Angolo del Gigio

novembre 14, 2006

Da grande sarò Berlusconi

Storia di Roberto Formigoni

Oil o non Oil!??! Questo è lo stratagemma!! Roberto Formigoni, l’uomo che aspira a diventare il successore di Silvio Berlusconi, per far rinascere, da Forza Italia, la nuova Dc, è stato rieletto presidente della Regione Lombardia alle elezioni regionali del 16 aprile 2000 con il 62,4 per cento dei voti.

 

 

Un trionfo.

 

Ha funzionato bene la grande macchina acchiappavoti di Comunione e liberazione Compagnia delle opere e ha dato buoni risultati il patto stretto tra Berlusconi e Umberto Bossi. I leghisti, che fino a qualche mese prima delle elezioni erano i più duri oppositori del potere formigoniano e non perdevano occasione per convocare conferenze stampa in cui denunciavano i presunti abusi, hanno dimenticato in un attimo i loro attacchi e si sono stretti come un sol uomo attorno all’ex avversario.

In cambio, hanno ottenuto un Formigoni “governatore” regionale, fautore dell’autonomia lombarda, che si fa fotografare in mezzo agli altri due “governatori” del Nord, il veneto Giancarlo Galan e il piemontese Enzo Ghigo, con i quali (pur con significative resistenze di Ghigo) ha avviato la riscossa delle regioni nordiste (e poliste) contro lo Stato centralista, romano (e ulivista) culminata poi nella vittoria del centrodestra alle elezioni politiche del 2001. Ora propone allo Stato, ai ministeri, le sue riforme: sulla sanità, sulla scuola, sulla famiglia; fate come me, dice a Roma, io sono una lezione avanti…

Formigoni, dopo il suo personale trionfo elettorale, ha chiesto alla squadra di assessori che ha formato di pronunciare un «solenne giuramento», rivolto «alla Lombardia e al suo popolo». Uno strappo, se non alla Costituzione, almeno al galateo istituzionale. Realizzato oltretutto – ironia della sorte – in un giorno dalle reminiscenze patriottiche, il 24 maggio. Questa volta il Piave non ha mormorato, in compenso hanno gioito i leghisti, appena conquistati alla maggioranza. Quel giuramento è un atto simbolico quasi secessionista, ha protestato qualcuno. Ma il “governatore” è andato avanti, senza curarsi troppo degli scocciatori. Peccato che qualcosa sia comunque caduto dal cielo, a rovinargli la festa.
Il dottore che faceva i regali

Proprio nel giorno in cui giura «alla Lombardia e al suo popolo» insieme a tutti i colleghi della giunta Formigoni, l’assessore Giancarlo Abelli riceve un noioso rinvio a giudizio. I giudici di Milano gli notificano cioè la sentenza secondo cui dovrà essere processato per aver ricevuto 70 milioni come “consulenza” dal dottor Giuseppe Poggi Longostrevi, l’uomo delle ricette d’oro.

Godereccio ?!? L’Italia è uno strano Paese che ha privatizzato la sanità – ma solo nel senso che a guadagnare sono i privati, mentre a pagare è la Regione, con soldi pubblici. E dottor Longostrevi, che nel suo genere era un genio, aveva escogitato soltanto un buon sistema per approfittarne: non si limitava a incentivare i medici di base a mandare i pazienti presso le sue strutture sanitarie, ma li aveva anche convinti a inviarglieli con ricette che prescrivevano esami inutili, o non rimborsabili, o più complicati e costosi del necessario, o comunque non eseguiti.

Così un fiume di soldi usciva dalle casse delle Regione e affluiva nelle sue tasche. Ma nessuno si lamentava: i pazienti erano contenti di fare esami a raffica; i medici erano felici di ricevere 70 mila lire a ricetta, più qualche regalino a Natale; le aziende di Longostrevi erano entusiaste di lavorare a pieno ritmo, sottraendo al sistema sanitario nazionale 700 milioni al mese, per molti anni. L’unica a pagare, alla fine, era la Regione. Cioè tutti. Cioè nessuno.

