Angolo del Gigio

settembre 3, 2007

Professione piromane: Operai forestali, gruppi di volontari, società di elicotteri.

Professione piromane
di Emiliano Fittipaldi

Il Business Operai forestali, gruppi di volontari, società di elicotteri. Incendiano i boschi per ottenere altro lavoro e nuovi fondi. Ecco le accuse degli investigatori più esperti. Che assolvono mafie e cemento..

A Cosenza lo chiamano il ‘piromane degli asparagi’, e la sua storia disegna un identikit del tipico incendiario locale. Da anni con micce e benzina punta alcune colline, sempre le stesse, e brucia pini e macchia mediterranea per raccogliere, a primavera, gli asparagi selvatici: dopo il fuoco crescono meglio. “Una prelibatezza che si vende a caro prezzo”, conferma un fruttivendolo del capoluogo. Quest’anno la mano gli è sfuggita. L’agricoltore senza volto ha mandato in fumo 20 ettari, seminando il panico a Cosenza, Pedace e Casole, e costringendo la forestale agli straordinari. Il colpevole è a piede libero: per ora nella caldissima estate cosentina sono finiti dietro le sbarre solo un contadino tedesco e un pastore locale. Bruciavano stoppie, subito rilasciati.

Francesco Curcio, comandante provinciale del Corpo forestale, s’infuria. “I nemici sono loro, la ‘ndrangheta non c’entra niente. E nemmeno il cambio di destinazione dei terreni. Sono miti, leggende mediatiche. A Cosenza le famiglie mafiose hanno ben altri affari da gestire. Droga, riciclaggio, appalti. Gli incendiari vanno cercati tra coloro che hanno un ritorno economico immediato. Tra i pastori e i contadini, protagonisti della piccola mala rurale. Tra i bracconieri, che bruciano solo per stanare le quaglie e i cinghiali. Tra quelli che lucrano grazie all’enorme business dell’antincendio”. Curcio da queste parti è considerato un poliziotto vero, uno che non guarda in faccia a nessuno. Lui e il suo predecessore dal 2000 al 2007 hanno arrestato 26 persone. Sembrano poche, ma è quasi il 25 per cento di tutti i fermi effettuati in Italia. Mesi fa sulla Sila ha disposto controlli a tappeto sulle imprese boschive (in provincia se ne contano una cinquantina: fanno opera di rimboschimento e comprano lotti di bosco per vendere legna), e ignoti hanno annunciato a stretto giro la sua morte imminente con scritte sui muri. “Nessuna paura delle minacce, fa parte del gioco. Ora sono preoccupato per il fuoco. Ce n’è troppo”.

Il territorio cosentino è un enorme polmone verde che brucia da tre mesi, senza tregua. Prima 2 mila ettari nel parco più grande d’Europa, il Pollino; poi i 700 ettari di boschi intorno ad Acri; ora la fascia costiera che si affaccia sul Tirreno. Dai finestrini dell’Intercity che scende da Milano il paesaggio è spettrale: da Praia fino ad Amantea, passando per Diamante e Paola, le colline si sono trasformate in una striscia di cenere lunga centinaia di chilometri. I vigili del fuoco sono 220, altrettanti gli agenti della Forestale, un terzo è in ferie: impossibile controllare palmo a palmo i 600 mila ettari della provincia. In totale i roghi hanno percorso 9 mila ettari. Una superficie cinque volte più estesa rispetto alle statistiche del 2006, che pure inserivano Cosenza nella triste classifica delle cinque zone più bruciate del Paese.

