Angolo del Gigio

gennaio 31, 2008

Europa 7: 6 Miliardi di € da Pagare grazie al Centro-Destra + Alitalia!

Europa 7: è un’emittente televisiva italiana priva di frequenze, caso unico al mondo. È al centro della vicenda riguardante l’assegnazione di frequenze nazionali. Il circuito nasce per volontà dell’imprenditore Francesco di Stefano con cui sostituisce Italia 7 tra il 1997 ed 1998. Il palinsesto consiste nel mandare in onda più volte a giornata vari programmi di cui alcuni sono della precedente emittente e gli stessi film varie volte al mese a ciclo continuo. Una delle poche ed ultime cose autoprodotte con successo è il “Seven Show” la cui ultima edizione viene condotta da Teo Mammuccari fino al 1999 e fino a poco tempo fa veniva continuamente replicato. Proprio in quell’anno Di Stefano decide di avventurarsi nel progetto di creare una televisione nazionale con frequenze proprie e deve cedere sia l’emittente di cui è proprietario, la laziale TVR Voxson, sia il circuito (quest’ultimo verrà poi gestito dal gruppo Media 2001). Nel corso degli anni il network si è via via ridimensionato arrivando ad oggi a contare solo 6 emittenti che coprono 7 regioni. Dal gennaio 2006 poi non vengono più trasmesse serie animate, con una programmazione che si compone così di alcune pellicole cinematografiche e programmi di vario genere. Nel luglio 1999, Francesco di Stefano, dopo aver messo da parte i soldi derivati dalla precedente attività di syndication (12 miliardi di lire), decide di partecipare ad una gara pubblica per l’ assegnazione delle frequenze televisive nazionali (in totale 11: 3 per la RAI e 8 per i gruppi privati) con richiesta di 2 reti televisive: Europa 7 e 7 plus. Riesce a vincere una concessione per Europa 7, al posto di Rete 4, il quale perde il diritto di trasmettere. La commissione ministeriale della gara nega la richiesta per 7 plus, ma Francesco di Stefano fa ricorso al Consiglio di Stato, il quale ordina al ministero di dare anche una seconda concessione. Nel fratempo, Europa 7 si prepara per inziare le nuove trasmissioni entro il 31 dicembre 1999 come prevede la licenza: il piano prevede 700 assunzioni, uno centro di produzione a Roma di 20000 mq composto da altri 8 studios all’avanguardia, e un imprtante library di programmi (nella graduatoria Europa 7 è prima in programmazione). In ogni caso, fino ad oggi, Europa 7 non riuscirà mai a trasmettere; il ministero contravvenendo al risultato della gara pubblica non concede le frequenze, e con una autorizzazione ministeriale del 1999 (non prevista da nessuna legge) permette la prosecuzione delle trasmissioni analogiche a Rete 4, che in base alla gare pubblica non ne aveva diritto; occorre ricordare che il sistema di trasmissione delle tv analogiche permette in Italia solo 11 reti nazionali, di cui le 3 reti RAI. Comincia da parte della società di Europa 7 una serie di rincorsi al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio), al Consiglio di Stato e alla Corte Costituzionale. Nel novembre 2002, interviene la Corte Costituzionale, la quale con la sentenza 466/2002, decide (come nel 1994) che nessun privato può possedere più di 2 frequenze televisive e le reti eccedenti, in questo caso Rete 4 (e Telepiù nero), devono cessare la trasmissione in via analogica terrestre. La Corte, inoltre, fissa un limite improrogabile entro il 31 dicembre 2003, e così dal 2004 le frequenze occupate da Rete 4 (che deve migrare sul satellite) devono andare ad Europa 7. Nel estate del 2003, il ministro delle communicazioni Maurizio Gasparri presenta un disegno di legge per il riordino del sistema radiotelevisivo italiano e l’introduzione della trasmissione digitale terrestre. La legge (nota come legge Gasparri) verrà approvata dal Parlamento il dicembre 2003, la quale permette a Rete 4 di continuare a trasmettere in via analogica terrestre in netto e palese contrasto con la sentenza della Corte Costituzionale. Successivamente, il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, rifiuta di firmare la legge come incostituzionale e la rinvia alle camere. Così, per poter garantire a Rete 4 di continuare a trasmettere via etere, il 24 dicembre 2003 il governo Berlusconi vara un decreto legge (noto come decreto “salva Rete 4”). La legge Gasparri si approva definitivamente nell’aprile 2004, anch’essa senza prendere in considerazione la sentenza 466/2002 della Corte Costituzionale. Nel luglio 2005, il Consiglio di Stato, dopo il ricorso di Europa 7, ha chiesto alla Corte di Giustizia Europea di rispondere a 10 quesiti, dove si mettono in discussione le leggi italiane in materia di televisioni ed è in ballo una richiesta sempre da parte di Europa 7 per risarcimento danni da parte dello Stato di 3 miliardi di euro per la mancata attività televisiva. Oggi la società Europa 7 è praticamente ferma. Di Stefano, suo fondatore, intervistato da la Stampa, attende la sentenza della Corte di Giustizia Europea. La sua vicenda è seguita da pochissime persone, tra gli altri il giornalista di Repubblica Giovanni Valentini e il portavoce di Articolo 21 Giuseppe Giulietti.
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Tv, la Corte Ue dà ragione a Europa 7 ( e noi fessi pagheremo)

Delinquente BerlusconiTv, la Corte Ue dà ragione a Europa 7

Il sistema di assegnazione delle frequenze
non rispetta il diritto comunitario

BRUXELLES – La Corte europea di giustizia ha condannato, oggi a Lussemburgo, il regime italiano di assegnazione delle frequenze per le attività di trasmissione televisiva, nella sentenza sulla causa che opponeva l’emittente privata Centro Europa 7 al Ministero delle Comunicazioni. Secondo la Corte il regime di assegnazione delle frequenze non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati.

Secondo la Corte: «L’applicazione in successione dei regimi transitori strutturati dalla normativa a favore delle reti esistenti ha avuto l’effetto di impedire l’accesso al mercato degli operatori privi di radiofrequenze. Questo effetto restrittivo è stato consolidato dall’autorizzazione generale, a favore delle sole reti esistenti, ad operare sul mercato dei servizi radiotrasmessi. Tali regimi hanno avuto l’effetto di cristallizzare le strutture del mercato nazionale e di proteggere la posizione degli operatori nazionali giá attivi su questo mercato». Il giudice del rinvio sottolinea che «in Italia il piano nazionale di assegnazione per le frequenze non è mai stato attuato per ragioni essenzialmente normative, che hanno consentito agli occupanti di fatto delle frequenze di continuare le loro trasmissioni nonostante i diritti dei nuovi titolari di concessioni. Le leggi succedutesi, che hanno perpetuato un regime transitorio, hanno avuto l’effetto di non liberare le frequenze destinate ad essere assegnate ai titolari di concessioni in tecnica analogica e di impedire ad altri operatori di partecipare alla sperimentazione della televisione digitale».

IL CASO – Il caso Europa 7 risale al 1999, quando l’emittente tv ha ottenuto dalle autorità italiane competenti un’autorizzazione a trasmettere a livello nazionale in tecnica analogica, ma non è mai stata in grado di trasmettere in mancanza di assegnazione di radiofrequenze. Il giudice amministrativo, ricorda la Corte Ue nella nota diffusa a Bruxelles, ha respinto una domanda di Europa 7 di accertamento del diritto ad ottenere l’assegnazione delle frequenze, nonchè il risarcimento del danno subito. Il Consiglio di Stato, dinanzi al quale pende attualmente la causa, ha interrogato la Corte di giustizia Ue sull’interpretazione delle disposizioni previste dal diritto comunitario per i criteri di assegnazione di radiofrequenze al fine di operare sul mercato delle trasmissioni tv.

MEDIASET: «NESSUN RISCHIO PER RETEQUATTRO» – La sentenza della corte di giustizia Ue che definisce «contrario al diritto comunitario» il regime italiano di assegnazione delle frequenze tv «non può comportare alcuna conseguenza sull’utilizzo delle frequenze nella disponibilità delle reti Mediaset». Lo dichiara l’azienda in una nota diffusa poco prima dell’ufficializzazione della posizione della corte, anticipata oggi da alcuni giornali.
«Il giudizio cui la sentenza si riferisce riguarda infatti esclusivamente una domanda di risarcimento danni proposta da Europa 7 contro lo Stato italiano e non può concludersi in alcun modo con pronunce relative al futuro uso delle frequenze», «Quanto all’insinuazione che retequattro occuperebbe indebitamente spazi trasmissivi a danno di europa 7», aggiunge, «Mediaset ribadisce che Retequattro è pienamente legittimata all’utilizzo delle frequenze su cui opera. Quindi nessun rischio per Retequattro».

GIULIETTI: «SUPERARE IL DUOPOLIO» – «La sentenza della Corte di Strasburgo sul regime di assegnazione delle frequenze sanziona in modo definitivo l’anomalia italiana. Adesso bisogna consentire a Europa7 di trasmettere», ha detto a Radio Radicale il deputato del Pd Giuseppe Giulietti. «Sarebbe davvero grave se qualcuno stesse già pensando ad una nuova legge porcata, bisognerebbe piuttosto accettare i rilievi della Corte di Strasburgo per superare il duopolio», ha continuato Giulietti, chiedendosi: «C’è per caso nel centro destra qualcuno che voglia fare qualche passo in questa direzione? La legge Gentiloni cercava di rimediare in qualche modo a questa situazione, ma devo con dispiacere constatare che fin dall’inizio nel centro sinistra hanno lavorato dei basisti che ne hanno impedito l’approvazione».

Tratto da: Corriere.it

gennaio 30, 2008

La verità dietro la caduta del Governo Prodi

Cade il governo all’ombra della squadra e compasso
Marcello Pamio – 28 gennaio 2008

Pagliaccio Casini - in Vendita in tutte le edicole!!!A cavallo tra la Xa legislatura (finita il 22 aprile 1992) e la XIa legislatura (iniziata il 23 aprile 1992) di Giuliano Amato, s’inserisce l’inchiesta del Procuratore di Palmi, Agostino Cordova.
Un’inchiesta delicatissima sui rapporti tra massoneria, ’ndrangheta calabrese e politica, che sviluppò decine e decine di faldoni composti da centinaia di migliaia di pagine!
Cordova svolse approfondite indagini sulle obbedienze italiane, arrivando ad accertare che nessuna di esse risultava svolgere le nobili attività dell’arte muratoria, ma che molte invece erano dedite ad attività affaristiche e in alcuni casi illecite, e all’interno delle logge, importanti politici andavano a braccetto con mafiosi e criminali!
Tutta la colossale inchiesta del Procuratore di Palmi finì a Roma, e come si sa, Roma è la capitale non solo dell’Italia ma anche degli insabbiamenti giudiziari. Quando infatti si vuol archiviare una inchiesta, basta spostarla lì.

