Angolo del Gigio

gennaio 12, 2007

Craxi, Raggio e Tradati – La sentenza di primo grado

La sentenza di primo grado

Il Giudice delle Indagini Preliminari presso il Tribunale di Milano, con sentenza del 20 giugno 3003 pronunciata all’esito di giudizio abbreviato, ha riconosciuto Raggio Maurizio colpevole dei reati di riciclaggio e ricettazione ascritti in rubrica ed, esclusa per il capo 5 la violazione della fattispecie di cui all’art. 648 ter c.p., unificati tutti i fatti attraverso il vincolo della continuazione, ritenuta più grave l’ipotesi di cui al capo 2, concesse le attenuanti generiche, nonché, con riferimento ai reati di cui ai capi 2, 3 e 5, anche l’attenuante di cui al comma terzo dell’art. 648 bis c.p., operata la riduzione per la scelta del rito, lo ha condannato alla pena finale di anni 3 mesi 4 di reclusione ed € 5.000,00 di multa, con l’interdizione dai pubblici uffici per la durata di anni cinque, mentre lo ha assolto dall’imputazione elevata sub 5 limitatamente all’ipotesi di cui all’art. 648 ter c.p. perché il fatto non sussiste.

 

La prima parte della motivazione offre un dettagliato resoconto, non solo della tortuosa vicenda processuale, ma persino della composizione materiale del fascicolo, che lo stesso giudice ha accuratamente ridefinito nel contraddittorio delle parti, al fine di rendere certa l’identificazione degli atti sui quali si è basata la scelta del rito e quindi la celebrazione del giudizio.

 

La sentenza affronta poi il tema dell’utilizzabilità degli atti acquisiti per rogatoria, che è stata contestata dalla difesa anzitutto sotto il profilo della violazione delle norme introdotte al riguardo della legge n. 367/2001. Quanto agli interrogatori di Pintus, Wanner e Jayet, nonché alla documentazione relativa ai conti Constellation Financiere e International Gold Coast, nonché alla fiduciaria Javier, il giudice ha negato il fondamento fattuale delle lamentele difensive, osservando che in concreto erano state osservate tutte le formalità previste per l’acquisizione e la trasmissione degli atti. Del resto e in via del tutto generale, il giudice si è richiamato all’orientamento prevalente in giurisprudenza e avallato dalla Corte Costituzionale (che con l’ordinanza interpretativa di rigetto del 7 novembre 2001 ha indirettamente fatto intendere l’illegittimità costituzionale di ogni interpretazione diversa), secondo cui, in tema di rogatorie attive, non è possibile imporre allo Stato estero particolari formalità in ordine all’attestazione di autenticità dei documenti richiesti, dovendosi questa presumere dalla stessa ufficialità della risposta, alla stregua della prassi e degli obblighi sanciti dal diritto internazionale. Anche sul piano delle modalità di trasmissione, le convenzioni vigenti in materia, nonché le consuetudini relative alla collaborazione diretta tra le autorità giudiziarie, consentono di ritenere nella specie legittime le acquisizioni di fonte rogatoriale.

 

Un diverso problema di utilizzabilità si è posto con riferimento al capo 5 della rubrica, per quanto concerne atti compiuti dopo la scadenza del termine massimo delle indagini preliminari, prorogato dal G.I.P. fino al 27 luglio 1997. Sul punto, il giudice ha accolto l’eccezione difensiva, ma soltanto per gli atti compresi tra detta scadenza e la richiesta di rinvio a giudizio (6 giugno 1998), mentre ha considerato utilizzabili gli atti investigativi successivi.

 

Passando al merito, dopo un breve inquadramento della vicenda nel filone delle indagini giornalisticamente definite di “Mani Pulite”, la motivazione di primo grado riassume la tesi accusatoria nei seguenti punti:

 

tramite il fiduciario Tradati Giorgio, Bettino Craxi aveva acceso due conti bancari esteri, l’uno presso la Societé de Banque Suisse di Chiasso intestato alla società panamense Constellation Financiere, l’altro presso La Bankers Trust di Ginevra (successivamente trasferito presso la American Express Bank di Ginevra) intestato alla International Gold Coast, anch’essa panamense;

 

su tali conti erano affluite nel tempo ingenti somme di denaro di provenienza illecita, in particolare, al momento della chiusura, sul conto della Constellation Financiere erano giacenti Fr. Sv. 22.000.000 e su quello della International Gold Coast erano giacenti circa £ 15.000.000.000;

 

per alimentare quest’ultimo era stato utilizzato un conto di transito presso la Claridien Bank di Ginevra intestato alla Northern Holding S.A. nella disponibilità di Cimenti Ugo, che aveva provveduto al trasferimento delle somme destinate alla International Gold Coast, dapprima presso la Bankers Trust e successivamente presso l’American Express;

 

sul citato conto di transito erano stati accreditati numerosi versamenti illeciti, tra i quali quelli erogati dalle imprese Barilla, Ansaldo, Siemens, Italimpianti, Calcestruzzi, Acqua, Techint;

 

nel 1993 Craxi aveva scelto Raggio quale fiduciario al posto di Tradati, incaricandolo di chiudere i conti di cui sopra e di occultare la provvista;

 

l’imputato, avvalendosi di prestanome quali Vallado Miguel Gabriel Jose e Martinez Aguilar Arturo, nonché della fattiva collaborazione di Vacca Graffagni Agusta Francesca (persona deceduta giudicata separatamente col patteggiamento della pena), aveva provveduto alla chiusura dei conti esteri incassando, occultando o trasferendo le somme su altri conti, in Svizzera e altrove;

 

in particolare, nel febbraio-marzo 1993 le somme giacenti a nome della International Gold Coast presso l’American Express venivano trasferite da Raggio (col Vallado) presso due altri conti, il primo aperto presso la S.B.S. di Ginevra a nome Julfer, il secondo presso il Bancomer di New York a nome Farbin Corp. (mentre un rivolo di $ 110.000 veniva direttamente incassato a mezzo assegno dalla Vacca Graffagni presso il Banco di Chiavari, dove Raggio figurava procuratore);

 

le somme giacenti sul conto Constellation Financiere presso la S.B.S. venivano trasferite da Raggio (col Martinez) nel dicembre del 1993, quanto a Fr. Sv. 7.000.000, presso ABN Amro Bank di Amsterdam a nome Kirwall e, quanto a Fr. Sv. 15.000.000, in un primo tempo presso la S.B.S. di Ginevra a nome Cancun, quindi presso la banca Pictet & Cie di Ginevra e, infine, presso la stessa banca Pictet & Cie di Nassau (Bahamas) sul conto intestato ad Highland Retreat Investment.

 

La documentazione bancaria acquisita, nonché le dichiarazioni di Tradati Giorgio, di Cimenti Ugo, Pintus Domenico e di molti altri soggetti coinvolti nelle operazioni accennate hanno pienamente confermato la fondatezza delle accuse.

 

Tradati Giorgio ha ammesso di essersi prestato alla gestione occulta in Svizzera di fondi riconducibili a Craxi, di cui era amico fin dall’infanzia. Per far questo, si era rivolto a Cimenti Ugo, impiegato presso la Bankers Trust di Milano, il quale aveva curato l’apertura del conto intestato alla società panamense International Gold Coast. Lo stesso Cimenti aveva fornito gli estremi del conto di transito intestato a Northern Holding presso la Claridien Bank di Ginevra, da utilizzarsi col nome in codice “Grain” per i versamenti da parte di coloro che volessero far pervenire denaro a Craxi. In sostanza, il meccanismo prevedeva che ogni somma affluita sul conto di transito Northern Holding con detto riferimento sarebbe stata girata alla International Gold Coast.

 

Nel corso degli anni e fino al 1992 erano pervenuti in tal modo circa 15 miliardi di lire, finché Tradati, preoccupato dagli sviluppi delle indagini di “Mani Pulite”, aveva chiesto di essere esonerato dall’incarico. Craxi lo aveva allora invitato a curare lo svuotamento del conto, ma il fiduciario si era rifiutato, finché nel gennaio-febbraio 1993 si era incontrato con Craxi e Raggio (che peraltro nell’occasione si era presentato col falso nome di “Borghi”) e quest’ultimo gli aveva dato la fotocopia di un documento d’identità dell’avvocato messicano Vallado Miguel Gabriel Jose, destinato a fungere da nuovo titolare. Il documento era stato poi passato al Cimenti che aveva dato corso all’operazione.

 

Il conto Constellation Financiere, invece, era stato aperto dal Tradati quale fiduciario di Craxi fin dal 1981 e nel corso degli anni vi erano affluiti fondi per circa 22 milioni di franchi svizzeri. Dopo avere raggiunto livelli elevati di giacenza, era stato aperto il secondo conto, quello della Internationl Gold Coast, disponendo un bonifico dall’uno all’altro. Anche in questo caso, dopo la defezione di Tradati, Craxi gli aveva proposto di occuparsi dello svuotamento, ma senza riuscire a convincerlo. In seguito, Tradati aveva saputo dal funzionario Pintus della S.B.S. di essere stato estromesso dalla titolarità del conto.

 

Sempre per conto di Craxi, Tradati si era anche occupato delle vicende della società Roma Cine TV, emittente della stazione televisiva regionale G.B.R. di Roma, facente capo al P.S.I., la quale aveva accumulato una pesante esposizione debitoria. Raggio si era in seguito interessato alla cessione dell’azienda, indicando un potenziale acquirente nel gruppo messicano Televisa.

 

Agli inizi degli anni ’80, prima ancora dell’apertura dei due conti esteri sopra indicati, Tradati, sempre su richiesta di Craxi, aveva aperto presso la S.B.S. di Chiasso un altro conto intestato ad una fondazione del Liechtenstein denominata Arano Stieftung, dov’erano arrivati fondi che, tra l’altro, erano stati utilizzati anche per effettuare versamenti di qualche centinaio di milioni di lire a favore della predetta emittente televisiva.

 

Nel dicembre 1992, Tradati aveva prelevato dai conti svizzeri e consegnato personalmente a Craxi la somma di 2 miliardi necessaria a pagare gli stipendi del personale del Partito e dell’Avanti, in arretrato da mesi. In altra occasione, dagli stessi conti era stata prelevata una somma destinata alla G.B.R. ed in un’altra ancora la somma di £ 500 milioni era stata destinata ad Antonio Craxi, fratello di Bettino.

 

Precisava ancora Tradati che verso la fine del 1991 era pervenuta sul conto della International Gold Coast la somma di 15 miliardi di lire, eccedente l’importo di 10 miliardi che Craxi gli aveva annunciato, sicché il fiduciario aveva chiesto spiegazioni chiamando l’uomo politico da una cabina telefonica e ricevuto l’istruzione di rispedire al mittente i 5 miliardi in eccesso.

 

Giorgio Tradati ha patteggiato la pena per il concorso nel reato di finanziamento illecito di partiti politici con specifico riguardo, tra l’altro, alle somme confluite fino al 1993 sui conti Constellation Financiere e International Gold Coast. La relativa sentenza è divenuta definitiva.

 

Puntuale riscontro alle dichiarazioni di Tradati è venuto da Cimenti Ugo (o Hugo), dapprima funzionario presso la Bankers Trust (fino al 1992) e poi presso la American Express, dove si era occupato di esportazione di capitali, compensazioni valutarie ed investimenti esteri. Per quanto concerne il ruolo di Raggio, Cimenti ha riferito che Tradati, allorquando ebbe a manifestare l’intenzione di dismettere la gestione del conto International Gold Coast, gli consegnò copia del passaporto del cittadino messicano designato per il subentro, vale a dire l’avv. Vallado, il cui nominativo fu subito indicato via fax alla fiduciaria Javier. Ben presto Cimenti fu informato da un funzionario della Javier che Vallado si era presentato unitamente a tale Maurizio Raggio per disporre urgentemente lo svuotamento del conto. Aggiungeva il Cimenti di avere saputo che i fondi per 12/13 miliardi di lire al momento esistenti, in esecuzione degli ordini del nuovo beneficiario economico, erano stati inviati per metà alla S.B.S. di Ginevra a nome Julfer e per metà alla Farbin Corp. presso Bancomer di New York. Il funzionario di banca confermava altresì l’episodio relativo all’afflusso di 5 miliardi in eccesso di cui aveva parlato Tradati, ricordando perfettamente che quest’ultimo aveva chiesto istruzioni per telefono da una cabina sita nel mezzanino della metropolitana, in esito alla quale aveva disposto la parziale restituzione dei fondi al mittente.

 

Wanner Christian, dirigente della fiduciaria Javier, esaminato per rogatoria, ha confermato che nel febbraio 1993 Vallado e Raggio, forti della legittimazione appena conseguita sulla International Gold Coast, avevano disposto lo svuotamento del conto, rappresentando ai funzionari della fiduciaria che Tradati aveva comprato dal Vallado un immobile in Messico e concordato il pagamento mediante la cessione della società. I fondi, con assoluta urgenza, vennero trasferiti in parte su di un conto presso la S.B.S. di Ginevra ed altra parte a New York presso una banca americana. Proprio il Raggio fu, anche per ragioni di lingua, il principale interlocutore del Wanner. In seguito (nel giugno 1993), lo stesso Raggio gli spiegò che intendeva cancellare qualsiasi collegamento tra il vecchio ed il nuovo proprietario della International Gold Coast e che in realtà non vi era stato alcun rapporto di compravendita immobiliare fra Tradati e Vallado, così ammettendo di avere in un primo tempo mentito al riguardo.

