Angolo del Gigio

Dalla P2 a Forza Italia (La Vergogna Berlusconi)

Dalla P2 a Forza Italia

FORZA ITALIA - FORZA P2 (VERGOGNA)

Giusto lo scorso 8 settembre, sessantesimo anniversario della firma dell’armistizio, e all’indomani delle affermazioni del premier Silvio Berlusconi sulla “diversità antropologica” dei giudici italiani, Oscar Luigi Scalfaro si è lasciato andare sulle pagine dei maggiori quotidiani nazionali a paragoni gravissimi e molto espliciti che hanno chiamato in causa l’attuale governo: “Ci sono dei tarli che stanno erodendo la Costituzione e la storia d’Italia. Attenzione ai primi sintomi. Non facciamo finta di non vedere. Anche Mussolini andò al potere nel rispetto dello Statuto Albertino…”. Senza voler essere altrettanto audaci nel trovare analogie così lontane, quello che in nessun modo può sfuggire all’evidenza è la somiglianza, netta, decisa e inequivocabile, la continuità negli intenti, tra il partito-azienda istituito da Berlusconi all’indomani dello scandalo di Tangentopoli, il suo programma e la sua condotta di governo e il piano di quello che ancora oggi costituisce uno dei più fitti misteri del sottobosco politico dell’Italia della Prima Repubblica, vale a dire la Loggia P2. Lo dice la biografia stessa del Cavalier Berlusconi, che si fece strada come imprenditore, prima come costruttore, poi come editore, finendo per occuparsi infine pressochè di tutto, proprio nel periodo di massima espansione della Loggia massonica di Licio Gelli, cui infine risultò iscritto; lo dicono i suoi fitti rapporti col mondo politico ai tempi di Craxi, di Andreotti, di Forlani (il cosiddetto CAF); lo dice infine un attento confronto tra il programma stilato a suo tempo da Gelli e quello di Forza Italia. Ed è tutto ciò che andiamo ad analizzare.

1. LA LOGGIA P2

La P2 (dove P sta per propaganda) era una loggia massonica segreta, che sviluppò i suoi gangli nella società e nel mondo politico italiano a partire dal 1975 e, ufficialmente, fino al 1981, quando, per la precisione il 4 luglio, la polizia rinvenne una valigetta in possesso della figlia di Licio Gelli (il capo della P2) all’aeroporto di Fiumicino, contenente programma politico e memorandum della loggia, facendo istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta. Lo scandalo portò alla crisi del governo Forlani, nelle cui stesse fila risultarono presenti due ministro pidduisti: Enrico Manca, che era al Commercio Estero, e Adolfo Sarti di Grazia e Giustizia. In sostanza, la loggia costruita da Gelli si proponeva come una vera e propria alternativa statale, un vero potere occulto a vocazione affaristica, che dichiarava in maniera esplicita di voler effettuare una stretta in senso autoritario e oligarchico in seno alle istituzioni, attraverso la corruzione e il condizionamento di politici, sindacati, giornalisti, magistrati, puntando all’infiltrazione occulta della longa manus della P2 in ogni settore della vita politica e sociale dello Stato. Infiltrazione nei partiti, dunque, e controllo dei media: erano questi i due imperativi. Il Memorandum accluso al programma trovato in possesso della Gelli spiega molto bene il contesto storico e politico che portò alla nascita di questo movimento: una profonda crisi economica, con il boom del 1986 ancora molto lontano da venire, dovuta secondo i piduisti ad un eccesso di pretese salariali, dallo scarso rendimento sul lavoro (e qui risulta già evidente la lotta contro i sindacalismi e ogni forma di garantismo); ad un crisi morale profonda derivante dal fatto che l’Italia non sarebbe stata ancora una nazione pronta ad essere elevata a livello delle democrazie nordeuropee come invece si pretendeva, e che ebbe le sue drammatiche rappresentazioni nelle contestazioni del 1977, nella strategia del terrore propugnata dai gruppuscoli extraparlamentari di destra e di sinistra, le stragi, il rapimento e la morte di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, le spinte sindacaliste; allo stesso tempo causa ed effetto di tutto ciò naturalmente, una forte crisi del sistema politico stesso, caratterizzato da una forte instabilità, dalla perdita della capacità della Democrazia Cristiana di rappresentare una fetta finora importantissima di popolazione. Questo contesto sociale faceva temere ai massoni piduisti che una crescita esponenziale del Pci, unico partito in questa fase capace di interpretare i cambiamenti in vista, avrebbe portato l’Italia, geograficamente situata in una zona delicatissima, di confine tra l’Ovest atlanticizzato e l’est sovietico, alla deriva verso l’instaurazione di un regime comunista. Il rimedio è quindi, secondo il memorandum, costituito nel breve nel raccoglimento sotto lo stesso scopo comune di tutte le forze conservatrici moderate al fine di contenere l’emorragia di voti che dissanguava la Dc (ed è esattamente ciò che si verificò negli anni del pentapartito con Psi, Psdi, Dc, Pri e Pli), nel medio periodo lavorare alla “rifondazione e il ringiovanimento” del partito democristiano, con l’epurazione “dell’80% della dirigenza” fino addirittura all’ipotesi di “acquistare” il partito, attraverso il sistema di tesseramento; nel lungo perido si puntava all’instaurazione di un regime bipolaristico (con due differenti schieramenti, nessuno dei quali su posizioni estremiste, proprio come adesso). Si trattava dunque di un vero e proprio “piano concreto di ripresa” delle istituzioni, come viene chiamato nel testo, imperniato soprattutto sulla ristrutturazione della Dc, tradotta anche in una serie di nuove scelte politiche e di programma di governo. Quelle della P2. Al termine dei suoi lavori, la Commissione Parlamentare di inchiesta stabilirà che la Loggia P2 “si è posta come motivo di inquinamento della vita nazionale mirando ad alterare in modo spesso determinante il corretto funzionamento delle istituzioni secondo un progetto che mirava allo snervamento della democrazia. Tale organizzazione, per le connivenze stabilite in ogni direzione e ad ogni livello, e per le attività poste in essere, ha costituito motivo di pericolo per la compiuta realizzazione del sistema democratico”. La Loggia P2 verrà dichiarata sciolta a norma di legge. Il venerabile maestro Licio Gelli verrà inquistito dalla magistratura per reati gravissimi, tutti legati alle attività della Loggia: l’omicidio del giornalista Pecorelli, concorso in bancarotta per il crack del Banco Ambrosiano, come mandante dell’omicidio del banchiere Roberto Calvi, per la costituzione di capitali all’estero, per cospirazione politica, spionaggio, interesse privato in atti d’ufficio, rivelazione di segreti di Stato, finanziamento di gruppi armati a scopo eversivi, associazione sovversiva con finalità di strage, depistaggio di indagini, calunnia, millantato credito, associazione a delinquere e truffa aggravata. In totale, tra il 1992 e il 1994, sarà condannato a scontare 35 anni di detenzione.

