Angolo del Gigio

marzo 27, 2007

Afghanistan: La soglia della capitolazione.

Scritto per noi da Gen. Fabio Mini

Parliamo con i Talebani, con il Nemico, con i Terroristi? Ammetto di non essere il più indicato a rispondere a queste domande. Ho imparato ad onorare i padri della patria che, per i regimi politici del loro tempo, erano terroristi e ribelli. Da militare, ho dovuto salutare e presentare le armi a vari personaggi compresi quelli che in periodi della loro vita erano stati fuorilegge o terroristi. Da comandante di operazione internazionale nei Balcani ho dovuto stringere mani che grondavano ancora sangue e dialogare con responsabili di crimini che il mutato clima politico considerava eroi. Oggi non abbiamo, come nel passato, neppure una definizione condivisa di terrorismo e mai come in questo periodo è difficile separare il terrorismo come strumento dal terrorismo come ideologia, il terrorismo dalla lotta di liberazione, i ribelli dai criminali e gli insorti dai terroristi. Inoltre, ogni militare sa che conoscere il nemico è fondamentale per il successo delle operazioni e che non esiste mezzo migliore della conoscenza personale per capire gli avversari. Quando il rapporto diretto non è possibile, come spesso succede nei conflitti, si chiede all’intelligence di fare da intermediario, di fornire informazioni dettagliate e di tracciare i profili professionali e personali degli avversari. Se è raro e difficile incontrare i propri nemici prima della battaglia per parlare di guerra, è invece naturale per un militare pensare e perfino sperare d’incontrare l’avversario durante il conflitto per discutere di tregua o al termine dei combattimenti per discutere di pace.

combattentui talebani in Afghanistan Oggi, come ieri, è evidente che il nemico in Afghanistan è rappresentato dai talebani, o da quelli che noi stessi occidentali vogliamo dipingere come talebani. Non sappiamo se sono gli stessi con i quali mezzo mondo ha trattato prima dell’11 settembre; quelli che mentre abbattevano con furia iconoclasta le grandi statue dei budda, mentre imponevano feroci restrizioni alle donne, ai bambini e agli oppositori politici venivano corteggiati dalle diplomazie e dalle intelligence di mezzo mondo comprese quelle statunitensi. Non sappiamo se sono gli stessi con i quali si è trattato per mesi dopo l’11 settembre prima che gli Stati Uniti iniziassero la guerra globale contro il terrore. Non sappiamo se sono gli stessi ai quali vengono elargiti milioni di dollari in presunte taglie perchè denuncino il vicino di casa o soltanto il nemico di faida. Non sappiamo neppure se quelli stessi rinchiusi a Guantanamo sono i veri talebani e finchè non ci saranno processi aperti e seri non lo sapremo mai. Non sappiamo chi sono questi “talebani” del 2007, cosa vogliono e fino a che punto possono sperare di assumere il controllo dell’Afghanistan. Non sappiamo se sono collegati con Al Qaeda, come sono collegati con il Pakistan, l’Arabia Saudita, l’Iran e la ribellione irachena. Non sappiamo dove prendono i finanziamenti e le armi. “Non sappiamo”, ed è questo il vero problema. Oppure ciò che sappiamo è insufficiente e deviante perché superficiale e perfino banale.

Sappiamo che tra le centinaia di bande private, di criminali comuni, di milizie della droga, di polizie più o meno ufficiali e di mercenari che combattono indifferentemente l’uno contro l’altro o ciascuno contro gli occupanti di turno ci sono anche gruppi di fanatici islamici, agguerriti e “giovani”, che semplicisticamente chiamiamo “talebani”. Non è molto, perché essere fanatici non è una prerogativa degli islamici e nemmeno dei talebani. Essere agguerriti non è una novità per i popoli dell’Afghanistan che hanno sempre dovuto lottare contro le invasioni ed essere “giovani” in quella terra è una condanna piuttosto che una benedizione: l’aspettativa di vita in Afghanistan è di 43 anni. Se non si combatte tra i 15 e i 35 anni vuol dire che si è già morti. E ogni “vecchio” dai 43 anni in su che sopravvive fa statisticamente abbassare l’età di quelli che muoiono. Questo si sa, e non è molto per fare la guerra in Afghanistan ed è addirittura niente per fare la pace. Per questo, in termini prettamente tecnico-militari, la domanda sull’opportunità di incontrare i talebani, i ribelli, gli avversari o gli stessi terroristi mi sembra un falso problema un po’ strumentale e un po’ ipocrita. Da militare, non solo dovrei incontrarli, ma li dovrei conoscere perfettamente, dovrei avere qualcuno dei miei infiltrato nelle loro file, dovrei conoscere vizi e virtù di tutti i capi e dovrei avere ben chiaro il loro modo di pensare e di agire. Dovrei avere patti segreti con loro, come li avevano gli inglesi del “Grande gioco” (e mi meraviglierei se non li avessero ora), come li avevano i sovietici con il ribelle Massoud, e come li avevano gli americani con i mujaheddin prima e con i signori della guerra e della droga poi (e mi meraviglierei se non li avessero ora).