 

Analoghe dichiarazioni confermative venivano rese per rogatoria da Jayet Judith, dipendente della stessa fiduciaria Javier incaricata di tenere la documentazione amministrativa della International Gold Coast, la quale aveva incontrato Vallado e Raggio, dopo che questi avevano concordato con Wanner il trasferimento dei fondi.

 

Il quadro probatorio delineato dal Tradati veniva ulteriormente arricchito, con riguardo al secondo dei conti svizzeri, quello intestato alla Constellation Financiere, dalla deposizione di Pintus Domenico funzionario della S.B.S. di Chiasso. Questi rappresentava che verso la fine del 1993 il “beneficial owner” aveva presentato alla banca un messicano, tale Martinez Aguilar, chiedendo di farlo divenire procuratore della società. Fu esposta la necessità che costui, per assumere il controllo completo della situazione, assumesse formalmente la carica di amministratore, cosa che effettivamente avvenne a far tempo dal 7 dicembre 1993. Precisava il funzionario che agli incontri finalizzati alla “voltura” parteciparono il Tradati, il messicano ed una terza persona che fungeva da interprete, presentatasi a nome Borghi. Ai primi del 1994, il conto della Constellation Financiere fu chiuso ed i fondi giacenti furono trasferiti in parte presso la ABN di Amsterdam ed in parte presso la S.B.S. di Ginevra. Per il perfezionamento delle operazioni si presentarono sempre il messicano accompagnato dal sedicente Borghi. Verso la fine dell’estate 1994, Pintus, vedendo sulla stampa la fotografia di Maurizio Raggio, riconobbe in lui la persona che si era presentata come Borghi. Quando successivamente fu contattato telefonicamente dal medesimo (la chiamata perveniva dall’Hotel Richemond di Ginevra) per sapere se qualcuno avesse chiesto informazioni sul conto Constellation Financiere, Pintus non rispose e al contempo fece intendere di avere capito la vera identità dell’interlocutore, il quale non tentò nemmeno una smentita. Dagli accertamenti di P.G. si evince che effettivamente Raggio ebbe a soggiornare dal 2 al 6 ottobre 1994 presso l’Hotel Richemond di Ginevra, dal quale fece svariate telefonate, contattando tra gli altri il Cimenti e (anche a notte fonda) l’utenza tunisina di Craxi.

 

Dopo avere chiarito il quadro relativo alla titolarità e alla movimentazione dei conti, il giudice ha affrontato il problema della natura e della provenienza del denaro depositato, rilevando preliminarmente che la stessa fisionomia occulta della gestione, riconducibile a soggetti italiani attraverso lo schermo di società off-shore prive di effettiva consistenza commerciale, rivela lo scopo di raccogliere denaro di provenienza illecita. Il ricorso a società fiduciarie estere, la necessità che i versamenti non fossero diretti, bensì attuati su conti di transito (Northern Holding) prima di giungere a destinazione, mediante l’uso di un codice (“Grain”), dimostra la preoccupazione dei gestori di tagliare ogni contatto tra datori e prenditori dei fondi.

 

Il fatto, poi, che il motore centrale del meccanismo fosse uno degli uomini politici più in vista dell’epoca, già al vertice del potere esecutivo del Paese e comunque leader di uno dei partiti politici più importanti, soggetto che avrebbe dovuto gestire ogni operazione economica che personalmente lo riguardava, o che riguardava gli enti da lui rappresentati, non solo nel pieno rispetto delle leggi, ma con la massima trasparenza morale e sociale, convince ulteriormente che l’impiego di fiduciari segreti e di conti esteri intestati a società di comodo, non poteva spiegarsi se non con la necessità di occultare la provenienza illecita dei fondi, frutto della degenerazione dei rapporti tra politica e mondo imprenditoriale.

 

Puntuale conferma dell’assunto è venuta dalle dichiarazioni di importanti uomini d’affari italiani, come Stafforini Paolo, amministratore della Idreco, società operante nel settore del trattamento acque e degli impianti di protezione ambientale. Con riferimento all’aggiudicazione di un’importante commessa pubblica (Enel), questi era stato avvicinato da un amministratore (Bitetto), che lo aveva invitato a recarsi da tale ing. De Toma (persona molto vicina a Craxi) per “quantificare il denaro da versare al sistema dei partiti”. A fronte di una richiesta iniziale di 3 miliardi di lire, l’imprenditore era riuscito a limitare l’esborso a 2 miliardi. Il versamento della quota destinata al P.S.I. era stato eseguito in larga parte tramite la Claridien Bank di Ginevra, conto Northern Holding, riferimento Grain.

 

De Toma Bartolomeo ha ammesso questa e altre vicende analoghe, raccontando dei suoi rapporti di amicizia con l’on. Balzamo, segretario amministrativo del P.S.I., e del sistema della spartizione delle tangenti tra i partiti politici.

 

Che quello fosse il metodo è stato confermato da Paolo Scaroni, all’epoca amministratore della Techint, il quale ha precisato di avere ricevuto dall’on. Balzamo gli estremi di diversi conti, che poi erano stati passati al direttore generale (Rocca Fabrizio, deceduto nel 1991) per la materiale esecuzione dei pagamenti. Aggiungeva lo Scaroni che, per quanto riguardava i versamenti effettuati al P.S.I. nell’anno 1991, Balzamo e De Toma congiuntamente gli avevano fornito gli estremi del conto Northern Holding, riferimento Grain, presso la Claridien Bank di Ginevra.

 

Anche Panzavolta Lorenzo rappresentava il versamento della somma di £ 621 milioni con identiche modalità. Idem Tornich Fulvio, dirigente della Italimpianti, che ammetteva un analogo pagamento di £ 300 milioni. Ancora, Musso Bruno, dirigente dell’Ansaldo di Genova e poi della Finmeccanica di Roma, dichiarava che al fine di non bloccare un accordo tra Ansaldo e Siemens l’on. Balzamo gli aveva sollecitato il versamento di almeno £ 5 miliardi al P.S.I., che poi era stato eseguito, seppure in misura “scontata”, sempre tramite la Claridien Bank, conto Northern Holding, riferimento Grain. Equivalente racconto è stato offerto dal direttore generale dell’Ansaldo Tedeschini Giuliano.

 

L’industriale Pietro Barilla, con l’aiuto dell’imprenditore Franco (o Francesco) Ambrosio di cui era amico da lunga data, aveva versato rilevanti contributi al P.S.I. dietro pressanti sollecitazione dell’on. Balzamo. Nel marzo 1990, mentre Barilla si trovava al Grand Hotel di Roma con Ambrosio, aveva ricevuto una busta con le istruzioni: “c/c 7105 Northern Holding – Claridien Bank – Ginevra ref. Grain”. Nella stessa data, era stato disposto un bonifico di £ 2.500.000.000, quindi Ambrosio aveva telefonato a Balzamo, il quale aveva tratto “un respiro di sollievo“, aggiungendo che ciò avrebbe tranquillizzato il suo “capo“. La vicenda è stata confermata, oltre che dai diretti protagonisti e dalla documentazione bancaria acquisita, anche dalle dichiarazioni di Guido Maria Barilla e di Luca Barilla.

 

Nella sentenza del Tribunale di Milano in data 13 luglio 1998, passata in giudicato a carico di Vallado, si afferma la sussistenza di conti esteri riferibili a Craxi quale esponente del Partito Socialista, richiamando tra l’altro le convergenti dichiarazioni di De Toma Bartolomeo e Brandini Cornelio, già segretario personale di Craxi e cugino dello stesso De Toma. Quest’ultimo, nell’ammettere il proprio ruolo di collettore di tangenti nel settore dell’ecologia, ha precisato che nel corso della sua lunga collaborazione con Balzamo per il coordinamento della raccolta di fondi a favore del P.S.I. si era reso conto che il segretario amministrativo del partito, non solo non aveva mai aperto o gestito conti esteri, ma che non aveva nemmeno potere dispositivo su di essi, che risaliva in via esclusiva a Craxi.

 

Il sistema d’illegalità diffusa cui, a suo dire, partecipavano in forme diverse tanto i maggiori gruppi economici, quanto i partiti di governo e di opposizione, è stato del resto candidamente ammesso dallo stesso Craxi, il quale ha precisato che nel quadriennio 1987/1990 erano pervenuti al P.S.I. in forma extra contabile contributi per complessivi 187 miliardi di lire, di cui 47,3 miliardi di lire nel solo anno 1990. L’uomo politico ha ammesso, in particolare, le sistematiche contribuzioni del gruppo Ferruzzi (anche se ha negato la maxi tangente Enimont), nonché il legame di amicizia con Salvatore Ligresti, persona al vertice di uno dei maggiori gruppi assicurativi italiani, che aveva versato importanti contributi al partito. Il giudice di primo grado tuttavia rileva che nei suoi corposi memoriali Craxi si è sempre guardato dall’accennare alla disponibilità dei conti International Gold Coast e Constellation Financiere, che all’epoca non erano ancora stati scoperti e costituivano per lui un importante “tesoretto” riposto nelle fidate mani, prima di Tradati, poi di Raggio.

 

Nel panorama descritto vanno incasellate le reiterate dichiarazioni confessorie dell’imputato, il quale, anche in altre sedi processuali (in particolare nel procedimento cosiddetto “All Iberian”), ha confermato quanto sopra accennato, ammettendo il proprio ruolo al servizio dell’on. Craxi, che egli conosceva da molto tempo come frequentatore del locale di Portofino denominato “La Gritta” gestito dai suoi genitori. Raggio si era legato sentimentalmente alla contessa Francesca Vacca Graffagni vedova Augusta a far tempo dalla seconda metà degli anni ’80 e questo aveva contribuito ad intensificare i rapporti con Craxi, nel quadro della comune frequentazione di abitazioni prossime a Villa Altachiara, dimora di Portofino della Vacca Graffagni, con molteplici occasioni di incontro e di convivialità. Nel periodo pasquale del 1992 Craxi aveva riferito a Raggio che l’esplosione dell’indagine di “Mani Pulite” aveva scatenato preoccupazioni nell’ambiente ed indotto le aziende a cessare le contribuzioni, mettendo il Partito in serie difficoltà economiche. Nell’estate i rapporti con Craxi si erano cementati ulteriormente nel corso di una vacanza ad Hammamet (Tunisia) dove Raggio si era recato con la contessa Vacca Graffagni.

 

Dopo la morte di Balzamo (autunno 1992), Craxi aveva riferito a Raggio che Tradati s’era intimorito e non era più disponibile a manovrare i soldi del partito, pertanto aveva chiesto allo stesso Raggio di subentrare nella gestione del conto International Gold Coast, avvertendolo che al momento tale conto non era stato individuato dagli inquirenti, ma che le indagini in corso su altri conti forse avrebbero potuto consentire di arrivare a scovarlo.

All’epoca Raggio era assillato dalla necessità di rientrare da un finanziamento di $ 1.200.000 contratto a nome della contessa Vacca Graffagni e, non potendo farvi fronte, aveva pensato di chiedere aiuto a Craxi, il quale, andando al di là delle più rosee speranze, nel gennaio 1993, in prossimità della scadenza del debito, gli aveva fatto accreditare sul suo conto estero presso la Pictet & Cie. di Ginevra la somma di $ 1.500.000. I fondi provenivano dal conto Hambest Corp presso la Banca Internazionale del Lussemburgo (B.I.L.) intestato a Giallombardo Mauro (dirigente della struttura socialista europea, funzionario del Parlamento Europeo, nonché persona molto vicina all’on. Craxi).

 

Come ha ammesso il titolare e come è inequivocabilmente emerso in plurimi procedimenti, il conto di provenienza era stato foraggiato nel solito modo, sicché il giudice ha ritenuto oggettivamente provato che la somma di cui al capo 4 fosse riconducibile a tangenti o comunque finanziamenti illegali al P.S.I..

 

Tornando al racconto dell’imputato, questi ha detto di non aver chiesto contezza a Craxi della provenienza del denaro, anche se aveva immaginato che potesse trattarsi di soldi del partito. Egli non aveva offerto alcun tipo di garanzia per la restituzione della somma, ma intendeva onorare il debito non appena si fosse risolta la contesa ereditaria del conte Agusta, in cui era coinvolta la Vacca Graffagni.

 

Quasi in contemporanea (nel gennaio 1993) vi era stato l’incontro fra Craxi, Tradati e Raggio (che peraltro ha negato di essersi presentato in quella occasione col nome Borghi). Nel frattempo l’imputato aveva informato Craxi del reperimento dell’avvocato messicano Vallado, disposto, dietro compenso di $ 110.000, a fungere da prestanome per lo svuotamento del conto International Gold Coast, le cui giacenze erano finite (sempre nella disponibilità di Raggio):

 

per metà, sul conto intestato alla Farbin presso l’istituto Bancomer delle Isole Cayman, previo passaggio su un conto di transito che la fiduciaria Javier aveva messo a disposizione presso la S.B.S. di Ginevra, utilizzando il nome in codice “Julfer” per individuare i fondi oggetto di trasferimento;

 

per metà, sul conto intestato alla società panamense Macin Holding presso la banca Pictet & Cie, indi sul conto intestato ad Higland Retreat Investment presso la Pictet Bank & Trust di Nassau.

