Angolo del Gigio

ottobre 18, 2007

La loggia degli affari – “UDC = Unione Delinquenti & Corrotti”

Parlamentari, generali, industriali. Uniti per dominare gli appalti in Calabria e pesare a Bruxelles. Per il pm è una cupola. Che minaccia le istituzioni come la P2 (E Arrivano già i depistaggi)

La loggia degli affari

Ladro MascheratoNon ci sono elenchi, officine, rituali di affiliazione. Anche i cappucci e grembiulini fin qui scoperti dai carabinieri sono pochi. Dei figli delle vedove si percepisce solo l’odore, l’ombra indistinta. Si vedono invece, e bene, gli appalti pilotati, le nomine di favore, i fondi pubblici distratti in Calabria con sistematica continuità.

Per questo, quando il pm di Catanzaro Luigi De Magistris ha deciso di iscrive al registro degli indagati il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, e un folto gruppo di generali, industriali e parlamentari, ha avuto pochi dubbi: per tutti il reato contestato è violazione della Legge Anselmi, la norma varata dopo lo scandalo P2 che punisce la costituzione di associazioni segrete.

Secondo l’accusa non conta la formale iscrizione a un’obbedienza deviata, ma la volontà delle persone ora finite nel mirino della magistratura di condizionare le istituzioni e di turbare il corretto andamento della pubblica amministrazione. Così la cupola, o se preferite il presunto comitato d’affari, che per De Magistris da anni gestisce gare, soldi e nomine a Roma come a Catanzaro, grazie a coperture di massimo livello persino a Bruxelles, deve adesso fronteggiare quest’ipotesi di reato destinata a far discutere. Anche perché, mai prima d’ora, la Legge Anselmi era stata invocata contro chi non fa formalmente parte di un’organizzazione massonica.

All’orizzonte insomma si profila una dura battaglia.
Da una parte il pm e dall’altra tutti gli altri.

A partire dal deputato avvocato di Forza Italia, Giancarlo Pittelli, primo firmatario nella scorsa legislatura di una celebre proposta di modifica del codice di procedura penale che avrebbe di fatto reso impossibile qualsiasi indagine nei confronti della criminalità organizzata. Pittelli, in occasione di un accesso bancario sui suoi conti, ha già ricevuto un avviso di garanzia. Ma con lui e Cesa, secondo quanto ‘L’espresso’ è in grado di rivelare, sono sotto inchiesta pure il deputato Udc Pino Galati, il generale della Guardia di Finanza Walter Cretella, il consigliere di amministrazione di Finmeccanica ed ex deputato Dc, Franco Bonferroni.

Sono loro gli uomini della presunta cupola politico-affaristica della quale, secondo De Magistris, farebbero parte anche Fabio Schettini, già segretario del vicepresidente della Commissione europea, Franco Frattini; l’imprenditore legato alla compagnia delle Opere, Antonio Saladino, e l’ex consigliere Anas ed ex responsabile del Commissariato all’emergenza ambientale calabrese, Giovanbattista Papello. Ed è proprio partendo dagli 864 milioni di euro sperperati in Calabria negli ultimi dieci anni per costruire decine di depuratori e impianti per rifiuti poco funzionati o mai collaudati che il pm è arrivato ad ipotizzare l’esistenza di questa sorta di ‘superloggia segreta’ specializzata nel controllo del denaro che scende a pioggia sull’asse Bruxelles-Roma-Catanzaro.

Perché, si è chiesto De Magistris, nonostante i capitali spesi, il mare è così sporco da aver costretto la Regione a scusarsi pubblicamente con i turisti?

I carabinieri indagano e si convincono di trovarsi di fronte a una serie di gare truccate. Gli investigatori puntano l’indice contro il Commissariato per l’emergenza ambientale dove siede Papello, un ricchissimo manager iscritto ad Alleanza nazionale che in un armadio conserva un grembiulino, simbolo della sua iniziazione ai confratelli. Un testimone, titolare di un’impresa specializzata nella costruzione di depuratori, accusa: “Non mi hanno mai invitato alle gare e ho lavorato solo in sub-appalto perché sono fuori dal giro. Tutto ruota intorno ai rapporti tra imprenditori e politici. Quando si trattava di effettuare i conti con le società che mi affidavano i lavori mi facevano capire che avevano delle ‘altre spese’ ammontanti a circa il 4 per cento”. “Altre speseovvero tangenti che per il teste erano destinate ai politici che sponsorizzano le varie aziende.

I telefoni del Commissariato finiscono sotto controllo.

Bastano poche settimane e gli investigatori mettono nel mirino una grossa impresa del nord cara a Pino Galati, Udc, in quel momento sottosegretario alle Attività Produttive nel governo Berlusconi: la Pianimpianti di Milano che, assieme ad altri colossi del riciclaggio rifiuti, ha vinto un appalto da 220 milioni di euro. Il vicepresidente è l’ex parlamentare parmigiano Franco Bonferroni, un amico di Pier Ferdinando Casini e di Romano Prodi, che nel 1993 ha visto la propria carriera politica stroncata da una brutta storia di tangenti. A quell’epoca lui e l’attuale segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, ammisero, nell’ambito della stessa inchiesta, di aver incassato mazzette, ma dopo una condanna in primo grado, riuscirono a uscire puliti dal processo grazie a un cavillo procedurale. Bonferroni, il cui nome figurava in un elenco di massoni agli atti della commissione P2 (ma lui ha sempre smentito l’affiliazione), nella Pianimpianti è comunque solo il numero due. Il big boss è invece un giovane di Lamezia Terme, Roberto Mercuri, che per telefono parla spesso con Galati. Quando gli investigatori vanno a perquisire la società pensano quindi di fare un gran colpo. E invece niente. Le carte sono sparite. Una fuga di notizie ha compromesso il blitz. Solo per caso, i finanzieri scoprono 3,5 milioni di euro in contanti in una borsa nascosta dai familiari di Mercuri sotto i sedili di un treno diretto in Lussemburgo.