Interessi paralleli

Pochi uomini, pochi mezzi, pochi soldi, questa la litania del Corpo forestale, un organismo statale. A poco, in effetti, è servito l’esercito degli operai idraulico-forestali in forza alle squadre Arrsa e Afor che dipendono dalle Regioni: nel Cosentino sono circa 4.500 uomini, sui quasi 10 mila dislocati in Calabria, e costano alla collettività (solo nei quattro mesi in cui svolgono attività antincendio) oltre 30 milioni di euro. “Soltanto 300 di loro prendono parte ai lavori di spegnimento: l’età media è altissima, intorno ai 40-50 anni, così anche a luglio e agosto vengono usati per il rimboschimento, le sramature, la pulizia del sottobosco e opere di manutenzione del tutto inutili su boschi adulti”, chiosa il comandante Curcio: “In estate bisognerebbe utilizzarli per sorvegliare il territorio, come vedette, per segnalare macchine o movimenti strani”. Se a volte i politici li sfruttano per mansioni privatissime (a dicembre l’ex assessore regionale alle Foreste Dioniso Gallo, dell’Udc, è stato arrestato con l’accusa di aver mandato un gruppetto di forestali a eseguire lavori in un villaggio turistico controllato dalla cosca Maesano), gli operai da sempre finiscono in cima alla lista dei sospetti piromani: i precari – ne sono però rimasti pochi – lavorano ad ore, e gli straordinari fanno gola. “

Il catasto della ‘ndrangheta

L'incendio di Peschici

Per i roghi sul Pollino il procuratore di Castrovillari Baldo Pisani ha aperto un fascicolo contro ignoti per ‘disastro ambientale’, non escludendo la mano della criminalità organizzata. “Ma a volte le ‘ndrine paradossalmente fanno le veci del catasto”, racconta Mario, un vigile del fuoco che da vent’anni opera nella zona: “In Aspromonte, dove non vogliono che i loro interessi vengano disturbati, gli incendi non ci sono mai. Idem per la piana di Sibari e per la Sila Grande. In provincia solo dieci comuni su 155 registrano la mappa dei roghi, ma di abusi non ne abbiamo mai trovati”. Qualcuno prova a costruire qualche casetta, conferma Curcio, ma sono tentativi abortiti. La legge che impedisce per dieci anni di edificare sulla cenere sembra funzionare. Dal 2000 in Italia il Nucleo antincendi boschivi ha scoperto solo due grandi comprensori sorti su terreni bruciati: uno a Levanto, vicino La Spezia (la concessione era stata tra l’altro rilasciata prima delle fiamme), un altro (il Nettis Resort) nel Porto degli Argonauti a Pisticci, in provincia di Matera. Il catasto delle aree incendiate, che molti invocano come una panacea, quest’anno sembra invece un deterrente spuntato: Campania, Toscana e Umbria sono le Regioni, insieme alla Liguria, più virtuose nella mappatura, ma nel 2007 i roghi e gli ettari andati in fumo sono aumentati ovunque. In Umbria di sei volte, e i dati sono fermi al 19 agosto.