Il 25 aprile il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga attraverso un messaggio televisivo si dimette dalla carica, con ben due mesi di anticipo, e sarà sostituito da Oscar Luigi Scalfaro.
Il 23 maggio a Capaci, lungo l’autostrada, 1000 chili di tritolo cancellano in un istante la vita (ma non certo la memoria!) del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.
Giovanni Falcone, stava indagando – tra le altre cose – sui flussi di denaro sporco, e la pista stava portando a pericolosi collegamenti tra mafia e importantissimi circuiti finanziari internazionali.[1] Aveva anche scoperto che alcuni prestigiosi personaggi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche di Rito Scozzese Antico e Accettato (R.S.A.A. nonostante il nome ha sede a Washington).

Il 2 giugno al largo di Civitavecchia sul panfilo della Regina Elisabetta II (Sua Maestà ufficialmente è arrivata in Italia per mettere dei fiori sulla tomba di Falcone!) avviene il più grande saccheggio dei patrimoni pubblici d’Italia, per opera dei potentati bancari.
In quell’incontro (vero e proprio complotto) i rappresentanti della finanza internazionale (poteri anglo-olandesi e statunitensi) discussero assieme ad esponenti del mondo bancario e societario italiani le privatizzazioni e le riforme politiche per l’Italia, nel contesto del “progetto euro”. Non a caso il Trattato di Maastricht, che codifica il sistema euro-EMU, fu sottoscritto proprio quell’anno.[2]
Giulio Tremonti, presente sul panfilo – per sua stessa ammissione – come “osservatore”[3] disse al Corsera che la “crociera sul Britannia simbolizzò il prezzo che il paese dovette pagare tanto per ‘modernizzarsi’ quanto per restare nel club
Tra i partecipanti c’erano i rappresentanti delle banche Barings e S.G. Warburg, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Salomon Brothers, Mario Draghi direttore generale del ministero del Tesoro, Beniamino Andreatta dirigente ENI, Riccardo Galli dirigente dell’IRI, ecc.
Importanti aziende (come Buitoni, Locatelli, Neuroni, Ferrarelle, Perugina, Galbani, ecc.) sono state svendute ad imprenditori che agivano in comune accordo con l’élite finanziaria anglo-americana, altre (Telecom, ENI, IRI, ecc.) sono state smembrate e/o privatizzate.

Il 19 luglio il giudice Paolo Borsellino salta in aria in via d’Amelio, assieme alla scorta (Emanuela Loi, Walter Cosina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Claudio Traiana).
In settembre 1992 lo speculatore ungaro-statunitense-israeliano George Soros (presente pure lui nel Britannia) lancia un attacco speculativo alla lira.
Carlo Azeglio Ciampi (che per i suoi preziosi servigi verrà premiato con la Presidenza della Repubblica) all’epoca è governatore di Bankitalia e Lamberto Dini Direttore Generale.
Tale criminoso attacco da parte dell’élite anglo-olandese e statunitense, rappresentata in quella circostanza dall’israelita Soros (agente dei Rothschild), portò ad una svalutazione della lira del 30% e il prosciugamento delle riserve della banca d’Italia che fu costretta (ovviamente era tutto concordato) a bruciare 48 miliardi di dollari nel vano tentativo di arginare la speculazione.
L’enorme crisi portò alla scioglimento del Sistema Monetario Europeo (SME).

Nello stesso periodo s’inserisce pure la grandiosa bufala di Tangentopoli che ha avuto altri obiettivi rispetto a quelli paventati mediaticamente. Manipulite è servito ad attaccare obiettivi politici ben precisi, e dare a noi popolo l’illusione di una pulizia che invece non è mai avvenuta. I poteri forti, quelli veri, hanno continuato a lavorare nell’ombra, assolutamente indisturbati…
La veloce carriera politica del superpoliziotto Antonio di Pietro, oggi Ministro della Repubblica, dovrebbe far riflettere…

Dopo gli assassini dei due grandi magistrati e soprattutto grazie a Manipulite, l’inchiesta Cordova è andata nel dimenticatoio: tutta l’attenzione mediatica è stata dirottata altrove!
Arriviamo ai nostri giorni, perché il 27 marzo del 2007, il procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris inizia una inchiesta da nome particolare Why Not (sulla falsariga di quella di Cordova) proprio sui rapporti tra criminalità organizzata (mafia, n’drangheta, camorra, ecc.), politica e finanza.
L’inchiesta parte dalla Calabria ma si estende rapidamente al resto d’Italia e finiscono nel mirino politici (di destra e sinistra), consulenti a livelli altissimi, finanzieri, un generale della Guardia di Finanza, magistrati, affaristi, alcuni spioni dei servizi segreti (il capogruppo del Sismi di Padova e uno del Cesis) e anche dei massoni. Ventisei perquisizioni e venti indagati.

Sono ufficialmente indagati tra gli altri il Presidente del Consiglio Romano Prodi (per abuso d’ufficio), l’ex Ministro della Giustizia Clemente Mastella (per abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti, truffa all’Unione europea e allo Stato italiano).[4]
Si tratta di finanziamenti illeciti per milioni di euro alla Compagnia delle Opere che passeranno nelle logge occulte di San Marino, per poi svanire nel nulla, esattamente come l’inchiesta De Magistris! Farà la medesima fine di quella del procuratore Cordova.
In una recente intervista al Corsera, De Magistris sfoga denunciando una “strategia della tensione per opera di una manina particolarmente raffinata: poteri occulti e massoneria, soprattutto”. [5] Continua dicendo che da quando ha iniziato “a indagare sui finanziamenti pubblici europei. Da allora, è scattata la strategia delle manine massoniche”.[6]

I media – tutti controllati – hanno veicolato la notizia falsa dell’iscrizione di Mastella nel registro degli indagati per violazione della Legge Anselmi sulle associazioni segrete. Ma la cosa più interessante è che Mastella stesso, prima che le agenzia di stampa lanciassero la notizia falsa, aveva rilasciato una dichiarazione che con le associazioni massoniche lui non ha nulla a che fare!
E’ stato avvisato in anticipo dall’amico giornalista o è semplicemente cascato nella trappola che gli è stata preparata per far cadere il suo governo? Quale trappola vi chiedereste? Alla fine sarà tutto più chiaro.
De Magistris ha fatto il grave errore di sollevare il velo o grembiulino delle fratellanze occulte e della loro interconnessione con la politica, gli affari istituzionali, il denaro riciclato e la mafia.

Il popolo non deve sapere che se l’Italia è unita (o controllata?) lo si deve ai massoni (la storia del Risorgimento è infatti una storia massonica: Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso, Umberto I erano fratelli. Come pure i primi passi del parlamento italiano: erano massoni Francesco Crispi, Agostino Depretis, Giuseppe Zanardelli, Mameli e il suo inno “Fratelli d’Italia…”).
Il popolo non deve sapere tutto questo, e neppure che oggi l’Italia, e tutti i gangli vitali dell’economia della finanza, delle telecomunicazioni, ecc., sono nelle mani di fratelli legati da giuramenti di sangue!

Forse sto esagerando?
Durante l’incontro della Gran Loggia del Grande Oriente d’Italia (la prima loggia per obbedienza in Italia con 18 mila fratelli) tenutosi a Rimini dal 13 al 15 aprile 2007, dopo l’inno garibaldino “All’armi” e “C’era una volta il West” di Morricone, il Gran Maestro Gustavo Raffi ha letto il saluto di un grande amico della massoneria, il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Successivamente, arriva anche il saluto ufficiale del governo Prodi, letto in sala (davanti a migliaia di massoni con grembiulino, il collo cinto da una fascia di raso terminante con un medaglione), dal sottosegretario delle politiche giovanili
Elidio De Paoli.[7]

Avete capito? Il governo dello Stato italiano, per voce di De Paoli, saluta i massoni di Palazzo Giustiniani! Cosa questa non strana, perché Prodi è stato (e forse lo è ancora) legato alla più potente banca ebraica privata del mondo, la Goldman Sachs , ed è membro dell’Aspen Institute for Humanistic Studies, di cui ne è stato anche il direttore, passando per la Fabiana (Fabian Society) London School of Economics, ospite sempre gradito anche dall’Opus Dei, la massoneria del vaticano.
Sempre a Rimini n
on poteva mancare all’appuntamento lo storico Paolo Prodi, fratello questa volta di sangue del più famoso Romano, che definisce la massoneria del Grande Oriente come una “delle più importanti agenzie produttrici di etica che abbia creato al suo seno la storia dell’Occidente[8]
Numerosi poi sono stati i prestigiosi relatori delle tre giornate (tra cui il giornalista Oscar Giannino), ma per problemi di spazio non è possibile elencarli tutti.

Per meglio comprendere a che livelli è infiltrata la massoneria, è necessario tornare indietro di qualche anno e precisamente all’11 luglio 2002 quando il Gran Maestro Giuliano Di Bernardo deposita a Roma, presso un notaio, l’atto costitutivo degli Illuminati, la cui sede si trova al numero 31 in piazza di Spagna.[9]
Membri di quest’ordine, che ricorda gli Illuminati di Baviera, sono: Carlo Freccero (già direttore di Rai2 ed ex programmista di Fininvest),[10] Rubens Esposito, (avvocato responsabile degli affari legali per la Rai ), Sergio Bindi (tredici anni consigliere di amministrazione della Rai), il medico Severino Antinori (lo specialista in fecondazione artificiale), il filosofo Vittorio Mathieu (rappresentante dello spiritualismo cristiano), il generale Bartolomeo Lombardo (ex direttore del Sismi) e moltissimi altri.
Quindi troviamo uomini legati ai media, all’esercito, alla finanza, all’economica, ecc.
Vicina agli Illuminati di Di Bernardo sembra anche essere oggi anche una delle realtà ebraiche più importanti a livello internazionale, un vero e proprio simbolo della “Israel Lobby”.
Possiamo ricordare l’Anti-Defamation League, braccio armato del B’nai B’rith (B’B’, la potentissima massoneria ebraica), l’AIPAC, ecc.
Questi sono solamente alcuni nomi dei numerosissimi fratelli che lavorano nel mondo bancario, nel mondo societario, all’interno delle istituzioni, della politica, ecc.

Tutto questo per concludere, che parlare di massoneria, poteri forti, Stato, mafia, poteri bancari, crimine organizzato è la stessa medesima cosa. Non sto dicendo che tutti i massoni sono disonesti, ma come disse qualcuno: “non ho mai conosciuto un criminale che non fosse un massone”. Verità sacrosanta.
Il collante tra i vari gruppi appena visti è la tessera di appartenenza a qualche loggia occulta, coperta o meno, di stampo massonico o paramassonico. Anzi possiamo affermare senza paura di smentita, che per giungere ad occupare determinate poltrone o carriere, è necessario appartenere a qualche loggia. Il motivo è presto detto: all’interno di una gerarchia verticistica piramidale si è meglio controllati dai vertici!
Ecco perché la caduta del governo Prodi è stata volutamente provocata con lo scopo di distrarre e distogliere l’attenzione pubblica dirottandola su qualcos’altro apparentemente molto più importante.