Mentre chi aveva scoperto la truffa, il dirigente Giuseppe Santagati, era stato come abbiamo visto licenziato, Giancarlo Abelli, amico e consulente di Poggi Longostrevi, che come minimo si è fatto scippare molti miliardi (pubblici) sotto il naso senza accorgersi di nulla, è stato premiato con una bella poltrona da assessore.

Con il suo know-how in materia, Abelli puntava naturalmente all’assessorato alla Sanità, che è tra l’altro quello che ha a disposizione il budget più mastodontico della spesa regionale. Ma ha dovuto accontentarsi, per ora, di fare l’assessore alle Politiche sociali: la Sanità infatti è già da tempo saldamente nelle mani di Carlo Borsani, di An, un altro che da anni sta in quel posto e non si accorge di niente.

Formigoni, comunque, non si è fatto certo rovinare la festa da uno stupido rinvio a giudizio: Abelli, da anni suo consulente per la Sanità, è diventato finalmente assessore.


Il sistema Guarischi


Non erano passati neppure quattro mesi dall’inedito giuramento, e sulla nuova giunta del “governatore” si è abbattuto un nuovo scandalo: il 22 settembre 2000 viene arrestato Gianluca Massimo Guarischi, coordinatore provinciale di Forza Italia e presidente della commissione Bilancio della Regione.

Finisce in carcere insieme ad altre otto persone, alti funzionari (come Mario Catania, vicecommissario per l’Emergenza) o imprenditori. Tre mesi dopo, il 13 dicembre 2000, è arrestata anche Milena Bertani, del Ccd, assessore prima ai Lavori pubblici e poi al Bilancio, privata della libertà insieme a Mario Giovanni Sfondrini, direttore generale del settore Opere pubbliche della Regione Lombardia. Un’ecatombe.

Bertani – diploma da geometra, ex segretaria della andreottiana Ombretta Fumagalli Carulli e poi esponente di rilievo del Ccd di Pierferdinando Casini – era stata scelta per il delicatissimo ruolo di assessore ai Lavori pubblici direttamente da Formigoni. Quanto a Guarischi, Formigoni da anni lo andava sostenendo, anche a dispetto della sua fama. Per esempio, lo aveva imposto come commissario straordinario dell’Ipab (un ricco ente assistenziale milanese, già retto da Matteo Carriera, un socialista che fu tra i primi arrestati di Mani pulite) anche quando Guarischi era stato vistosamente messo da parte dal sindaco di Milano, Gabriele Albertini, che lo aveva platealmente escluso dalla gestione degli enti pubblici. Qualche allocco aveva anche timidamente ricordato che su Guarischi pesava un conflitto d’interessi: politico, ma nello stesso tempo imprenditore. Formigoni va avanti come un treno: «Abbiamo controllato, tutte le imprese appartengono al padre». Ah be, allora…

Aveva dovuto sopportare non poche ironie, il povero Guarischi, raccontato dai giornali come un ragazzetto con la faccia da soap-opera, messo in politica dal padre, un costruttore a suo tempo arrestato per corruzione, per garantire continuità, dopo Mani pulite, alle aziende di famiglia. Il bel Massimo era noto al pubblico più che altro per aver condotto un programma in una tv di Berlusconi e per essere stato fidanzato della modella Celeste, uno schianto.

Ma alla fine, a dispetto di chi lo irrideva, Guarischi jr ha dimostrato di avere la stoffa del politico di razza e del manager di successo: ha infatti saputo costruire e mantenere, dopo i guai tangentizi paterni, un nuovo comitato d’affari, un sistema di corruzione complesso e articolato.

Secondo la ricostruzione dell’accusa (rappresentata dai sostituti procuratori Fabio Napoleone e Claudio Gittardi, i più attivi e silenziosi dei magistrati alle prese con la nuova Tangentopoli lombarda), Guarischi, con la complicità di Bertani, faceva i miliardi sui disastri (degli altri): frane, alluvioni, smottamenti.