 

Raggio ha altresì ammesso di essersi incaricato, verso la fine del 1993, del disbrigo di una nuova operazione finanziaria nell’interesse di Craxi, quella relativa al conto Constellation Financiere di Chiasso (capo 3 della rubrica), dopo a Ginevra che era andata a buon fine la prima operazione relativa al conto International Gold Coast.

 

Ricevuta la richiesta, l’imputato aveva pensato di contattare di nuovo l’avvocato Vallado, ma questi aveva altri impegni ed aveva proposto il collega Martinez Aguilar. Il compenso per l’assistenza professionale, consistita in sostanza nel mettere il nome per il trasferimento di fondi, concordato in circa £ 300.000, era stato versato da Raggio direttamente a Vallado. A Pintus, funzionario della S.B.S. che se n’era occupato, erano finiti altri 60.000/80.000 Fr. Sv.

In questo caso, la giacenza originaria di circa 22 milioni di franchi svizzeri era stata destinata:

quanto a 15 milioni, sul conto Pictet di Nassau intestato alla Highland Retreat Investment, previo passaggio da un conto di transito della stessa Pictet presso la S.B.S. di Ginevra (dal conto di destinazione a Nassau furono in seguito effettuati vari bonifici su conti indicati di volta in volta da Craxi);

 

quanto ai restanti 7 milioni di franchi svizzeri, inizialmente sul conto Kirwall presso la Amro Bank di Amsterdam e, dopo un paio di mesi, sul conto di una società fiduciaria nelle Isole del Canale (in seguito parte dei fondi venne investita negli U.S.A. tramite la società panamense Pentaco, sempre riferibile al Raggio).

 

L’imputato ha fornito dettagliate spiegazioni sulle movimentazioni successive, ha ammesso di avere utilizzato fondi per spese personali senza averle restituite a Craxi, il quale due volte (nel dicembre 1993 e nel maggio 1994) lo aveva raggiunto in Messico, ospite coi familiari nella tenuta di Cuernavaca della contessa Vacca Graffagni (va ricordato che il 12 maggio 1994 era stato disposto il ritiro del passaporto di Craxi, proprio mentre si trovava in Messico).

Passando ai fatti di cui al capo 5, nella sentenza si espone che nel giugno del 1996 l’avv. Harald Von Seefried, personaggio al vertice della Adlitz AG di Zurigo, si era presentato spontaneamente agli inquirenti narrando di avere compiuto a far tempo dall’estate del 1993 attività di amministrazione patrimoniale nell’interesse della contessa Vacca Agusta, che peraltro non aveva mai incontrato, avendo sempre e solo avuto a che fare con Maurizio Raggio, il quale lo aveva incaricato di occuparsi del patrimonio della donna. Il primo contatto professionale era nato da consulenze relative alle cause ereditarie della contessa, ma poiché il legale si occupava anche di gestioni patrimoniali, Raggio gli aveva in seguito consegnato dei C.C.T. per circa 6 miliardi di lire, senza destare, date le premesse, alcun sospetto nell’interlocutore.

 

Von Seefried forniva dettagliate spiegazioni in ordine all’impiego dei titoli, che erano stati venduti tramite una società panamense, impiegando il denaro per effettuare rimesse alla contessa in Italia ed a Raggio a Monaco, per pagare spese processuali, nonché per effettuare investimenti, segnatamente in due società: la High Line AG di Cham (Svizzera), proprietaria di un aereo, e la Pentaco di Panama, proprietaria del 15% della SM Brickell Limited Partnership di Miami (U.S.A.), operante nell’edilizia. Di quest’ultima società era presidente tale Ugo Colombo, indicato come il migliore amico di Raggio.

 

Quando era venuto a sapere del reale retroterra del “cliente” e, in particolare, del suo stato di latitanza, l’atteggiamento di Von Seefried era divenuto più freddo, ma i rapporti non si erano interrotti, tanto che il medesimo aveva accettato di costituire una società nel Liechtenstein, denominata Rege Stiftung, al dichiarato scopo di custodirvi denaro in via fiduciaria, mascherando ogni collegamento dei fondi con Raggio o con la contessa. In altre occasioni, una volta a Nizza e due o tre volte a Zurigo, Raggio aveva consegnato altri titoli di Stato del controvalore di svariati milioni di dollari.

 

L’imputato ha sostanzialmente ammesso i rapporti descritti da Von Seefried, precisando che, dopo essersi impossessato del primo dei conti esteri (quello dell’International Gold Coast), nella primavera o forse nell’estate del 1993 si era recato ad Hammamet a trovare Craxi, il quale gli aveva annunciato la disponibilità di una partita di C.C.T. e gli aveva chiesto di cambiarli. Le consegne erano avvenute in tre occasioni. Nella prima, appena ricevuti i titoli e prima ancora di prendere l’aereo per rientrare dalla Tunisia, Raggio aveva pensato di telefonare all’avvocato Harald Von Seefried di Zurigo, conosciuto un anno prima per le vicende dell’eredità Agusta, onde sondare la possibilità di monetizzarli. Ottenuta risposta affermativa, egli aveva preso contatto per l’apertura di un conto presso la banca austriaca indicata dal professionista.

 

Andata felicemente in porto la prima operazione, Craxi aveva consegnato a Raggio altri titoli di eguale natura. Le nuove consegne erano avvenute nell’autunno – inverno del 1993 in Francia, presso un’abitazione che il figlio di Craxi, Bobo, aveva affittato in Costa Azzurra. Nel complesso, Raggio ammetteva di avere ricevuto titoli di Stato per un ammontare quantificabile in poco più di 10 miliardi di lire. Affidandogli la seconda tranche di C.C.T., l’uomo politico aveva esposto i gravi problemi di spostamento che incontrava in Italia ed in Europa, in quanto il governo non gli metteva più a disposizione un aereo. L’imputato aveva perciò suggerito a Craxi di acquistare un piccolo aeromobile, che lui stesso aveva trovato in Australia, pagandolo un milione e mezzo di dollari. Insieme all’aereo era stata acquisita anche una società svizzera, la High Line (amministrata ufficialmente dalla figlia di Von Seefried), proprietaria di un hangar per il rimessaggio dell’aeroplano, che peraltro l’uomo politico aveva utilizzato soltanto in un paio di occasioni. Con la restante parte del denaro derivato dalla monetizzazione dei titoli, Von Seefried aveva acquistato altre obbligazioni estere, che Raggio avrebbe dovuto far pervenire a Craxi, cosa che tuttavia non aveva avuto il tempo di fare entro l’autunno del 1994, quando dovette fuggire a sua volta per sottrarsi all’esecuzione del provvedimento cautelare. Prima della fuga, egli aveva depositato la metà dei titoli rivenienti dalla conversione di quelli originari presso una banca di Lugano, mentre la restante metà l’aveva portata con sé in Messico, per pagarsi la latitanza e l’assistenza legale.

 

Per completezza, va rammentato che Francesca Vacca Graffagni, pur “chiamandosi fuori” dalle vicende in questione, ha ammesso il legame sentimentale e d’affari con Raggio, confermando che questi conosceva Craxi da lunga data e che negli anni 1993/1994 si era occupato anche degli affari dell’uomo politico. Dopo l’emissione del provvedimento restrittivo a carico della coppia, Raggio le aveva confidato alla Vacca di avere effettuato dei movimenti bancari su istruzioni di Craxi e, in particolare, di avere sostituito il Tradati nel ruolo di fiduciario. La Vacca Graffagni in relazione ai fatti di cui ai capi 1, 2 e 3 della rubrica ha chiesto ed ottenuto applicazione della pena ai sensi degli artt. 444 e segg. c.p.p. con sentenza divenuta definitiva. La donna, com’è noto dalle cronache, è successivamente deceduta in circostanze poco chiare e nel corso delle indagini relative alla sua scomparsa è stato rinvenuto presso Villa Altachiara di Portofino un atto notarile datato 30 marzo 1998, dal quale si evince che il Raggio era divenuto socio unico della Pentaco International Corp.

 

Una volta assodato, col conforto della documentazione acquisita e delle versioni sostanzialmente coincidenti di Raggio e Von Seefried, lo svolgimento delle operazioni finanziarie contestate al capo 5 della rubrica, si pone il problema di stabilire se anche quei C.C.T. fossero di provenienza delittuosa. La risposta del giudice di primo grado è stata affermativa, a partire dalla considerazione basilare per cui, ove si fosse trattato di titoli di provenienza lecita (in ipotesi facenti parte del patrimonio personale o familiare di Craxi), l’interessato ne avrebbe curato il disinvestimento in prima persona attraverso canali ufficiali, anziché avvalersi di strade tortuose e di persone interposte. Tra l’altro, le operazioni di monetizzazione e reinvestimeno non presentano alcuna intrinseca razionalità economica, ossia non risultano comprensibilmente finalizzate a migliorare la redditività del capitale di partenza (visto che all’epoca i C.C.T. avevano rendimenti elevatissimi, mentre le soluzione alternative adottate hanno comportato perdite non trascurabili), sicché bisogna ritenere che lo scopo perseguito dagli agenti fosse unicamente quello di far perdere le tracce dell’appartenenza soggettiva dei mezzi finanziari.

 

Altro elemento indicativo della provenienza illecita dei titoli è dato dalla grandezza degli importi, non ragionevolmente compatibile con la condizione privata di Craxi ed invece ricollegabile alla sua posizione di capo del P.S.I., né ragionevolmente compatibile con le modalità di esecuzione delle transazioni, senza ricevute, senza garanzie, senza accordi scritti, modalità spiegabili soltanto con la precisa volontà di far perdere le tracce del denaro. In sostanza, il giudice ritiene di palmare evidenza che si trattasse di titoli “scottanti” e sottolinea il confluire di parte del controvalore nel “calderone comune” della gestione degli altri denari riciclati da Raggio per conto di Craxi. Basti pensare che sul conto acceso da Von Seefried presso la Hottinger and Cie Bank di Zurigo sono stati accreditati 3 milioni di dollari provenienti dalla Pictet Bank and Trust di Nassau, dove giacevano fondi provenienti da altre operazioni di riciclaggio, inoltre con gli stessi denari erano stati saldati debiti della High Line e adempiuti oneri della Brickell.

 

In sostanza, si riscontra totale omogeneità tra le operazioni di riciclaggio relative alle contribuzioni pervenute in contanti sui conti esteri di Craxi e quelle relative alla monetizzazione o conversione dei titoli di Stato consegnati a Raggio. La deduzione logica è confermata dagli accertamenti relativi alla ricostruzione della storia dei titoli, di cui Von Seefried ha potuto fornire gli estremi identificativi. Difatti, guarda caso, titoli per nominali £ 7.800.000.000 erano stati nella disponibilità del gruppo Ligresti, titoli per nominali £ 200.000.000 milioni erano stati nella disponibilità del gruppo Lodigiani, cedole di altri titoli per un valore nominale di £ 1.350.000.000 erano state accreditate su conto dell’emittente di partito Roma Cine TV, cedole di altri titoli erano state incassate da Monza Giuseppe e dalla di lui moglie Tomaselli Vincenza (segretaria di Craxi).

 

Spostando l’attenzione sulla consapevolezza dell’imputato circa la provenienza illecita dei fondi, il giudice elenca le seguenti considerazioni:

 

quando Raggio si mise a disposizione di Craxi, l’indagine di “Mani Pulite” aveva già ampiamente sviscerato lo scandalo della corruzione sistematica e del finanziamento illecito dei partiti politici e segnatamente del P.S.I.;

 

Craxi aveva informato Raggio delle rogatorie attivate dalla magistratura e del pericolo che si arrivasse al rivenimento dei conti da svuotare;

 

Craxi aveva informato Raggio che il precedente gestore dei conti, ossia Tradati, si rifiutava di effettuarne ulteriori movimentazioni proprio per paura delle indagini in corso;

 

Craxi aveva informato Raggio che si trattava di fondi esteri del partito;

 

Craxi aveva chiesto a Raggio di velare la movimentazioni dei fondi in modo da occultarne l’originaria provenienza.

 

Sulla base di simili premesse, la natura illecita di quelle disponibilità economiche doveva balzare all’occhio, non solo ad una persona intelligente ed esperta come Raggio, ma ad un quisque de populo. Ne dà conferma, per facta concludentia, la fisionomia delle successive condotte dell’imputato, che fece il possibile per confondere le acque:

 

costituendo e utilizzando apposite società off-shore;

 

spostando i denari estero su estero, fino a farli pervenire su conti collocati in “paradisi fiscali” al riparo da richieste rogatoriali (Giuseppe Poggi Longostrevi, quando era detenuto insieme a Raggio, venne a sapere che questi era riuscito a portare il proprio denaro in salvo alle Bahamas, descritte come un “fortino impermeabile a qualsiasi rogatoria”);

 

servendosi di fiduciarie e di conti di transito per annegare le tracce dei movimenti;

 

ricorrendo a “teste di paglia” (Vallado, Martinez, Von Seefried), pagandole profumatamente, al solo scopo di non comparire personalmente;

 

investendo i beni in capo a soggetti stranieri, in modo che ancora una volta non si potesse risalire all’origine delle ricchezze.