Il bubbone stava per scoppiare di nuovo, l’ennesima inchiesta della magistratura (questa volta è toccato a De Magistris) stava per concludere che la politica, come la mafia, sono strumenti nelle mani della libera muratoria deviata! E questo non sa da fare…
Passeranno le settimane, i mesi, e poi tutto tornerà come prima: ci sarà un nuovo governo, nuove promesse agli elettori, nuove illusioni di democrazia, nuovi scontri televisivi (tutti fasulli) tra politici nei teatrini confezionati ad hoc, come per esempio “Porta a Porta”, “Ballarò”, “Matrix”, il tutto con i sogni tranquilli dell’élite economico-finanziaria, che riposa sempre all’ombra del compasso e della squadra…

Poi verrà un giorno, che un altro spregiudicato e incosciente magistrato aprirà una inchiesta che porterà alla luce, per l’ennesima volta, la collusione tra massoneria, apparati dello Stato e criminalità organizzata, e naturalmente finirà tutto con un attentato, con un cambio di governo e lo spostamento a Roma dell’indagine. Pochi se ne accorgeranno perché il restante popolo sarà intrattenuto, rimbambito e deviato dalla luciferica televisione…
Questa è l’Italia!


[1]Come è stata svenduta l’Italia” di Antonella Randazzo, www.disinformazione.it/svendita_italia2.htm
[2] Movimento internazionale per i diritti – Solidarietà, Movisol – www.movisol.org/ulse275.htm#anchor
[3] Intervista a Giulio Tremonti, Corriere della Sera del 23 luglio
[4] «Contro di me i poteri occulti Ora rischio pallottole e tritolo», Corriere della Sera del 21 ottobre 2007
[5] Idem
[6] Idem
[7]Fratelli d’Italia”, Ferruccio Pinotti, ed. BUR
[8] Agenzia di stampa Ansa
[9] Op. cit. pag 464
[10] Idem

gennaio 25, 2008

La “Libertà di Berlusconi” tra le chiappe di Mastella (la Feccia)

Alessandro Sortino - Vittima del Ceppalonico ArraffoneIl caso Mastella non ha soltanto effetti politici. Oltre alla crisi di governo provoca anche la rottura tra Alessandro Sortino, uno degli storici inviati delle Iene, e Mediaset. “L’azienda impedisce la messa in onda questa sera del mio servizio sul viaggio a Ceppaloni con il mio scambio con il figlio del ministro Mastella, Elio“, denuncia Sortino che polemicamente annuncia: “Lascio le Iene“.

Il capoautore del programma di Italia1, Davide Parenti, aveva annunciato la messa in onda integrale del filmato, già al centro di polemiche nei giorni scorsi e in parte disponibile su internet.

“Sono stato diffamato dal figlio di un ministro e da un ministro – insiste Sortino – e la mia azienda non mi permette di dirlo. Non ci sono più le condizioni per fare le Iene, cioè la libertà e la leggerezza”.

“Nel pezzo, giudicato equilibrato anche dai miei capi – aggiunge la “iena” – raccontavo con la mia telecamera quello che realmente è accaduto, con immagini in più rispetto a quelle riprese da Sky Tg24. Se fosse andato in onda, si sarebbe visto che non ho fatto alcuna illazione sul lavoro del figlio di Mastella. Sono arrivato quando si stava già sfogando con alcuni giornalisti della carta stampata. L’unica domanda che gli ho fatto riguardava il patrimonio immobiliare, la casa acquistata a prezzi di favore. Altre domande che si sentono nel filmato, peraltro legittime, sono state fatte dal giornalista di Sky”.

Nel servizio era stata montata anche un’intervista realizzata subito dopo dalla ‘iena’ al ministro Mastella: “Gli ho chiesto la possibilità di fare uno scherzo con le arance che avevo portato, ma il ministro mi ha risposto che non era il caso. Quelle arance, Elio non le ha mai viste”.

Partito della Libertà si, Libertà di Censura!!

Correva l’anno: Mastella, questione di famiglia

Mastella Iside-BellaPer forza che Clemente Mastella, unico e inimitabile leader dell’Udeur, ministro della Giustizia, parteciperà al Family day. Nessuna famiglia è più famiglia della sua, più lobby della sua.

Con new entry. Roberta Gasco, segretario nazionale Giovani Udeur e consigliere regionale in Liguria, è di casa. Anche un po’ di più, vista la tenera simpatia che la lega a Elio Mastella. Il suddetto figlio è a capo di Iside nova, associazione culturale organizzatrice a Benevento del simpatico evento “Quattro notti e più di luna piena”: patrocinio e fondi del consiglio regionale campano presieduto da mammà, Sandra Lonardo, ex presidente dell’Iside. Mammà che, per volontà del marito, sarà, pare, “la” candidata alle europee.
Tira aria di focolare anche in consiglio regionale: il consigliere Ferdinando Errico, ex segretario provinciale dell’Udeur, è parente. Come Pasquale Giuditta, cognato e deputato. Pellegrino, altro Mastella jr, ha sposato Alessia Camilleri, figlia di Carlo, candidato mastelliano (appena bocciato) alla presidenza dello Iacp di Benevento, al posto di Lucio Lonardo, cugino di Sandra, ora al vertice dell’azienda cittadina dei rifiuti…
Family day, family lobby. Tzè l’operaio metalmeccanico!

La Feccia

L’Europa verso il digitale: meglio del DTT c’è l’IPTV (ma non in Italia)

La convergenza del mercato media nell’Europa occidentale è al centro del Rapporto 2007 Western European Convergence Market” della Paul Budde Communication, recentemente presentato a Ginevra, dove ha sede l’Agenzia delle Nazioni Unite per le tlc e le radiodiffusioni. I Paesi oggetto dell’analisi sono stati Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Italia, Malta, Paesi Bassi, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito; gli argomenti principali dello studio hanno incluso modelli e analisi del triple-play, Tv satellitare e via cavo, Tv digitale, modelli di Televisione Digitale Terrestre e Tv interattiva, IPTV, Video on Demand, reti di prossima generazione, quadro normativo e offerte degli operatori.

Stando ai dati raccolti, nel 2007 quest’area ha visto un ulteriore forte sviluppo dei modelli del triple e del quadruple play per soddisfare la crescente domanda di servizi rilasciati nell’ambito dell’IP. Sebbene lo scorso anno solo una piccola percentuale della popolazione ha tratto vantaggio dai servizi integrati, entro la fine del decennio questo modello di business sarà la norma per la maggior parte dei consumatori. Se i servizi di Video on Demand possono essere considerati come ben posizionati, è il mercato europeo dell’IPTV a detenere la posizione di maggior forza con più della metà degli abbonati di tutto il mondo. Lo Studio si concentra su uno dei principali mercati nazionali, quello francese, per evidenziare che la convergenza ha continuato a essere sostenuta da una forte infrastruttura a banda larga.

Durante l’anno alcuni dei principali operatori hanno esteso i network della fibra fino a raggiungere le maggiori aree urbane. Gli ISP hanno lanciato le proprie offerte commerciali per la fibra nell’ottobre 2007 a completamento di un investimento di un miliardo di euro che ha l’obiettivo di raggiungere entro il 2012 almeno 2,1 miliardi di persone nella regione di Parigi e collegare più di 10 milioni di utenti. Anche France Telecom è molto attiva, tanto che nei prossimi cinque anni investirà 4,5 miliardi sulla propria rete di fibra. Ma dallo scorso aprile sono stati compiuti significativi progressi anche nel settore della Televisione Digitale Terrestre: in Francia, infatti, oggi vi sono circa 4,25 milioni di famiglie dotate di un Set Top Box o di un televisore digitale integrato.Il Governo di Parigi, inoltre, in collaborazione con le Autorità competenti tedesche ha lanciato servizi di televisione digitale nelle aree al confine con la Germania.

Il mercato tedesco del triple play e della televisione digitale è rapidamente cresciuto sulla scia di un’eccellente infrastruttura DSL e del cavo. La Tv digitale ha subito un processo di regolamentazione e di concessione di licenze ed il roll-out ha permesso l’estensione del servizio a un certo numero di regioni. Dal mese di agosto 2007 circa l’86% delle famiglie tedesche si è convertito al digitale e la televisione analogica ha virtualmente cessato di esistere come piattaforma di accesso alternativa. I servizi di televisione digitale sono stati promossi con sovvenzioni da Länder fino allo scorso ottobre, quando la Commissione Ue ha imposto la cessazione dell’utilizzo di fondi pubblici per il parziale finanziamento di emittenti commerciali che trasmettono sul network della Televisione Digitale Terrestre.

Nel 2007 c’erano solo circa 500.000 abbonati alle offerte triple play, ma per i prossimi anni è prevista una crescita dinamica: circa il 96% degli abbonati alla DSL, infatti, ha dimostrato interesse nel triple play tanto che le aspettative di crescita per questo mercato sono di 3 milioni di nuclei familiari entro il 2010, con un guadagno pari ad un miliardo di euro. Per incontrare le esigenze dei consumatori, inoltre, i fornitori stanno investendo fino a 4 miliardi di euro nell’implementazione della rete a banda larga.

Tra le varie nazioni europee, l’Italia risulta essere in prima linea nell’accesso ai dati ad alta velocità, con il lancio dell’ADSL2+ che fornisce una piena capacità del triple play. Sebbene la diffusione del triple play sia relativamente bassa, la maggior parte degli italiani offre un enorme potenziale per i fornitori di contenuti, tanto che i due principali operatori,ossia Fastweb e Telecom Italia hanno largamente investito nel miglioramento dei network. Fastweb, in particolare, con il suo investimento di 3 miliardi di euro per l’espansione della rete entro il 2011 prevede di raggiungere i 2,2 milioni di utenti.

La televisione digitale, invece, ha avuto sinora una difficile gestazione in Italia,soprattutto a causa delle ingerenze di vario tipo della politica, sia a livello nazionale che a livello locale. Inizialmente programmato per il 2006, lo switch-off è stato posticipato al 2012, in quanto a metà 2007 solo 4,9 dei 21 milioni di apparecchi televisivi italiani erano pronti per ricevere il digitale. Soltanto due regioni, Sardegna e Valle d’Aosta, a inizio dell’anno scorso hanno avviato il passaggio e saranno le prime a diventare all digital. Alla luce delle sopraggiunte difficoltà il Governo Prodi ha deciso di promuovere lo switch-off vietando la vendita di televisori analogici a partire dal mese di giugno 2009 e stanziando circa 60 milioni di euro per finanziare l’accesso al digitale.