Volontari e piromani

Pastori che vogliono rinnovare i pascoli, operai precari, qualche disagiato mentale, vendette personali, contadini che non sopportano la presenza delle aree protette: questi i maggiori sospettati degli incendi dolosi, che rappresentano (rapporto Legambiente-Corpo forestale 2006) il 60 per cento del totale. Ma a Cosenza come a Roma, le piste che seguono gli 007 della Forestale portano anche alle associazioni dei volontari, alle imprese boschive e alle aziende che spegnendo fiamme guadagnano milioni di euro. “Chi appicca il fuoco lo conosce benissimo, sa dove e quando accenderlo, come scappare rapidamente senza essere individuato”, conferma Giuseppe Vadalà, responsabile del nucleo investigativo speciale Niab. Ovunque le indagini sono complicate dal muro di omertà che protegge i piromani: in 32 anni di servizio Curcio non ricorda nemmeno una denuncia depositata sulla sua scrivania. “Abbiamo fermato qualche tempo fa un volontario dei vigili del fuoco, ma l’idea è che anche le associazioni possano avere un tornaconto”. Da Aosta a Siracusa i gruppi volontari che si occupano di incendi sono circa 350, ognuno ha in media 10-15 associati. Le Regioni stipulano convenzioni annuali e assicurano un congruo rimborso spese: non solo un fisso annuale (in media 3.500 euro), ma coprono anche i costi astronomici delle autobotti (fino a 100 mila euro, li sborsa anche la Protezione civile), delle jeep (50 mila euro) e dell’attrezzatura (tuta protettiva e trasmittenti costano dai mille ai 1.500 euro). Niente stipendio fisso, ma uno status da difendere e la possibilità di astenersi dal lavoro dipendente: in caso di incendio i datori vengono rimborsati. “Giocano a fare gli sceriffi con paletta e sirena, a Cosenza ce ne sono ben cinque: non dipendono dal Corpo, quest’anno non sono nemmeno venuti alla riunione programmatica”, dice Curcio. L’Atec 2, la Prociv, l’Associazione Cervicali, la Mormanno e la San Giorgio Soccorso lamentano infatti ‘mancati pagamenti’. Dalla Provincia fanno sapere che chiedono persino i buoni pasto.In Italia dal 2000 al 2006 sono stati arrestati nove volontari. Ad Alghero, Bergamo, Arezzo. A Vicenza è finito in manette persino un caposquadra della Protezione civile. “Il movente? Vantaggi diretti di tipo economico, l’accrescimento del proprio ruolo”, ragiona Vadalà: “L’ipotesi a cui stiamo lavorando è che al di là dei singoli possa esserci una struttura organizzata. Il fenomeno è più esteso rispetto agli arresti effettuati, ne siamo quasi sicuri. Ma i sospetti cadono anche sulle società che lucrano con il business dell’antincendio”.

Elicotteri e milioni

Lo Stato ogni anno spende per la guerra alle fiamme, queste le ottimistiche cifre ufficiali, circa un miliardo di euro. Parte di questo fiume di denaro finisce anche nei bilanci delle società che affittano elicotteri alle Regioni. Qualche anno fa le aziende che stipulavano convenzioni con gli enti locali si contavano su una mano, ora sono decine. Hanno fiutato l’affare, far volare i velivoli per ricognizioni e spegnimenti produce indotti giganteschi. Da settimane a Cosenza tre elicotteri ‘a nolo’ lanciano acqua anche per otto ore al giorno, in tutta la Penisola sono circa 60 i mezzi privati finanziati con denaro pubblico. Spesso le Regioni per interventi leggeri chiamano prima loro della pesante flotta dello Stato. Un minuto di volo costa dai 18 ai 25 euro. “Meno di 80 ore al mese per quattro mesi non le possiamo fare, servono a rientrare dalle spese”, spiega un pilota. Calcolatrice in mano, il business complessivo a fine stagione sfiorerà i 40 milioni di euro: più ci sono incendi, più soldi arrivano in cassa. “Ben 16 Regioni hanno sottoscritto convenzioni”, racconta il generale Luciano Massetti, responsabile dell’attività aeronautica della Protezione civile: “Si va da un minimo di due elicotteri a un massimo di dieci. I contratti sono molto diversi, e molte aziende sono serissime. Ma nella mia personale classifica degli incendiari-fantasma sono al terzo posto, dopo i pastori e i pulitori del sottobosco”.

