Angolo del Gigio

novembre 5, 2006

La Triade del Supersismi

Mancini, Tavaroli, Cipriani hanno creato un superservizio segreto misto, con uomini dello Stato, della Telecom e di agenzie private. L’Italia vive la più grave crisi degli apparati di sicurezza dai tempi della P2. Eppure il governo non tocca i vertici dei servizi segreti. Perché?

di Gianni Barbacetto

Mercoledì 5 luglio 2006. Mentre l’Italia, colpita dall’afa, pensa alle vacanze, il governo Prodi diffonde un comunicato stampa di cinque righe: «Il governo ha assunto le dovute informazioni sul cosiddetto caso Abu Omar da parte delle strutture di intelligence nazionali che hanno ribadito la propria totale estraneità alla vicenda. Nel garantire, nel rispetto delle reciproche prerogative, la massima collaborazione alla magistratura per lo svolgersi dell’inchiesta in corso, il governo ribadisce la propria fiducia nella lealtà istituzionale delle strutture preposte alla garanzia della sicurezza nazionale».

Nelle ore precedenti era successo un fatto traumatico per le istituzioni. Il giudice preliminare di Milano aveva disposto gli arresti di due capidivisione del Sismi, il servizio segreto militare: Marco Mancini, numero due del servizio, e Augusto Pignero, che non entra in cella solo perché gravemente malato. Le accuse sono pesanti: concorso in sequestro di persona. I due hanno, secondo la procura di Milano, contribuito a preparare il rapimento dell’ex imam Abu Omar, realizzato da uomini della Cia a Milano il 17 febbraio 2003. Una delle tante “extraordinary renditions” compiute nel mondo dagli apparati Usa dopo l’11 settembre 2001 e da anni denunciate da alcune voci della stampa libera, dal Washington Post al Corriere della sera . Secondo la ricostruzione dei fatti, Abu Omar è stato prelevato in pieno giorno da un commando in via Guerzoni, a Milano, caricato su un furgone bianco, portato nella base militare di Aviano, dove è stato duramente interrogato, infine trasferito al Cairo, dove è stato per mesi torturato dagli egiziani: torture in outsorcing , per conto degli americani, ma lontano dal territorio (e dalle leggi) Usa.

Il comunicato del governo italiano è costruito in modo curioso. Dice: abbiamo chiesto al Sismi se il Sismi fosse per caso coinvolto nel sequestro. Il Sismi ci ha risposto di no. Dunque ribadiamo la fiducia al Sismi, pur garantendo massima collaborazione alla magistratura che avendo indagato sul Sismi dice esattamente il contrario.

In difesa del servizio e del suo direttore, Nicolò Pollari, si schierano decisamente alcuni esponenti del centrodestra e, sgangheratamente come al solito, l’ex presidente Francesco Cossiga. A sinistra, invece, alcuni parlamentari esprimono forti dubbi sul comportamento del Sismi. Giusto Catania, di Rifondazione, chiede le dimissioni del direttore. Paolo Cento, dei Verdi, reclama una Commissione d’inchiesta. Massimo Brutti, responsabile giustizia dei Ds, dichiara di attendere «con la massima fiducia nell’autorità giudiziaria competente che tutte le responsabilità relative a questa grave vicenda di illegalità vengano accertate fino in fondo, nel rigoroso rispetto delle regole». Tana De Zulueta, dei Verdi, esprime forte «preoccupazione per l’operato dei servizi segreti», soprattutto in relazione ai loro rapporti con i giornalisti. Roberto Zaccaria, della Margherita, si dice «sconcertato» dai toni tranquillizzanti del governo.

Eppure Pollari può contare su un ramificato partito trasversale. Anche nel centrosinistra c’è chi lo sostiene. Ha i suoi pasdaran, come Sergio De Gregorio, senatore eletto nell’Italia dei Valori e oggi sul mercato, e Luigi Malabarba, di Rifondazione comunista, ex membro del Comitato di controllo sui servizi segreti (Copaco). Ma le loro sono posizioni estreme. Quelle più efficaci, in realtà, sono le posizioni sommerse, invisibili, ma attive e vincenti. Tanto efficaci che, per mesi, dal governo non arriva una parola chiara sulla vicenda, se non la riconferma della fiducia nei vertici del servizio.