In Olanda, il mercato della televisione beneficia di una rete via cavo che serve quasi tutte le famiglie, questo ha rallentato in maniera significativa lo sviluppo del mercato satellitare e della Televisione Digitale Terrestre. I canali pubblici Nederland 1, Nederland 2 e Nederland 3 hanno interrotto la trasmissione analogica già nel dicembre 2006, ma a metà del 2007 circa 50.000 nuclei familiari facevano ancora affidamento sul terrestre analogico. Il Digitale Terrestre è stato offerto a circa il 50% delle famiglie olandesi. L’eccellente infrastruttura a banda larga del Paese costituisce il fondamento delle popolari offerte triple play. Sempre intorno a giugno 2007, il 40% delle case riceveva un pacchetto di telefonia fissa e banda larga dallo stesso fornitore.

Nel 2007 anche in Spagna il mercato triple play è cresciuto, a seguito della proliferazione delle reti ADSL2+ e dell’aumento degli investimenti per il miglioramento del network del cavo. Molti operatori spagnoli forniscono sia offerte IPTV multi canali che Video on Demand. Circa un terzo degli abbonati all’operatore di rete digitale via cavo ONO, nel 2007 erano abbonati triple play. Nel mese di novembre scorso circa l’85% di famiglie spagnole, pari a 4,2 milioni, poteva già ricevere i servizi della Televisione Digitale Terrestre. Nel mese di ottobre, inoltre, il Governo ha deciso di assegnare un terzo multiplex digitale terrestre alle stazioni televisive regionali che necessitavano di estendere la copertura alle regioni limitrofe. Il Governo, infine, ha anche acconsentito alla distribuzione di servizi televisivi a pagamento attraverso il digitale terrestre, malgrado la legislazione in vigore lo vietasse.

I recenti investimenti svedesi nelle reti ADSL2+ e della fibra hanno fornito l’infrastruttura che serviva anche per il decollo dei servizi triple play. Circa il 70% delle connessioni a banda larga sono DSL, mentre il restante 30% si divide in egual misura tra cavo e fibra. I più grandi operatori della televisione via cavo, Com Hem, Kaelvision ed UPC Sweden, hanno tutti migliorato i propri network per fornire almeno 10 Mb/s di larghezza di banda. La trasmissione della Tv Digitale Terrestre è partita nel 1999 ed oggi può essere fruita da oltre il 98% della popolazione, tanto che la Svezia ha effettuato lo switch-off digitale nel mese di ottobre 2007, in largo anticipo sulla programmazione originale che prevedeva il passaggio solo a febbraio 2008. IPTV e Video on Demand vedono aumentare la loro popolarità: nel 2007 TeliaSonera ha offerto ai propri utenti a banda larga un pacchetto gratuito di 8 canali IPTV paragonabile ai pacchetti a pagamento inizialmente offerti dagli operatori via cavo.

La Gran Bretagna, infine, è in prima linea in Europa sul fronte della convergenza dei media. L’eccellente infrastruttura a banda larga del Paese, servita dalla DSL universale e da una vasta rete del cavo, offre una piattaforma particolarmente veloce per la distribuzione dei servizi triple play e degli emergenti servizi quadruple play. L’industria della trasmissione digitale è ben consolidata e il Regno Unito detiene oggi il più alto livello di penetrazione della televisione digitale in Europa, grazie sostanzialmente a un panorama multicanale, ad un’offerta digitale via satellite ed alle piattaforme digitali via cavo e terrestri di successo. Ad ottobre scorso la prima regione è stata convertita alla trasmissione digitale, mentre le Autorità di regolamentazione si preoccupavano di studiare piani per l’allocazione dello spettro rilasciato per una vasta gamma di servizi digitali.

Karel Grote
per “L’Opinione

gennaio 20, 2008

La massoneria italiana dall’Unità al fascismo

I canali della ricchezza massonica
Tratto dal libro: “FRATELLI D’ITALIA” di Ferruccio Pinotti
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La massoneria italiana dall’Unità al fascismo

Il nostro viaggio nei risvolti del rapporto tra finanza e massoneria comincia da Brescia, una città dove industria e sistema bancario hanno sempre espresso valori forti. E nella quale il rapporto con la massoneria ha sempre avuto connotazioni enti: se è vera infatti la forte matrice cattolica del finanziario del mondo bresciano – che esprime oggi il suo «campione» nel presidente di Banca Intesa, Giovanni Bazoli – è altrettanto vero che esiste nella città lombarda una tradizione di industria e finanza che con la massoneria ha avuto rapporti intensi. Patria del Gran Maestro massone Giuseppe Zanardelli, Brescia rappresenta una particolare miscela di culture.
Che cosa sia questa città, «neanche Giosue Carducci, che coniò l’appellativo felino di Leonessa quando insorse nel 1869 contro il dominio austriaco, saprebbe forse più dirlo, nel budino ecclesial-risorgimental-síderurgico-finanziario.

Un budino che misteriosamente tiene insieme cultura solidaristica e cultura liberale, laicismo zanardelliano e cattolicesimo giansenista, clericalismo e massoneria, alta banca e pentolame delle Valli, aristocrazia della terra e finanza “svelta», perbenismo e cocaina a go-go, che i ragazzi nelle piazze cominciano a sniffare a quattordici anni», ha scritto Alberto Statera in una bella inchiesta sulla Leonessa. Sta di fatto che a Brescia la presenza massonica è antica e radicata.

Nel lontano 1773, secondo notizie frammentarie, sarebbe già stata presente una loggia massonica. Siamo, come la data indica chiaramente, agli esordi della massoneria in Italia, dato che la massoneria moderna è nata a Londra nel 1717. Ma la massoneria bresciana, in particolare, avrebbe respirato, cultura francese.
A Brescia abbiamo raccolto una testimonianza di straordinario interesse: quella dello storico Silvano Danesi, studioso della massoneria ma anche dei fenomeni dell’economia del sindacato. Un profilo particolarmente interessante, quello di Danesi, un bel signore classe 1949 dall’aspetto anglosassone, che conosce a menadito i complicati intrecci massoneria e finanza.
Con Silvano Danesi abbiamo esplorato i territori della massoneria che si intreccia con la finanza, tra storia e politica, mito e realtà.

La massoneria è considerata tradizionalmente forte nel settore della finanza e dell’industria. Chi storicamente, in Italia, ha rappresentato la massoneria in questi ambiti? Danesi mette dei punti fermi.

«Una premessa indispensabile. La massoneria è un fenomeno assai complesso e lo spazio di un’intervista comporta necessariamente schematismi e semplificazioni. Prima di arrivare alla finanza, credo sia essenziale dire che se oggi c’è l’Italia unita lo si deve in gran parte alla massoneria. La storia del Risorgimento è segnata dall’iniziativa di molti massoni, quali, ad esempio, Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso di Cavour. Non fu massone Vittorio Emanuele II, ma simpatizzò per la massoneria, dando il proprio consenso anche all’affiliazione del figlio, che diverrà poi re Umberto I. L’idea dei francesi, per quanto riguardava l’Italia, era quella di uno Stato cuscinetto nei confronti dell’Austria e niente più. Sicuramente non intendevano disturbare lo Stato vaticano. A favorire e proteggere lo sbarco in Sicilia dei Mille c’erano, al largo, le navi della marina inglese; e si sa che il Gran Maestro della massoneria inglese è il re. Affrontare la questione dell’influenza della massoneria sullo Stato unitario è dunque entrare direttamente nel cuore del potere, ossia nel palazzo dei re. I primi passi dell’Italia unita sono guidati da un Parlamento in gran parte costituito da massoni. Francesco Crispi, Agostino Depretis e Giuseppe Zanardelli erano fratelli del 33° grado del Grande Oriente d’Italia. Del resto, l’incipit dell’inno nazionale è: “Fratelli d’Italia…”. Vorrà pur dire qualcosa»

Viene da chiedersi quali canali massonici abbiano seguito in Italia la formazione della ricchezza dai primi del Novecento in poi. E quali grandi famiglie avessero simpatie o aderenze massoniche. Danesi illustra una sorta di «storia della ricchezza» italiana.

«Gli studiosi di economia sono concordi nel ritenere che la crisi, che aveva colpito il Paese a partire dal 1882, abbia prodotto effetti positivi per il Nord Italia e in particolare per la Lombardia , determinando il sorgere o il consolidarsi di un’industria dinamica e moderna. Numerosi fattori contribuirono a questo risultato. Nuove vie di comunicazione, come la ferrovia del Gottardo, aperta al traffico il 10 luglio dei 1882, fecero delle città del Nord, e in particolare di Milano, il centro di collegamento fra l’Italia e l’Europa; mentre la crisi agricola, liberando notevoli capitali, che non trovavano più convenienza a investire nella terra, favorì la nascita dell’industria elettrica e agevolò la trasformazione delle altre esistenti, a cui forni, peraltro, un’abbondante manodopera che proveniva dai disoccupati delle campagne.
«Qualche anno dopo, mentre le banche di Torino, Roma e Genova subivano gravi collassi, Milano divenne il centro finanziario più importante della nazione, perché vi si costituirono, con l’apporto di capitali tedeschi, la Banca Commerciale e il Credito Italiano»

Anni difficili, turbolenti, quelli di cui parla lo storico bresciano. Che coincisero alla fine dell’Ottocento, con la crisi ci alcune grandi banche.

«Il dissesto bancario italiano aveva origini antiche. La Destra aveva istituito nel 1886 il costo forzoso della lira, ovvero l’obbligo per i cittadini di accettare le banconote prive di copertura aurea, cioè non convertibili. Il costo forzoso aveva allontanato dall’Italia i capitali stranieri che tornarono nel 1883, con il ritorno alla convertibilità della lira. Ne derivò una spinta all’espansione industriale ed edilizia, quest’ultima particolarmente accentuata a Roma, che costruiva la sua nuova dimensione di capitale del Regno. Il finanziamento delle imprese, in particolare di quelle edilizie, comportò una forte esposizione delle banche e in particolare un’esplosione delle sofferenze. Nel 1893-1894 si ebbero quindi i crolli del Credito Mobiliare e della Banca Generale, che furono messe in liquidazione. La Banca Romana , insolvente, nel tentativo di evitare il crollo ricorse, con la copertura di molti uomini politici, alla frode, stampando più banconote con lo stesso numero di serie. Inoltre, ad aggravare la situazione dell’istituto di credito, vennero a galla gli intrecci tra affari e politica; e lo scandalo della Banca Romana travolse il mondo politico e giunse fino a lambire il colle del Quirinale, residenza del re. Si pose quindi la questione della rifondazione del sistema bancario italiano, con la costituzione della Banca d’Italia, nel 1893. E con l’introduzione della banca mista di tipo tedesco, banca universale, capace di partecipare al capitale delle imprese e di convogliare il risparmio nei grandi progetti del decollo industriale.
«All’impresa collaborarono capitali tedeschi e svizzeri, richiamati in Italia dal mutamento delle alleanze in politica estera e dall’azione mediatrice della massoneria, che attraverso i garanti d’amicizia e l’opera del massone ebreo tedesco Otto Joel, convinse i «fratelli d’oltralpe a stabilirsi in Italia con solidi punti d’appoggio finanziari, ai quali seguirono negli anni anche quelli industriali.
«Questo decollo fu in gran parte, appunto, il frutto dell’insediamento a Milano, nel Palazzo Brambilla, della Banca Commerciale Italiana, fondata nel capoluogo lombardo il 10 ottobre 1894 da un consorzio comprendente capitali finanziari tedeschi e svizzeri. A presiedere la neonata banca d’affari fu chiamato il conte Alfonso Severíno Vimercati, uomo dell’entourage crispino e già dirigente della Banca Popolare di Milano.»