2. L’ASCESA DI BERLUSCONI SOTTO IL SEGNO DELLA P2

L’ascesa di Silvio Berlusconi nel mondo dell’imprenditoria comincia nel 1962 e avviene per anni nell’ombra della lobby creata dagli appartenenti alla Loggia. Ne 1977 addirittura la loggia P2, celata ma ormai ben annidiata nella destra della Democrazia cristiana, arrivò a manifestare “pubblico affetto” a Silvio Berlusconi tramite il presidente della Repubblica Giovanni Leone (amico personale di Gelli), che lo fregiò del titolo di “Cavaliere del lavoro” insieme a Gianni Agnelli, a soli 40 anni e nonostante Berlusconi si fosse sempre dichiarato estraneo alle proprietà delle società presso le quali orbitava. Questa collusione di intenti culminò infine nel 1978 con l’affiliazione dello stesso Berlusconi agli elenchi della loggia. L’appoggio che il Cavaliere otteneva dalla P2 non era certamente spassionato, ma aveva dietro una strategia ben precisa: il giovane e rampante imprenditore era stato infatti indivuato da Gelli e compagni (anzi fratelli) come l’uomo che avrebbe fatto al caso loro per la realizzazione di molti punti fondanti del “Piano di Rinascita”. E questo connubio durò di lì in avanti per molto tempo, e paradossalmente, potremmo dire, non si è ancora mai spezzato. Nel 1962, dunque, Berlusconi entra nel campo dell’edilizia: tramite alcune società chiamate Edilnord, che cambieranno più di una volta denominazione sociale, managers, prestanome, e che godevano di misteriosi finanziamenti svizzeri, Berlusconi si occupava di comprare terreni, procurare licenze edilizie e rivendere gli appartamenti edificati. Ma a partire dalla seconda metà degli anni settanta il mercato edilizio entrò in crisi e Berlusconi rischiò il fallimento. A salvarlo fu Ferruccio De Lorenzo, che per l’Enpam (Ente Nazionale Previdenza e Assistenza Medici), di cui era presidente sotto il governo Andreotti, iniziò ad acquistare a prezzi ipermaggiorati gli stabili berlusconiani. Mai era successo prima di allora che l’Enpam acquistasse immobili da un privato (si trattò inizialmente di due alberghi nel milanese), eppure da lì in poi si sviluppò un vero e proprio sodalizio massonico e affaristico che durò fini agli anni novanta e che fruttò a Berlusconi benefici immensi ed uno sbocco commerciale e finanziario provvidenziale. Non era certo un caso che Ferruccio De Lorenzo, ex parlamentare Pli, fosse iscritto alla loggia P2. Mino Pecorelli, scomodo giornalista dell’agenza Op, ex piduista “pentito”, tre mesi prima di essere assassinato (marzo 1979) scriveva a proposito: “Silvio Berlusconi, noto costruttore milanese, è uscito dalle difficoltà finanziarie che lo angustiavano a causa dell’equo canone. […] Per fortuna sua Carmelo Conte, un palermitano dalle mille maniglie, gli ha fatto vendere all’Ordine dei medici appartamenti di Milano2 per 33 miliardi”. Berlusconi, con le sue società e sorretto da anonime fiduciarie e dai finanziamenti del maggiore istituto di credito italiano, la Banca Nazionale del Lavoro, e dal Monte dei Paschi di Siena, che a partire dal 1978 erano ormai saldamente sotto il controllo di dirigenti affiliati alla P2, aveva intanto potuto realizzare la costruzione di diversi centri residenziali, vere e proprie città satelliti, tra cui le più importanti erano Brugherio, con la quale era iniziata l’avventura berlusconiana, la Milano 2 citata da Pecorelli, e Milano 3, in fase di realizzazione. Milano 2, soprattutto, completata nel 1979, fu al centro di uno scandalo dalle grosse proporzioni: Berlusconi, preoccupato dalla svalutazione economica causata dall’inquinamento acustico del nuovo centro, che sorgeva sulla rotta degli aerei in partenza dal vicino aeroporto di Linate, riuscì a convincere praticamente da solo, e con l’appoggio del parlamentare Dc Egidio Carenini (piduista) l’Aviazione Civile a cambiare le rotte aeree a scapito di altri otto comuni del milanese, che si videro invasi dagli aerei. Inoltre, Alitalia, Air France e Klm denunciarono l’assoluta pericolosità delle nuove rotte per le operazioni di decollo e atterraggio. Voci che rimasero inascoltate, o comunque prive di forza di fronte alle carte in mano a Berlusconi: d’altra parte, il Cavaliere godeva nell’affare di tutta la benevolenza della loggia segreta, già ben introdotta nei gangli della Dc e del Partito Socialista, il più forte per tradizione a Milano: tant’è che il progetto andava a nozze con uno dei punti inseriti nel “Piano di rinascita democratica” riguardanti il piano edilizio, ovvero quello che prevedeva una legge che imponesse alle Regioni il ricorso al sistema dei comprensori obbligatori sul modello svedese: esattamente ciò da cui traeva l’esempio la cittadella-comprensorio di Milano 2, per la costruzione della quale Berlusconi si era anche recato in Svezia personalmente.