 

Lo stesso discorso vale evidentemente anche per i C.C.T. di cui al capo 5 della rubrica, altrimenti non vi sarebbe stato alcun bisogno farli incassare da un avvocato svizzero presso banche austriache attraverso società balneari di comodo, ma sarebbe stato più facile e meno dispendioso recarsi allo sportello del Banco di Chiavari che l’imputato aveva sotto casa.

 

Altrettanto è a dirsi della somma di $ 1.500.045 di cui al capo 4, bonificata nel gennaio 1993 sul conto dell’imputato presso la Picted & Cie di Ginevra. Per la verità, Raggio, che pure ha ammesso tutti i fatti, ha negato l’assimilabilità di questo episodio al suo ruolo di riciclatore, ma il giudice non si è mostrato convinto della tesi, rilevando:

 

che Craxi aveva fatto avere a Raggio una somma addirittura superiore a quella di cui l’imputato abbisognava per estinguere il debito contratto con la B.N.L.;

 

che, guarda caso, ancora una volta i fondi erano stati fatti pervenire su un conto estero di Raggio e non, come sarebbe stato più logico se l’operazione fosse stata “pulita”, su un conto italiano della contessa che era formalmente debitrice verso la banca;

 

che una somma di quella grandezza non “piove dal cielo” e, se la dazione fosse stata lecita, sarebbe stata assecondata da modalità tali da consentire all’erogante il successivo recupero;

 

che Craxi, sebbene lamentasse apertamente le gravi difficoltà economiche del partito, gli aveva graziosamente fatto ottenere una somma del genere;

 

che l’accreditamento della somma sul conto presso la Pictet di Ginevra era stato sostanzialmente contestuale all’incontro con Tradati presso l’abitazione di Craxi, all’apertura del conto Macin Holding e del conto intestato alla Farbin presso l’istituto Bancomer delle Isole Cayman, nonché a ridosso del viaggio a Ginevra con Vallado presso la fiduciaria Javier per lo svuotamento del conto International Gold Coast.

 

Quanto sopra, a parere del giudicante, rende chiaro che anche la ricezione della somma in questione non è slegata dal contesto delle altre vicende che formano oggetto d’imputazione, ma s’inquadra in un disegno complessivo unitario, come una sorta di compenso anticipato per la rischiosa attività di riciclaggio che l’imputato si accingeva a compiere per conto di Craxi.

 

Dal punto di vista generale, ai fini della prova del dolo, non è poi indispensabile che la consapevolezza si estenda alla precisa e completa conoscenza delle circostanze di tempo, di modo e di luogo dei singoli reati presupposti, potendo questa essere desunta anche da prove indirette, purché gravi, univoche e tali da ingenerare in qualsiasi persona di media levatura intellettuale, secondo le regole della logica e della comune esperienza, la certezza della provenienza illecita di quanto ricevuto.

 

In linea di diritto, il giudice ha ritenuto esatta la qualifica dei fatti, posto che le condotte dell’imputato si collocano “a cavallo” delle modifiche introdotte dalla legge n. 328/1993 nella struttura del riciclaggio, prima configurabile solo con riguardo alle operazioni di sostituzione di denaro, beni od altre utilità provenienti da specifici delitti, tra i quali non erano compresi, né i reati contro la Pubblica Amministrazione, né la violazione della legge sul finanziamento dei partiti politici. Dall’agosto del 1993, invece, la punibilità è stata estesa con riferimento a “qualsiasi delitto non colposo”, sicché correttamente è stato rubricato in capo all’imputato il delitto di cui all’art. 648 c.p. per quanto concerne le condotte anteriori ed il reato di cui all’art. 648 bis c.p. per quanto concerne le condotte posteriori.

 

Davanti all’osservazione della difesa secondo cui il conto Macin Holding è stato chiuso nel giugno 1993 (quindi prima dell’entrata in vigore della legge n. 328/93, con la conseguenza che non potrebbe essere configurato il riciclaggio di cui capo 2, ritenuto consumato fino al 29 marzo 1994), il giudice ha replicato che in realtà dalla lettura del capo di imputazione si evince la contestazione di una condotta ben più estesa nel tempo, coinvolgente il “trasferimento su altri conti delle somme transitate sul conto Macin Holding” anche dopo l’avvenuta chiusura.

 

Ancora in diritto, il giudice ha respinto la tesi secondo cui l’imputato non potrebbe aver consumato il reato di riciclaggio essendosi limitato ad effettuare operazioni su beni che di fatto erano già stati in precedenza occultati da altri, in quanto l’ipotesi descrive una condotta aperta, per così dire “in progress”, che include tanto la prima operazione finalizzata ad ostacolare l’identificazione della provenienza dei beni, quanto ogni altra operazione successiva caratterizzata dallo stesso scopo.

 

Infine, il fatto che Raggio, profittando delle sempre maggiori difficoltà incontrate da Craxi, non abbia reso conto delle operazioni di reinvestimento e si sia appropriato di ragguardevoli somme di denaro per finalità personali e della Vacca Graffagni, a parere del giudicante non incide sulla configurabilità dei reati contestati.

 

Tirando le fila del discorso, il G.I.P. ha ritenuto integrati tutti i presupposti di fatto e di diritto per affermare la responsabilità dell’imputato in ordine a tutti i reati ascritti, fatta eccezione per la fattispecie di cui all’art. 648 ter c.p. contestata sub 5, configurabile per legge solo a carico di colui che non si sia previamente reso colpevole dell’azione delittuosa prevista dall’art. 648 bis c.p., come è avvenuto nella specie, in quanto il parziale reimpiego dei beni in attività economiche o finanziarie è stato preceduto da una vera e propria attività di riciclaggio (consistita nel disinvestimento dei C.C.T.) ascrivibile allo stesso imputato.

 

 

I motivi d’appello

 

 

Avverso la decisione l’imputato ha interposto appello tramite i difensori di fiducia, i quali, in principalità, chiedono l’assoluzione da tutti i reati ascritti o, quanto meno, l’assoluzione dai reati di cui ai capi 4 e 5, perché, rispettivamente, il fatto non costituisce reato e perché il fatto non sussiste.

 

In tale prospettiva, si eccepisce anzitutto la non configurabilità del riciclaggio e della ricettazione con riferimento all’illecito finanziamento dei partiti, rispetto al quale non può propriamente parlarsi di derivazione, con conseguente individuazione del reato presupposto, ma semmai di semplice attinenza, posto che l’accettazione di atti di liberalità da parte dei partiti politici non ha in sé nulla d’illegittimo, mentre la violazione attiene soltanto al mancato rispetto degli obblighi di deliberazione e di comunicazione previsti dalla legge.

 

In secondo luogo, sempre in linea di diritto, si eccepisce l’inapplicabilità dello schema del riciclaggio (come modificato dalla legge n. 328/1993) con riferimento alla fattispecie contestata al capo 2 della rubrica, perfezionata in epoca anteriore all’agosto del 1993. Sul punto, si contesta la fisionomia del reato “a condotta aperta” delineata dal giudice, escludendo che possano assumere rilevanza ai fini della contestazione movimenti finanziari successivi alla chiusura del conto, peraltro indicati in modo del tutto generico e perciò illegittimo. Anche nel reato permanente, si osserva, il tempus commissi delicti resta ancorato all’inizio della consumazione, altrimenti, in caso di successione di leggi penali, si finirebbe per violare il principio dell’irretroattività delle norme incriminatrici. Inoltre, si segnala che i trasferimenti successivi dei fondi sarebbero privi di rilevanza autonoma, bensì meramente esecutivi della stessa condotta iniziale.

 

In terzo luogo, dal punto di vista strettamente processuale, si eccepisce l’inutilizzabilità degli atti acquisiti in violazione delle norme sulle rogatorie internazionali, nonché di quelli acquisiti dopo la scadenza del termine delle indagini preliminari (eccezione, questa, solo parzialmente accolta dal giudice e senza trarne tutte le doverose conseguenze).

 

Quanto al primo profilo, si contesta, riportandosi integralmente la memoria del 19 settembre 2002, che l’ordinanza della Corte Costituzionale richiamata dal G.I.P. possa avallare un’interpretazione sostanzialmente abrogativa della novella introdotta dalla legge n. 367/2001 al fine di disciplinare l’acquisizione per rogatoria di atti provenienti da Autorità straniere. In particolare, il riferimento ermeneutico alla prassi ed alle convenzioni internazionali, a parere della difesa, non può svilire la portata della rigorosa disciplina stabilita in materia dagli organi deputati a formare la volontà dello Stato.

 

Quanto al secondo profilo, si sostiene che le note della Guardia di Finanza in data 13 ottobre 1998 e 18 novembre 1998 non possano essere utilizzate, in quanto redatte pacificamente dopo la scadenza del termine finale delle indagini preliminari come prorogato dal G.I.P. e, segnatamente, in quanto concernenti attività investigative (in particolare accertamenti bancari) risalenti al periodo d’inutilizzabilità individuato dallo stesso giudice. La sanzione dell’inutilizzabilità, inoltre, non può limitarsi ad una parentesi anteriore alla richiesta di rinvio a giudizio, ma va estesa a tutti gli atti consequenziali posteriori, che invece sono stati indebitamente “salvati” dal giudice, giacché altrimenti il disposto dell’art. 407 c.p.p. diverrebbe lettera morta.

 

Nel merito, si nega la sussistenza del requisito soggettivo del delitto di cui al capo 4, cronologicamente il primo tra quelli contestati, che non ha nulla a che fare con la gestione dei conti esteri di Craxi da parte di Raggio, ma si ricollega semplicemente al rapporto di amicizia esistente tra i due, quando ancora non vi era motivo per sospettare derivazioni illecite. Viceversa, si ritiene ingiustificata e gratuita l’interpretazione della dazione in oggetto come una forma di compenso anticipato per l’opera futura dell’imputato. Al riguardo, la difesa sottolinea:

 

che Tradati e persino il P.M. hanno collocato l’episodio in una fase nettamente anteriore allo “svuotamento” dei conti International Gold Coast e Constellation Financiere;

 

che già nel dicembre 1992 la B.N.L. aveva chiesto il rientro dal prestito e da tempo Raggio si era rivolto a Craxi per avere il suo aiuto;

 

che non vi è stata alcuna volontà di occultare le somme ricevute, immediatamente impiegate per estinguere il debito;

 

che la configurazione bancaria dell’operazione è disomogenea rispetto alle altre, non essendosi l’imputato mai occupato del conto di provenienza Hambest Corp. aperto presso la B.I.L.;

 

che Giallombardo, ossia il gestore di detto conto, non ha mai chiamato in causa Raggio, ma tutt’altri personaggi.

 

La difesa ricorda altresì che la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha sempre escluso la compatibilità del dolo eventuale col reato di ricettazione, che è reato istantaneo e rispetto al quale non può dunque assumere alcuna rilevanza il dolo superveniens. Nella specie, la mancata consapevolezza dell’illecita provenienza dei fondi al momento della ricezione è logicamente confermata dal fatto che l’imputato, dopo essere divenuto gestore per interposta persona (Vallado) dei conti “da svuotare”, non se ne servì per rimborsare il finanziamento alla B.N.L..

 

Quanto al capo 5, la difesa sottolinea anzitutto che il giudice s’è indebitamente avvalso per la ricostruzione dei fatti delle relazioni di polizia giudiziaria da ritenersi inutilizzabili, tolte le quali viene a cadere la prova della provenienza illecita dei titoli di Stato consegnati da Craxi a Raggio. Né tale prova sarebbe ricavabile da altre sentenze, in particolare da quelle pronunciate dal Tribunale di Milano nei procedimenti contro Craxi e Tradati, che nulla dicono in ordine ai C.C.T. qui in contestazione.

 

In via subordinata, la difesa lamenta l’eccessività della pena inflitta e ne chiede la riduzione ai minimi edittali, previa dilatazione fino alla massima estensione della diminuzione conseguente al riconoscimento delle circostanze attenuanti di cui agli artt. 648 bis comma 3 e 62 bis c.p., tenuto conto dell’ampia e leale collaborazione prestata dall’imputato, sia in ordine all’accertamento dei fatti contestati, sia ai fini del rientro di fondi per Fr. Sv. 1.500.000 e $ 500.000.

 

Infine, l’appellante chiede la revoca dei provvedimenti di confisca disposti ai sensi degli artt. 12 sexies della legge n. 356/1992 e 240 c.p., sostenendo quanto segue:

 

in ordine al saldo attivo del conto acceso presso la Neue Bank di Vaduz intestato al trust Regestiftung e alle quote di partecipazione nella Pentaco Int. Corp., manca la prova del reato presupposto, discutendosi di investimenti gestiti da Von Seefried e rivenienti dai predetti C.C.T.;

 

in ordine al credito verso ESG Europ Service di € 64.859,63 versato a titolo di cauzione per un contratto di leasing, la somma proveniva dal conto Kirka acceso presso la BGP di Lugano a sua volta alimentato dal conto Aqua di accertata provenienza lecita;

 

in ordine a n. 4.999 azioni della Omniatrade-Mexico, non solo il valore è irrisorio (ammontando al 10 gennaio 2004 in complessivi € 3.684,26) e quindi appare pienamente compatibile con le condizioni economiche dell’imputato, ma i titoli non presentano nemmeno alcuna specifica attinenza coi fatti per cui si procede.

