Angolo del Gigio

giugno 16, 2007

“Vi racconto il sistema-Moggi per scalare Bnl e Antonveneta”

Lo scenario descritto in sette interrogatori dall’ex raider che due anni fa tentò la conquista del Corriere. E il “furbetto” parla di Berlusconi e D’Alema

“Vi racconto il sistema-Moggi

per scalare Bnl e Antonveneta”

Ricucci ai pm di Roma: Caltagirone mi disse che c’era un progetto bipartisan

Il costruttore-editore indicato come interfaccia di Fiorani e interlocutore di Fazio

di GIUSEPPE D’AVANZO

Stefano Ricucci, protagonista “Benedetto” dell’inchiesta sulle scalate del 2005 a Bnl e Antonveneta

A Stefano Ricucci, sostiene Ricucci, fu Francesco Gaetano Caltagirone a spiegare come, in quel momento, andavano le cose in Italia. Lo prese da parte. Gli disse: “Tu devi capire che questa è un’operazione di sistema, è di qua, è di là”. Ricucci capì, ma l’aveva già capito. “Dotto’, dice al pubblico ministero, era il segreto di Pulcinella” come lui, Ricucci, era il topo nel formaggio, in quei mesi del 2005, infilato in tutte le operazioni (Rcs, Bnl), a bordo di tutti i vascelli (con la destra e con la sinistra). Con Silvio Berlusconi, nell’avventura dell’assalto alla Rizzoli-Corriere della Sera. Con la Quercia, nell’operazione che sostiene Unipol nell’acquisizione della Banca Nazionale del Lavoro.

Incontra Berlusconi e lo “tiene informato”, ogni fine settimana, attraverso Aldo Livolsi e Romano “Pippo” Comincioli e, ogni quindici giorni, attraverso Alejandro Agag. Tiene il filo con i Ds attraverso Nicola Latorre, “perché, vedete dotto’, io Berlusconi non l’ho mai votato, io ho sempre votato… comunque Berlusconi io lo stimo come imprenditore, come politico per me non vale niente…”. Stefano Ricucci parla, in sette lunghissimi estenuanti interrogatori ai pubblici ministeri di Roma Giuseppe Cascini e Rodolfo Maria Sabelli che hanno trovato riscontri e conferme a un racconto che giudicano monco magari, e troppo prudente.

Ricucci è arguto, elusivo, cinico, disinvolto, spaventato, furbissimo, spudorato. Parla senza argini. Si contraddice. Dissimula. Cade in contraddizione. Si corregge. Ammette. Racconta, a volte, nel dettaglio. In qualche caso, rivela. Spesso insinua. E quando rivela, si morde subito la lingua e si nasconde: “Ma io che gli devo dire, ma scusi no? Mica siamo amici, io e lei. Ma io che ne so! Mi faccia uscire dalla galera e parliamo a cena e gli spiego le cose… Mica così, da pubblico ministero a carcerato? Ma scusi! Io già gli ho detto molto!”.

“Non c’è un caso, c’è solo rumore”

Massimo D’Alema è abile. Incappa in un colloquio intercettato. Si ritrova impiccato a un “Vai, facci sognare!”, regalato all’amico Gianni Consorte (con l’Unipol è alla conquista della Banca Nazionale del Lavoro). L’incitamento è un frammento di intercettazioni contrabbandato alla meno peggio nei corridoi di un Palazzo di Giustizia. Il fenomeno (deforme) non è nuovo per l’Italia (anzi). E’ figlio della dappocaggine di un Parlamento che legifera senza conoscere le leggi, i problemi e spesso la lingua italiana. Dell’impotenza di un ceto politico che ha lasciato deperire il processo in una crisi di efficienza, risultati e credibilità fino a farne un ordigno perverso e maligno che sanziona prima dell’accertamento e, quando accerta le responsabilità, non riesce a punirle. Di una cultura della magistratura tentata dall’autorappresentazione di “custode” in lotta per la salus rei pubblicae e quindi dall’esito comunque ottenuto e non da un modello ideologicamente neutro, dove un esito vale l’altro, purché ottenuto attraverso un fair trial, un processo leale.

L’abilità di D’Alema è nel passo laterale. Rievoca con sdegno il grumo di problemi lasciati marcire (ogni giorno “macinano” la vita di migliaia di italiani). Definisce “un’indecenza” le cronache. Liquida quelle conversazioni così: “Non solo non c’è un reato, ma non sono nemmeno moralmente sconvenienti”. Conclude: “Non c’è un caso, c’è solo rumore”. E’ vero. Sottratto al discorso pubblico il “caso”, resta soltanto il rumore. Ma il “caso politico” c’è o non c’è? La questione sembra questa.

“Gianni Letta chiamò D’Alema”

Una prima scena aiuta a capirla. L’ha raccontata qualche tempo fa, giusto Gianni Consorte. Era il tempo della pubblicazione della sua conversazione con Piero Fassino (“Abbiamo una banca!”) che non era agli atti del pubblico ministero e una “manina” maligna consegnò al Giornale. Giorni irrequieti, di vigilia elettorale. Che cosa si saranno detti Consorte e D’Alema? Soprattutto che cosa si sono detti in un colloquio, a quanto si diceva nei corridoi, molto, ma molto imbarazzante. Era stato, forse, D’Alema ad avvertire Consorte, per dire, delle intercettazioni in corso?

