Angolo del Gigio

dicembre 12, 2006

Formigoni e il petrolio di Saddam

Oil o non Oil!??! Questo è lo stratagemma!!Il rapporto Usa che nega le armi di distruzione di massa conferma le assegnazioni di greggio a politici di mezzo mondo. Anche al presidente lombardo, che potrebbe aver indcassato da 1 a 10 miliardi di lire

di Gianni Barbacetto



Spazzatura. Per Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, le notizie sulle assegnazioni petrolifere a lui girate dall’Iraq di Saddam Hussein sono, semplicemente, «spazzatura». Così le aveva definite, quando, nel gennaio 2004, quelle notizie erano rimbalzate in Italia dopo essere state diffuse da un quotidiano iracheno. Ma ora sono state riproposte e precisate all’interno di un rapporto ufficiale americano: quello che certifica l’inesistenza delle armi di distruzione di massa, presentato ai primi d’ottobre al Congresso degli Stati Uniti dall’ispettore Charles A. Duelfer, responsabile dell’Iraq Survey Group.

Sono 1.200 pagine, di cui una trentina dedicate agli elenchi di chi avrebbe ottenuto petrolio durante il regime di Saddam. In questi elenchi, ricavati da documenti ufficiali del ministero del Petrolio di Saddam Hussein, compaiono grandi compagnie e piccoli trader petroliferi, ma anche singole persone ed esponenti politici di una cinquantina di Paesi del mondo. Tra questi, Roberto Formigoni, che avrebbe ricevuto da Saddam 24,5 milioni di barili: la più massiccia tra le assegnazioni fatte a soggetti italiani. È una storia di guerra, pace e petrolio che vale la pena di ricostruire.

Tutto nasce con «Oil for food», il programma delle Nazioni Unite varato per addolcire l’embargo all’Iraq voluto dagli Stati Uniti dopo la prima guerra del Golfo. Dal 1996 l’Onu permette al Paese di Saddam di commercializzare quote del suo petrolio, per procurarsi cibo e medicinali. Tutto avrebbe dovuto avvenire nella massima trasparenza e sotto il controllo delle Nazioni Unite, ma così non è stato. L’Onu stabiliva ogni sei mesi le quote di greggio commercializzabile, poi però era di fatto la Somo – l’agenzia petrolifera del regime iracheno – a stabilire a chi concedere le assegnazioni. A grandi compagnie come Agip, Elf, Total. Ai colossi russi e cinesi. Ma spesso erano amici del regime che venivano in questo modo «ringraziati» per la loro vicinanza politica. Il detentore delle assegnazioni, infatti, poteva rivendere i suoi contratti a trader compiacenti e riservati, spuntando di solito robusti margini di guadagno.

Come ti aggiro l’embargo. I conti sono presto fatti. Le assegnazioni irachene erano concesse a prezzi scontati rispetto alla quotazione del «brent» sul mercato petrolifero ufficiale. Secondo un’approfondita inchiesta del Sole 24 Ore e del Financial Times firmata insieme da Claudio Gatti e Mark Turner, lo sconto concesso dalla Somo oscillava dai 2 ai 10 centesimi di dollaro a barile. Dunque 25 milioni di barili (più o meno la quota che sarebbe arrivata a Formigoni) potevano fruttare dai 500 mila ai 5 milioni di dollari (da 1 a 10 miliardi di lire del vecchio conio). In più, il prezzo di vendita poteva crescere anche di molto rispetto al prezzo d’acquisto pagato alla Somo, grazie ai rialzi di mercato nei mesi successivi all’emissione dei contratti. Così il metodo delle assegnazioni finiva per alimentare un flusso finanziario poco trasparente che andava a creare due tipi di fondi neri, fuori dal controllo dell’Onu: il primo andava nelle tasche e nei conti riservati degli «amici dell’Iraq» a cui Saddam faceva arrivare i contratti; il secondo rimpinguava direttamente le casse del regime, che pretendeva una parte dei guadagni. Questi fondi venivano usati per aggirare l’embargo, anche con l’acquisto illegale di armi. Secondo una commissione del Congresso Usa, il regime di Saddam ha accumulato fondi neri per oltre 4 miliardi di dollari.

Tra le imprese che hanno ricevuto assegnazioni petrolifere (per la cifra record di 39 milioni di barili) c’è, del resto, la Italtech, una piccola società a responsabilità limitata con sede a Livorno, fondata da Augusto Giangrandi, italiano emigrato in Cile, amico del dittatore Augusto Pinochet e grande frequentatore dei palazzi di Saddam. L’attività principale di Giangrandi non è certo quella del petroliere: è, semmai, il traffico internazionale d’armi.

Il «vecchio amico» Tareq Aziz. Era Tareq Aziz, secondo l’inchiesta Sole-Financial Times, a gestire o comunque coordinare le assegnazioni petrolifere agli «amici» stranieri. L’ex vice-primo ministro e ministro degli Esteri di Saddam, cattolico, aveva certamente buoni rapporti con Formigoni, che negli anni dell’embargo ha calorosamente sostenuto la causa irachena, anche recandosi personalmente a Baghdad. Quando poi Tareq Aziz, nell’estremo tentativo di fermare l’attacco americano, fece l’ultimo viaggio in Italia, il 12 febbraio 2003, Formigoni fu il primo personaggio pubblico che incontrò: appena atterrato all’aeroporto di Roma, Aziz, saltato ogni cerimoniale, si diresse infatti verso un ristorante tranquillo sul litorale di Ostia, dove lo aspettava Formigoni.