Sempre nell’ottica di chi ammette di avere un avversaro da comprendere prima ancora che da combattere e da piegare mi sembra surreale anche l’obiezione che il dialogo sia una legittimazione dell’avversario.

La legittimazione fra avversari avviene nel momento in cui si combattono e non nel momento in cui si parlano. Il ruolo di avversario non comporta nessuna accettazione diretta o indiretta dei rispettivi scopi e metodi . Anzi proprio nel riconoscimento delle reciproche posizioni sta sia la possibilità di trovare un punto di accordo sia la definitiva chiarificazione del disaccordo.

Ma, come dicevo, ammetto che l’ottica militare, che implica sempre l’individuazione, la conoscenza e il rispetto dell’avversario, può non essere la più idonea ad interpretare le sensibilità politiche. E’ impossibile per un militare combattere contro i fantasmi ed è insensato materializzare gli avversari con semplici etichette, attribuendo ad essi volontà, capacità e vulnerabilità oniriche o ipotetiche. Ma forse la politica vuole proprio questo e allora ai tavoli della cosiddetta “pace” non è necessario chiamare la realtà, ma è sufficiente l’immaginazione, la fantasia, la creatività. Tuttavia la fantasia di chi vuole dialogare con i Talebani deve spingersi oltre la semplice ipotesi di realizzare un’agape fraterna. E’ sicuro che essi vogliano sedersi ad un tavolo di pace? E quelli che aderissero quale rappresentatività avrebbero? Quali garanzie offrirebbero? Quale regime appoggerebbero e quali prerogative vorrebbero? E quali delle controparti sarebbero disposte ad ascoltarli? A condividerne le opinioni e ad accettarne i ragionamenti? Sedere ad un tavolo con i Talebani o con chiunque si opponga oggi all’occupazione straniera e al governo di Karzai senza essere pronti ad accettare alcune delle loro motivazioni può essere devastante. D’altro canto la fantasia di chi non vuole dialogare con i Talebani o con nessuno dei cosiddetti terroristi deve porsi domande analoghe. Chi è il vero detentore della violenza? Chi potrebbe controllarla? Karzai ha sufficiente potere per stabilizzare il paese? L’opzione esclusivamente militare ha prospettive di successo a medio e lungo termine? O si deve programmare lo sterminio di undici milioni di afgani (la popolazione in grado di combattere) per avere venticinque anni di stabilità? E’ evidente che una soluzione può essere soltanto di compromesso e quasi di azzardo. Occorre da un lato ragionare con freddezza e pragmatismo e dall’altro tentare la sorte. Il pragmatismo dovrebbe indurre a chiedere agli stessi afgani e a Karzai chi invitare ad un eventuale tavolo negoziale. L’azzardo dovrebbe indurre a dare credito anche a chi oggi si presenta come “intrattabile” a cominciare dai signori della droga.

Di certo bisogna uscire dall’ambiguità e rinunciare alla sottile ipocrisia che caratterizza le polemiche su questo argomento: si rifiuta “a priori e a prescindere” di conoscere, incontrare e capire in un quadro di legalità qualcuno con il quale si è poi disposti a trattare in condizioni di ricatto. Si raggiunge il paradosso che, chiudendo i canali di conoscenza e comunicazione già prima dello scontro o dell’atto terroristico, si lasciano aperti soltanto quelli del ricatto e si tratta concedendo esplicito riconoscimento giuridico proprio nel momento in cui la nefandezza degli atti ostili dovrebbe suggerire la chiusura totale. In questi frangenti non è importante l’oggetto del compromesso o l’ammontare del compenso. Non importa che sia soltanto denaro (che viene poi usato per alimentare altre nefandezze e lotte politiche) o che sia scambio di prigionieri. Diventa essenziale chi tratta e come. Diventa fondamentale individuare la soglia della capitolazione: il limite oltre il quale si è disposti a cedere tutto, persino la dignità.

L’Italia di questi ultimi anni ha adottato una linea politica schizofrenica: si è affiancata con grande lealtà, disinteresse e generosità agli alleati nelle guerre ma si è accontentata di conoscere dell’avversario soltanto ciò che faceva loro comodo. Si è poi allontanata dalla loro linea nel momento in cui veniva sottoposta a pressioni e ricatti. La politica interna e gli equilibri fra i poli e le molteplici anime che compongono ciascuno di essi hanno determinato la scelta del coinvolgimento diretto e immediato delle massime istituzioni di governo nei compromessi e la scelta di una soglia della capitolazione estremamente bassa. In contrasto con l’apparente motivazione umanitaria di voler salvare vite umane – che avrebbe dovuto ispirare una strategia di contatto con i ricattatori e i terroristi affidato alle sole organizzazioni umanitarie- si è istituzionalizzato il compromesso coinvolgendo in maniera plateale sia i massimi organi di governo sia le istituzioni più sensibili e riservate.