Il presidente dell’Unipol minimizzava: “Ma no!, era accaduto che io non volevo più comprare il 2 e passa per cento di azioni Bnl di Vito Bonsignore. Bonsignore s’era rivolto a Gianni Letta (allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio) e Massimo, in quella telefonata, mi riferiva la cosa chiedendomi di risolvere il problema. Presi così anche quel due per cento”.

Politici di campo opposto (Letta, D’Alema) concordano operazioni finanziarie che vengono accettate da finanzieri con interessi opposti (Consorte, Bonsignore). La scena conferma la concretezza di quel che Giuseppe Oddo e Giovanni Pons hanno definito “L’Intrigo” (Feltrinelli). Un disegno che va in scena tra la fine dell’inverno e l’estate del 2005 quando, frutto della confluenza di interessi e convenienze diverse e opposte, forze politiche, oligarchie bancarie, consorterie finanziarie si associano temporaneamente sotto banco, concertano le loro iniziative in modo opaco. I Ds di D’Alema vogliono rafforzare il mondo cooperativo affiancandolo alla Bnl. Vogliono trasformare Unipol in un grande attore della finanza e dell’editoria con l’acquisizione anche del Gruppo Riffeser (Nazione, Resto del Carlino, Giorno), come ammette anche Consorte quando è in vena di sincerità. Silvio Berlusconi vuole creare un polo bancario gradito alla Lega (Bpi, Antonveneta) e mettere le mani sul Corriere della Sera per contrapporlo al gruppo L’Espresso-la Repubblica e dopo il Corriere, sottratto alla presa di Mediobanca, forse anche Generali, chissà. L’Intrigo si avvantaggia dell’ambizione di Antonio Fazio di occupare al Colle la poltrona lasciata presto libera da Ciampi; della capacità di Gnutti, Consorte, Fiorani e (nome che non viene mai profferito) Francesco Gaetano Caltagirone di avere rapporti con tutti; di immobiliaristi o nouveaux entrepreneurs come Stefano Ricucci disponibili ad affrontare qualsiasi avventura se può procurare plusvalenze, denaro sonante tassato al 12 per cento, nel minor tempo possibile.

Nell’affresco che Ricucci affida ai magistrati compaiono Berlusconi, D’Alema, Letta, Fassino, Prodi, Rovati, Fazio, misteriosi argentini, una banca enigmatica, qualche cappuccio massonico, banchieri che si accreditano su l’uno e l’altro fronte… Nelle migliaia di pagine dove sono trascritte le dichiarazioni del “furbetto”, si intravede la qualità di un “caso” assai rumoroso in cui una politica debole e per nulla trasparente sostiene affari fragili e per nulla trasparenti nell’attesa che, rinforzati gli affari, si possa irrobustire anche la politica – come nucleo di potere e di autorità. Questo è il “caso” e non il rumore.

“Era tutto un “Ciao Piero”, “Ciao Massimo””

Ora è utile una seconda scena. Perché, sostiene Stefano Ricucci, si comprende la morale della favola. Una morale innocua, “giusta”, sostiene. Via Barberini, Roma. Il quartier generale di Francesco Gaetano Caltagirone. Dal 14 luglio del 2005, sono al lavoro i sette del “contropatto” della Banca Nazionale del Lavoro. Sono lì chiusi da quattro, cinque giorni. Se la devono sbrigare con Gianni Consorte e Ivano Sacchetti di Unipol. Questa è la verità di Stefano Ricucci:

“… Dotto’, chi parlava con la Banca d’Italia con il Governatore (Fazio), chi con Francesco Frasca (capo della vigilanza), quell’altro parlava con Fassino, quell’altro ancora parlava… Era un tutto “ciao Piero”, “ciao Massimo”. Non è che per me non sia positivo. In fondo, quell’operazione è un vantaggio politico, una fusione politica, un concetto del genere l’accetto, è una cosa buona… Poi, scusi eh!, Consorte si compra Bnl con i suoi soldi. Ne aveva i mezzi perché consideri che Unipol ha fatto un aumento di capitale di 2 miliardi e 6 di euro. Assolutamente sottoscritto, eh! … Che Unipol avesse avvertito prima e dopo e durante Fassino e D’Alema o quant’altro è pure giusto, ma che Caltagirone è il suocero di Casini e non l’avverte? Scusa, eh! Parlavano al telefono sempre, lì davanti a me. Caltagirone parlava con il suo genero di assegni, era tutto pubblico, noi stavamo lì davanti a tutti…”.

Ricucci, il furbetto, è arrivato al consesso con un’idea in testa, bella tosta e golosa: “Il prezzo fissato ad azione, era 2,40 euro. Volevano vendere a 2,40, gli altri. Tutti d’accordo. Io m’impuntai. Consorte salì a 2,70. Io dissi: se volete io vendo a 3 euro. Non è che mi potete convincere… Se voi volete, vendete voi, vorrà dire che io non vendo… Fecero l’iradiddio per due giorni, fino a quando Caltagirone mi dice: “Guarda, è un’operazione di sistema, è di qua, è di là””.

CONTINUA NELLA SECONDA PARTE
16 giugno 2007

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