Il suo sistema di relazioni e di procedure imponeva che a vincere gli appalti regionali per la ricostruzione dopo i disastri ambientali fossero le aziende di famiglia. Il metodo era semplice: Guarischi politico affidava i lavori a Guarischi imprenditore. Poi, già che c’era, truffava sui materiali: piazzava tiranti più corti del dovuto, impiantava nel terreno meno pali e di diametro più piccolo («Sui pali abbiamo fregato un trenta per cento», dice uno dei complici, intercettato dai magistrati).

Tutta la compagnia – politici, funzionari, amministratori, imprenditori – è accusata «di aver ridotto la Regione a una specie di mercatino», sintetizzano a Palazzo di giustizia. Le imputazioni ufficiali sono corruzione, frode allo Stato, associazione a delinquere: il gruppo, secondo l’accusa, aveva messo in piedi un sistema per truccare tutte le gare e controllare tutti gli appalti pubblici dei lavori regionali, dalla costruzione degli argini del torrente Seveso al ripristino delle sponde del Naviglio, dalla sistemazione delle frane in Valbondione al ristrutturazione dei torrenti in Val Tidone, fino al consolidamento dell’Adda. Guarischi nega tutto. Dichiara che tra gli imprenditori c’era soltanto un «gentlemen agreement».

In realtà, l’intervento illecito di pubblici funzionari per ottenere vantaggi era diventato per Guarischi un metodo consolidato, una consuetudine assodata. Non ne poteva più fare a meno. Tanto che la sua famiglia vi ricorreva, scrive il giudice per le indagini preliminari Alessandro Rossato, «anche per le più banali necessità». Come l’iscrizione della moglie di Guarischi, Stefania Luraschi, all’Albo degli architetti: «Si può affermare», scrive Rossato, «che il segretario della Bertani, Paolini, sia intervenuto per favorire la moglie del Guarischi, affinché questa superasse l’esame d’iscrizione all’albo. L’episodio delinea la personalità di Guarischi, sempre teso a cercare ogni tipo di favore, in questo caso per la moglie, che recentemente, anche grazie al titolo professionale conseguito in modo illecito, è stata assunta presso la Regione Lombardia».

Formigoni non si era accorto di niente? Perché proteggeva Guarischi, perfino contro il sindaco Albertini? Appena scoppiato lo scandalo, il “governatore” si è dichiarato «addolorato». Ma non per la corruzione che covava nei suoi uffici, bensì «per un arresto che va assolutamente al di là di quanto la legge prescrive»: un commento da sottile giurista.

Quando poi è arrivata l’alluvione che nell’ottobre 2000 ha fiaccato la Lombardia, il “governatore” perde un’occasione per stare zitto: «Avete visto?», dichiara. «Le opere sotto inchiesta hanno resistito, dunque sono fatte a regola d’arte». Non l’avesse mai detto: il giorno dopo, una delle opere incautamente evocate (l’argine di Crotta d’Adda) crolla.

Alla seconda tornata dello scandalo, nel dicembre 2000, quando sono arrestati Milena Bertani e Giovanni Sfondrini, Formigoni reagisce rincarando le dosi contro i magistrati: «È un atto d’intimidazione. Sproporzionato, anzi del tutto ingiustificato in base alla legge vigente».

Formigoni porta dunque tutta intera la responsabilità politica di aver scelto e sostenuto Bertani e Guarischi. Quanto a dirette responsabilità penali, il suo nome, a quanto è dato sapere finora, è entrato nelle carte di questa inchiesta soltanto per una citazione che Guarischi (intercettato) ha fatto al telefono, parlando con il superfunzionario Sfondrini: è necessario spartire la torta di un appalto con un terzo commensale, l’ex deputato dc professor Antonio Cancian, perché «è amico di Formigoni», ordina Guarischi. «Dagli una roba da poco: accontendando il professore, io e te con Formigoni siamo a posto». Un altro funzionario regionale poi arrestato, Emilio Galli, in una telefonata (sempre intercettata) chiede: «Ma lei è intervenuto sul Presidente?» (cioè su Formigoni). E Guarischi: «Pesantissimamente».

