Angolo del Gigio

settembre 3, 2007

Chi gioca col fuoco: Sperpero di risorse. Leggi inapplicate. Scarsa prevenzione. Colpevoli impuniti.

Chi gioca col fuoco
di Gigi Riva

Sperpero di risorse. Leggi inapplicate. Scarsa prevenzione. Colpevoli impuniti. Inerzia nel dare il via al catasto che rende inutilizzabili le aree colpite da roghi dolosi. Ecco le armi spuntate dell’Italia nella guerra contro i criminali incendiari

Un incendio ad Acciano in Abruzzo

La guerra contro incendiari e piromani si può vincere: basta volerlo. Il fuoco non è un’ineluttabile presenza, da accettare come una catastrofe naturale, nel panorama estivo italiano. Al dolore per i morti di Peschici, si aggiunge la rabbia per la catena impressionante di omissioni, lentezze, connivenze, sprechi, che sono la causa prima del proliferare di comportamenti criminali. Comuni, Regioni, Stato, ogni apparato pubblico ha delle colpe per la superficialità e l’inerzia opposte a un’emergenza così vecchia da diventare endemica. L’allarme e i proclami si sprecano quando sul terreno rimangono corpi carbonizzati. Poi si torna al quieto tran tran. Fino alla prossima vittima. Le leggi ci sarebbero. La cartina di tornasole che inchioda alle responsabilità sta proprio nella considerazione che, laddove vengono interamente applicate, il fenomeno degli incendi è in drastica diminuzione, mentre si rafforza quando trova la complicità di amministratori inefficienti (versione benevola) se non corrotti (versione malevola). Il lassismo fiacca la prevenzione.

C’è poi quel vezzo italico dello sperpero di risorse, stigmatizzato anche dalla Corte dei conti nell’ultimo rapporto sul settore, con i finanziamenti che risultano più copiosi alle regioni meno devastate e infinitamente minori per quelle, soprattutto al Sud, che ne avrebbero più bisogno. Diverse Regioni, a loro volta, sono finite sotto accusa per non aver approvato, come dovrebbero, le normative quadro a cui sarebbero state tenute. Tanto da poter concludere che, in uno degli ambiti dove più facilmente si poteva esercitare il federalismo (l’abusata parola magica), questo è sostanzialmente fallito.

Nell’individuazione delle colpe, stavolta, si deve partire dal basso. Dai Comuni. La legge quadro numero 353 del 2000 affida loro un compito fondamentale: quello di redigere il “catasto delle aree percorse dal fuoco”. Perché è importante? Perché quei terreni, per 15 anni, non possono avere una destinazione diversa da quella precedente l’incendio. Scoraggiando così tutti quei criminali che appiccano le fiamme per averne un vantaggio economico. Nel 2006 (fonte, Corpo forestale dello Stato-Legambiente) i roghi dolosi sono stati il 60 per cento dei 5.643 totali che hanno bruciato 39.941 ettari. Dolosi dovrebbero essere anche buona parte di quelli (21 per cento) che per prudenza vengono catalogati tra i dubbi.

A muovere taniche di benzina e fiammiferi sono interessi diversi.

Si va da chi vuole costruirci, ai pastori che hanno interesse a far scomparire gli alberi a favore dei pascoli; dagli agricoltori ai bracconieri; dai titolari di vivai che ottengono poi commesse per rimboschire ai lavoratori stagionali che allungano così i contratti. Niente, col catasto è tutto azzerato. Nemmeno piantare altri alberi si può. Non per caso, allora, nelle zone più virtuose, il fuoco arretra. Alcuni esempi. Liguria. Il 61 per cento dei Comuni ha redatto il catasto (record italiano) e si è passati dagli 801 incendi con 7.730 ettari bruciati del 2003 ai 379 incendi (1.548 ettari) del 2006. Toscana: 43 per cento, e si scende, nello stesso periodo da 931 incendi a 491 (6.746 ettari contro 610). In controtendenza la Calabria che ha il 12 per cento di catasti e che ha avuto l’anno scorso 7.955 ettari bruciati contro i 6.921 dell’anno precedente. La Sicilia ha il record recente di ettari andati in fumo, 13.470, e guarda caso tra i municipi che hanno risposto al questionario nessuno (nessuno, zero!) ha provveduto al suo catasto. E siamo a sette anni dall’obbligo di farlo. Anche Peschici, tristemente noto in questi giorni, non ha risposto. E ha avuto due ettari devastati da 6 incendi nel 2006, tre ettari per un incendio nei dodici mesi precedenti.

Chi volesse guardare il bicchiere mezzo pieno potrebbe obiettare che negli ultimi quattro anni gli incendi, in totale, sono scesi da 8.947 per 91.655 ettari a 5.643 per 39.941 ettari. Meno della metà. Ma sarebbe magra consolazione perché si partiva da una situazione disastrosa, con le fiamme che, negli ultimi 20 anni, si sono mangiate un’area grande quanto l’Abruzzo.

E inoltre: si morirà di meno, per il fuoco, ma si muore.

Un elicottero ad Acciano, in Abruzzo

E si potrebbe evitare, usando strumenti legislativi che, come abbiano visto, ci sono e sarebbero efficaci. Strumenti che non possono nulla soltanto contro i piromani. A differenza degli “incendiari” (delinquenti che cercano un profitto), i piromani sono persone affette da una patologia per la quale provano piacere ad assistere al disastro. Una parafrasi del Lucrezio che sosteneva essere dolce assistere dalla riva all’altrui naufragio. Con quelli non c’è prevenzione che tenga.