Si creò un nucleo di uomini destinati a entrare nella storia dell’economia e della finanza.

« La Banca Commerciale , alla quale si affiancherà nel 1895 il Credito Italiano (banca sorella e concorrente), fu condotta da Otto Joel e da Federico Weil. Nel 1891 Joel chiamò in Italia Giuseppe Toeplitz, un uomo che avrà grande parte nello sviluppo del Nord industriale italiano negli anni a venire. A Toeplitz succederà negli anni Trenta del Novecento Raffaele Mattioli, banchiere mecenate e fine intellettuale, protagonista della creazione di Mediobanca, poi diretta dal «fratello” Enrico Cuccia. Motore dello sviluppo, le due banche favorirono il decollo della Terni, dell’Ilva, dell‘Edison, delle Acciaierie Falck, della Breda, della Fiat» spiega Danesi.

Ma quale fu il ruolo di figure come Toeplitz e Mattioli rispetto alla massoneria?

«Il massone Otto Joel, come s’è visto, con Federico Weil, altro tedesco di origine ebraica, è tra i protagonisti dello sviluppo industriale italiano voluto da Giovanni Giolitti. Sua creatura è la Banca Commerciale Italiana. Nel 1891 Joel chiamò in Italia Giuseppe Toeplitz, borghese di origine ebraica, nato a Varsavia. Mattioli, stando alla biografia ufficiale, non era massone, mentre lo era Beneduce. Riguardo a Mattioli, è aperta la questione, assai interessante, della sua sepoltura nell’abbazia di Chiaravalle, in una tomba che fu dell’eretica Guglielma la Boema. Secondo alcuni sarebbe stato Giuseppe Toeplitz ad avvicinarlo alle complesse idee di Shabbetai Zevi e di Jakob Frank. In questo caso, più che alla massoneria, bisognerebbe pensare all’influenza di un certo mondo ebraico. Guglielma – o meglio Vilemina o Blazena Vilemina – eretica mistica, era figlia, secondo la sua testimonianza, del re di Boemia Premislao I e di Costanza di Ungheria. Giunse a Milano con un figlio intorno al 1260 e divenne oblata del monastero di Chiaravalle: con la sua parola e il suo esempio creò attorno a sé un gruppo di seguaci tra i quali alcuni appartenenti a famiglie nobili come i Torrioni e i Visconti. La sua storia fa pensare che fosse una seguace del movimento del Libero Spirito, diffuso in Germania, nella Francia settentrionale e nei Paesi Bassi. Un movimento che sosteneva che Dio poteva essere ricercato in se stessi, negando, di conseguenza, il ruolo di mediazione delle gerarchie ecclesiastiche.’ Guglielma arrivò a sostenere l’idea di un’incarnazione femminile di Dio. Alla sua morte nacque la setta dei guglielmití, che ritenevano che Guglielma fosse l’incarnazione dello Spirito Santo e che sarebbe risorta all’inizio del nuovo secolo. Guglielma sosteneva di essere venuta a portare la salvezza a chi era fuori dalla Chiesa, e in particolare agli ebrei. Jakob Frank (1726-1791) è invece il fondatore di una setta ebraica che prese il nome di frankisti e che si riconduce al movimento messianico e cabalista degli shabbetai di Sbabbetai Zevi. Jakob Frank sosteneva, come scrive Gershom Scholem, uno dei massimi studiosi della mistica ebraica, “che il vero buon Dio è occulto e privo di legami con la creazione” e si nasconde dietro il “Grande Fratello», la cui posizione è connessa con la Shekkinah. Secondo Frank, «tutte le religioni erano soltanto fasi attraverso le quali dovevano passare i credenti, come un uomo che indossa abiti diversi, per poi abbandonarle perché prive di significato nei confronti della vera fede segreta“. La massoneria, il liberalismo e persino il giacobinismo potevano essere visti come mezzo per realizzare tali fini ed è per questo che in particolare a Varsavia, molti adepti furono attivi nelle organizzazioni massoniche….

Tratto da: www.disinformazione.it
Tratto dal libro: “FRATELLI D’ITALIA” di Ferruccio Pinotti

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gennaio 14, 2008

Farloccolandia: mutui, perizie & company

Farloccolandia: mutui, perizie & company
di Eugenio Benetazzo – 9 gennaio 2008

Banche SucchiasangueFarlocco è un termine dialettale tipico nel Nord Italia utilizzato per individuare un’operazione fasulla o peggio ancora falsa, frutto generalmente di un imbroglio o una truffa. Farloccolandia è il nomignolo che mi sento di dare al nostro paese sulla base del comportamento del suo sistema bancario e parabancario. Sembra infatti che a distanza di qualche anno si stia riproponendo lo Schema Parmalat nella sua piena onnipotenza. In che consisteva lo Schema Parmalat, per chi non lo sapesse ancora? Molto semplice: quando una banca si rendeva conto che il prestito effettuato alla nota azienda di Collecchio era ormai inesigibile o inescutibile, allora si inventava una emissione obbligazionaria cartolarizzando il credito vantato alla Parmalat e si offrivano le fenomenali tranche obbligazionarie al pensionato babbaleo di turno. In questo modo si trasferiva il rischio di insolvenza (tipico dell’attività bancaria) sulle tasche dei suoi ignari correntisti o investitori.

Nonostante i drammatici appelli delle associazioni di consumatori all’interno di qualche talk show e le promesse farlocche della politica per un sistema bancario più serio ed onesto, lo Schema Parmalat è stato rispolverato e messo alacremente in catena di montaggio. Proprio come hanno fatto con i debiti della Parmalat adesso stanno facendo altrettanto con i mutui: infatti, le banche intuendo con largo anticipo i primi segnali di indigenza economica e di insolvenza finanziaria piuttosto diffusi nelle famiglie italiane, hanno provveduto a trasferire i mutui recentemente erogati negli ultimi anni dentro la pancia di qualche cosiddetto fondo di investimento immobiliare. Questi fenomenali fondi sono stati successivamente offerti a risparmiatori, fondi pensione o addirittura altri fondi di fondi, con la garanzia che si trattassero di investimenti a capitale protetto in virtù delle ipoteche che gravavano sugli immobili sottostanti ogni richiesta di mutuo.

Questa operazione è nota con il nome di cartolarizzazione, anche se per i risvolti indiretti che ha ed avrà sui vostri portafogli, sarebbe opportuno chiamarla sodomizzazione. Ancora una volta quindi, il sistema bancario scarica il suo rischio e le sue nefandezze sulle tasche di povere persone oneste inconsapevoli di quello che stanno per sottoscrivere. Quello che fa tuttavia terribilmente ribollire il sangue è sapere che la maggior parte degli istituti di credito continua a proporre ancora interventi integrali (quindi mutui al 100 %) per l’acquisto di immobili, nonostante quanto accaduto la scorsa estate e nonostante il mercato immobiliare sia visto profondamente in crisi per i prossimi anni. Ma allora per quale ragione si persevera a finanziare l’acquisto della prima casa a persone già in difficoltà ed indigenza economica, sapendo che stiamo andando incontro ad una voragine finanziaria che si trasformerà presto in una deflazione stile 1929 ?

MaialeIl profitto indiscriminato è la risposta a questa domanda. Adesso si riesce a percepire addirittura la volontà (quasi politica) a finanziare per il 100 % solo i più morti di fame (extracomunitari senza denaro in tasca, precari a singhiozzo, ragazze madri in aspettativa) perchè solo a loro si possono proporre le condizioni di indebitamento fuori dalla media di mercato (e quindi più remunerative per la banca che le concede). Eh sì, perchè vi è una sostanziosa differenza tra un mutuo erogato all’EURIBOR + 2 punti di spread ed uno erogato con appena mezzo punto di ricarico ! Di questi mutui e del loro periodico rimborso le banche non si preoccupano più di tanto, in quanto non appena hanno incassato finanziariamente le prime sei rate, questi fenomenali banchieri prendono il mutuo, lo cartolarizzano e lo piazzano sul mercato del risparmio gestito !

Addirittura esistono casi sempre più frequenti in cui l’importo del mutuo è calcolato sommando il costo dell’immobile con gli oneri di rogito e le prime sei rate del mutuo stesso ! Della serie: oltre al prestito, ti anticipo anche le prime sei rate, in questo modo sono sicuro che potrò cartolarizzare il mutuo senza grane o lungaggini in quanto il mutuo risulterà essere intestato ad un buon pagatore ! Sempre parlando di farlocchi, è doveroso sottolineare di quanto siano sempre più spesso gonfiate le perizie degli immobili oggetto di compravendita, le quali devono rappresentare un valore di mercato significativamente congruo per giustificare in taluni casi interventi addirittura superiori al 100 %. La fantasia a questo punto diventa il vero unico limite, infatti mi sono stati rappresentati comportamenti molto discutibili da parte di qualche circuito di franchising immobiliare che riesce misteriosamente a far lievitare persino l’imponibile della dichiarazione dei redditi del richiedente il mutuo, pur di far deliberare il finanziamento nel pieno rispetto del rapporto di congruità tra il peso della rata ed il reddito mensile effettivamente percepito.

Bang!Per questo motivo il crash che colpirà le principali economie sarà devastante, forse con un potere di detonazione addirittura superiore al passato 1929, in quanto grazie all’operato farlocco del sistema bancario adesso abbiamo fondi di investimento e fondi pensione che hanno nella loro pancia tutti questi mutui farlocchi destinati ad essere non pagati nel lungo termine con una garanzia immobiliare legata al valore di presumibile realizzo pesantemente contraffatta. In buona sostanza sono a rischio proprio investimenti che dovrebbero garantire il capitale protetto, ma per ovvie ragioni di architettura finanziaria non possono più esserlo. Ecco perchè la scorsa estate abbiamo visto fondi monetari perdere il 4 % in una settimana, rendimenti assolutamente incompatibili dal punti di vista tecnico, in quanto un fondo di liquidità non può per definizione essere soggetto ad una contrazione di valore di tale entità. Se però alcuni fondi immobiliari nati dalla cartolarizzazione forzata di mutui ad intervento integrale vengono spacciati per fondi monetari, grazie alla compiacenza delle agenzie di rating, allora tutto diventa possibile. Anche una sommossa popolare od un colpo di stato.

Eugenio Benetazzo

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Nel paese dei monnezzari e delle Scamorze!