Le Opere della Compagnia. Qualche giornale ha tirato in ballo, a proposito degli appalti sulle sciagure in cui era specialista Guarischi, anche un ex assessore regionale, Donato Giordano, socialista poi passato a Forza Italia, dipinto come uno che di affari se ne intende. Giordano, un tempo potente e ora emarginato, ha reagito immediatamente, spiegando così ai giornali la situazione attuale in Regione: «Dietro a Guarischi c’è la Compagnia delle Opere, c’è l’assessore comunale Sergio Scalpelli, ex Pci, che si muove come una quinta colonna dentro Forza Italia. E c’è Formigoni… Io sono stato messo da parte proprio perché mi contrapponevo al loro gruppo…».

La lobby di Comunione e liberazione, attiva attraverso il braccio secolare della Compagnia delle Opere e forte di una corrente che, partito nel partito, ha conquistato gran parte del potere dentro Forza Italia in Lombardia: è questa la mente del nuovo sistema che regola gran parte dei rapporti tra politica e affari in Regione.

Una lobby trasversale, che ha cooptato al proprio interno anche gli eredi dei “miglioristi”, i nipotini dei comunisti filo-craxiani egemoni a Milano fino ai primi anni Novanta: Sergio Scalpelli, appunto, ex assessore al Comune e ora resposabile relazioni esterne di E.Biscom; Massimo Ferlini, ex assessore di Tangentopoli passato dal Pci alla presidenza della Compagnia delle Opere di Milano; Lodovico Festa, ex direttore del Moderno (giornale del Pci “migliorista” finanziato da Salvatore Ligresti, da Silvio Berlusconi e dal costruttore della Torno Angelo Simmontacchi), oggi braccio destro di Giuliano Ferrara al Foglio.

La Regione Lombardia è una grande dispensatrice di miliardi. La sola spesa sanitaria è lievitata, sotto la gestione Formigoni, di 4 mila miliardi di lire, fino a raggiungere nel 1999 la quota record di 19 mila miliardi (più di un terzo entrata nelle casse delle cliniche e dei laboratori privati).

Sulle forniture sanitarie è aperta un’altra inchiesta per appalti pilotati. Poi vi sono i servizi d’assistenza (un’altra bella fetta del budget regionale), in cui è attiva una miriade di cooperative legate a Comunione e liberazione.

Formigoni, assistito dal suo braccio destro, il direttore generale Nicola Sanese, ex deputato andreottiano diventato ormai (benché privo di mandato elettivo) una sorta di “vicegovernatore” regionale, ha dilatato di molto anche l’apparato di comunicazione della Regione, che in cinque anni è passato a costare da 5 a 17 miliardi. Ha ingaggiato come consulenti personaggi interni a Cl (come Robi Ronza, una delle menti del Meeting di Rimini) o esterni (dall’ex ambasciatore Boris Biancheri all’ex rettore dell’università di Bologna Fabio Roversi Monaco, massone). Le spese regionali sono così cresciute fino a generare un disavanzo di 1.400 miliardi, altro record di Formigoni.

Privatizzare, imperativo categorico del “governatore”, si traduce spesso nell’apportare discreti introiti alle casse degli amici di Cl e della Compagnia delle Opere, molto bravi a farsi trovare proprio al posto giusto nel momento giusto: imprenditori della sanità o dell’assistenza privata, ma anche del turismo, del settore fieristico, della comunicazione. Vi è a Milano una specie di monumento visibile alla comunicazione di marca ciellina: i caselli di Porta Venezia, in eterna ristrutturazione. La ristrutturazione più redditizia di Milano: le antiche costruzioni del dazio sono state coperte da enormi pannelli pubblicitari gestiti da Chiara e Associati, agenzia del gruppo Santa Chiara, il club ciellino animato da Marco Palmisano. Quando il casello diventa un carosello…

I grandi affari urbanistici sono un’altra partita in cui si agitano interessi pesanti. Su questi, i Comuni conservano competenze determinanti (a Milano, la poltrona di assessore all’Urbanistica è stata comunque a lungo occupata da un amico di Formigoni, Maurizio Lupi, anch’egli di Cl). Ma la Regione non rinuncia neanche in questo campo alle proprie prerogative: ultimo esempio, la miracolosa trasformazione in aree edificabili di un pezzo di Parco Sud, 5 milioni di metri quadri alle porte di Milano, destinati a passare dal verde al cemento grazie a una decisione della giunta Formigoni presa alla chetichella, il 4 agosto 2000, approfittando della generale distrazione estiva.

