazza Fontana dall’Observer e da numerosi giornali italiani (L’Unità, Paese Sera e L’Espresso) e che si trova in appendice a La Strage di Stato. All’epoca si parlò proprio di Rauti come del probabile “signor P”. In effetti nel rapporto l’agente greco riferiva che “il sig. P. ha promesso di presentarmi a taluni redattori di sua conoscenza”, poco dopo aver parlato del Tempo, di cui Rauti era redattore all’epoca. Inoltre in quell’anno Rauti andò in Grecia e l’anno prima aveva organizzato un viaggio-studio nella Grecia dei colonnelli per militanti di Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e Europa Civiltà.

Per quanto riguarda Freda e Ventura, la magistratura milanese arrivò a un passo dall’incastrarli. Freda aveva acquistato 4 valigie dello stesso tipo di quelle usate per le bombe di Milano il 10 dicembre, e Ventura confessò tutti gli attentati precedenti: quello al padiglione Fiat della Fiera di Milano del 25 aprile ’69 e quelli ai treni dell’agosto.

L’inchiesta venne però tolta alla procura milanese dalla Cassazione, che trasferì il processo a Catanzaro, per problemi di “ordine pubblico”.

A Catanzaro Freda e Ventura vennero condannati in primo grado, Rauti prosciolto in istruttoria (dopo che si era fatto eleggere nel ’72 deputato per il MSI). Nei successivi gradi tutti i fascisti furono assolti, e alla fine degli anni ’80 anche Freda potè uscire di galera (nonostante la condanna per gli attentati precedenti).

8. Controinchiesta, la Nuova Sinistra si mobilita

A metà del ’70 esce un libro che vende subito migliaia e migliaia di copie. Si intitola La strage di Stato ed è edito dalla casa editrice Samonà e Savelli. Lo scopo di quella che è definita già nel titolo una controinchiesta è quello di dimostrare che la strage del 12 dicembre ’69 non è stata compiuta dagli anarchici del 22 Marzo, ma dai fascisti. E, prima anche dei magistrati, il libro parla diffusamente di Delle Chiaie, di Pino Rauti, della rete di rapporti tra Movimento Sociale, Servizi Segreti, destra democristiana, ordinovisti e grandi industriali. La controinchiesta viene condotta da un gruppo di militanti della sinistra extraparlamentare, i quali, dal 13 dicembre ’69 al 13 maggio ’70, lavorarono con entusiasmo e con rigore per ottenere questo grande risultato. A tutt’oggi, questo libro, pur non contenendo prove di colpevolezza per nessuno, parla chiaro a tutti i lettori: i colpevoli sono dentro lo stato, sono i fascisti protetti dall’autorità politica e giudiziaria.

9. Un’altra controinchiesta?

Un’altra inchiesta non ufficiale fu condotta in quegli anni da Antonio Bellavita (il direttore) e dai redattori di controinformazione, una rivista politicamente vicina alle BR . I risultati di questa inchiesta, che avrebbe attinto da materiali prelevati in sedi del MSI e dei Centri di Resistenza Democratica, sono stati tenuti nascosti, sia dalle BR, che le custodirono segretamente e, pare, neanche li lessero, sia dalle autorità, che dopo aver rinvenuto le carte, non le pubblicarono, eccetto la parte su Pinelli, che scagionava il Commissario Calabresi. L’inchiesta in questione concluse (pare) che gli attentatori materiali della strage di piazza Fontana furono proprio gli anarchici del 22 Marzo, aizzati e usati da Mario Merlino, mandatario dei fascisti Freda e Ventura (fornitori dell’esplosivo) e Delle Chiaie (organizzatore). Di questa seconda controinchiesta, peraltro importante perché ci sarebbero riferimenti anche a Giannettini e Rauti come responsabili, le BR non parlarono mai (probabilmente per il fatto che indica gli anarchici come colpevoli). Solo recentemente, nel 1991, il giudice Salvini ne ha saputo qualcosa dall’ex brigatista pentito Michele Galati.

10. Piazza Fontana: poche verità dopo 28 anni.

Nel 1997 sono passati ventotto anni dalla prima vera “strage di stato” della repubblica. A tutt’oggi nessuno è stato condannato con giudizio finale come autore, progettatore o complice nella strage. Tutte le inchieste, giudiziarie e giornalistiche, svolte in anni e anni di paziente lavoro, sono rimaste inchiostro su carta. O meglio: la verità forse non è così lontana. E’ scritta sui libri di storia, e ormai la sanno anche i bambini. Gli autori della strage sono neofascisti e servizi segreti (italiani e/o stranieri) variamente assortiti. Ma la verità giudiziaria non si può ancora ottenere per le forti protezioni di cui ancora oggi gode lo Stato Parallelo. Il giudice Salvini di Milano negli ultimi anni ha cercato di riprendere in mano il caso, e ha interrogato persone nuove e vecchie, ha arrestato personaggi e ricostruito alcuni episodi. Ad esempio grazie ad alcune testimonianze sarebbe accertato che il Valpreda riconosciuto dal tassista Rolandi sarebbe un neofascista (imprecisato) sosia dell’anarchico, appositamente predisposto per la montatura. A parte questo e altri episodi abbastanza marginali, sembra che neanche stavolta si arrivi però a una vera accusa precisa ai leader del partito della strage. La conclusione è che molti personaggi a tutt’oggi fra i più sospetti sono ormai morti o (ancora peggio) già assolti dalla Cassazione, e perciò non più giudicabili per lo stesso reato. Così è per Delle Chiaie e Merlino, Freda e Ventura, Rauti e Giannettini.
Molti di questi personaggi non hanno smesso di operare nel fronte della destra eversiva: Delle Chiaie dirige movimenti e giornali, Freda fa l’editore neonazista, Merlino tiene conferenze Rauti è segretario del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, dopo essere stato per un anno anche leader del MSI (nel ’90-’91).

Inoltre i giudici stessi che indagano su questa strage si stanno ultimamente intralciando fra loro. L’altr’anno ci fu infatti un serrato dibattito tra Salvini e Casson (lo scopritore di Gladio) sull’uso di agenti dei servizi segreti. E’ più recente la polemica sempre tra Salvini e il collega milanese Gerardo D’Ambrosio (già PM della prima inchiesta su Piazza Fontana a Milano). Per la memoria delle vittime delle stragi e per la memoria storica di un paese che ancora non sa che cosa è realmente accaduto su molti episodi fondamentali della propria vita, mi auguro che, finito il tempo delle polemiche, arrivi quello della VERITA’.

Fonte : http://web.tiscali.it/locas/pfont1.htm 

Fonti : http://web.tiscali.it/locas/fonti.htm 

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