 

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

 

L’impugnazione non merita accoglimento, per le ragioni ben illustrate nella motivazione di primo grado, da intendersi qui integralmente richiamata e recepita, in quanto già offre tutte le risposte alle infondate doglianze difensive.

 

L’illecito finanziamento come reato presupposto del riciclaggio

 

 

 

Sul punto, l’interpretazione dell’appellante è giuridicamente insostenibile. Non vi è alcuna ragione per escludere il finanziamento illecito ai partiti politici dal novero dei delitti suscettibili d’integrare il presupposto del riciclaggio o della ricettazione, figure, queste ultime, che non operano distinzioni di sorta in ordine alle caratteristiche strutturali delle violazioni di riferimento, ma si limitano ad assumere la “provenienza da delitto” come un dato obbiettivo di fondo.

 

In tale ottica, l’osservazione per cui i delitti previsti dagli artt. 7 legge n. 195/1974 e 4 legge n. 659/1981 sono caratterizzati da una componente normativa, nel senso che soltanto il mancato rispetto di certe regole rende illeciti quelli che altrimenti sarebbero semplici atti di liberalità, si rivela del tutto inconcludente. Sulla natura e sugli scopi delle dazioni imprenditoriali al sistema dei partiti politici (peraltro orientate a perseguire interessi illeciti fin troppo evidenti e non certo animate da vero spirito di liberalità) è inutile in questa sede intrattenersi, giacché, dovendo valutare i requisiti del riciclaggio o della ricettazione, occorre semplicemente prendere atto che nella specie quei finanziamenti assumevano profilo delittuoso, tanto da integrare i presupposti dei reati per cui si procede.

 

La difesa tende ad obliterare un dato imprescindibile, ragionando allo stesso modo anche la corruzione dovrebbe essere espunta dalla propedeutica del riciclaggio, infatti, se non fosse per il particolare status del percettore, i compensi ricevuti dal corrotto sarebbero leciti. Nient’altro che tale peculiare condizione normativa del soggetto percipiente rende vietato quello che altrimenti sarebbe lecito, eppure la dazione di un compenso al pubblico ufficiale per compiere un atto d’ufficio, determinando la lesione di interessi penalmente tutelati, integra indubbiamente le premesse affinché la successiva circolazione del profitto corruttivo possa trasformarsi nel substrato materiale di eventuali atti di riciclaggio o di ricettazione in capo ai sub-acquirenti. Le componenti normative sono usuali in molte tipologie di reato e non hanno minor valore delle componenti naturalistiche, dunque non possono essere dimenticate nell’esame delle condotte derivative. Anche lo stupro diventa lecito in presenza di “autorizzazione” della persona offesa, ma altrimenti resta uno stupro.

 

Orbene, l’elargizione di finanziamenti occulti ai partiti politici ha alterato il leale svolgimento della dialettica democratica violando la norma penale e certo non allevia la lesione l’osservazione per cui non ci sarebbe stato nulla di male se i finanziamenti fossero stati “autorizzati”, ossia dichiarati e registrati. Proprio sul quel punto insiste la patologia, ma si tratta di un punto essenziale.

 

Infine, onde escludere la rilevanza penale dei fatti di riciclaggio e ricettazione qui contestati con riferimento alla particolare natura dei reati presupposti, non può utilmente invocarsi il concetto debole di “attinenza” in alternativa a quello forte di “provenienza” del bene su cui cade la condotta materiale, posto che, discutendosi di proventi da finanziamento illecito, ricorre evidentemente la seconda situazione, ossia emerge un legame di derivazione diretta tra la condotta incriminata e quella presupposta.

 

L’epoca di consumazione del reato ascritto al capo 2

 

 

 

Al riguardo vanno interamente richiamate e condivise le argomentazioni svolte dal giudice di primo grado, in quanto la realizzazione della condotta illecita non si ferma al versamento dei fondi sul conto Macin Holding, chiuso nel giugno 1993, ma comprende i successivi trasferimenti attuati fino al marzo 1994, quindi in epoca successiva all’entrata in vigore della legge n. 328/1993 modificativa della figura del riciclaggio.

 

Né può affermarsi che le operazioni successive siano state troppo genericamente descritte in imputazione, giacché l’indicazione del trasferimento dei mezzi finanziari su altri conti e la precisa fissazione del termine finale della condotta al 29 marzo 1994 (con riferimento ad un appunto vergato personalmente dal Raggio che collocava proprio a quella data la chiusura sostanziale dell’operazione) ha ampiamente consentito l’esercizio del diritto di difesa.

 

Non v’è dunque motivo per escludere la punibilità del fatto alla stregua delle norme più severe sopravvenute in itinere. Diversamente dalla condotta di ricettazione, che ha natura istantanea, esaurendosi nell’acquisizione del bene di provenienza delittuosa, la condotta di riciclaggio assume natura eventualmente permanente, estrinsecandosi di regola nella sostituzione reiterata, nel trasferimento progressivo, nel compimento di plurime operazioni articolate tra loro, volte ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa del bene. In sostanza, il riciclaggio consiste nell’attuazione di un progetto di occultamento e di travisamento delle origini che raramente può esaurirsi in una sola o in poche battute, ma più frequentemente si snoda lungo un percorso complesso e sviluppato nel tempo.

 

Nella specie, abbiamo a che fare con un’ipotesi addirittura estrema di complessità, come emerge dallo snodarsi coordinato degli eventi attraverso l’utilizzo di plurime società off-shore e di plurimi intermediari esteri. Abbiamo dunque il verificarsi di violazioni permanenti alimentate da una trama continuativa di condotte orientate verso la lesione degli stessi interessi penalmente tutelati.

 

Non v’è dubbio che, in caso di permanenza, la fattispecie si perfezioni già all’inizio della consumazione, quando vengono ad esistenza tutti gli estremi essenziali dello schema astratto, ma la caratteristica peculiare di siffatta tipologia criminosa sta appunto nella protrazione della condotta illecita e quindi della dilatazione della consumazione del reato sino alla cessazione della permanenza, la quale non esprime una mera proiezione di effetti ascrivibili all’azione iniziale, ma è positivamente sostenuta da azioni ulteriori confermative della violazione. Nel reato permanente, insomma, il tempus commissi delicti non si esaurisce in un istante, ma dura nel tempo.

 

Ecco perché l’art. 158 c.p. stabilisce che i termini di prescrizione nel reato permanente decorrono dal giorno in cui è cessata la permanenza, non da quando è cominciata e, in effetti, sarebbe assurdo avviare il calcolo prescrizionale quanto le condotte antigiuridiche sono ancora in corso.

 

Alla stessa stregua, anzi a maggior ragione, sarebbe assurdo, in caso di sopravvenute innovazioni legislative, mantenere la qualificazione giuridica delle condotte in corso di esecuzione nel quadro della disciplina anteriormente vigente. Sarebbe come sancire l’impotenza della nuova normativa, la quale, invece, si propone di contrastare proprio e soprattutto le patologie di più attuale incidenza.

 

Il fenomeno evidentemente non presenta alcuna interferenza col principio dell’irretroattività della legge penale, nella misura in cui coinvolge condotte successive, le quali proseguono nel nuovo quadro normativo condotte illecite iniziate in precedenza. Viceversa, rendere insensibili allo ius superveniens i comportamenti antigiuridici in atto significherebbe conferire una patente d’immunità a chi ha iniziato a delinquere prima, ma continua consapevolmente a delinquere anche dopo l’entrata in vigore della nuova disciplina incriminatrice.

 

Ne segue che i fatti ascritti al capo 2, iniziati poco prima dell’entrata in vigore della legge n. 328/1993, ma conclusi ben dopo, vanno correttamente qualificati entro lo schema novellato del riciclaggio.

 

 

 

L’utilizzabilità degli atti acquisiti per rogatoria

 

 

La difesa contesta l’utilizzabilità degli atti pervenuti per rogatoria ai sensi della legge n. 367/2001, d’immediata applicazione ai processi in corso, facendo particolare riferimento alla mancata trasmissione degli atti originali o, in difetto, delle copie corredate dal certificato di conformità previsto dall’art. 3 della convenzione europea di assistenza giudiziaria. Il nuovo testo dell’art. 729 comma 1 c.p.p. stabilisce l’inutilizzabilità dei documenti o degli altri mezzi di prova trasmessi o acquisiti in violazione del disposto dell’art. 696 comma 1 c.p.p., il quale ha sempre stabilito la prevalenza delle convenzioni internazionale e del diritto internazionale generale rispetto alla legge ordinaria, ma è stato arricchito da un espresso richiamo alla Convenzione europea di assistenza giudiziaria firmata a Strasburgo il 20 aprile 1959 (CEAG), completando così esplicitamente il novero delle fonti sovraordinate al diritto interno.

 

L’eccezione è infondata. L’art. 3 comma 1 della CEAG afferma il principio generale del locus regit actum nell’evasione delle rogatorie, prevedendo che lo Stato investito dalla richiesta si attenga alle forme stabilite dalla propria legislazione interna. Il secondo comma introduce una deroga per il giuramento dei testimoni e dei periti, ammettendone l’espletamento secondo le modalità espressamente richieste dall’autorità rogante, se non vietato nell’ordinamento rogato. Il terzo comma stabilisce che la parte investita dalla commissione rogatoria possa evaderla trasmettendo semplici copie conformi degli atti, a meno che la richiesta non riguardi specificamente gli originali, nel qual caso la pretesa dovrà essere assecondata nei limiti del possibile. Ciò, in sostanza, introduce un’ulteriore deroga al principio del locus regit actum nell’adempimento della rogatoria, rispetto all’eventuale diverso orientamento del diritto interno dello Stato interessato.

 

La costruzione dell’enunciato normativo, nell’affrontare il dilemma tra originali e copie, rende evidente l’intenzione degli Stati contraenti, non tanto d’imporre uno specifico obbligo di certificazione nel caso di trasmissione delle copie, quanto di riconoscere all’Autorità rogata la facoltà di trattenere gli originali qualora lo ritenga necessario. In tal senso depone chiaramente l’inciso “nei limiti del possibile” anteposto all’opzione relativa agli originali, ciò che del resto risponde allo spirito di cooperazione spontanea, piuttosto che coercitiva, che informa il trattato di assistenza giudiziaria.

 

L’assetto precettivo così ricostruito soddisfa i criteri d’interpretazione comunemente accettati in campo internazionale, così come sanciti, in particolare, dalla Convenzione di Vienna del 23 maggio 1969, la quale, oltre a rifarsi agli usuali criteri ermeneutici relativi alla buona fede, al conseguimento dello scopo ed alla soddisfazione delle esigenze pratiche, stabilisce, all’art. 31 del paragrafo 3, l’efficacia vincolante della prassi seguita dagli Stati contraenti nell’applicazione del trattato. Ebbene, poiché non si è mai avuta notizia di denunce di violazione della CEAG per mancata trasmissione di atti in originale, nulla potrebbe rendere più evidente la sostanziale sovranità delle decisioni adottate sul punto dallo Stato rogato.

 

Escludere l’esistenza di un obbligo di trasmettere gli originali non significa d’altra parte negare l’obbligo di assicurare la genuinità delle copie. Il problema sta soltanto nell’ottica con cui guardare all’accertamento di conformità. Poiché la CEAG nulla stabilisce sul punto, in mancanza di forme specifiche desumibili da altre fonti, è evidente che lo Stato il quale presta assistenza giudiziaria dovrà adempiere ai propri obblighi adottando le modalità che ritiene più opportune e conformi ai propri dettami interni, senza che lo Stato richiedente possa imporre particolari ritualità. Di conseguenza, le modalità certificative adottate dall’autorità rogata dovranno essere senz’altro accettate dall’autorità rogante, sempre che, naturalmente, siano soddisfatti quei requisiti basilari che, alla stregua della logica e della comune esperienza in materia di rogatorie, offrano ragionevoli garanzie sull’autenticità del materiale in oggetto o, rectius, stante la presunzione di legittimità che circonda l’operato dell’autorità giudiziaria di qualunque Stato, siano tali da non destare motivati sospetti opposti (vale a dire nel senso della non autenticità).

 

Discutendo di una certificazione che la CEAG non ha sottoposto a particolari formalità e che l’autorità rogante non è in grado di predeterminare, non potrà dunque che riconoscersi attitudine certificativa alla stessa dichiarazione con cui l’Autorità rogata dà atto di avere dato esecuzione alla rogatoria e comunica che gli atti trasmessi corrispondono alle attività compiute ed ai documenti reperiti. Non v’è chi non veda come sarebbe semplicemente ridicola la pretesa di sottoporre a forme di autenticazione esterna le dichiarazioni accompagnatorie rese dall’autorità giudiziaria straniera, la quale, inviando la rogatoria, si assume tutta la responsabilità delle proprie azioni. L’ufficialità della lettera di trasmissione, insomma, di per sé equivale in tutto e per tutto alla certificazione di autenticità del materiale trasmesso.