La soglia della capitolazione è stata abbassata a limiti impensabili sia nei tempi sia nelle modalità sia nella quantità e qualità del prezzo del riscatto. La stessa spettacolarizzazione è diventata una parte del prezzo da pagare dando così incredibile e inaspettata visibilità agli stessi terroristi. Sono stati mobilitati i vertici dei servizi per azioni che avrebbero richiesto un semplice intermediario affidabile e discreto. Alti funzionari dello Stato sono stati trasformati in spalloni frontalieri per consegnare nelle mani e nei conti numerati di non si sa chi del denaro proveniente da conti pubblici o da quelli di non si sa chi. Sono state seguite procedure e modalità in contrasto con la semplice logica della sicurezza, ma soprattutto in contrasto con le norme imposte dagli stessi alleati, facendo correre rischi tanto alti quanto ingiustificati. E’ questa combinazione d’innalzamento del livello di coinvolgimento istituzionale e abbassamento della soglia di capitolazione ad averci fatto perdere la credibilità politica internazionale che avevamo guadagnato anche con le nostre missioni militari.

Ma c’è un altro elemento di schizofrenia: alla capitolazione totale sul fronte della sorte dei civili e dei giornalisti (che nessuno ha obbligato a mettersi nei guai) hanno fatto riscontro una fermezza ed una freddezza inconsuete per le sorti e i rischi delle forze militari inviate per motivi istituzionali. Non ci si è fatto alcuno scrupolo di mandarle in condizioni inadeguate ai compiti e in situazioni di rischio sottovalutato. E quando abbiamo subito perdite militari il cordoglio è stato composto anche da parte della popolazione che proprio in quei momenti ha dimostrato una eccezionale maturità non facendosi trascinare nè dalla pubblicità nè dalle pulsioni dello spettacolo. Alla maturità ha anche corrisposto, purtroppo, l’indifferenza. Una vita civile sembra che valga più di una militare. Oggi abbiamo ancora Caduti che aspettano un riconoscimento ufficiale, abbiamo responsabilità ancora da accertare e, per azioni nei teatri di guerra, abbiamo più militari sotto processo che terroristi. Abbiamo soldati che guardano a queste vicende degli ostaggi, dei ricatti e dei riscatti con grande partecipazione umana e immenso scetticismo politico. E continuiamo ad avere dibattiti sulle missioni falsati da faide interne o da agende personali. Sono pochi a sollevare le vere questioni e ad individuare i veri rischi che militari e civili corrono nei teatri operativi e le conseguenze delle politiche schizofreniche.

Contrariamente a quanto affermato da molti e blasonati osservatori, non è vero che la capitolazione nel ricatto riguardante giornalisti o civili ha innalzato i rischi per le forze militari. Fino a quando la vita dei militari non avrà considerazione, ma solo rassegnazione, e quella dei civili varrà milioni di dollari e scambi pregiati saranno questi ultimi ad essere gli obiettivi “remunerativi”. Oggi in Afghanistan, a causa dello spettacolo offerto dalla nostra capitolazione, dalla disunione e dal protagonismo, abbiamo creato le basi per una ulteriore perdita di credibilità internazionale ed abbiamo innalzato i costi politici della missione e i rischi personali dei civili. Abbiamo contratto debiti con il presidente Karzai, ma ci siamo alienati molti settori del suo governo, quasi non ci fossimo ancora accorti che il presidente ha difficoltà nel controllo del suo stesso gabinetto. Ci siamo alienati una parte del dipartimento di stato americano e buoni settori degli alleati, fingendo di sorprenderci delle reazioni che avremmo dovuto considerare scontate ed essere pronti a controbattere.

Ma un danno lo hanno subito anche Emergency e Gino Strada che nelle ultime due vicende hanno speso molti dei crediti accumulati in anni di servizio umanitario. Oggi rischiano più di ieri e la capitolazione politica di cui si sono fatti intermediari potrebbe contribuire a delegittimarli nei confronti del governo afgano attuale e degli stessi talebani, che potrebbero considerarli non più utili o addirittura “spendibili”.

Il rischio per i nostri militari non è più elevato di quello di ieri. Si era già alzato da tempo: da quando il nostro paese ha rinunciato a far sentire la propria voce in seno alle coalizioni e alle alleanze, da quando ha preannunciato ritiri unilaterali, da quando le nostre forze in Iraq e in Afghanistan sono state sottoalimentate e dimenticate, da quando non sono apparse più in sintonia con gli alleati, da quando hanno adottato procedimenti diversi e soprattutto da quando hanno rinunciato a conoscere e capire il proprio “nemico”.

Fonte : www.peacereporter.net 

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