UN PAGLIACCIOLa longa manus della P2 nei programmi doveva arrivare a toccare anche alcuni dei maggiori quotidiani nazionali, e anche in questo campo Berlusconi fu in prima fila in quegli anni. Tutto avviene nel 1977, quando Berlusconi diventa azionista (prima di minoranza, poi di maggioranza) del “Giornale Nuovo” quotidiano fondato da Montanelli in contrapposizione alla gestione sinistroide del Corriere della Sera di Piero Ottone. Quella del neo-Cavaliere non fu certo una mossa imprenditoriale, dal momento che si trattò di un acquisto molto oneroso e che il Giornale si mantenne costantemente in deficit, ma strettamente politico (contrastare l’avanzata del Pci). Nello stesso anno, la P2 entra in possesso anche del controllo del Corriere tramite l’affiliazione di Angelo Rizzoli, editore, e di Bruno Tassan Din, direttore generale della testata e parlamentare Dc, e forti mutamenti nel consiglio di amministrazione. Ottone si dimise, e al suo posto proprio Berlusconi si mosse per far insediare Franco Di Bella, che a sua volta entrò a far parte della P2. Così, mentre da un lato Berlusconi dichiarava di voler mettere a disposizione della destra Dc il Giornale, che infatti iniziò ad ospitare firme di numerosi piduisti, tra cui Antonio Martino, dall’altra apparirono sul Corriere lunghi articoli a sua firma, e nonostante ufficialmente il Cavaliere non occupasse ruoli all’interno del Corriere aldilà di quello di opinionista, il Cavaliere, intervistato da Giorgio Bocca per “Repubblica” il 17 maggio 1979, ne parlò come fosse l’editore (“Ai dirigenti attuali piace soprattutto premere l’acceleratore. Anche a me piace, ma ho l’avvertenza di tenermi al fianco alcuni frenatori”). Nel frattempo, era il 16 marzo del 1978, le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro, fautore dell’accordo di maggioranza della Dc col Partito Comunista e per questo politicamente inviso a Berlusconi e alla P2. Ebbene, il “Giornale Nuovo” e il “Corriere della Sera” furono i maggiori sostenitori della linea della fermezza durante i due mesi del rapimento: lo Stato non doveva, assolutamente, trattare coi terroristi (non si è mai potuto appurare che tipo di rapporti ci possano essere stati tra i brigatisti e i piduisti infiltrati agli Interni), anche al prezzo della vita di un deputato: scelta che può avere le sue ragioni, ma la morte di Moro favorì senz’altro le strategie politiche di Gelli e compagni, segnando la fine della politica di solidarietà nazionale, sancita poche settimane dopo da una pagina del Corriere che delineava i nuovi scenari politici italiani (nuova politica edilizia, allontanamento del Pci, più forza all’ala Dc anticomunista): le firme di Berlusconi e De Carolis (destra Dc, piduista), più un’intervista a Bettino Craxi, che era espressamente citato nel Piano come possibile referente della P2 e che non a caso, di lì a poco, si espresse per una revisione in senso presidenzialista della Costituzione.

Il Burattinaio “7-Stagioni”Ma il passo più importante di quel periodo, naturalmente, fu per Berlusconi la fondazione della Fininvest, e anche questa avvenne sotto lo stesso benevolente segno. Una prima Fininvest srl nacque nel 1975, poi assorbita dalla Fininvest Roma srl costituita nel 1978 da due fiduciarie della Bnl, Servizio Italia e Saf. Ora, mentre, come già messo in evidenza, la Banca Nazionale del Lavoro era tra gli istituti di credito italiani il pù esposto all’influenza della loggia, che contava su ben nove infiltrati tra i suoi massimi dirigenti, la Servizio Italia venne alla cronache perché presente in tutte le vicende del bancarottiere mafioso e piduista Michela Sindona, perché presidente e segretario (Ferrari e Graziadei) erano iscritti alla P2, perché tramite Servizio Italia operavano Rizzoli e Tassan Din, perché la stessa loggia P2 si avvalse di essa per una miliardaria operazione speculativa con la Savoia Assicurazioni. E il pieno controllo del sistema bancario (previsto naturalmente nel Piano) sarebbe dovuto passare anche per l’insediamento di Berlusconi, tra il 1978 e il 1979, ai vertici della Cariplo, ma purtroppo questa volta l’obiettivo svanì: troppo pochi piduisti coinvolti nell’ambiente, anche se l’affare fu soltanto rimandato, se è vero che nel 1993, prima dell’insediamento di Franco Tatò ai vertici di una Fininvest in deficit e commissionariata, la Cariplo risultò essere la maggiore creditrice (senza grandi garanzie) del gruppo del Biscione.

3. DALLO SCANDALO P2 A FORZA ITALIA

Già sul finire degli anni settanta inizia l’ascesa nel settore delle televisioni private, di cui Silvio Berlusconi riuscì ad imporre il proprio monopolio anche grazie al sostegno occulto della P2. Il Piano di Rinascita della loggia segreta prevedeva l’istituzione di un coordinamento delle Tv private locale “da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del paese” ed è proprio la situazione che si andò costituendo col gruppo Fininvest. A scapito, naturalmente, della televisione pubblica, la Rai, penalizzata per tutti gli anni 80, fino alla legge Mammì, dai vari esecutivi che si sono succeduti. Si era cominciato nel 1976, quando per la prima volta la Corte Costituzionale si era pronunciata per l’autorizzazione delle trasmissioni private in ambito locale. Berlusconi, che trasmetteva con Telemilano a Milano 2, si attrezzò per espandersi in tutta la Lombardia, dando subito alla sua emittente un taglio da destra Dc. Nel 1980 la Fininvest originò una serie di società televisivo, tra cui Rete Italia e soprattutto Publitalia 80, tramite la quale Berlusconi poteva provvedere in proprio alla raccolta di pubblicità (e questa fu una mossa decisiva per la crescita del suo impero televisivo, perché mise le altre tv private in condizioni di dipendenza dal Cavaliere); sempre sul finire del 1980 Telemilano divenne Canale5, e da qui in poi cominciò l’escalation: contravvenendo alla legislazione vigente in materia tv, e di fatto alla sentenza della Corte Costituzionale, Canale5 iniziò proprio a “coordinare”, come diceva il Piano, le varie emittenti private regionali più deboli, arrivando a fornirle di cassette preregistrate, con inseriti già anche gli inserti pubblicitari, in modo da trasmettere in contemporanea su tutto il territorio nazionale i propri programmi e i proprio spot. Un palese aggiramento delle leggi, avallato però tanto dal primo governo Cossiga (un amico personale di Gelli) del 1979, con due ministri (Stamati, Commercio Estero, e Sarti, alla Difesa) e tre sottosegretari piduisti, quanto dal Cossiga bis (tre ministri e cinque sottosegretari infiltrati) e dal governo Forlani (tre ministri, cinque sottosegretari, il capo di gabinetto della presidenza del Consiglio, Semprini) formati in rapida successione nel 1980. E sempre in quell’anno Berlusconi andò all’attacco del monopolio Rai “in nome della libertà d’antenna” proprio secondo i dettami del Piano, grazie anche all’appoggio dei suoi giornali. Lo scontro si gioca sull’acquisto dei diritti di trasmissione del Mundialito di calcio, cui la Rai rinuncia considerandoli troppo onerosi. Canale5 allora insorgerà rivendicando il suo diritto a trasmettere le gare del torneo, che si disputa in un paese, l’Uruguay, martoriato da una feroce dittatura militare con la quale Gelli in persona intratteneva affari finanziari (tra cui, pare, anche l’organizzazione del torneo): la questione si risolse con un grosso successo di immagine per la tv privata.