Un caso unico davvero, per fortuna..Sopra tutto, i miliardi Branca. C’è più di un caso in cui Formigoni è stato chiamato direttamente in causa anche per responsabilità penali. È indagato davanti al giudice delle indagini preliminari per la gestione della società regionale Lombardia Risorse (un fallimento da 22 mila miliardi). ha ricevuto due avvisi di garanzia per l’affare della discarica di Cerro Maggiore. Ed è rinviato a giudizio, su richiesta dei magistrati Alberto Robledo e Fabio De Pasquale, per abuso patrimoniale d’ufficio nella gestione della Fondazione Bussolera-Branca. È una storia molto complicata, ma estremamente istruttiva.
Nel 1994, sentendo avvicinarsi la fine, Fernando Bussolera, ricco avvocato lombardo vedovo di Lina Branca, la padrona del Fernet, chiamò i suoi avvocati e, come nei romanzi filantropici di fine Ottocento, li incaricò di creare una fondazione che mantenesse viva la memoria sua e della moglie facendo qualcosa di buono. Due sole cose prescrisse: che la fondazione, a cui lasciava soldi, azioni e vaste tenute agricole, valorizzasse il patrimonio rurale dell’amato Oltrepò pavese; e che lasciasse assolutamente fuori dalla porta, per carità, i politici.

Povero avvocato Bussolera: nel giro di qualche anno le sue ultime volontà sono state tutte ridotte a carta straccia. Il vecchio, prima di morire, scelse i primi amministratori della fondazione. Qualcuno di questi, come il professor Ezio Lancellotti, prese molto a cuore l’incarico: doveva gestire per bene un patrimonio di ben 170 miliardi. Altri, morto il vecchio, cominciarono a darsi da fare per portare a casa qualcosa. Come in certi film americani.

Carlo Sarchi, ex manager Eni di area dc ai tempi dello scandalo Eni-Petromin, si proclamò erede di Bussolera e intentò una causa civile alla fondazione, con l’obiettivo di strappare un bel po’ di miliardi. Fabio Pierotti Cei, ex manager della Fernet Branca e poi della Fondazione Cariplo, che aveva ricevuto dal vecchio l’incarico di vendere un consistente pacchetto azionario della Fernet Branca per finanziare la fondazione, prese il 38 per cento dell’azienda, lo svendette a soli 100 miliardi e in più mise nelle sue tasche, come provvigione per la brillante operazione, il 10 per cento, cioè 10 miliardi.

Il professor Lancellotti non credeva ai suoi occhi. Gli stavano spolpando sotto gli occhi la fondazione prima ancora di farla decollare. Si oppose fieramente a Sarchi che pretendeva di diventare l’erede di Bussolera. Fece causa a Pierotti Cei chiedendogli 59 miliardi di danni per la vendita sottocosto delle azioni. E poi pretese la restituzione dei 10 miliardi di “provvigione”, oltre che di altri 870 milioni che riteneva spariti dai conti.

Dell’Oltrepò tanto caro al vecchio, naturalmente, non si interessa nessuno. Quanto ai politici, piombano come falchi a risolvere a modo loro la aggrovigliata situazione. Formigoni partecipa nell’aprile 1999 a una cruciale riunione con l’assessore regionale all’Agricoltura Francesco Fiori, il funzionario Maurizio Sala, oltre naturalmente al suo braccio destro, Nicola Maria Sanese, potentissimo direttore generale lombardo. Poi la Regione emette quattro delibere miracolose che rimettono le cose a posto: alla fondazione Bussolera-Branca è imposto di rinunciare a tutte le cause e di accontentarsi; poi di modificare lo statuto per far entrare nel consiglio d’amministrazione due nuovi consiglieri, Giulio Boscagli, cognato di Formigoni, e Niccolò Querci, all’epoca segretario particolare di Silvio Berlusconi e ora deputato di Forza Italia.