Sono tangenti?

La prova non c’è. Anche se Antonio Naso, un altro imprenditore escluso dalla torta calabrese, parla di un sistema che prevedeva mazzette oscillanti tra il 3 e il 7 per cento, mascherate con fatture inesistenti, in parte destinate alle segreterie nazionali dei partiti. Naso dice: “Le cordate sono due: quella facente capo all’allora ministro Gasparri di An, che aveva come referente Papello e quella che aveva come riferimento Schettini, legato all’allora ministro Frattini di Forza Italia. Mio cugino ha lavorato nel cosentino per un capannone della società di Schettini e Papello e mi ha riferito che non volevano pagarlo promettendogli commesse nel settore delle ‘acque'”.

Per gli investigatori è tutto vero. Il capannone esiste ed è controllato dalla Digitaleco, una società creata da Schettini, Papello e Cesa, solo per ottenere, secondo il pm, 5 milioni di euro di fondi dall’Ue senza poi assumere, come promesso, 40 dipendenti. Tra i tre soci l’unico ‘fratello’ è il responsabile del Commissariato per l’emergenza ambientale Papello, anche se Cesa nel 2004 aveva scelto come tesoriere per la propria campagna elettorale un massone siciliano. Il resto del racconto di Naso è poi confermato dal cugino. Davvero, sostiene, Papello tentò di ricompensarlo offrendogli la possibilità di ottenere dal Commissariato lavori da effettuare assieme a un altro importante imprenditore legato ad An. Oggi Digitaleco è ripartita grazie all’impegno del nuovo proprietario e rappresenta la prova che si può fare impresa anche in Calabria. Ma, all’epoca dei tre politici la produzione era ferma e la società rischiava il fallimento. Per questo entrano in azione gli ispettori dell’Olaf, l’antifrode della Ue.

Papello era già indagato per truffa e corruzione, quando l’Olaf gli contesta anche la frode comunitaria assieme ai soci Schettini e Cesa.

Lo stupore degli ispettori europei è però grande quando, da un computer di Cesa a Strasburgo, salta fuori l’intervista a un giornale tedesco in cui il loro stesso capo, Franz Hermann Bruner, il responsabile dell’Olaf appena riconfermato nell’incarico, lascia intendere che nella storia della Digitaleco non c’è niente di irregolare. Perché l’alto funzionario si è esposto in quel modo? Gli investigatori notano una coincidenza: Schettini e Cesa si erano spesi in favore di Bruner. E la loro sponsorizzazione pesava visto che Schettini di mestiere fa il segretario del vicepresidente della Commissione europea Frattini, mentre Cesa era membro della Commissione Ue che si occupava proprio dell’Olaf. Ma non basta. Per Bruner, secondo gli investigatori, si muove anche il portavoce dell’Olaf, un colonnello delle Fiamme Gialle, legatissimo al generale Cretella. Alla fine Bruner ce la fa e pure Cretella vola a Bruxelles, venendo nominato consigliere di Frattini.

Si tratta di nomine pilotate?

Lo stabiliranno i giudici. Anche se Cretella ha già registrato una vittoria sull’accusa: una perquisizione ordinata contro di lui nell’ambito dell’inchiesta sui depuratori è stata annullata dal tribunale del riesame.

Resta però una certezza. Dalle indagini su Papello e Schettini è partito un terzo troncone d’inchiesta che coinvolge la Why Not, una società di lavoro interinale aderente alla Compagnia delle Opere, che ora è diventata centrale nell’istruttoria sulla presunta Cupola segreta. La Why Not riceve commesse milionarie dalla Regione: occupa 500 persone e ne distacca ben 146 nelle segreterie di partito e negli assessorati. È la punta di diamante dell’impero di Antonio Saladino, un veterinario che si è messo a fare l’imprenditore invitando i giovani a farsi strada con il merito. Quando l’Arma lo perquisisce però ha due sorprese. La prima è una lettera indirizzata alla moglie del leader dei Ds calabresi, Nicola Adamo, in cui si parla di una misteriosa Gran Loggia di San Marino. La seconda è un elenco di persone da assumere con accanto il cognome degli sponsor: Loiero (governatore di centrosinistra), Abramo (candidato per la destra) e tanti altri.

Massoneria, affari, tangenti, generali. Ce la farà il pm a dimostrare il suo teorema?

L’impresa è ardua. L’onorevole Pittelli, un avvocato che assiste quasi tutti gli indagati, forte di alcune decisioni favorevoli dei giudici del riesame invoca il processo. Intanto i suoi colleghi di partito sparano raffiche di interrogazioni contro il pm: le hanno firmate cento parlamentari, un record. Ora però anche Pittelli (pure lui vicino alla massoneria in passato) è indagato. E dall’analisi dei suoi conti sono emersi versamenti per 100 mila euro a uno dei suoi clienti: Schettini, il segretario di Frattini. Il legale non disdegna l’attività imprenditoriale: nel 2006 ha creato un’immobiliare (in cui è socio al 25 per cento) con il figlio della compagna del procuratore di Catanzaro: Mariano Lombardi. Il capo di De Magistris convive serenamente con il socio del nemico numero uno del suo pm. Cose che succedono, in Calabria.

di Peter Gomez e Marco Lillo

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