IL BIDONE Il 20 maggio del 1981 scoppia fragoroso il caso P2, con il ritrovamento del Piano di Rinascita con allegato memorandum e dell’elenco degli affiliati. In cui c’è anche Silvio Berlusconi, che minimizzerà la cosa dicendo di aver solamente fatto un favore all’amico giornalista Gervaso che voleva scrivere sul Corriere della Sera piduista e che per questo cercava personalità prestigiose da presentare a Gelli. Fatto sta che la Loggia viene scoperchiata e messa fuorilegge, Gelli va in “esilio” ma Silvio Berlusconi è ormai tanto grande da poter andare avanti anche da solo, grazie alle ricchezze economiche accumulate, ad una fitta rete di solidarietà intessuta con gli altri ex pidusti e soprattutto per gli ormai fitti rapporti privilegiati col potere politico, l’ala destra democristiana ma in particolare l’emergente segretario socialista ed anticomunista Bettino Craxi. Sostegni di siffatta portata gli consentirono di conservare e consolidare il monopolio della televisione privata, in barba a qualsiasi sentenza della Corte Costituzionale. Nonostante questa avesse ribadito nel 1981 il divieto di interconnessione, erano sorti l’anno successivo Italia 1 di Rusconi e Rete 4 di Mondadori che imitavano i traffici di Canale 5, mettendone a rischio il monopolio: intervenne dapprima il Psi, chiedendo adeguate norma antitrust per penalizzare chi possedeva sia tv che altri mezzi d’informazione (Rusconi e Mondadori possedevano anche quotidiani e riviste, la Finivest, almeno direttamente, no) poi Berlusconi in persona, acquistando Italia 1, il più pericoloso dei due network, a suon di miliardi. In cambio degli appoggi politici, Berlusconi offrì a Craxi, in vista delle politiche dell’83, una risonanza enorme (altro che par condicio!) sui suoi due network, tanto da far dire alla parlamentare radicale Aglietta in una seduta di aprile di quell’anno: “I partiti consentono che il torbido mondo della P2, come in questa Camera con l’on. Labriola (capogruppo Psi affiliato alla P2), così con Berlusconi per Canale5 e Italia1, sia oggi più che ieri ideologicamente e politicamente attivo con gli stessi mezzi: contrattazione selvaggia con la partitocrazia”. Anche il 1984 è un anno molto caldo sul fronte televisivo privato. Berlusconi diventa definitivamente monopolista del settore acquistando anche Rete 4, ma in ottobre i pretori di Piemonte, Lazio e Abruzzo vietano l’interconnessione delle reti, quindi la trasmissione simultanea dello stesso programma su scala nazionale. Il che non comportava certo l’oscuramento delle reti, come fu invece fatto credere dalla Fininvest per scatenare una campagna basata sulla libertà di informazione che colpì molto l’opionione pubblica. In quattro giorni, il presidente del Consiglio Bettino Craxi, insieme al Ministro delle Poste Gava, vara un decreto legge (provvedimento da usare solamente per “casi straordinari di necessità e d’urgenza” secondo la Costituzione) che consente la prosecuzione delle attività delle singole emittenti televisive private fino alla approvazione della nuova disciplina. E a Craxi doveve stare molto a cuore la questione, se è vero che il decreto fu tacciato di incostituzionalità e respinto dalla Camera, e in tre giorni un decreto analogo fu approntato di nuovo, al termine di una riunione d’urgenza con, tra gli altri, gli ex piduisti socialdemocratici Renato Massari e Giampiero Orsello, viepresidente Rai. Tutto questo fermento fece sollevare nuovamente molti parlamentari dell’opposizione, e da Giuseppe Fiori ad Achille Occhetto in molto furono a richiamare la P2 e l’affarismo della massoneria. L’altro versante in cui il governo filo-berlusconiano operò fu l’indebolimento della televisione pubblica. Nel 1985 Craxi rifiutò sdegnosamente la richiesta dei vertici Rai di aumentare del 20% il tetto massimo di introiti pubblicitari, motivata tra l’altro dalla concorrenza privata. L’anno seguente finalmente la presidenza del Consiglio provvide a rinnovare il Cda della Rai, scaduto da ben 4 anni e lasciato in regime di proroga (dunque, di grande precarietà): sotto la spinta di Berlusconi e Previti (da anni in rapporti di affari-amicizia) Craxi insediò alla presidenza l’ex P2 Enrico Manca. Da qui alla fine della vicenda, con la legge Mammì, il passo è breve: una nuova sentenza della Corte (1988) dichiara incostituzionale la situazione vigente, ma la consente in via provvisoria in attesa di una legge regolamentatoria, promulgata in fretta e furia nel 1990 sotto la pressione di una censura definitiva. Ma la legge Mammì (ministro delle Poste del Pri), costata alla triade Craxi-Andreotti (presidente del Consiglio dal luglio 1989) – Forlani le dimissioni di ben cinque ministri e tredici sottosegretari, in polemica con il testo, non regolava un bel niente: si limitava a legittimare il duopolio vigente (era previsto genericamente il trasferimento di Rete 4 sul satellite, ma non se ne è mai fatto nulla) e fissava regole e limiti ben diversi per tv pubblica e tv privata in materia di pubblicità; il tutto mentre Berlusconi entrava nel mercato, ufficialmente solo con una quota minoritaria, con altri tre canali: Tele+1, Tele+2, Tele+3. Quando esploderà lo scandalo di Tangentopoli, la magistratura porterà alla luce un fitto giro di connivenze affaristiche tra Oscar Mammì, Davide Giacalone (consigliere di Mammì che aveva avuto personalmente l’incarico di scrivere la legge) e la Finivest: in pratica, Giacalone era amministratore di una società di servizi fortemente legata in affari con la Fininvest, e le cui quote erano in maggioranza di proprietà della famiglia Mammì; e terminato il suo mandato al Ministero delle Poste, Giacalone entrò direttamente nella grande famiglia Fininvest.