Poi l’incontro ufficiale avvenne negli uffici di via del Gesù, dove la Regione Lombardia ha la sede della sua delegazione nella capitale. «My old friend», mio vecchio amico: così Tareq si rivolse al presidente lombardo, secondo le cronache dell’Ansa. Toccò infine alla scrupolosa direzione del Tg1 «ripulire» le immagini dell’incontro: nel servizio andato in onda alle 20 (lo ricorda anche l’ultimo libro di Peter Gomez e Marco Travaglio, Regime), si vede Aziz, si vede Formigoni, ma sono censurate tutte le inquadrature in cui i due sono insieme, e specialmente quella della calorosa stretta di mano. Alla vigilia di una guerra ormai imminente, meglio non far passare immagini di contatti con il «nemico».

Negli elenchi pubblicati dal rapporto Duelfer, Formigoni è associato a Cogep. Di che cosa si tratta? Di una piccola società a responsabilità limitata, la Costieri Genovesi Petroliferi, di proprietà della famiglia di Natalio Catanese. Raggiunto al telefono da Diario, Catanese si è rifiutato di rispondere a qualsiasi domanda su Formigoni e sul petrolio iracheno. L’ipotesi che trapela dal rapporto americano è comunque che Formigoni abbia avuto le assegnazioni petrolifere e poi abbia girato i contratti alla Cogep, che avrebbe provveduto a compiere materialmente le operazioni di commercializzazione del greggio.

È davvero andata così? E ci sono poi stati finanziamenti della Cogep al presidente lombardo? Per Catanese è un secco «no comment». Per Formigoni è solo «spazzatura». In mancanza di conferme dirette, si può solo cercare di capire come funzionava il meccanismo in generale. Diario lo ha verificato sentendo come si sono comportati altri due personaggi presenti, con Formigoni, nell’elenco delle assegnazioni. Sono Gian Guido Folloni e Tusio De Iuliis.

Le prime conferme. Folloni è un ex senatore democristiano, fu ministro per i Rapporti con il Parlamento durante il governo di Massimo D’Alema e oggi è membro del dipartimento Esteri della Margherita. Aveva creato, negli anni dell’embargo, un’associazione Italia-Iraq a cui avevano aderito parlamentari di entrambi gli schieramenti. Conferma a Diario di aver avuto contatti diretti con le autorità irachene. «Abbiamo segnalato, in qualche caso, gruppi d’imprese vicine alla nostra associazione, comprese alcune che operavano in campo petrolifero».

Nel rapporto Duelfer, accanto a Folloni, che avrebbe ottenuto assegnazioni per 6,5 milioni di barili, compare anche la sigla Ips: dovrebbe trattarsi dell’azienda di Salvatore Nicotra, commerciante siciliano diventato tanto amico del regime iracheno da finanziare la costruzione di un teatro all’aperto per i ragazzi della scuola Don Bosco a Santa Maria di Licodia, un paesino in provincia di Catania. Nome ufficiale: «L’anfiteatro dei bambini di Saddam Hussein».

«Sì», ammette Folloni, «abbiamo segnalato anche Nicotra. Poi le imprese che noi segnalavamo sostenevano finanziariamente l’associazione. Con quel sostegno, abbiamo organizzato, negli anni durissimi dell’embargo, cinque voli umanitari a Baghdad, portando soprattutto medicinali».

Tusio De Iuliis è invece un abruzzese di Pescara che ha fondato l’associazione «Aiutiamoli a vivere». È di casa a Baghdad, dove si è recato più volte sia prima, sia dopo l’invasione americana. È stato lui a organizzare, poco prima dell’inizio della guerra, il viaggio in Iraq a cui ha partecipato anche la rockstar italiana Gianna Nannini. Negli elenchi americani non compare De Iuliis, ma un certo Tuzio Bolis.

De Iuliis conferma però a Diario il suo coinvolgimento nella vicenda: «Mi riempie d’onore e d’orgoglio il fatto di avere avuto delle assegnazioni. Le ho avute, certo: non dal governo iracheno, ma dall’associazione Friendship, Solidariety and Peace for Iraq. E naturalmente non mi sono messo in tasca neanche una lira. Le assegnazioni erano il riconoscimento per le azioni umanitarie e le almeno 15 missioni a Baghdad realizzate dalla mia associazione. Mi avevano comunicato l’assegnazione di 1 milione e mezzo di barili. Io non so niente di petrolio, si figuri che volevo donarlo al governo cubano. Poi mi sono fatto consigliare come fare: l’ambasciata irachena in Italia mi ha suggerito il nome di Salvatore Nicotra. Alla fine, comunque, non se n’è fatto niente, perché è scattata l’invasione americana».

Nega tutto, invece, l’altro nome che compare nel capitolo italiano del rapporto: padre Jean-Marie Benjamin, il sacerdote-musicista protagonista di battaglie contro l’embargo, che secondo il rapporto Duelfer avrebbe ricevuto 4,5 milioni di barili. È padre Benjamin ad accogliere Tareq Aziz all’aeroporto di Roma, nel febbraio 2003, e a raccontare del suo incontro riservato con Formigoni. Poi, nel pomeriggio di quello stesso giorno, Aziz incontra Folloni. In poche ore, tutta la lista italiana del rapporto Duelfer.


Diario, 29 novembre 2004

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1 commento »

  1. Wow, this piece of writing is fastidious, my younger sister is analyzing these kinds of things, therefore
    I am going to inform her.

    Commento di food and drink — settembre 23, 2012 @ 5:30 pm


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