 

Mancando l’istituzione a livello internazionale di un modello uniforme di attestazione di conformità, né di un ufficio notarile interstatuale, non può che affermarsi il principio di libertà della forme e della sovranità interna, sicché ciascuno Stato non potrà pretendere forme di certificazione diverse ed ulteriori da quelle ritenute idonee e sufficienti dallo Stato interlocutore. In assenza di criteri convenzionali comunemente accettati, ogni formalismo unilaterale costituirebbe un grave ed intollerabile ostacolo alla cooperazione giudiziaria internazionale.

 

Da ultimo, come opportunamente ricordato dal giudice di primo grado, l’affermazione del principio di autodeterminazione certificativa in campo internazionale e, conseguentemente, la validità dell’attestazione derivante dal tenore ufficiale dell’atto di trasmissione della rogatoria ha ricevuto implicito, ma assai autorevole, avallo, dalla sentenza interpretativa di rigetto pronunciata dalla Corte Costituzionale (n. 315 del 20 giugno 2002), la quale, investita del sindacato di legittimità dell’art. 729 c.p.p., sul presupposto che tale norma imporrebbe una certificazione formale di autenticità degli atti trasmessi per rogatoria in contrasto con gli artt. 3, 10 e 111 cost., ha appunto osservato che la disciplina processuale vigente non va interpretata in quel senso, ma nel modo diverso dianzi proposto, ormai pacificamente accolto nella giurisprudenza di merito, che risulta idoneo a risolvere i dubbi di costituzionalità affacciati dal Giudice remittente (altrimenti fondati).

 

Ecco dunque che nella specie, non essendo state nemmeno affacciate ragioni contingenti tali da mettere in dubbio la correttezza e l’affidabilità delle autorità straniere investite dalle richieste rogatoriali, tutti gli atti trasmessi vanno ritenuti pienamente utilizzabili.

 

 

L’utilizzabilità degli atti successivi al termine delle indagini

 

 

Anche su questo punto, le lagnanze difensive sono prive di fondamento, per le ragioni ben esposte dal giudice di primo grado, il quale, giova ricordarlo, ha circoscritto tra il 27 luglio 1997 (scadenza delle originarie indagini) ed il 6 giugno 1998 (formulazione della richiesta di rinvio a giudizio) il periodo d’inutilizzabilità degli atti d’indagine.

 

La difesa si duole che in tal modo sia stata ammessa l’utilizzabilità delle note della Guardia di Finanza in data 13 ottobre 1998 e 18 novembre 1998, le quali ricostruiscono alcuni movimenti finanziari rilevanti per l’imputazione elevata al capo 5. A dispetto di una certa oscurità dei motivi d’impugnazione al riguardo, pare di comprendere che le argomentazioni offerte dall’appellante sono essenzialmente due: 1) le note di polizia giudiziaria sopra citate sono in realtà riepilogative di accertamenti anteriori, in larga parte compresi nell’intervallo d’inutilizzabilità definito dallo stesso giudice; 2) l’inutilizzabilità originaria si ripercuote sugli atti successivi, che non sono, né indipendenti, né autonomi.

 

Adottando questa impostazione, la difesa sembra implicitamente convenire, almeno in linea di principio, sull’utilizzabilità degli atti d’indagine successivi alla richiesta di rinvio a giudizio, che, in ogni caso, è da ritenersi pacifica, posto che la sanzione processuale stabilita dall’art. 407 comma 3 c.p.p. tende a salvaguardare il controllo giurisdizionale sull’azione dell’organo inquirente (cfr. Cass. 26 maggio 2004 n. 28124), non certo ad impedire gli approfondimenti investigativi, che anzi sono sempre benvenuti ed espressamente ammessi dagli artt. 419 comma 3 e 430 c.p.p. in ossequio al generale interesse dell’ordinamento verso la massima chiarificazione possibile dei fatti di rilievo penale.

 

Così fissato il quadro concettuale di fondo, onde affrontare in concreto il problema dell’utilizzabilità, bisogna sottolineare che nella specie si discute di atti ripetibili, ossia di accertamenti essenzialmente documentali, rispetto ai quali non assume alcuna rilevanza l’epoca di rilevamento, ossia il singolo momento conoscitivo, che, quand’anche andasse intrinsecamente perduto, potrebbe sempre essere rimpiazzato da un nuovo esame dei documenti, dall’acquisizione di fonti alternative, dall’audizione delle persone informate dei fatti.

 

In un contesto del genere, la primogenitura dell’episodio conoscitivo perde ogni rilievo sostanziale e si trasforma in una sorta di feticcio. Ogni qual volta gli ufficiali di polizia giudiziaria danno conto degli accertamenti ripetibili compiuti, essi riferiscono fatti e circostanze di cui hanno avuto pregressa conoscenza, ossia esprimono attualmente enunciati rappresentativi di una realtà percepita in passato. Tali enunciati sono equivalenti tra loro ed equivalenti a tanti altri sotto il profilo probatorio. Quello che un investigatore racconta ora, se non perde la memoria, può raccontarlo in futuro con la stessa forza probante. Inoltre, la stessa realtà può sempre essere trasfusa nel processo in altro modo. Ad esempio, una testimonianza può assolvere alla stessa funzione probatoria di un documento scritto e viceversa. Dunque, nell’ambito in discussione, nulla osta a che mezzi di prova identici vengano reiterati, oppure che mezzi di prova diversi convergano sulla stessa realtà, magari con un grado diverso di attendibilità, ma con la stessa dignità di principio.

 

Conseguentemente, non si vede perché le relazioni di polizia giudiziaria dovrebbero essere ontologicamente confuse, spezzettate o disciolte nelle indagini anteriori di cui esse parlano. I fatti sono fatti, sono dati storici irriducibili al processo. Il processo evoca fatti attraverso mezzi riproduttivi di vario genere. Le relazioni di polizia giudiziaria sono uno di questi mezzi: esse attestano, fino a querela di falso, quanto – a quella data – accertato dai pubblici ufficiali che le hanno sottoscritte, introducendo risultanze processuali autonomamente valutabili, ovviamente nei limiti propri della fase e del rito.

 

Nella specie non si discute di mezzi di prova irripetibili, perduti i quali i fatti svaniscono nell’ombra, si discute di relazioni inerenti a verifiche documentali, che sono state redatte in epoca successiva alla richiesta di rinvio a giudizio, quindi dopo il ripristino del controllo giurisdizionale del G.I.P. sull’attività di accertamento probatorio e, come tali, sono da ritenersi pienamente utilizzabili nell’ambito del giudizio abbreviato.

 

L’epoca e la natura delle indagini anteriori non può inficiare siffatta conclusione, così come la deposizione dibattimentale degli ufficiali di polizia giudiziaria redigenti non sarebbe stata inficiata dall’eventuale inutilizzabilità della relazione di servizio anteriormente redatta. In quest’ottica, per richiamare uno qualunque degli aspetti su cui si è intrattenuta la difesa, non incide minimamente sull’utilizzabilità delle citate note della Guardia di Finanza l’epoca in cui “la filiale della Banca d’Italia abbia comunicato l’elenco completo degli istituti di credito che per il periodo oggetto di accertamento risultano aver incassato le cedole dei singoli titoli di Stato”, o comunque l’epoca in cui sono stati in concreto svolti i numerosissimi rilevamenti di cui quelle note trattano, quel che importa ai fini dell’utilizzabilità è che la polizia giudiziaria ne abbia riferito quando le indagini non erano interdette, costruendo in quel momento un mezzo di prova pienamente utilizzabile in questa sede.

 

Il discorso sarebbe stato più arduo qualora dopo la scadenza delle indagini e prima della richiesta di rinvio a giudizio fosse stato assunto un atto irripetibile, come ad esempio un’intercettazione telefonica, o il sequestro di un corpo di reato. Ciò avrebbe reso indubbiamente più imbarazzante soppesare il valore probatorio della rievocazione di un atto processualmente perduto, ma, discutendo di una congerie di documenti bancari sempre disponibili, davvero non si comprende per quale ragione dovrebbe negarsi capacità probatoria ad una relazione di polizia giudiziaria che, in epoca legittima, espone i risultati conoscitivi acquisiti dagli operanti.

 

Le considerazioni che precedono evidentemente assorbono e superano il secondo problema sollevato dalla difesa, quello delle ricadute della supposta inutilizzabilità, che comunque è mal posto, non solo perché gli atti richiamati sono utilizzabili, ma perché essi sono privi di ricadute. La sanzione dell’inutilizzabilità è infatti drastica, in quanto elimina l’atto dal processo, ma, diversamente dalla nullità, non trascina conseguenze ulteriori e, in particolare, non impedisce che lo stesso risultato probatorio sia perseguito per altra strada. Mentre l’invalidità di un atto processuale si ripercuote su ogni altro atto che da esso logicamente dipenda, il mezzo di prova resta o cade per sé stesso. L’inutilizzabilità prevista dall’art. 407 comma 3 c.p.p. colpisce ed affonda il singolo atto d’indagine, ma non va oltre, non tocca i mezzi di prova precedenti, né quelli successivi che possono riguardare lo stesso oggetto. Pertanto non ha senso preoccuparsi dei legami e dei collegamenti: far valere l’inutilizzabilità significa chiedere l’espunzione di una certa risultanza dal processo, quel che resta è salvo, non è contaminato, come appunto capita alle note di polizia giudiziaria utilizzate dal G.I.P. per ricostruire taluni movimenti finanziari nella prospettiva del capo 5.

 

Ma, per completare la riflessione sull’argomento, giova ricordare che il giudizio abbreviato è intrinsecamente caratterizzato dalla possibilità di avvalersi di elementi non utilizzabili. La deroga al regime ordinario dell’acquisizione probatoria costituisce un elemento connaturato alla scelta negoziale sul rito, per mezzo della quale, a fronte di un rilevante sconto di pena, l’imputato ha rinunciato alla formazione dibattimentale della prova ed ha consentito di attribuire alle risultanze sottoposte al G.I.P. quel valore probatorio di cui esse sono normalmente sprovviste.

 

D’altra parte, è certo che detto negozio processuale di tipo abdicativo può avere ad oggetto esclusivamente i poteri che rientrano nella sfera di disponibilità delle parti, ma non può espropriare il ruolo di garanzia del giudice rispetto ai profili inderogabili di legalità dell’acquisizione probatoria. Ne segue che, mentre nel giudizio abbreviato non rilevano, né le ipotesi d’inutilizzabilità cosiddetta “fisiologica” dei mezzi istruttori (vale a dire quelle coessenziali alla struttura del processo accusatorio, che trova nel dibattimento il luogo deputato alla formazione della prova), né rilevano le ipotesi in cui la sanzione della inutilizzabilità origina da una violazione sanabile, in quanto in entrambi i casi il vizio-sanzione dell’atto probatorio viene neutralizzato dal consenso delle parti, rimane invece intatta la rilevanza della cosiddetta inutilizzabilità “patologica”, ossia quella inerente ai mezzi di prova assunti in violazione di norme inderogabili del sistema, la cui utilizzazione è vietata in modo assoluto, non solo nel dibattimento, ma in ogni altra evenienza del processo, ivi comprese le indagini preliminari ed il giudizio abbreviato.

 

Nel dichiarare l’inutilizzabilità degli atti d’indagine compresi tra il 27 luglio 1997 ed il 6 giugno 1998, il giudice di primo grado ha evidentemente ritenuto la natura patologica del vizio relativo alla violazione dei termini delle indagini, ma tale interpretazione non pare condivisibile, tanto più ove si considerino le modalità davvero inusitate attraverso le quali si è pervenuti nella specie alla scelta del rito abbreviato.

 

E’ noto che l’imputato aveva chiesto una prima volta di essere ammesso al rito alternativo all’udienza del 29 novembre 2000 e la sua istanza era stata accolta il 10 aprile 2002. Successivamente erano sorti seri dubbi sulla materiale composizione degli atti processuali, tanto che il giudice, con ordinanza in data 8 ottobre 2002, aveva revocato l’iniziale provvedimento ammissivo del rito alternativo ed aveva invitato il P.M. ad indicare espressamente gli atti sui quali intendesse fondare l’esercizio dell’azione penale, assegnando a tale scopo un termine perentorio e consentendo successivamente alla difesa ogni opportuna valutazione ed osservazione. Quindi, soltanto all’esito di un chiaro e preciso contraddittorio relativo all’identificazione degli atti, la difesa ha nuovamente formulato all’udienza del 20 marzo 2003 la richiesta di giudizio abbreviato, che è stato definitivamente ammesso.