SILVIO BERLUSCONI - P2 Nel frattempo Licio Gelli nel febbraio 1988 era tornato in Italia a piede libero in seguito all’estradizione dalla Svizzera, e in qualche modo aveva ripreso a tessere il suo progetto, che aveva trovato a un punto decisamente migliore rispetto a dove lo aveva lasciato sette anni prima: (presidente della Repubblica) e lo stesso monopolio tv, il patto del Caf che sanciva il potere di destra Dc e Psi craxiano, CossigaCraxi che spingevano per la Repubblica presidenziale, uno degli obiettivi principali del Piano di Rinascita. All’appello mancava forse il monopolio della carta stampata, poiché il maggiore gruppo editoriale italiano era detenuto dalla Mondadori-De Benedetti, che nell’89 aveva acquisito anche il gruppo L’Espresso. E il quotidiano La Repubblica di Scalfari era il più avverso nemico del Caf. Improvvisa nel 1989 scoppiò la polemica, e Craxi usò parole che ricordano molto nello stile quelle dell’ultimo Berlusconi: “C’è in Italia un gruppo editoriale che conduce contro la mia persona e contro il nostro partito una campagna di odio e denigrazione che […] non ha precedenti in tutta la storia della democrazia repubblicana”. Seguirono accuse di filo-comunismo, proprio come ora (ma nel 1989 era forse un discorso più plausibile, col muro ancora in piedi sebbene vacillante…). Subito partì all’attacco Berlusconi: la famiglia Formenton, in possesso di numerose quote di minoranza della Mondadori, si alleò improvvisamente con Fininvest, ribaltando i vertici societari e mettendo in condizioni il Cavaliere di entrare in possesso anche del Gruppo L’Espresso. Il fantasma P2 si ripresentò puntuale; Tina Anselmi, ex presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla P2, dichiarò: “Gli uomini di Gelli hanno rimesso in piedi la struttura, il loro potere, hanno ristabilito una loro presenza in aree così significative che ora il problema riemerge”; e Scalfari, dal proprio giornale, fu un ispirato profeta: “Se l’operazione andrà in porto, vedremo a capo del più grande gruppo multimediale un membro della loggia P2 […]. Oggi un membro di quell’associazione segreta, sciolta per legge perché ritenuta sovversiva contro lo Stato, sta per assidersi al vertice della Mondadori, dopo aver monopolizzato tutte le reti televisive private esistenti […]. Se sta nascendo un regime col volto di Silvio Berlusconi, questo regime e quel volto avranno nei prossimi mesi la nostra attenzione”. Ma il progetto berlusconiano finì in tribunale: nel 1991 a Berlusconi fu riconosciuta la proprietà della vecchia Mondadori, mentre L’Espresso rimase nelle mani di De Benedetti, vecchio proprietario prima dell’avvento di Mondadori.

LICIO GELLI - FORZA ITALIA Ma il sistema a cui Berlusconi si era appoggiato per un decennio e più è ormai sul punto di crollare: agli inizi del 1992 l’arresto del socialista Mario Chiesa apre la stagione di “Mani Pulite” che in breve porterà al collasso del sistema approntato dal Caf e della Prima Repubblica. Craxi lascia la presidenza del Psi nel febbraio 1993 travolto da numerosi avvisi di garanzia, e anche molti uomini Fininvest (Brancher, Confalonieri, Paolo Berlusconi) vengono indagati per laute tangenti versate a esponenti socialisti e democristiani, ed emerge un ricco sottobosco di finanziamenti occulti, sebbene non considerati illeciti, tramite il sistema televisivo; lo scandalo più grande riguarda però il Piano delle frequenze della Mammì, per il quale vengono accusati di corruzione Giacalone, Galliani e Letta (ma la magistratura accertò anche, ad esempio, che il Codice stradale del 1993 fu approvato per permettere l’introduzione di apparecchiature di controllo prodotte da aziende dell’ambito Fininvest; e che il Parlamento era assolutamente restìo a proporre interrogazioni parlamentari sul gruppo berlusconiano). Contemporaneamente nella Fininvest iniziano ad aprirsi gravissime falle economiche (debiti per quattro-cinquemila miliardi) dovute principalmente alla saturazione del mercato degli investimenti e dalla fine del boom economico del 1986; l’azienda finirà addirittura per essere commissionata, con l’arrivo del manager Franco Tatò cui sarebbe spettato il gravoso compito di far quadrare i conti. Fu così che, crollato il sistema spartizionistico costruito insieme alla triade Craxi-Andreotti-Forlani, venuto a mancare l’ombrello protettivo della Dc e del Partito Socialista, scoperchiata l’immensa rete di tangenti e corruzioni, sul finire dell’estate del 1993 Silvio Berlusconi decide di scendere in campo personalmente per garantirsi da solo ciò che nessun altro poteva ormai garantirgli, per salvare la sua azienda dal crac, per salvaguardare i propri interessi, per prendere il posto nel cuore dell’elettorato dei due storici partiti senza farlo scivolare verso i comunisti. Pime reazioni: la benedizione del “maestro” Licio Gelli, ancora coinvolto in numerose inchieste su collusioni P2-mafia in cui escono fuori anche i nomi di Berlusconi e Craxi (“Molti concordano che diversi contenuti del Piano di Rinascita siano stati attuati. Posso citare il rafforzamento delle tv private. Occorrono nuovi politici, che abbiano dimostrato creatività, serietà, professionalità, onestà, per formare quadri della Repubblica presidenziale, per guidare il Paese all’insegna di meritocrazia e gerarchia. Uno potrebbe essere Berlusconi. Il suo è un ottimo programma, un tessuto sul quale si può costruire un buon partito. Mi dicono che si è già messo in movimento per aggregare altre forze intorno a sé…”); il monito di Luciano Violante, oggi capogruppo Ds alla Camera, ieri presidente della Commissione parlamentare antimafia: “La P2 è stata sciolta da una legge, ma può essere sopravvissuto il suo sistema di relazioni politiche, finanziarie e criminali […] Quanto al dottor Berlusconi, il suo interventismo attuale è sintomo della reazione di una parte del vecchio regime che, avendo accumulato ricchezza e potere negli anni Ottanta, pretende di continuare a condizionare la vita politica anche negli anni Novanta”.

4. FORZA ITALIA E LA P2: RICORSI STORICI E ANALOGIE

In effetti nel momento in cui Berlusconi annuncia la sua discesa in campo e presenta il proprio programma, a molti nel mondo della politica e dell’opinione pubblica torna agli occhi l’immagine della loggia massonica di Licio Gelli, sia perché Berlusconi vi era risultato iscritto, sia perché molto evidenti risultano le somiglianze per modi, obiettivi, programmi. La stessa origine del partito-associazione è similare: Forza Italia, come la P2, non è certo un partito che nasce dal basso, come risposta ad un movimento sociale (nel senso meno politico del termine), a un sentire comune di un dato periodo storico; piuttosto si tratta di singole iniziative di gruppi o personaggi di potere, quasi delle lobbies, che nascono già con un programma stabilito per poi cercare adepti che vi aderiscano. La stessa suddivisione in clubs è tipica di gruppi di pressione politica composte di personalità influenti (soprattutto imprenditori, pubblici amministratori, liberi professionisti, pochi e selezionatissimi politici, dice il Piano, praticamente lo stesso il Programma di Forza Italia), o “rotary” come nelle idee dello stesso Berlusconi (che d’altronde, quando fu chiamato a giustificare la sua affiliazione nella P2, disse proprio che pensava si trattasse di un’associazione tipo Rotary). Anche sui nomi c’è molta diffidenza: detto delle inchieste P2-mafia che coinvolgevano Gelli, il pm Omboni alla vigilia delle elezioni del 1994 sequestra gli elenchi dei candidati di Forza Italia, che era risultata essere stata aiutata nella campagna elettorale da alcuni gruppi massonici in contatto con la mafia. Alcuni dei nomi indagati per i rapporti P2-mafia sono nelle liste: Rasoli, presidente di un club Forza Italia; il colonnello Pappalardo, testimonial di un club; Gustavo Selva, ex piduista, candidato nelle liste del partito. Non solo, perchè nel governo Berlusconi scaturito dalle elezioni del 1994, alcuni ex piduisti otterranno importanti incarichi: [omissis]*, Antonio Martino (attuale ministro della Difesa) agli Esteri, lo stesso Selva alla presidenza della Commissione Affari Costituzionali della Camera, Meluzzi e Cecchi come capogruppi FI alla Camera; e soltanto il no di Scalfaro negò a Berlusconi la nomina di Cesare Previti a ministro degli Interni. Ma stanno proprio nei programmi le analogie più evidenti tra la P2 e l’avanzata al governo di Silvio Berlusconi, alcune delle quali evidenziate nel seguente “riassunto” delle 17 pagine del Piano di Rinascita democratica di Gelli, che si componeva in questo modo: premessa, obiettivi, procedimenti, programmi a breve termine, programmi a medio e lungo termine, provvedimenti economico-sociali.