I boschi d’oro

Ma decine e decine di milioni girano anche nel business del rimboschimento. La nuova legge vieta per cinque anni la possibilità di piantare nuovi alberi, ma ci sono deroghe in caso di rischi idrogeologici (frane e smottamenti) o di danni al turismo, come per esempio nel devastante rogo di Peschici. “Ci sono indagini in corso”, ammette Vadalà. Molte congetture, ma pochi riscontri sul campo. Di sicuro insospettisce il boom, quest’anno, della superficie boschiva bruciata, il 300 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2006. L’università di Padova ha calcolato che piantare nuovi alberi costa 2 mila euro a ettaro, il professor Giovanni Valentini, direttore del dipartimento di Scienze dell’ambiente forestale è più pessimista: “Nel caso di boschi maturi il costo varia dai 5 mila ai 10 mila euro l’ettaro”. Da gennaio ad agosto sono andati in fumo 45 mila ettari di pini, conifere, faggi, pioppi e acacie. Non tutti gli alberi sono stati distrutti, in genere solo il 30 per cento va ripiantato: ma nel 2007 il giro d’affari toccherà ugualmente la cifra-monstre di 100 milioni di euro. “Non bisogna dimenticare, inoltre, che migliaia di aziende comprano pezzi di bosco per venderne la legna, sia da ardere sia per la costruzione di mobili”, ricordano dal nucleo investigativo Niab. Dal 2000 tre persone sono state arrestate con l’accusa di aver acceso roghi per deprezzare il valore dei lotti o per costringere i parchi a cedere piante sottocosto. Se l’incendio brucia il sottobosco e non tocca ‘la chioma’, il legno, anche se avvampato, può essere piazzato senza problemi. In pratica le fiamme consentono di risparmiare migliaia di euro.

Nella Sila, a Sibari e nel Cosentino i boschi sono giovani. Durante la Seconda guerra mondiale gli angloamericani hanno raso al suolo mezza Calabria, e i fusti non hanno più di cinquant’anni. Ma le radici sono fondamentali per evitare dissesti che, con le piogge autunnali, possono provocare nuove catastrofi. “In zona abbiamo avuto finora un morto, un giovane militare. Visto il numero abnorme di incendi, direi che è andata bene”, osserva mesto Curcio: “Per sconfiggere il fenomeno c’è bisogno di repressione e pene certe, serve maggiore coordinamento tra le forze in campo. In primis, però, deve cambiare la testa della gente. Ci vuole una rivoluzione culturale, ma sono ottimista”. Il comandante lo dice mentre risponde al telefono, chiamano dalla sede centrale: l’Ansa ha appena battuto la notizia che un Canadair durante un rifornimento sul lago Apollino è stato preso a sassate da un gruppo di sconosciuti. “Di certo”, ammette il poliziotto abbassando la cornetta, “ci vorrà un sacco di tempo”.

ha collaborato Franco Rosita
(03 settembre 2007) – Fonte: espresso.repubblica.it

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2 commenti »

  1. Il dott.Curcio ha ragione da vendere, un analisi davvero dettagliata però non bisogna mai fare di tutte le erbe un fascio, cin sono tanti onesti operai dell’Afor che rdanno anima e corpo per difendere i boschi come anche i volontari, tra questi vi sono solo protagonisti ma anche gente in gamba e seria. In ogni caso la pena più giusta pern un piromane o incendiario sarebbe quella ri ripagare il danno fatto…un bosco aveva 50 anni? per 50 anni a piantare alberi…così gli passa la voglia di fare danni incalcolabili…un piromane è un assassino..un criminale…ci vogliono pene davvero esemplari…

    Commento di Già — agosto 16, 2009 @ 2:00 am

  2. Condivido pienamente. Sarebbe ora che lo Stato affidasse, dietro garanzie reali e personali, i boschi a tutti coloro che possono sfruttarlo per il pascolo e per la legna nel caso di alberi da abbattere.
    Credo che la verità stia solo negli interessi economici: perché nei mesi che vanno da gennaio a giugno di ogni anno non impiegare tutti i carcerati in attività di pulitura dei sottoboschi?
    Perché la necessità di ricorrere alle strutture per lo spegnimento quando è fin troppo tardi?
    Perché non impieghiamo l’esercito e tutte quelle altre unità di troppo che sperperano il denaro dello Stato?
    Convengo pienamente con qualcuno, credo della politica, che si è lasciato sfuggire di bocca la considerazione che l’incendio doloso di boschi sia considerato un attentato alla salute pubblica ed allo Stato, quindi atto terroristici.
    Ora che gli incendi si sono spenti, nessuno ne parla più.
    Ai prossimi 41 gradi ed al resto della distruzione.
    Ad maiora.

    Commento di Domenico Scapati — settembre 11, 2007 @ 4:10 pm


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