 

Ebbene, in via del tutto generale – ed a maggior ragione all’esito di un contraddittorio così esplicito e puntuale sulla selezione degli atti utilizzabili – si ha motivo di ritenere che il negozio abdicativo sul rito abbia coperto ogni vizio sanabile, ivi compresa la violazione della scadenza prevista dall’art. 407 c.p.p., almeno nella parte in cui concerne accertamenti di polizia giudiziaria pacificamente rinnovabili al dibattimento. Per vero, nessuna patologia intrinseca affettava quegli accertamenti ed il superamento del termine non ha leso alcun principio inderogabile del sistema, ma soltanto l’interesse alla sollecita definizione delle indagini a cui l’indagato (divenuto imputato) poteva tranquillamente rinunciare (conf. Cass. 10 gennaio 2005 n. 2666, la quale afferma che l’inutilizzabilità è posta a garanzia dell’indagato, che può sempre rinunciarvi, ad esempio rendendo dichiarazioni spontanee).

 

Scegliendo di essere giudicato allo stato degli atti, l’imputato ha dunque consapevolmente accettato di utilizzare tutto il materiale probatorio raccolto nel fascicolo processuale, senza alcuna riserva concernente gli atti d’indagine successivi alla scadenza prevista dall’art. 407 c.p.p. ed anteriori alla richiesta di rinvio a giudizio, che, senza quell’opzione, sarebbero stati agevolmente rievocati dall’accusa al dibattimento.

 

E’ appena il caso di aggiungere che la diversa opinione manifestata sul punto dal giudice di primo grado, il quale, come s’è detto, ha ritenuto una parziale inutilizzabilità degli atti d’indagine, non può vincolare il giudice d’appello nella valutazione del materiale probatorio disponibile.

 

In definitiva, si perviene dunque alla conclusione per cui, non solo le richieste dell’appellante volte ad estendere l’ambito della sanzione d’inutilizzabilità sono prive di fondamento, ma la stessa parziale inutilizzabilità ritenuta dal giudice di primo grado va esclusa a favore della integrale utilizzabilità di tutti gli atti d’indagine acquisiti al fascicolo processuale.

 

 

Il dolo della ricettazione di cui al capo 4

 

 

Un dato interiore di coscienza che sfugge a diretta visibilità sensoriale, com’è il dolo, può essere percepito soltanto per via indiziaria indiretta. Nella specie, il giudice di primo grado ha evidenziato (segnatamente alle pagg. 77 – 79 della motivazione) con grande acume e completezza gli elementi dai quali è possibile inferire la consapevolezza dell’imputato circa l’illecita provenienza della somma di $ 1.500.045 bonificata a suo favore il 25 gennaio 1993.

 

Affrontando l’argomento, va anzitutto sgombrato il campo dall’abusato discorso sull’incompatibilità del dolo eventuale con la figura della ricettazione, sia perché gli elementi in concreto disponibili provano (sia pure in via indiziaria) il dolo diretto dell’agente, sia perché l’opinione ermeneutica in commento trova origine e dignità concettuale nella casistica di confine con l’ipotesi dell’incauto acquisto, qui nemmeno lontanamente immaginabile. Per vero, in tanto si è affermata la tesi dell’incompatibilità tra dolo eventuale e ricettazione, in quanto l’acquisto di un bene col sospetto della provenienza illecita integra la figura speciale prevista dall’art. 712 c.p., ma questo significa che, laddove la natura intrinseca del bene o dell’atto acquisitivo non hanno nulla a che spartire con tale situazione, l’ipotesi del dolo eventuale non ha ragione di scostarsi dalla sua fisionomia ordinaria, neppure in tema di ricettazione.

 

Ora, qui non si discute di un orologio o di una bicicletta comprati a basso costo presso una bancarella del mercato, rispetto ai quali potrebbe delinearsi l’ipotesi dell’incauto acquisto, si discute di un milione e mezzo di dollari fatti accreditare da Craxi su un conto estero di Raggio nella più totale assenza di motivazioni formali. Dunque non v’è motivo di affacciare alla discussione l’ipotesi contravvenziale, che infatti non è stata nemmeno lontanamente evocata dall’appellante. Si tratta piuttosto di stabilire se, riguardate le modalità dell’operazione alla luce della comune esperienza, un uomo non certo ingenuo, bensì di ottima intelligenza e di grande esperienza come Raggio, potesse percepire la provenienza illecita dei fondi, anche senza conoscere con precisione da quali fatti-reato.

 

La risposta positiva giunge senza incertezze, in primo luogo, dalla stretta contiguità (per non dire contemporaneità) tra l’afflusso di denaro e l’avvio dell’operazione di svuotamento del conto estero di cui al capo 1 della rubrica, contiguità che la difesa si affanna a negare, ma che balza evidente e che giustamente ha portato il G.I.P. a considerare l’accredito in discussione come una sorta di compenso anticipato per la rischiosa attività di riciclaggio in preparazione.

 

Si noti che il bonifico incriminato risale al 25 gennaio 1993 e che solo quindici giorni dopo, per la precisione in data 11 febbraio 1993, Raggio era con Vallado presso la fiduciaria Javier a disporre lo svuotamento del conto International Gold Coast. Per far questo, egli aveva preventivamente acquisito le due società panamensi destinatarie delle somme ed aperto altrettanti conti esteri ove accreditare il trasferimento, inoltre aveva reclutato il legale messicano nel ruolo di prestanome. Ora, non v’è chi non veda che adempimenti di tale complessità, anche solo dal punto di vista logistico, non potevano essere ideati, organizzati e perfezionati dalla sera alla mattina, sicché diventa assolutamente ovvio concludere che, quando Raggio ricevette il bonifico contestato al capo 4, egli aveva già sicuramente concordato con Craxi, almeno in linea di massima, l’attuazione delle operazioni illecite di cui al capo 1.

 

Ne segue che il dolo di quest’ultimo reato, apertamente ammesso dall’appellante, non può che estendersi logicamente al reato contestato al capo 4, mentre soltanto una grave forma di cecità può impedire di cogliere lo stringente collegamento tra l’uno e l’altro momento.

 

Del resto, a riprova dell’assunto accusatorio, sta la banale ma solida evidenza per cui non vi è altra spiegazione logica del perché Craxi abbia effettuato quel versamento. La prova positiva e la prova negativa convergono dunque inesorabilmente verso il medesimo risultato.

 

E’ difatti impensabile che la corresponsione di oltre un miliardo e mezzo di dollari sia stata attuata, guarda caso proprio in quel momento, senza lo scopo di ottenere una precisa controprestazione dal beneficiario. L’appellante vorrebbe affidare tale benefico evento alla provvidenza, ma non può sperare di essere creduto, considerata l’entità degli interessi in gioco e l’ambiente disincantato in cui si muovevano entrambi i protagonisti della vicenda.

 

Ma la lista della assurdità e delle incongruenze cui va incontro la versione difensiva non finisce qui. Ad esempio, è impensabile che due operazioni finanziarie (il bonifico proveniente dalla B.I.L. e lo svuotamento del conto International Gold Coast) tanto ravvicinate e tanto consistenti, concordate tra gli stessi individui, abbiano avuto genesi psicologica indipendente ed autonoma tra loro, risultando soltanto accidentalmente concatenate. Altrettanto impensabile è che fondi “puliti” venissero accreditati “a sorpresa” estero su estero, tanto più in una situazione di conclamata difficoltà del disponente, senza l’indicazione di una causale, senza il riferimento ad un contratto, senza la sottoscrizione di un impegno, senza il rilascio di una ricevuta.

 

Ancora, è impensabile che fondi puliti venissero movimentati da un conto occulto di cui Craxi aveva evidentemente la disponibilità, ma che non era a lui intestato, né era intestato a persone a lui ufficialmente riconducibili, bensì era nella titolarità della Hambest Corp, un soggetto con cui Raggio non aveva mai avuto a che fare, come la stessa difesa ricorda. Tale situazione d’estraneità, in astratto, avrebbe potuto in seguito giustificare un’azione recuperatoria da parte degli organi della società erogante, rispetto alla quale Raggio non avrebbe saputo che dire. A ben vedere, dunque, lo scollegamento tra i soggetti formalmente coinvolti non gioca affatto a favore della buona fede di Raggio, bensì costituisce un’ulteriore conferma della fisionomia illecita dell’operazione, da cui derivava assicurazione indiretta del fatto che in futuro nessuno sarebbe mai venuto a chiedere conto della dazione. Viceversa, se il bonifico fosse stato eseguito con fondi leciti, Raggio sarebbe stato il primo a preoccuparsi di confezionare una motivazione formale che potesse metterlo al riparo da problemi futuri. Ecco dunque che la totale informalità di un accredito di tale importanza, sostanzialmente procurato da Craxi, ma realizzato tra soggetti privi di apparenti rapporti reciproci (come Raggio e la Hambest Corp.) non può che relazionarsi alla natura illecita dei fondi impiegati.

 

Tutto depone dunque in senso accusatorio. Per converso, è facile osservare che, volendo finanziare Raggio con fondi “puliti” per consentirgli di estinguere il noto mutuo della B.N.L., Craxi non avrebbe avuto alcuna ragione di servirsi di un misterioso disponente estero, bensì avrebbe avuto tutto l’interesse far emergere la figura del creditore: se non lui stesso, un’altra persona a lui vicina. Inoltre, in ipotesi di liceità dei fondi, l’importo sarebbe stato verosimilmente bonificato sul conto italiano scoperto, o comunque su un conto italiano del beneficiario, tale da rendere immune la transazione da problematiche valutarie. Infine, l’importo del finanziamento sarebbe stato limitato allo stretto necessario (ossia 1,2 milioni di dollari), mentre nella specie è stato largamente sovrabbondante.

 

Francamente, tali e tanti sono i profili sintomatici di male fede, che il discorso rischia di diventare stucchevole ed è dunque bene concluderlo, avendo composto un quadro di elementi gravi, precisi e concordanti, i quali rendono oltremodo evidente come l’imputato non potesse ignorare l’illecita provenienza della somma in questione, così come il medesimo non poteva ignorare l’illecita provenienza delle somme che di lì a poco avrebbe movimentato per conto di Craxi attingendo dal conto International Gold Coast.

 

Il fatto che nella specie le somme non siano state occultate, ma spese in gran parte per estinguere il mutuo di cui s’è detto, non assume alcuna rilevanza ai fini dell’elemento soggettivo della ricettazione, reato che, come la stessa difesa ricorda, è di natura istantanea e resta pertanto indifferente alla destinazione successiva del bene. Che i fondi in discussione non fossero indirizzati a finalità di riciclaggio, insomma, certo non rimuove il dolo basilare della ricettazione.

 

 

La sussistenza del fatto di cui al capo 5

 

 

La difesa nega che sia stata raggiunta la prova della provenienza delittuosa dei mezzi finanziari affidati a Von Seefried, contestando l’utilizzabilità delle note del Guardia di Finanza che ricostruiscono i movimenti dei CCT, nonché la sufficienza degli ulteriori elementi considerati dal giudice nell’accertare la materialità del reato sotto il profilo in esame.

 

Ambedue gli argomenti spesi dall’appellante sono privi di pregio: non il primo, per le ragioni già largamente esposte (si tratta di relazioni di polizia giudiziaria formate dopo la richiesta di rinvio a giudizio, come tali pienamente utilizzabili), non il secondo, posto che gli ulteriori elementi indiziari da cui, in modo indipendente ed autonomo, è dato comunque comprendere (a prescindere dalle predette relazioni di polizia giudiziaria) la natura illecita dei capitali sono esattamente gli stessi – non contestati dalla difesa – già utilizzati dal giudice per supportare l’affermazione di responsabilità in ordine alle imputazioni di cui ai capi 1 e 3.

 

Interrogandosi sulla natura dei fondi che, prima dell’intervento di Raggio, erano stati fatti pervenire sui conti International Gold Coast e Constellation Finanziere (pagg. 34 e segg. sent.), il giudice di primo grado ha esattamente osservato quanto segue:

 

l’oscurità della provenienza di somme tanto ingenti, le modalità della gestione al di fuori dei normali canali bancari, il ricorso a fiduciari per la movimentazione estero su estero costituiscono di per sé chiaro indice di provenienza illecita;

 

a maggior ragione, la riferibilità dei capitali ad uno degli esponenti politici più in vista del Paese, per molti anni ai vertici del potere esecutivo, il quale avrebbe dovuto gestire con la massima trasparenza ogni operazione finanziaria che direttamente o indirettamente lo riguardasse, poteva spiegare la gestione occulta soltanto nell’ambito di ipotesi illecite;

 

uno stuolo d’imprenditori italiani ha ammesso la pratica sistematica dei finanziamenti illeciti al sistema dei partiti politici e in particolare al P.S.I. di cui Craxi era segretario;

 

i responsabili amministrativi del partito (segnatamente Balzamo) e tutti gli altri soggetti coinvolti nel sistema delle tangenti hanno unanimemente riconosciuto il ruolo di deus ex machina di Craxi nel controllo (attraverso i suoi fiduciari) dei fondi illeciti;

 

lo stesso Craxi ha ammesso e persino rivendicato pubblicamente, estendendo la prassi a tutto il sistema politico, il ricorso abituale al finanziamento illecito dei partiti.