-Premessa: quattro punti preliminari, di cui al numero 4: Va rilevato che i programmi a medio e lungo termine prevedono alcuni ritocchi alla Costituzione successivi al restauro delle istituzioni fondamentali. è tali ritocchi alla Costituzione furono tentati da Berlusconi nella Bicamerale nel 1997 e finalmente attuati con il recentissimo disegno di legge del 16 settembre sulla devoluzione.

-Obiettivi: tre punti, di cui al primo, lettera b: La stampa, attraverso una selezione che tocchi soprattutto: Corriere della Sera, Giorno, Giornale, Stampa, Resto del Carlino, Messaggero, Tempo, Roma, Mattino, Gazzetta del Mezzogiorno, Giornale di Sicilia per i quotidiani; e per i periodici: Europeo, Espresso, Panorama, Epoca, Oggi, Gente, Famiglia Cristiana. La RAI-TV non va dimenticata è si è visto come Berlusconi possegga e controlli la maggior parte delle suddette testate, o abbia cercato di controllarle, e come queste lo abbiano favortito nella sua scalata; inoltre appena arrivato al governo nel ’94 cambiò il Cda Rai piazzando Carlo Rossella e Clemente Mimun, due ex dipendenti Fininvest, al Tg1 e al Tg2. Anche le ultime vicissutini dei Cda Rai con Berlusconi sono state piuttosto travagliate; lettera e: la magistratura, che deve essere ricondotta alla funzione di garante della corretta e scrupolosa applicazione delle leggi è si ricordino le continue invettive del premier contro la categoria.

Al terzo punto, invece: Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell’operazione è la costituzione di un club (di natura rotariana per l’eterogeneità dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati nonché pochissimi e selezionati uomini politici […]. Importante è stabilire subito un collegamento valido con la massoneria internazionale è Intervista di Berlusconi nel 1994: “FI è un’associazione di club formati da persone che hanno dato buona prova di sé nelle imprese e nelle professioni”: avvocati, manager, imprenditori, qualche ex Psi e Dc. Quanto ai legami di FI con la massoneria, sono stati resi noti da un’inchiesta della procura di Palmi.

-Procedimenti: quattro punti, di cui al primo, circa il mondo politico: Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacità, onestà e tendenzialmente disponibili per un’azione politica pragmatistica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche. è Berlusconi nel 1994: “Abbiamo bisogno di una nuova etica pubblica, di un’opzione radicale per il pragmatismo. Occorre orientare verso l’impegno politico persone per bene, di buon senso”. Al punto 4, su Governo, Magistratura e Parlamento: Per la Magistratura è da rilevare che esiste già una forza interna (la corrente di magistratura indipendente della Ass.Naz.Mag.) che raggruppa oltre il 40% dei magistrati italiani su posizioni moderate. E’ sufficiente stabilire un raccordo sul piano morale e programmatico ed elaborare un’ intesa diretta a concreti aiuti materiali per poter contare su un prezioso strumento, già operativo nell’interno del corpo anche ai fini di taluni rapidi aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di elemento di equilibrio della società e non già di evasione. Qualora invece le circostanze permettessero di contare sull’ascesa al Governo di un uomo politico (o di una èquipe) già in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee di “ripresa democratica” è chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione anche per la possibilità di attuare subito il programma di emergenza e quello a breve termine è Il Programma di Forza Italia recita sull’argomento: “La politicizzazione della magistratura ha contribuito a moltiplicare le incertezze. Gruppi organizzati di magistrati hanno teorizzato e teorizzano la necessità di fare “giurisprudenza alternativa”…Un giudice che fa politica compromette l’immagine della giustizia”.

-Programmi: quattro categorie, divise a loro volta in punti. Si tratta di “registrare” le funzioni di ciascuna istituzione e di ogni organo relativo in modo che i rispettivi confini siano esattamente delimitati e scompaiano le attuali aree di sovrapposizione da cui derivano confusione e indebolimento dello Stato. è Nel Programma di Forza Italia: “Vogliamo uno Stato basato sulla delimitazione dei compiti attribuiti all’azione di governo, la cui ampiezza deve essere sottratta all’arbitrio dei politici e definita e disciplinata dalla Costituzione”. Subito dopo: “L’involuzione subita dalla scuola negli ultimi anni quale risultante di una giusta politica di ampliamento dell’area di istruzione pubblica, non accompagnata però dalla predisposizione di corpi docenti adeguati e preparati nonché dalla programmazione dei fabbisogni in tema d’occupazione… con gravi deficienze nei settori tecnici è “La scuola italiana non è in grado di fornire gli strumenti per trasformare la cultura generica in professionalità. Le difficoltà in cui vive la scuola sono anche alla base di fenomeni di disoccupazione. La scuola è priva di autonomia: la professionalità e la creatività di presidi e docenti è mortificata”. La riforma della scuola è stata una dei punti forti della campagna politica del 2001 (le tre I: internet, inglese, impresa) ed è sfociata nella discussa legge Moratti, basata proprio sull’autonomia scolastica. Inoltre “la scuola italiana non è in grado di sfornare tecnici richiestissimi dall’industria”, sempre secondo il Programma di FI. Il rimedio, per Gelli e Berlusconi, è il ritorno ad un sistema meritocratico, con l’abolizione dell’equazione titolo di studio=posto di lavoro.
Per quanto riguarda le emergenze a breve termine (punto a), il Piano dice: Il programma urgente comprende provvedimenti istituzionali (rivolti cioè a “registrare” le istituzioni) e provvedimenti di indole economico-sociale. è Berlusconi sul suo programma nel 1994: “Bisogna anzitutto modificare la Costituzione, e il punto cardine del nostro programma è lo sviluppo economico e la riforma fiscale”.