Monnezzaro ScamorzoneLa dialettica hegeliana “Problema-Reazione-Soluzione“, è ieri come oggi, messa in atto dal Sistema!
Quando si vuole realizzare qualcosa, è estremamente funzionale (11 settembre 2001, docet. La ridicola quanto vergognosa epidemia di meningite in Veneto, ecc.)
Il Problema è (l’hanno fatto diventare tale) la Monnezza, la Reazione è (ovviamente) l’indignazione dei cittadini e la Soluzione (magica) saranno gli “Inceneritori” o “Termovalorizzatori“, che tutti accetteranno con
entusiasmo, pur di risolvere quanto prima la situazione ambientale e umana indecente.
Purtroppo grazie a questi Cancrovalorizzatori, avremo nei prossimi vent’anni un aumento spaventoso di patologie respiratorie gravissime (nanoparticelle) con inquinamento delle falde acquifere.
Voragini di miliardi di euro per la gioia dei politici (mafie & massoneria) e le lobbies del farmaco…
Marcello Pamio

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Nel paese dei monnezzari
di Carlo Bertani – 11 gennaio 2008

Bande di teppisti senza una strategia complessiva”, ecco come un Ministro dell’Interno ex socialista, e nominato da un governo di centro-sinistra, definisce il malessere degli abitanti del napoletano. E, questo, dopo aver “sentito” il Capo della Polizia Manganelli (basta il nome…) ed aver nominato De Gennaro (Genova 2001?) Commissario Straordinario per la Monnezza.
L’Italia è un “paese fotocopia”. Ogni anno che passa, potremmo “riciclare” le notizie di quello precedente: come nel 2007, 2006, 2005…anche quest’anno è scoppiata “l’emergenza rifiuti”. Anche le notizie fanno monnezza.
Come andrà a finire? Come tutte le “emergenze” italiane: dapprima si criminalizza chi protesta per il sacrosanto diritto alla propria salute (le cifre sull’incidenza dei tumori riportate da Saviano parlano chiaro), poi partirà una strategia formata da promesse (tante), soldi (a chi di dovere), tanto per rientrare in quell’ordinaria “normalità” che, a Napoli, significa non avere la monnezza che arriva al primo piano. Poi, spegneranno i riflettori delle TV, e tutto tornerà “normale”. Fino alla prossima emergenza.

Intanto, montagne di rifiuti s’accumulano nelle strade, mentre colonne di camion cariche di spazzatura s’avventurano – scortate dalla Polizia – fra paesi in guerra e popolazioni al limite della sopportazione. Dove vanno? Tentano di raggiungere l’ennesima discarica “temporanea”, nell’attesa che si trovi l’ennesimo “sito” per l’interramento definitivo: ovviamente, nell’attesa che sia definito dove e se costruire un inceneritore, un termovalorizzatore o comunque lo si voglia chiamare. Intervistati dai solerti TG nazionali, sudaticci funzionari affermano di “lottare contro il tempo”, “contro gli immobilismi”, “contro le eco-mafie”, contro…insomma, un’emergenza apocalittica!
Ora, “un’emergenza” deriva – per definizione – da un evento straordinario ed imprevisto: nessuno prevedeva che, anche quest’anno, avremmo gettato nella spazzatura le bucce dei mandarini e i cartocci del latte?

Negli altri paesi europei, si nominano commissari straordinari per i terremoti e per le alluvioni; nel Bel Paese, alti funzionari dello Stato sono insigniti dell’ambita carica: Commissario per la Monnezza. L ’ultimo ad essere insignito dell’Alta Carica fu Bertolaso. Adesso tocca a De Gennaro. La prossima volta, toccherà ad un Ammiraglio poi, a rotazione, Esercito ed Aeronautica.
Tutto l’andazzo è finalizzato ad un solo scopo: trovare qualcuno disposto ad accettare sul suo territorio una discarica, un’amena valletta (meglio se un po’ nascosta) da riempire di spazzatura. Almeno, per quest’anno “tiriamo il fiato”. Le riunioni “politiche” si sprecano: sindaci di quel partito incontrano governatori dell’altro, ma c’è di mezzo qualche “potente” dell’opposto schieramento, e si torna da capo. S’interpella Roma, ma Roma ha ben altro cui pensare…elezioni, fusioni di partiti, grandi riforme istituzionali…no, Roma nomina il Gran Commissario e…che se la sbucci lui, fra le bucce delle patate e delle arance!

Se riduciamo all’osso la questione, siamo come un gatto che deve “farla” ed osserva con circospezione il terreno: dietro a quel cespuglio? Sotto l’albero? Sì, sotto l’albero va bene: un po’ di lavoro con le zampe anteriori – quindi l’atto – e lo zampettare con quelle posteriori per ricoprire il tutto. Anche per oggi, il problema è risolto. Nel terzo millennio del silicio e delle tecnologie spaziali, il Gran Commissario osserva il gatto. E impara.
Proviamo a salire di un misero scalino ed osservare altre soluzioni?
Per prima cosa dobbiamo sfatare il mito che la spazzatura, in discarica, non inquini: inquina pesantemente e definitivamente il terreno, e non solo.
Nonostante ci raccontino che sono state seguite alla lettera le “norme”, e prese tutte le opportune “precauzioni”, vorremmo sapere cosa genereranno montagne di spazzatura interrate dopo decenni di piogge. Nessuno può fermare l’acqua, che s’intrufola, scava, scende: gutta cavat lapidem – affermavano i latini, la goccia scava la pietra – figuriamoci la monnezza.

Risultato: dopo qualche anno, metalli pesanti e molecole d’ogni forma s’espandono ben oltre i confini della discarica e vanno ad inquinare le falde acquifere. La preziosa, e sempre più scarsa acqua che abbiamo a disposizione, dobbiamo prelevarla sempre più lontano dalle città, perché le falde più vicine sono inquinate da Cromo, Mercurio, Piombo e molecole d’ogni tipo sparse a pioggia. Addio agricoltura biologica. Finito? Manco per idea.
Le molecole organiche (carta, legno, residui alimentari, materie plastiche, ecc) sono costituite da lunghissime catene formate da atomi di Carbonio. Tutto cambia – panta rei, affermavano già i Greci – ed il Carbonio può seguire due strade per “mutare”: l’unica cosa che non può assolutamente fare è rimanere così com’è, perché la chimica è un continuo mutare, trasformare, rinnovare.
Se il Carbonio si lega con l’Ossigeno (tipicamente, una combustione) forma l’anidride carbonica – responsabile dell’effetto serra – mentre se è interrato cambia per fermentazione anaerobica. I batteri, sempre presenti, spezzano le lunghe catene di atomi e formano metano: a prima vista, sembrerebbe una buona soluzione.

Invece no, perché il metano che si forma è difficile da recuperare ed è – per gli usi energetici – di scarsissima entità, mentre – se liberato nell’atmosfera – inquina, e parecchio. Una molecola di metano riflette una quantità di radiazione infrarossa (l’effetto serra) pari a 21 volte quella riflessa da una molecola d’anidride carbonica! Quindi, dal punto di vista dell’inquinamento, le discariche sono la peggior soluzione: incrementano enormemente l’effetto serra ed inquinano definitivamente terreni e falde acquifere.
L’altra soluzione è bruciare i rifiuti in appositi impianti, per ottenere la miglior combustione possibile e ridurre il rilascio di prodotti di combustione indesiderati.
Qui bisogna sfatare un mito: i termovalorizzatori producono sì energia elettrica, ma è sbagliato pensare ad essi come ad un metodo di produzione energetica. Più seriamente, dovrebbe essere chiarito che sono mezzi per eliminare i rifiuti, dai quali è possibile recuperare un po’ d’energia.
La distinzione è importante perché, se pensassimo ad essi come al toccasana della produzione energetica, potremmo cadere nell’errore di generare più rifiuti: tanto ci penseranno i termovalorizzatori!

I termovalorizzatori, però, bruciano il materiale più composito che possiamo immaginare: pur trasformando preventivamente i rifiuti nel CDR (Combustibile Da Rifiuti) mediante complesse operazioni chimico-fisiche, rimane un composto formato da legno, plastica, coloranti, vernici, ecc.
All’estero, la tecnologia per bruciare i rifiuti è più avanzata che in Italia, e si riescono ad ottenere rilasci molto contenuti di sostanze inquinanti, tanto che gli impianti sorgono anche in aree urbane.
In Italia – e questo è un altro mistero che dovrebbero spiegarci – anche i più moderni impianti sono almeno un paio di “generazioni” indietro rispetto a quelli d’oltralpe.
I timori delle popolazioni – quindi – sono pienamente giustificati: perché un sindaco dovrebbe concedere la costruzione di un termovalorizzatore, quando non ha garanzie sul futuro inquinamento?

Monnezza e ScamorzeDiscariche e termovalorizzatori sono mezzucci per risolvere il breve ed il medio periodo ma, se vogliamo veramente salire un ulteriore “scalino” e cercare soluzioni radicali, non possiamo che partire dalla “catena” del rifiuto: in definitiva, si brucia ciò che s’immette nella “filiera” del rifiuto.
I rifiuti organici naturali (scarti di cucina, ad esempio) non producono inquinanti: il vero problema sono i materiali prodotti dall’uomo mediante la manipolazione chimica. Una cassetta di legno può bruciare tranquillamente: la stessa cassetta, costituita da materiale plastico, è un problema.
Qui nasce il problema dei rifiuti: quando s’arriva al cassonetto, la frittata oramai è fatta.

La raccolta differenziata dei rifiuti è ottima cosa, ma è lenta ad affermarsi e sembra non riuscire a superare la metà, forse il 60% della produzione di rifiuti, anche nelle migliori condizioni.
Le proposte sono molte: dalla raccolta “porta a porta” (molto costosa) ad un generale abbattimento della quantità d’imballaggi, che formano gran parte dei rifiuti.
Dobbiamo, però, sfatare un mito, ovvero il ritorno al trasporto dei materiali sfusi: chi ha vissuto nel mondo dove si rifornivano i negozi con i sacchi di pasta, sa benissimo che quel metodo necessitava di tanta mano d’opera in più per realizzare la distribuzione.
In questo senso, la grande distribuzione è un passo in avanti, non indietro: in termini d’efficienza – sia energetica, sia per le ore di lavoro necessarie – il mondo “polverizzato” dei piccoli esercenti condurrebbe a nuovi rincari delle merci. Già oggi è possibile, non ovunque, ordinare direttamente le merci via Internet, e questo è un altro progresso: risparmi di tempo e carburanti.
Va da sé che, se si devono rifornire i supermercati con merci imballate (giacché chi acquista compra una confezione, mentre un tempo c’era un addetto che confezionare i pacchi), aumenterà la massa degli imballaggi.