Risultato, una raffica di avvisi di garanzia: per Formigoni, Sarchi, Pierotti Cei, Fiori, Sala e Sanese. Una storia difficile da digerire.

Storie nere e rifiuti d’oro. Prima di questo, un altro paio di avvisi di garanzia era piovuto sulla testa di Formigoni per questioni di spazzatura. Il primo, per abuso d’ufficio, è arrivato il 14 luglio 2000, mentre l’operosa Lombardia si preparava alla chiusura per ferie. Quella volta la reazione di Formigoni, reduce dalla vittoria elettorale del maggio precedente, era stata durissima: «L’attacco contro di me è tutto e solo politico. È il vergognoso colpo di coda di un sistema politico-giudiziario agonizzante, un tentativo estremo del giustizialismo comunista e centralista». Sembra di sentire Berlusconi e Bossi insieme.
I reati contestati in quell’occasione riguardano la più sporca, la più interminabile, la più intricata delle faccende politico-affaristiche degli ultimi anni in Lombardia: la gestione della discarica di Cerro Maggiore. È la maxi-pattumiera di proprietà di Paolo Berlusconi che ha raccolto per anni i rifiuti di Milano.

La super-discarica di Cerro ha attraversato tutte le stagioni, da Tangentopoli a oggi: fu al centro di una delle prime inchieste del pool milanese di Mani pulite, conclusa con la condanna definitiva di Paolo Berlusconi per una tangente di 150 milioni versati nel 1992 al tesoriere della Dc Gianstefano Frigerio (oggi Forza Italia).

Finita l’era della Dc, cominciò quella di Formigoni. Nel 1995 scoppiò in Lombardia la cosiddetta “emergenza rifiuti”: non si sapeva dove mettere tutta la spazzatura prodotta da Milano e provincia. Formigoni la indirizzò a Cerro, che invece avrebbe dovuto chiudere, e si impegnò a pagare a Berlusconi 300 milioni al giorno per altri due anni: come un titolo di Borsa, infatti, il pattume da gettare in discarica aveva più che triplicato le sue quotazioni grazie alla sbandierata “emergenza”, schizzando da 30 a 108 lire al chilo.

Nel 1996, dope l’ennesima protesta degli abitanti di Cerro, la discarica fu comunque chiusa. Ma solo nel 1999 ci fu un accordo per bonificarla. Il compito spettava ai proprietari, Berlusconi e soci, che in cinque anni d’attività avevano realizzato, secondo un rapporto della Guardia di finanza, «ricavi effettivi per almeno 240 miliardi»: più che una discarica, una miniera d’oro. Invece la proprietà (ovvero Paolo Berlusconi) non scuce una lira. Il 28 marzo 2001 arriva a Formigoni il secondo degli avvisi di garanzia per questa vicenda, questa volta per corruzione: secondo i magistrati d’accusa avrebbe permesso una strana triangolazione di miliardi, una «tangente indiretta» di 11 miliardi e 300 milioni promessa nel marzo 1999 e versata nell’estate 2000, «tale da consentire al presidente della Regione Lombardia di uscire da una situazione in grado di compromettere la propria futura credibilità politica, ma senza arrecare dispiaceri di sorta alle società del gruppo Fininvest». Insomma: Formigoni avrebbe accettato una proposta indecente dal gruppo francese Auchan, che versa i miliardi per la bonifica della discarica al posto di Paolo Berlusconi, e in cambio ottiene dal “governatore” una bella licenza per aprire un centro commerciale proprio a ridosso della pattumiera. Indagato, insieme al suo presidente, anche l’assessore regionale all’Ambiente, Franco Nicoli Cristiani, anche lui di Forza Italia.

Nel corso delle indagini è emerso anche un appunto scritto a mano, il verbale di una riunione tenutasi a Milano 2 alla presenza di Paolo Berlusconi e degli altri soci della Simec. Se è stato decifrato bene dai magistrati che indagano, il foglietto parla della costituzione, attraverso false fatture, di fondi neri all’estero per oltre 10 miliardi, preparati per pagare in nero nuove discariche e tangenti ai politici. Sul foglietto sono indicate anche alcune cifre («500 milioni», «200 milioni»…) con accanto nomi o abbreviazioni («Form», «Pozzi»…). Chi è «Form»? Chi è «Pozzi»?