Sull’ordinamento giudiziario (a1): le modifiche più urgenti investono la normativa per l’accesso in carriera (esami psico- attitudinali preliminari)èProgramma di Forza Italia: “Introdurre prove selettive che non consentano al magistrato di passare da una funzione richiedente specifica professionalità ad altra tramite automatismi”. E molti parlamentari proporranno l’introduzione di test psico-attitudinali.

Sull’ordinamento del Governo (a2): Definizione della riserva di legge nei limiti voluti e richiesti espressamente dalla Costituzione e individuazioni delle aree di normativa secondaria (regolamentare) in ispecie di quelle regionali che debbono essere obbligatoriamente limitate nell’ambito delle leggi cornice. è Programma di FI: “Creare un’ampia delegificazione basata sull’introduzione in Costituzione di una “riserva di regolamento” a favore del Governo e delle Regioni per la normazione applicativa e di dettaglio”.

Sull’ordinamento del Parlamento (a3): Ripartizione di fatto di competenze fra le due Camere (funzione politica alla Camera dei Deputati e funzione economica al Senato della Repubblica) è Programma di FI: “Attribuire la funzione legislativa alla Camera dei deputati; trasformare il Senato in una “Camera delle Regioni” e attribuirgli le funzioni di controllo sul Governo e sulla Pubblica amministrazione”. È all’incirca quanto attuato dal recentissimo dl che introduce il “Senato delle Regioni”, ossia il compito del Senato di esaminare le competenze concorrenti tra Stato e Regione nell’ambito della devolution.

Per quanto riguarda i provvedimenti economico-sociali (punto b): abolizione della validità legale dei titoli di studio (per sfollare le università e dare il tempo di elaborare una seria riforma della scuola che attui i precetti della Costituzione) è come già visto, nel Programma di FI: “Abolire il valore legale del titolo di studio… Operare perché ogni Università abbia un numero di studenti adeguato alla capacità di ospitarli, riportare la popolazione discente a livelli accettabili”.

Sulla revisione della riforma tributaria (b5): alleggerimento delle aliquote sui fondi aziendali destinati a riserve, ammortamenti, investimenti e garanzie, per sollecitare l’autofinanziamento premiando il reinvestimento del profitto è Programma di FI: “Introdurre la detassazione degli utili reinvestiti…Detassare gli utili reinvestiti per lo sviluppo dell’occupazione, e modificare il trattamento privato delle procedure d’ammortamento”. Poi per quanto si riferisce in particolare all’edilizia abitativa, il ricorso al sistema dei comprensori obbligatori sul modello svedese ed al sistema francese dei mutui individuali agevolati sembra il metodo migliore per rilanciare questo settore è Programma di FI: “Estendere il periodo di ammortamento dei mutui, e ridurre i tassi per l’acquisto della prima casa”.

Sulla criminalità (punto c): E’ evidente che le forze dell’ordine possono essere mobilitate per ripulire il Paese dai teppisti ordinari e pseudo politici e dalle relative centrali direttive soltanto alla condizione che la Magistratura li processi e condanni rapidamente inviandoli in carceri ove scontino la pena senza fomentare nuove rivolte o condurre una vita comoda. Sotto tale profilo, sembra necessario che alle forze di P.S. sia restituita la facoltà di interrogatorio d’urgenza degli arrestati in presenza dei reati di eversione e tentata eversione dell’ordinamento, nonché di violenza e resistenza alle forze dell’ordine, di violazione della legge sull’ordine pubblico, di sequestro di persona, di rapina a mano annata e di violenza in generale. è Programma di FI: “Criminalità comune: il cittadino vive in condizioni di costante insicurezza…Occorre riformare il sisterma della legislazione penale accelerando i tempi dei gradi di giudizio al fine di evitare che coloro che sono riconosciuti colpevoli di gravi reati sfuggano alla detenzione per il prolungarsi dei processi a loro carico”.

-Programmi a medio e lungo termine, composti di due voci divise a loro volta in punti. Nel punto a1 “ordinamento giudiziario” in Provvedimenti istituzionali (a): Responsabilità del Guardasigilli verso il Parlamento sull’operato del P.M. (modifica costituzionale) è la stessa modifica costituzionale verrà sostenuta da Berlusconi in entrambi i suoi governi nel corso della guerra continua alla magistratura, per legare il Pubblico Ministero al potere politico. D’altronde, nel Piano subito sotto si legge: riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento (modifica costituzionale) è Programma di FI: “Riformare il Csm, che si trasforma spesso in cassa di amplificazione di indebite attività politiche dei magistrati”. Da ricordare il recente tentativo revisionistico del governo nei confronti di “Tangentopoli”, definita come uno strumentale accanimento della Magistratura nei confronti di una precisa parte politica. E ancora, riforma dell’ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati, imporre limiti di età per le funzioni di accusa, separare le carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile è Programma di FI: “Recuperare la qualificazione del magistrato… Si tratta di introdurre forme di selezione…Separare le carriere requirenti e giudicanti”.

Sull’ordinamento del governo (a2): modifica della Costituzione per stabilire che il Presidente del Consiglio è eletto dalla Camera all’inizio di ogni legislatura e può essere rovesciato soltanto attraverso le elezioni del successore è La nuova riforma prevederebbe l’elezione quasi diretta del premier, il cui nome è indicato sulla scheda elettorale insieme alla sua coalizione.

Sull’ordinamento del Parlamento (a3): Nuove leggi elettorali, per la Camera, di tipo misto riducendo il numero dei deputati a 450 e, per il Senato, di rappresentanza di 2° grado, regionale, degli interessi economici, sociali e culturali, diminuendo a 250 il numero dei senatori ed elevando da 5 a 25 quello dei senatori a vita di nomina presidenziale è Programma di FI: “Ridurre il numero dei parlamentari”. E la nuova riforma non a caso porterà il numero dei deputati da 630 a 408 e i senatori da 315 a 208. Quindi, Stabilire che i decreti-legge sono inemendabili è Programma di FI: “Si stabilisce l’inemendibilità parlamentare del decreto-legge”.

Per quanto riguarda l’ordinamento di altri organi istituzionali (a4), sul Presidente della Repubblica: ridurre a 5 anni il mandato, sancire l’ineleggibilità ed eliminare il semestre bianco (modifica costituzionale) è Programma di FI: “Ridurre a cinque anni il mandato presidenziale, con abolizione del semestre bianco e divieto di rieleggibilità immediata”.

-Provvedimenti economico-sociali: tredici punti, di cui al quarto: unificazione di tutti gli istituti ed enti previdenziali ed assistenziali in un unico ente di sicurezza sociale da gestire con formule di tipo assicurativo allo scopo di ridurre i costi attuali è Programma di FI: “Favorire lo sviluppo della previdenza privata: passare gradualmente ad un sistema assicurativo privato”.