Gli imballaggi sono dunque i materiali che generano più problemi per un loro eventuale uso energetico: enormi masse di materie plastiche, nylon, coloranti. E’ proprio necessario costruirli con queste sostanze?
Se i contenitori per il trasporto e l’imballaggio delle merci vengono recuperati, allora possiamo costruirli con qualsiasi materiale, ma se vanno a finire nel cassonetto – quante volte abbiamo notato cataste di cassette per la frutta in plastica accanto ai cassonetti? – sarebbe meglio farli di legno. E per gli imballaggi, non sarebbe meglio utilizzare il cartone? Ancora: è proprio necessario colorare il cartone, cosicché rimane intriso di coloranti chimici che inquinano pesantemente?
I sacchetti potrebbero essere di carta, oppure fabbricati con polimeri dell’amido di mais, i coloranti usati potrebbero essere d’origine naturale: certo, forse non si riuscirebbe ad ottenere quel meraviglioso rosa shocking, ma val bene la pena se dopo non si genera diossina!

Ci sono milioni d’interventi per intervenire nella “filiera” del rifiuto: perché non viene proibita la vendita delle batterie (pile) tradizionali, così utilizziamo solo quelle ricaricabili? Se si possono ricaricare anche solo 200 volte, significa ridurre allo 0,5% la quantità di batterie esauste! Idem per le lampadine.
Il 5% del petrolio che importiamo non viene usato per generare energia, bensì per usi petrolchimici: sono circa 10 milioni di tonnellate l’anno, il carico di 25 superpetroliere. Con quel petrolio saranno sintetizzati medicinali, materie plastiche, gomme, fibre tessili, coloranti, inchiostri, ecc.
Questo mare di composti, in gran parte, finirà in discarica nel volgere di pochi anni. Perché?
Poiché la monnezza sta diventando il terminale d’ogni attività umana: senza monnezza, il capitalismo non ha futuro!

Immondizia IdeologicaMi sono piaciuti parecchio alcuni passaggi di un articolo comparso sul Web, dal titolo “L’impero della rumenta” di Gianluca Freda, perché metteva il dito proprio sulla genesi della monnezza, sul mal primigenio del problema.
Citando Maurizio Pallante in “La decrescita felice” – laddove afferma che “La produzione è un’attività finalizzata a trasformare le risorse in rifiuti attraverso un passaggio intermedio, sempre più breve, allo stato di merci” – Freda conclude che “La merce, in quest’accezione, non è altro che monnezza grezza che va raffinata al più presto, affinché si possano ricavare dal prodotto finito i meritati e lucrosi profitti imprenditoriali.
Correttamente, Freda identifica nella monnezza il prodotto finito del lavoro capitalista, perché soltanto dalla distruzione del bene sarà possibile ottenere la vendita di un nuovo bene! Tragico, ma è così.

Se spicchiamo un salto nel tempo di parecchi secoli, troviamo artigiani tessili preoccupati: per i prezzi? Per trovare un acquirente ad una camicia in ruvida lana?
No, il problema era avere la lana per filare, per tessere, per confezionare la camicia! Dopo, c’erano stuoli di pretendenti, pronti a scucire monete d’oro oppure a barattare il proprio lavoro in cambio.
Per avere più lana, s’iniziò ad acquistarla in posti sempre più lontani, in quantità crescenti, con l’impiego di sempre più risorse, i capitali.
Il capitale – e tutto la panoplia dei primi mezzi finanziari, lettere di credito, cambiali, ecc – aveva il precipuo scopo di soddisfare una impellente necessità umana: non crepare di polmonite.

L’interesse bancario, richiesto su ogni prestito, aumentò a dismisura le dimensioni dei capitali originari, tanto che – alla fine del ‘400 – i banchieri fiorentini si permettevano di finanziare le spedizioni nel Nuovo Mondo. Mica per interesse filantropico: per trovare altra lana e spezie, che erano necessarie giacché non erano solo il pepe e la cannella, bensì tutta la chimica e la farmacopea dell’epoca.
Finché il lavoro rimase manuale, la quantità d’energia che il “sistema” poteva gestire era limitata dalle masse muscolari di uomini ed animali, ma con l’avvento del vapore aumentò esponenzialmente. Più camicie, più soldi: il problema è che ogni persona può indossare una sola camicia la volta. Ne potrà tenere 50 in un armadio, ma oltre le 50 non si sa più dove metterle.
Ecco, allora, che la camicia – per continuare ad incrementare il capitale – deve durare di meno: non c’è altra soluzione.

La scrivania sulla quale ho appoggiato il computer è una scrivania “da soci” (probabilmente da architetto) degli anni ’20: è costruita in quercia, con incastri a coda di rondine e pochi inserti metallici. La pagai 100.000 lire da un rigattiere, la restaurai e la sto usando da molti anni: quando me ne sarò andato, potrà rendere gli stessi servigi a mio figlio, ai miei nipoti, bisnipoti, ecc. Basterà una mano di vernice e un po’ di cera ogni tanto: la mia scrivania è un minuscolo soldatino del movimento anti-capitalista.
Se avessi acquistato, ad un prezzo certo maggiore, una moderna scrivania in truciolato, oggi l’impiallacciatura inizierebbe a staccarsi, le gambe ad indebolirsi, i cassetti a perdere i fondi. Accanto ai cassonetti, ci sono spesso cataste di mobili in truciolato: il truciolato è un grande alleato del capitalismo.

Immondizia & MarketingUn enorme quantitativo di rifiuti è costituito la mobili: anzi, ex mobili. Per costruire i mobili, deforestiamo immense aree, scacciamo con la forza popolazioni che vi abitano da millenni, trituriamo il legno e lo ricomponiamo con colle sintetiche. Con i pannelli, quindi, costruiamo i mobili.
I mobili moderni saranno pure lisci e senza la minima fessura, ma dopo qualche decennio – inevitabilmente – le colle si de-polimerizzano ed i pannelli di truciolato vanno letteralmente in polvere: perché non usare il legno?
Un mobile in legno – se protetto dai tarli – può durare alcuni secoli: ne sono testimoni i mobili antichi giunti sino a noi. Curandoli con della semplice cera d’api, i nostri progenitori hanno usato gli stessi mobili per generazioni: certo, ci sono preferenze dovute alle mode od agli stili, ma tutto questo cela soltanto la nostra ansia del dover cambiare tutto ciò che ci circonda, frequentemente, per mascherare la nostra incapacità di cambiare il nostro pessimo stile di vita. Dalla produzione al consumo, tutto deve vorticare celermente per donarci l’illusione della felicità. Effimera.

Ovviamente, il capitalismo alimenta ad arte – grazie alla pubblicità – la sete di mutamento: sei depresso? Comprati un paio di scarpe nuove: per un paio d’ore scaccerai il male ai piedi, osservando le tue nuove zampe sontuosamente calzate.
La stessa molla del consumo inconsapevole ci spinge ad acquistare il cartoccio dei pomodori che ha la confezione più appariscente e colorata: nastrini dorati, nylon che riflettono la luce, scritte accattivanti che richiamano paradisi della natura.
In realtà, quei pomodori sono probabilmente cresciuti sotto una cappa di concimi chimici e diserbanti, e sono stati raccolti da uno schiavo nero – che oggi chiamiamo “extracomunitario” – per pochi centesimi: nell’estate del 2006, le Forze dell’Ordine scoprirono – in Puglia – una vera holding della schiavitù, con tanto di “caporali” armati che sorvegliavano i “lavoratori extracomunitari”. Peggio dei campi di cotone dell’Alabama.

Se fossimo consapevoli dell’abisso d’infelicità nel quale siamo precipitati, probabilmente acquisteremmo la metà dei prodotti che compriamo: perché non si costruiscono automobili che durano trent’anni? Sarebbe possibile e vantaggioso, sia economicamente e sia per gli aspetti energetici ed ambientali.
La risposta è: perché nessuno si terrebbe la stessa auto per trent’anni! Vorrebbe cambiare, non entrare nella stessa “forma” per tre decenni. Ci chiediamo perché ci disturba tanto? Perché quel “cambiare” acquieta la nostra sete di mutamento interiore, perché ci rendiamo conto che stiamo costruendo un mondo alla rovescia: campagne spopolate e città invivibili, ricchi straricchi e poveri strapoveri, felicità effimere e depressioni dilaganti.

RiciclatoDifficile stabilire dove sia iniziato questo circolo vizioso: possiamo soltanto affermare che è perfettamente coerente con i desideri di chi guadagna un euro a camicia, e pare acquietare le ansie di coloro che – se non acquistano una camicia nuova ogni mese – cadono in depressione.
Ora, qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra tutto ciò con la politica spicciola: possiamo discutere all’infinito sulla convenienza della raccolta differenziata, sugli inceneritori, sul riciclo dei materiali – ed è giusto farlo – ma se non mutiamo le nostre abitudini – ovvero se non diminuiamo la colossale quantità di beni che consumiamo nei paesi ricchi, senza trovare felicità – saranno soltanto pannicelli caldi per curare un tumore.

Siamo così fessi, stupidi, inconsapevoli? No: c’è chi alimenta ad arte questa tendenza e ci campa allegramente. Ovviamente, chi produce un bene vorrà produrne di più per arricchirsi: la nota teoria dello “sviluppo senza limiti”, che rischia seriamente di mettere in crisi l’intera specie umana, ma c’è chi ha trasformato il rifiuto in un cespite di ricchezza e di potere.
Tutti paghiamo la tassa sulla spazzatura. Quanto? Dipende, ma una cifra vicina ai 200 euro a famiglia è vicina alla realtà.
Questa tassa (le sole famiglie) genera annualmente un capitale pari a circa 5 miliardi di euro (altri forniscono cifre ben maggiori, ma non ha soverchia importanza). Chi lo gestisce? Gli assessori incaricati di gestire i rifiuti, che si servono d’aziende municipalizzate o private per “risolvere” il problema.

Qui entrano in gioco le cosiddette “eco-mafie”, che non sono eserciti d’individui con coppola e lupara: più semplicemente, sono distinti signori in doppiopetto che ricevono appalti per la gestione della spazzatura i quali, a loro volta, li re-distribuiscono in una jungla di subappalti.
Sulla monnezza campa un esercito di camionisti, raccoglitori, funzionari…e su tutti, come un sovrano, regna il nostro assessore che, con una delibera, può cambiare il destino di centinaia di persone. Le quali, ovviamente, mostreranno riconoscenza alle elezioni. Proviamo a riflettere su qualche milione di euro da gestire per raccogliere voti: la spazzatura può anche fare tre volte il giro dello Stivale (difatti, la spediscono in Sardegna, che è proprio dietro l’angolo), basta che alla scadenza elettorale caschi tutta sullo stesso nome!
Perché, soprattutto al Sud, la raccolta differenziata non decolla? Poiché manderebbe in crisi il sistema, “l’affare monnezza”. Del resto, la politica-spazzatura, la TV-spazzatura e l’informazione-spazzatura, su cosa potrebbero reggersi?