Quando si passa alla repressione, di malati e criminali, ci sono dei limiti oggettivi nell’acquisizione delle prove che rendono scivoloso il portare a processo i presunti responsabili. La Forestale ha effettuato negli ultimi quattro anni 131.308 controlli (ma solo 22.507, cifra più bassa, nel 2006), compiuto indagini su 28.327 persone, di cui 1.459 indagate e 63 arrestate perché colte in flagranza di reato. La Liguria ha il record delle multe comminate (oltre 9 milioni di euro e sarà anche per questo che poi i vandali ci pensano due volte) contro i 264.000 euro della Calabria che va perennemente a fuoco.
Chi appicca l’incendio ha delle ragionevoli speranze di farla franca. Oltre che per la difficoltà oggettiva di individuarlo anche perché, secondo Simone Andreotti, responsabile nazionale della Protezione civile di Legambiente, “spesso può godere dell’omertà di chi sa”. L’ambiente lo protegge anche perché provocare un rogo “continua a essere considerato un reato di serie B”. Se si arriva al carcere, ecco che all’improvviso in quell’area le fiamme scompaiono “e un esempio lampante è l’isola d’Elba, ormai quasi immune”.

Inasprire le pene allora?

Gli esperti lo considerano inutile. L’articolo 423 bis prevede il reato di incendio boschivo. Dai quattro ai dieci anni per dolo, da uno a cinque per colpa. L’avvocato Valentina Stefutti, consulente di diritto del ministero per l’Ambiente, osserva: “In dibattimento è abbastanza semplice derubricarlo nel reato minore. Utilizzando poi i cavilli di legge si riesce ad abbattere seriamente la condanna. Si patteggia, si parte dal minimo, si danno le attenuanti ed ecco che spesso si riesce a commutare la pena in sanzione pecuniaria”. Addirittura. Persino quando si provocano vittime, “i pubblici ministeri vorrebbero l’omicidio preterintenzionale, però nell’iter fino alla Cassazione diventa, quasi sempre, colposo”. Solita questione di verdetti sulla carta assai duri ma che diventano, alfine malleabili. Anche a causa di un atteggiamento lassista generale denunciato da Gaetano Benedetto, vicecapo di gabinetto del ministro Pecoraro Scanio (colui che volle la legge quadro del 2000 quando era all’Agricoltura): “Quando si fanno i condoni si afferma un trend culturale per il quale non è poi così grave l’abusivismo, non è poi così drammatico dissipare il territorio”.

Chiama in causa un “analfabetismo trasversale a livello politico e amministrativo”, che, per li rami, si riverbera poi nella popolazione. Denuncia: “Non è pensabile che nel ventunesimo secolo, coi satelliti, col controllo del territorio, coi vigili urbani e le guardie forestale, certi individui sfuggano”. Riconosce, tuttavia, che non siamo a una decina di anni fa “quando i Canadair si alzavano in cielo solo a seconda del livello istituzionale che alzava la cornetta per invitarli o secondo chi era il proprietario delle zone limitrofe lambite dal fuoco”. Concede che la Protezione civile ha fatto dei passi da gigante nel coordinamento delle emergenze. E su questo concorda anche Roberto Della Seta il presidente di Legambiente, il quale, se deve individuare una falla nel nostro sistema di pronto intervento, lo colloca a terra e non in cielo: “Siamo bravi sui grandi eventi. Ma prima di far alzare un aereo si valuta il rapporto costi-benefici. E se si riuscisse a intervenire prima quando le fiamme non si sono già molto propagate, sarebbe meglio. Per questo ci vuole una rete capillare, che manca, capace di avvistare, segnalare e, se possibile intervenire. Spesso gli incendi scoppiano lontano dai grandi centri”.

I soccorsi a Vieste, sul Gargano

Per domarli, è una stima di Cesare Patrone, capo del Corpo forestale dello Stato, la collettività spende oltre 500 milioni di euro l’anno. Spesso non lo fa in modo oculato, come risulta dall’ultimo rapporto della Corte dei conti firmato dal magistrato istruttore Vincenzo Gambardella. Basti pensare che il Trentino Alto Adige, regione virtuosa, con sei soli ettari bruciati nel 2006 e poche manciate di più in precedenza, ha ottenuto il 17 per cento del totale dei fondi statali nel 2004 (ultimo anno passato al setaccio) mentre in coda si trovano le Regioni più disastrate come Puglia (1 per cento) Sicilia (1,7), Calabria (3,6). Sempre a quella data, solo le regioni del Centro Italia avevano varato una propria legge di recepimento della normativa nazionale e si erano assunte il carico di responsabilità che spetta loro.

Le regole non sono state dunque adottate.

Altro dice, a chiare lettere, il giudice Gambardella nelle conclusioni finali: “Gli stanziamenti destinati alle attività di contrasto del fuoco, ed in particolare quelli da impiegare negli interventi da effettuarsi a terra, appaiono del tutto inadeguati a soddisfare le necessarie esigenze”. Se Forestale e vigili del fuoco fossero dotati di mezzi terrestri, aggiunge, “l’intervento sarebbe più efficace, redditizio e a costi inferiori a tutto vantaggio della conservazione del patrimonio boschivo”.

Parole…

(27 luglio 2007) – Fonte: espresso.repubblica.it

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