 

 

Orbene, l’imputato ha in linea generale confessato il proprio ruolo al servizio di Craxi e la conoscenza dei meccanismi di finanziamento illecito, sicché davvero non si comprende perché mai quella generale fisionomia dovrebbe venire meno nel caso dei CCT presi in consegna in Tunisia ed investiti presso Von Seefried. E’ fin troppo evidente che, qualora si fosse trattato di titoli di provenienza lecita, vale a dire di un rivolo avulso dal fiume dei finanziamenti illeciti, Craxi avrebbe monetizzato quei fondi (almeno quelli) attraverso canali ufficiali, con costi enormemente inferiori e senza assumere rischi legati alla fedeltà della catena dei fiduciari. Sappiamo, invece, che le operazioni di riciclaggio ebbero natura sostanzialmente analoga a quelle condotte sui fondi ex International Gold Coast e Constellation Finanziere. I passaggi intermedi non ebbero alcun genuino significato volto ad incrementare la redditività dell’investimento, tanto da trovare giustificazione razionale nell’unico scopo di occultare le tracce di provenienza, anche a costo di subire perdite ingenti sotto il profilo strettamente economico. Del resto, è impensabile che titoli al portatore per una decina di miliardi di lire (tanto più considerato il valore della moneta a quel tempo) legittimamente posseduti venissero consegnati senza una ricevuta, senza la formalizzazione di un accordo, rischiando la perdita totale o parziale dei capitali, se non sotto la pressione della provenienza illegale e dunque costretti dalla necessità del riciclaggio.

 

Anche le dichiarazioni di Von Seefried confermano apertamente la natura “scottante” dei capitali a lui pervenuti, mentre la mancata incriminazione del medesimo risponde presumibilmente ad una valutazione di buona fede iniziale e comunque non assume rilevanza rispetto alla posizione di Raggio.

 

Come se non bastasse, la chiara ed univoca ricostruzione indiziaria sopra proposta in ordine alla provenienza illecita dei titoli è positivamente confermata dagli accertamenti di polizia compendiati nelle note 18 gennaio 2002, 18 novembre 1998 e 13 ottobre 1998 della Guardia di Finanza, tutte pienamente utilizzabili ai fini della decisione, dalle quali si evince che la maggior parte dei CCT (per nominali £ 7.800.000.000) consegnati da Raggio a Von Seefried erano stati nelle disponibilità del gruppo Ligresti, il cui titolare, ing. Salvatore Ligresti, era amico personale di Craxi ed è stato ripetutamente condannato per corruzione e violazione delle norme sul finanziamento dei partiti politici. Importi minori erano stati nella disponibilità del gruppo Lodigiani, costruttori anch’essi coinvolti in vicende analoghe.

 

Cedole di altri titoli, di valore nominale pari a £ 1.350.000.000, nell’ottobre del 1992 erano state accreditate su conti correnti della Roma Cine TV s.r.l., titolare della stazione televisiva G.B.R. di Roma, emittente del partito socialista, eppure qualche tempo dopo, guarda caso, quegli stessi titoli erano nella mani di Craxi in Tunisia. Ora, non v’è chi non veda che una simile promiscuità di passaggi, senza spiegazioni giuridicamente accettabili in ordine alla titolarità del capitale ed alla destinazione del reddito, non può che collocarsi nell’ambito della gestione di finanziamenti illeciti. E’ fin troppo evidente che, ove i titoli fossero stati della società, non sarebbero potuti finire a Craxi senza un atto di trasferimento e senza un riflesso in bilancio. Viceversa, ove i titoli, fossero per avventura appartenuti al patrimonio lecito della famiglia Craxi (ma l’ipotesi non ha alcun supporto), le cedole non sarebbero certo finite estemporaneamente alla Roma Cine TV.

 

Ma sembra del tutto inutile diffondersi nell’esposizione di elementi già esaurientemente sviscerati dal primo giudice (pagg. 70 e segg. sent.), in modo che va integralmente richiamato e condiviso, perché non viene neanche lontanamente scalfito dalle generiche censure difensive.

 

 

 

 

Il trattamento sanzionatorio

 

 

La commisurazione della pena è l’unico argomento rispetto al quale la sentenza impugnata, per il resto pregevolissima, presta il fianco a gravi critiche, ma in senso diametralmente opposto a quello lamentato dall’appellante, che ha beneficiato di un trattamento sanzionatorio assolutamente inadeguato alla gravità, estrema nel suo genere, dei fatti commessi. Per vero, la pena di 3 anni e 4 mesi di reclusione, pur considerata la diminuzione connessa alla scelta del rito, corrisponde alla sanzione abitualmente applicata per il cosiddetto “taroccamento” di qualche autovettura e certo non si addice ad una mastodontica manovra finanziaria come quella in esame, costruita sui proventi di anni di affarismo e d’illegalità politica inferti alla collettività. Memori di condanne ben maggiori per fatti di trascurabile rilievo comparativo, è dunque con profondo imbarazzo che si prende atto dell’insufficiente risposta sanzionatoria fornita ad un’operazione di riciclaggio di enorme rilievo economico, condotta a beneficio di un uomo posto ai vertici del potere politico, attuata mediante il ricorso a decine di società di comodo insediate in paradisi fiscali d’oltremare, con il coinvolgimento di importanti banche ed istituzioni finanziarie internazionali, una vicenda che ha offeso la dignità di un’intera nazione.

 

Essendo davvero arduo immaginare violazioni più gravi nell’ambito del tipo di reato, sarebbe stato logico aspettarsi una determinazione della pena base, se non nel massimo, certamente in prossimità del massimo edittale. Invece, limitando per semplicità il discorso all’esame del profilo detentivo (e trascurando quindi il profilo pecuniario, giacché il ragionamento resta identico), si constata che entro gli estremi sanzionatori previsti per l’ipotesi di reato più grave inclusa nel disegno criminoso (capo 2) è stata individuata una pena pari a 6 anni di reclusione, molto più vicina al minimo (4 anni), che non al massimo (12 anni) previsto dalla legge.

 

Ancora più evidente appare l’inadeguatezza della scelta repressiva spostando la riflessione nell’ambito della fattispecie attenuata prevista dall’art. 648 bis comma 3 c.p., per la quale, nella forbice da 2 anni e 8 mesi di reclusione fino a 12 anni meno un giorno di reclusione prevista dalla legge, è stata fissata la pena in anni 4 e mesi 6 di reclusione, proporzionalmente ancor più vicina alla soglia inferiore. Al riguardo, pur condivisa in astratto la correttezza del ragionamento giuridico seguito dal primo giudice nel ravvisare l’ipotesi attenuata del riciclaggio, si ritiene che la conseguente diminuzione di pena avrebbe dovuto essere decisamente più limitata, considerato che in concreto i reati presupposti di cui agli artt. 7 legge 195/1974 e 4 legge 659/1981 si collocano sui livelli più elevati di gravità nella loro categoria, tanto da giustificare, in modo inversamente proporzionale, il contenimento della riduzione nello stretto indispensabile.

 

La pena così ricavata è stata poi addirittura ridotta ad anni 3 e mesi 6 di reclusione per effetto delle attenuanti generiche, di cui l’imputato non era meritevole, in quanto:

 

non è incensurato;

 

ha prestato una collaborazione processuale non particolarmente apprezzabile a fronte delle imponenti acquisizioni investigative a suo carico e, come si è visto, tuttora contesta profili di responsabilità pur solidamente provati;

 

ha consentito il recupero di valori alquanto esigui rispetto all’entità dei fatti-reato commessi, tanto che lo stesso giudice di primo grado rileva come “sia poco credibile quanto da esso sostenuto circa il fatto che tutto ciò che non è stato rinvenuto è stato da lui speso per la latitanza, per spese personali e comunque per esigenze personali proprie e della contessa Vacca Graffagni” (pag. 86);

 

ha potuto contare su fortunate condizioni individuali, familiari e sociali, tali da metterlo nelle migliori condizioni per affrontare la vita onestamente, sicché la scelta delinquenziale compiuta risponde a pura e disprezzabile brama di potere;

 

ha manifestato elevatissima intensità del dolo, deliberando e mantenendo per lungo tempo il disegno criminoso, a dispetto del contesto degenerativo d’insorgenza, che aveva indotto altri a desistere dalle condotte illecite (illuminante il confronto col comportamento di Tradati);

 

ha mostrato elevata capacità criminale, districandosi con disinvoltura nelle complesse operazioni finanziarie trasnazionali di cui si è dato conto e, del resto, proprio per questo era stato scelto da un uomo politico di massimo livello.

 

Quanto sopra, a maggior ragione, lascia intendere come sia inaccettabile la pretesa dell’appellante volta addirittura ad ampliare la riduzione collegata al riconoscimento delle attenuanti generiche.

 

La risposta sanzionatoria proveniente dal primo giudice è stata sconvenientemente mite anche sotto il profilo degli aumenti applicati a titolo di continuazione, tenuto conto dell’entità dei movimenti finanziari ulteriori all’episodio più grave, della natura molto sofisticata degli strumenti impiegati per attuare il disegno criminoso, dell’estensione spazio-temporale delle condotte che lo hanno concretizzato, dell’intensità costante del dolo sottostante. Alla stregua di siffatte premesse, potendosi incrementare fino al triplo la sanzione individuata per la violazione più grave, così da arrivare ad anni 10 e mesi 6 di reclusione, ci si è limitati ad apportare modesti incrementi frazionali, attestando la misura finale della pena ad anni 5 di reclusione, poi ridotti di un terzo per la scelta del rito. Anche sotto il profilo dell’art. 81 cpv. c.p., le richieste dell’appellante vanno pertanto decisamente respinte.

 

In sintesi, la benevolenza del trattamento sanzionatorio irrogato in primo fa ritenere, non solo ingiustificate, ma persino temerarie, le lagnanze difensive.

 

 

Le confische

 

 

Analoga valutazione deve esprimersi sulle richieste relative ai provvedimenti di confisca.

 

Per quanto concerne il saldo del conto corrente acceso presso la Neue Bank di Vaduz intestato a Trust Regestiftung, nonché le quote della Pentaco Int. Corp., titolare di una partecipazione del 18,2% nella S.M. Brickell di Miami U.S.A., beni che tra l’altro si assumono sostanzialmente inconsistenti e la cui concreta acquisizione risulta tuttora subordinata al positivo esperimento di ardue procedure di cooperazione giudiziaria internazionale, le lagnanze dell’appellante si collegano alla tesi già confutata discutendo del capo 5, allorquando si ribadita la prova della provenienza delittuosa dei CCT acquisiti presso Craxi in Tunisia ed affidati alle sapienti cure di Van Seefried. Quella è infatti la fonte remota da cui traggono origine, tra l’altro, gli investimenti esteri di cui si vorrebbe ottenere restituzione, previa revoca del provvedimento di confisca. La prova già argomentata della provenienza illecita di quei fondi, giustifica dunque la conferma del giudizio di responsabilità e, con esso, del provvedimento ablativo.

 

Quanto al resto, la confisca è stata correttamente disposta ex art. 12 sexies del D.L. n. 306/1992 convertito in L. n. 356/1992, trattandosi di beni di cui il condannato era in possesso e di cui non ha potuto adeguatamente dimostrare la provenienza lecita, stante la sproporzione col “reddito dichiarato ai fini delle imposte sul reddito”.

 

E’ davvero stupefacente che si alleghi in senso contrario il valore, supposto modesto, delle azioni Omniatrade-Mexico, non solo perché mancano sul punto sufficienti riscontri oggettivi, ma soprattutto perché sembra del tutto evidente che la partecipazione in una società sudamericana, gestita con l’appoggio di professionisti locali e con notevole impegno di risorse logistiche, non può certo ritenersi proporzionata alla condizione economica di un comune cittadino italiano privo di consistenti fonti di reddito lecito. Lo stesso palesemente può dirsi del credito di € 64.859,63 relativo alla cauzione versata alla ESG EuropService GrnbH per l’acquisizione in leasing di un’autovettura Porsche.

 

Si noti che tutte le attività in questione sono state indistintamente acquisite in epoca successiva al 25 gennaio 1993, allorquando Raggio ricevette il bonifico da un milione e mezzo di dollari di cui al capo 4, utilizzato in parte (circa $ 1.200.000) per estinguere il debito contratto a nome della Vacca Graffagni e in parte (circa $ 300.000) trattenuto dallo stesso imputato, il quale dichiaratamente all’epoca non era in grado di far fronte alla pretesa restitutoria della banca e pertanto si trovava in una situazione di sostanziale insolvenza. Ebbene, questo sola considerazione, tanto più alla luce della disciplina prevista dall’art. 12 sexies, rende più che fondata la presunzione che i beni sottoposti a confisca siano stati acquisiti impiegando la parte residuale del compenso versato anticipatamente da Craxi a Raggio e, comunque, impiegando eventuali altri fondi occulti di cui risulta ingiustificata la provenienza ai sensi della normativa richiamata. Anche su questo tema, l’impugnazione va conseguentemente respinta.

 

 

P.Q.M.

 

 

Visto l’art. 605 c.p.p.

 

 

CONFERMA

 

 

la sentenza del Giudice delle Indagini Preliminari presso il Tribunale di Milano in data 20 giugno 2003 e condanna l’appellante Raggio Maurizio al pagamento delle ulteriori spese processuali del grado d’appello, indica il termine di 90 giorni per il deposito della motivazione.

Milano, 8 febbraio 2005

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