C’è modo d’uscirne?
Senza uno Stato che si riappropri di quei poteri che la cosiddetta “deregulation” ha generato, potremo discutere all’infinito su discariche e termovalorizzatori, ma rimarremo sempre nella m…pardon nella monnezza. E non si venga a raccontare che il problema è solo napoletano; ho visto personalmente intere vallette, al Nord, riempite di spazzatura, che non hanno ripari a valle: prima o dopo, quella monnezza finirà inevitabilmente sulla testa di chi sta sotto. Magari fra cent’anni: e chi se ne frega di cosa avverrà fra cent’anni! Nomineranno un Commissario per le Monnezze Cadenti.
Un primo passo verso la decrescita, passa proprio per uno Stato che torni a difendere la salute ed il buon livello di vita della popolazione. Come? Stabilendo, per legge, più tutele sulla produzione dei beni.

Vota il Cassonetto!Mia suocera ha un frigorifero Bosh che acquistò nei primi anni ’60: funziona tuttora, ed è costruito con un acciaio che ci potreste fare una lama di Toledo. Una cara amica ha ancora un monumentale frigorifero FIAT, che ha attraversato tutte le stagioni della tecnologia ed oggi ha già valore nel mercato del modernariato. E funziona.
Ovvio che, quando la concorrenza scivola nel monopolismo, nel cartello dei produttori e lo Stato si estingue, l’interesse generale sarebbe quello di darvi un frigorifero che dura due mesi.
Perché, un’auto, deve avere soltanto due anni di garanzia?
Se, ipoteticamente (ma conosco situazioni che si avvicinano parecchio all’esempio), dopo due anni ed un giorno si rompe la pompa dell’acqua e si “fonde” il motore? Oppure, il parabrezza – inspiegabilmente – si fessura (“cancro del vetro”, lo chiamano, ma facessero il piacere…), una gomma scoppia dopo poche migliaia di chilometri – eh sì, “capita” – chi vi risarcisce?

L’auto che avete acquistato – quei 20.000 euro, poniamo – per quanto tempo deve durare?
Se dopo pochi anni inizia ad andare letteralmente in pezzi (qualcuno ricorda le Alfasud che lasciavano una scia di ruggine dopo pochi anni?), questa è truffa, soltanto che le leggi non la riconoscono come tale.
Ovvio, perché andrebbe ad intaccare il comma numero uno: tutto deve essere funzionale all’accumulazione del capitale. Il comma due, invece, recita: qualsiasi legge che contrasta con il comma uno è automaticamente abrogata, e deve essere immediatamente gettata nella monnezza. Fine.

Carlo Bertani articoli@carlobertani.it www.carlobertani.it http://carlobertani.blogspot.com/

Tratto da: www.disinformazione.it

gennaio 13, 2008

FASCISTI: “Giovani istigati dalla cattiva politica”

L’ira di Soru, barricato in casa
“Giovani istigati dalla cattiva politica”

Sporcaccioni & Puttanieri - Aka FascistiIl quantitativo di spazzatura (una decina di navi) è sopportabile.
Con un governo di centrodestra avrei tenuto lo stesso atteggiamento

CAGLIARI – “Ci sono esponenti della destra con responsabilità istituzionali che hannio istigato gruppi di facinorosi sollecitandone i peggiori istinti. Questa è pessima politica”. E’ l’una di mattina, Renato Soru è barricato da quattro ore nella sua villa a un tiro di schioppo dalla basilica di Bonaria, nel centro di Cagliari. Con lui, gli amici più stretti, gli affetti più cari, qualche parlamentare del centrosinistra. Fuori, scenari di guerriglia urbana. Mezzi blindati di polizia e carabinieri vigilano su alcune centinaia di giovani che cercano di gettare sacchetti d’immondizia nel giardino della casa del governatore. Scontri, feriti, cariche con lacrimogeni. Un inferno.

Ce l’ha con i parlamentari della destra, presidente Soru?

“Certo. Questi esponenti ieri se ne sono tornati a casa a vedere la tv e se ne stanno tranquilli con i loro lauti stipendi, mentre i padri di questi ragazzi, lasciati a fare a botte con la polizia, dovranno pagare gli avvocati per tirare fuori dai guai i loro figli”.

Cagliari città violenta?

“No, nella maniera più assoluta. Cagliari è una città civile, tranquila, vivibilissima. Questa pessima politica l’ha trasformata, per una sera, in una città violenta. Il compito della politica è quello di esaltare gli istinti migliori dei giovani, come il coraggio e la solidarietà. E invece, i “cattivi maestri” inculcano paura: tutto questo è riprorevole”.

Si aspettava una reazione così violenta?

“La Sardegna crede nella solidarietà, un valore morale presente anche nella Costituzione. Io ho giurato sulla Carta fondamentale dello Stato e intendo onorare quel giuramento”.

Prodi le ha chiesto di accogliere i rifiuti campani e lei ha detto subito di sì. L’hanno contestato anche per questa ragione.

“Se c’è da aiutare una Regione in difficoltà non c’è tempo da perdere, così come quando qualcuno sta affogando: bisogna agire subito ed è giusto che, chi può dare una mano e sa nuotare, partecipi al salvataggio”.

La Lombardia e il Veneto si sono messe di traverso: lei ha subito accettato. Perché?

“Non vorrei entrare nel merito delle scelte di altri”.

Mercoledì, dopo l’incontro a palazzo Chigi, l’assessore lombardo Romano Colozzi l’ha criticata per la sua immediata disponibilità.

“Lui l’ha buttata sul piano politico, evocando scenari di destra e sinistra. È una valutazione sbagliata: si tratta di essere solidali, a prescindere dagli schieramenti politici”.

Se l’aiuto gliel’avesse chiesto un governo di centrodestra, lei come si sarebbe comportato?

“Nello stesso modo”.
Comunque lei è stato fortemente criticato anche in Sardegna.

“Io ho assicurato al governo la disponibilità a smaltire qualche migliaio di tonnellate di rifiuti della Campania ma non so neanche se servirà proprio perché altri territori si apprestano a fare come noi: la solidarietà sta aumentando”.

Non è stato troppo frettoloso?

“No. Difendo con orgoglio la decisione, rapida come la contingenza richiedeva, di venire in soccorso di chi ha bisogno di una mano”.

L’accoglimento di rifiuti altrui non può compromettere lo smaltimento che avviene in Sardegna?

“La Sardegna è diventata un’isola virtuosa: in tre anni la quota di raccolta differenziata è passata dallo 0 al 30 per cento; e nel 2008 arriveremo al 40”.

Quante tonnellate di rifiuti arriveranno nell’isola?

“La cifra esatta non la posso quantificare: siamo comunque nell’ordine di qualche migliaio di tonnellate”.

Quante navi?

“Una decina. Rispetto alla quota smaltita nell’isola, si tratta di una quantità più che sopportabile. Anche la Sardegna, tra l’altro, esporta 470mila tonnellate di rifiuti tossici: rifiuti smaltiti in altre regioni d’Italia”.

Tratto da: www.Repubblica.itdi AUGUSTO DITEL

FASCISTI DELINQUENTI e SPORCACCIONI – AN per gli Amici della Cdl!

Villa Soru a Cagliari piena di rifiuti - foto Ansa - 220*168 - 12-01-08

Scontri nella notte a Villa Soru:
2 feriti e decine di fermati, gli istigatori di AN a casa col le loro puttanelle!

Davide Madeddu

Dopo le proteste verbali, la guerriglia urbana sotto la villa del Governatore. La polemica sui rifiuti campani che arriveranno in Sardegna si è spostata dai banchi del consiglio comuale di Cagliari (che annuncia di voler fare causa alla regione per danni all’immagine dell’isola e della città) agli scontri fisici, con cariche della polizia e feriti finiti all’ospedale.

Tutto inizia poco prima delle 23 di venerdì quando davanti alla residenza privata del governatore Renato Soru cominciano ad arrivare gruppi di contestatori. Davanti alla villa ci sono già i rappresentanti delle forze dell’ordine allertati dal tam-tam lanciato con sms in cui si invitavano tutti i contrari allo sbarco dei rifiuti campani nell’isola a manifestare alle 23 davanti alla casa di Renato Soru. Il tentativo era, come annunciato nell’sms quello di «lanciare sacchetti di rifiuti nel giardino della villa del presidente».

Un tentativo che alcuni sostenitori del presidente della regione, giunti davanti alla sua residenza privata con bandiere cercano di bloccare facendo un sit in alternativo.

Secondo una prima ricostruzione effettuata dagli inquirenti gli scontri sarebbero partiti quando un gruppo di ultras avrebbe cercato di strappare e bruciare le bandiere dei sostenitori del presidente. È questione di attimi e la strada che divide il sagrato della basilica di Bonaria dal parco della villa di Soru si trasforma in una sorta di teatro di battaglia. Polizia e carabinieri, solo una parte inizialmente in tenuta antisommossa, caricano gli aggressori e cercano di disperdere i violenti con i lacrimogeni. Non è che l’inizio della guerriglia cui seguono lanci di pietre, picchetti di lavori pubblici, vasi e piante e persino cartelli stradali divelti poco prima. Durante gli scontri vengono dati a fuoco anche alcuni cassonetti della spazzatura. Dopo una prima pausa gli scontri si spostano di qualche centinaio di metri dove viene devastato anche il gazebo situato davanti al bar dell’hotel Mediterraneo.

Il primo bilancio parla di un fotografo dell’Unione Sarda malmenato e derubato, una ragazza che viaggia con la sua auto finita all’ospedale perché colpita in testa da un sasso lanciato durante gli scontri e un telecineoperatore della Rai aggredito.

A tarda sera anche il commento di Renato Soru rientrato a casa un’ora prima degli scontri. «Ci sono uomini politici della destra, anche con responsabilità istituzionali, che hanno istigato – fa sapere – gruppi di facinorosi e violenti, solleticando i loro peggiori istanti. Loro se ne stanno tranquilli a vedere la televisione e si possono permettere tante cose grazie ai loro lauti stipendi mentre i padri dei ragazzi lasciati a fare a botte con poliziotti e carabinieri dovranno pagare avvocati per togliere dai guai i propri figli».

Gli scontri davanti alla residenza del presidente della regione cessano poco dopo le due del mattino.

Il bilancio è di due feriti e di decine di persone fermate dalla polizia.

La polemica sui rifiuti comunque continua. Mentre il governatore fa sapere che nell’isola arriveranno complessivamente non più di 5000 tonnellate il comune di Cagliari approva a maggioranza un ordine del giorno per valutare se ci siano le condizioni per fare causa alla regione per danni all’immagine della città. Non solo, alcuni esponenti del centro destra annunciano di voler presentare un esposto contro la regione per aver violato la norma del 2001 che vieterebbe lo sbarco e il transito di rifiuti extra regionali nell’isola. Per i prossimi gli indipendentisti annunciano nuove proteste per «fermare gli altri sbarchi dei rifiuti». La polemica comunque sembra destinata a continuare.

Tratto da: www.Unità.it

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