Al punto cinque: Disciplinare e moralizzare il settore pensionistico stabilendo:

1) Il divieto del pagamento di pensioni prima dei 60 anni salvo casi di riconosciuta inabilità;

2) il controllo rigido sulle pensioni di invalidità;

3) l’eliminazione del fenomeno del cumulo di più pensioniè Programma di FI: “Nel settore delle pensioni di invalidità si sono spesso annidati il malaffare e la corruzione”. Ma soprattutto, è la riforma pensionistica proposta dal governo Berlusconi tanto dibattuta proprio in questo periodo che riprende i punti suddetti, specie per quanto riguarda l’età pensionabile, che sta per essere innalzata a 65 anni, e le invalidità-truffe.

Al punto otto: Nuova legislazione sull’assetto del territorio (ecologia, difesa del suolo, disciplina delle acque, rimboscamento, insediamenti umani) è Il Programma di FI riserva all’argomento ben undici punti.

Al punto undici: Riforma della scuola (selezione meritocratica – borse di studio ai non abbienti – scuole di Stato normale e politecnica sul modello francese) è Riforma della scuola realizzata dal ministro Moratti, borse di studio previste dal Programma.

Infine, al punto quattordici, un provvedimento che non ha bisogno di spiegazioni: abolire il monopolio RAI – TV: ci ha pensato Silvio Berlusconi.

*Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 20537/01, ha escluso l’appartenenza di Publio Fiori alla loggia massonica P2.

5. LE RIFORME DEL PRIMO MINISTRO

Sono praticamente la metà, ventuno su quarantacinque, i punti che il Programma di Forza Italia ha in comune con quelli del Piano di Rinascita democratica della loggia P2 ritrovato nel lontano 1981, ossia ben dodici anni prima della costituzione da parte di Silvio Berlusconi del partito di Forza Italia. Coincidenze di qualsiasi tipo, che spaziano dalla riforma istituzionale (in entrambi vi è l’aspirazione alla Repubblica di tipo presidenziale) alla riorganizzazione ministeriale, con in primis l’accorpamento dei ministeri economici; dalla struttura dell’associazione creata (piccoli clubs d’elite) al ruolo di simpatizzanti cui relegare un nucleo scelto di giornalisti (ruolo cui Berlusconi ha posto i vari Emilio Fede, Paolo Liguori e gli altri professionisti del settore sul suo libro paga); le picconate alla Rai e il desiderio di assoggettamento della magistratura; dalla riforma fiscale agli attacchi ai movimenti sindacalisti; dalla riforma sanitaria al sistema maggioritario. E naturalmente non si tratta di idee rimaste scritte in un programma, ma di provvedimenti e riforme per la maggior parte attuate regolarmente. Di anni ne sono passati non dodici, ma ventidue da quel 1981 allo scorso 16 settembre, giorno in cui il governo ha varato un importante disegno di legge che modificherà metà della nostra Carta Costituzionale, e che nelle previsioni di Berlusconi dovrebbe essere legge nel 2004 dopo i consueti passaggi alla Camera e al Senato. Sono molti i punti di questo nuovissimo disegno che attualizzano il Piano piduista più di vent’anni dopo, come abbiamo visto: il rafforzamento dei poteri del premier col passaggio di fatto alla formula del “premierato”, lo snellimento di Camera e Senato, soprattutto la fine del bipolarismo perfetto con la “regionalizzazione” (federalizzazione) del Senato. Si tratta dell’ultima, non dell’unica legge-riforma di questo governo (che vanta nella rosa dei suoi ministri due altri ex piduisti come Berlusconi: Antonio Martino alla Difesa e Giuseppe Pisanu agli Interni) che richiama esplicitamente quel Piano: la riforma del ministro Letizia Moratti ha risistemato (o pretende di risistemare, data la mancanza di fondi evidenziata dalla Finanziaria) il settore scolastico, la legge Gasparri in materia di comunicazione è stata giudicata da molti anticostituzionale e favorisce il monopolio privato del Cavaliere, anche attraverso la cancellazione della vecchia e trasgredita imposizione di mandare Retequattro sul satellite; prima ancora, lo scorso Natale, l’ampio dibattito sul presidenzialismo tirato in ballo da Berlusconi, che puntava forte alla presidenza della Repubblica a fine mandato e che invece adesso ripiega sul premierato; la ventilata riforma delle pensioni, come già evidenziato, ricalca molti dei punti che stavano a cuore al vecchio Piano. Che vecchio rimane, anagraficamente; ma che per alcuni versi non è mai sembrato più attuale, in balia come siamo di una virata autoritaria. Allora attenzione al monito di un vecchio saggio come Oscar Luigi Scalfaro: Berlusconi non è certo Mussolini, sebbene abbia appena mostrato pubblicamente ad alcuni giornalisti inglesi di non disprezzarlo, ma non c’è da farsi cogliere impreparati. Né da dimenticare le parole furibonde del Montanelli appena messo alla porta dal Giornale nel 1994 (a proposito, anche le recente cambio alla direzione del Corriere della Sera ha fatto pensare che ci fosse dietro la mano del Cavaliere): lasciandolo governare gli italiani si accorgeranno di chi è veramente Berlusconi

Simone Santi
21/11/2003

BIBLIOGRAFIA

Guarino, Mario, Fratello P2 1816, Kaos edizioni
Ruggeri, Giovanni, Berlusconi. Gli affari del Presidente, Kaos edizioni
Guarino, Mario; Ruggeri, Giovanni, Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv, Kaos edizioni
La Repubblica, edizione 8/9/03
La Repubblica, edizione 17/9/03

WEBOGRAFIA

www.misteriditalia.it
www.cattiviragazzi.it
www.pidue.org
www.letterealdirettore.it
www.espressoedit.it
www.cedos.it
www.zorzato.it
www.forza-italia.it
www.controcorrente.info

FONTE MATERIALE E ARTICOLO : www.controcorrente.info

3 commenti »

  1. […] saranno vere ste critiche al dio puttaniere piduista? […]

    Pingback di Piscolabili teleutentidigitalielettori alla frutta « Il Blog Della Libertà — maggio 16, 2010 @ 12:58 pm

  2. Vi siete accorti che queste pagine non si leggono a destra coperte come sono dalla colonna: Articoli Recenti ?
    Perchè non provvedete affinchè siano meglio comprensive ?
    Franco

    Commento di Franco Compagnucci — dicembre 24, 2009 @ 9:49 am

  3. […] di Berlusconi. Forse è difficile da credere, forse no; per i più scettici propongo questo link (capitolo: “Forza Italia e la P2: Ricorsi storici e Analogie”) dove vengono i due […]

    Pingback di Propaganda Due « We keep an eye on you — giugno 4, 2008 @ 1:52 pm


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