 

Hanno davvero ricevuto quei soldi?

Un Pozzi, di nome Giorgio, esponente di Forza Italia ed ex assessore regionale ai Trasporti, è indagato per tutt’altra faccenda: la trasformazione di terreni agricoli nei pressi di Lacchiarella, a sud di Milano, in preziose aree dove impiantare l’Interporto, la stazione d’incontro e scambio dei trasporti merce su camion e su rotaia. Erano terreni agricoli, marcite, risaie, campi sorvolati dai corvi (valore: 8 mila lire al metro quadrato); sono diventati preziose aree (valore: 20 mila lire al metro quadrato) su cui la Regione ha deciso di impiantare – non si sa perché e non si sa perché proprio lì – il più grande Interporto del Nord Italia.

Chi ci ha guadagnato – facendo nel momento giusto incetta di aree agricole – sono i soliti noti, i costruttori Salvatore Ligresti e Antonio D’Adamo. I magistrati vorrebbero sapere anche come è arrivato un finanziamento regionale di 2 miliardi e mezzo alla Ims, il consorzio pubblico-privato che dovrebbe realizzare l’Interporto e in cui sono rappresentati le Ferrovie, gli imprenditori privati, la Lega delle cooperative rosse.

Regione corrotta, nazione infetta. Dunque, una folla di politici, funzionari, imprenditori è indagata a Milano e in Lombardia per varie vicende di corruzione, in diversi settori. Si fatica a tenere a mente tutti gli scandali, tutti nomi, tutte le ruberie. Roberto Formigoni, intanto, si è un po’ disamorato della politica lombarda. Scalpita, ha voglia di cambiare. Appena può fugge da Milano e compie frequenti viaggi all’estero, in Iraq, in Brasile, in Cile… Ha inaugurato una politica estera per la sua regione.

Certo è che ha comunque conservato il piglio decisionista: i suoi stessi assessori devono sottostare al suo controllo, o a quello del suo “vicegovernatore” Sanese; e il Consiglio regionale deve accettare di essere trasformato in un’assemblea senza poteri e con ben scarse possibilità di controllo su ciò che viene deciso dal presidente e dai suoi fedelissimi (in cambio, ai consiglieri hanno offerto più soldi: 63 milioni all’anno per un nuovo portaborse e 2 milioni in più di stipendio, che già si aggira sui 15 milioni al mese). Al centralismo romano, poi, il “governatore” ha sostituito un “centralismo” regionale che non lascia respiro e autonomia ai Comuni.

Intanto la secessione Formigoni l’ha già fatta. Non quella con le bandiere e gli squilli di tromba, ma quella reale, sostanziale, che ha realizzato in Lombardia sistemi di governo in contrasto con quelli nazionali: nella sanità, nell’urbanistica, nella scuola. O forse ha solo anticipato ciò che ora Silvio Berlusconi realizzerà a livello nazionale.

Ha varato il sistema sanitario lombardo, che ha trasformato le Asl in aziende che pagano le prestazioni e i servizi di ospedali pubblici e (in maniera crescente) di cliniche e laboratori privati. Ha deciso criteri di calcolo degli standard urbanistici (le aree che devono restare a verde e servizi) più flessibili e in contrasto con le leggi nazionali, tanto che per due volte la legge urbanistica regionale era stata bocciata dal governo di centrosinistra. Ha imposto una legge lombarda sui buoni-scuola che è il suo capolavoro: ha fatto passare in Consiglio regionale una legge formalmente accettabile (buoni-scuola per tutti gli studenti, per tutte le spese, in proporzione al reddito famigliare), ma poi l’ha ingessata con un regolamento attuativo che di fatto ha realizzato un finanziamento esclusivo alle scuole private, e anche per famiglie con redditi alti.

Ora molto probabilmente l’anomalia lombarda sarà sanata: le leggi nazionali si adegueranno a quelle di Formigoni. Quanto alle indagini, gli arresti, gli scandali: chi se ne ricorda più?


Aprile 2002

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