1. L’imam rapito

Nove giorni dopo l’arresto di Mancini, il 14 luglio, si apprende che per il sequestro è indagato anche il numero uno in persona, Nicolò Pollari. Lo incastra una registrazione realizzata da Mancini il 2 giugno, quando già sentiva che le indagini gli stavano facendo intorno terra bruciata: Mancini aveva incontrato Pignero, che all’epoca del rapimento era il suo diretto superiore, e a sua insaputa ne aveva registrato le dichiarazioni. Pignero aveva raccontato che l’ordine per l’operazione era partito proprio da Pollari, il quale a fine 2002 gli aveva consegnato «una lista in inglese» ricevuta «da Jeff Castelli, il capo della Cia di Roma»: era l’elenco delle persone da «portar via», una decina di nomi, tra cui quello di Abu Omar. Interrogato, Pignero aveva dapprima negato tutto. Ma quando i magistrati gli avevano fatto sentire la sua voce registrata da Mancini, era crollato: «È tutto vero. L’ordine partì da Pollari, che mi disse di aver ricevuto la richiesta da Jeff Castelli».

Un’ulteriore conferma che Pollari sapeva arriva direttamente dal suo predecessore alla direzione del Sismi, l’ammiraglio Gianfranco Battelli. Interrogato dai magistrati di Milano Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, Battelli racconta che prima di lasciare il servizio, nell’autunno 2001, aveva incontrato Jeff Castelli: era da poco avvenuto l’attacco dell’11 settembre e l’uomo della Cia in Italia gli aveva detto che l’amministrazione americana aveva avviato un piano di “extraordinary renditions” per catturare e trasferire in prigioni segrete, senza processo né diritto di difesa, i sospettati di terrorismo. Battelli aveva risposto di essere a fine mandato e aveva consigliato il collega americano di riprendere il discorso con il suo successore. Lo stesso Battelli, durante il passaggio di consegne, aveva poi informato Pollari di quella richiesta della Cia.

I magistrati milanesi – dopo una delle indagini più difficili a appassionanti che possa capitare, da grande spy story internazionale – sono riusciti a ricostruire la vicenda, l’intera catena di comando e le concatenazioni degli avvenimenti: la richiesta della Cia a Pollari, la consegna della «lista in inglese» da Pollari a Pignero, l’ordine di Pignero a Mancini di procedere alle attività sul campo per preparare il sequestro. Grazie all’analisi delle comunicazioni telefoniche avvenute il 17 febbraio 2003 sul luogo del sequestro e lungo il percorso che da Milano porta alla base militare di Aviano, i pm hanno individuato anche gran parte degli esecutori materiali: 26 americani, agenti della Cia, e un italiano, il maresciallo del Ros carabinieri Luciano Pironi, nome di battaglia “Ludwig”, che ha confessato di essere stato coinvolto nell’operazione direttamente dal capoantenna della Cia a Milano, Robert Seldon Lady; “Ludwig” sperava che l’azione gli valesse come “esame d’ammissione” al Sismi.

La procura milanese ha raccolto anche una serie di preziose testimonianze di funzionari del servizio. All’ex capocentro di Milano, Stefano D’Ambrosio, Marco Mancini aveva comunicato di aver «bisogno di poter fare affidamento assoluto sui suoi capicentro». All’ex capocentro di Trieste, Sergio Fedrico, Mancini aveva detto esplicitamente che «tale disponibilità doveva essere estesa ad attività non ortodosse». Il colonnello D’Ambrosio, uno che crede ancora nella «dignità che deve contraddistinguere un funzionario dello Stato», si era mostrato tiepido alle richieste di Mancini. Come Fedrico, era subito caduto in disgrazia. I due saranno poi sostituiti con uomini fedeli a Mancini. Ai magistrati, D’Ambrosio ha raccontato anche le confidenze ricevute da Robert Seldon Lady, che gli aveva parlato del sequestro di Abu Omar come di una «operazione congiunta» Cia-Sismi.

Fedrico aggiunge altri elementi importanti: racconta ai magistrati che il suo successore al centro Sismi di Trieste, Lorenzo Pillinini, uomo di Mancini, si era vantato davanti a suoi sottoposti di aver partecipato «al sequestro di Milano» e di «aver avuto un ruolo nella vicenda». Lo aveva fatto anche davanti alla macchinetta del caffè, come confermano alcuni testimoni del centro Sismi di Trieste, fra cui una segretaria: «Sì, disse una frase del tipo “Siamo stati noi” o “Abbiamo partecipato noi”». Aggiunge il maresciallo Franco Gallo: «Tutti noi presenti ci meravigliammo della leggerezza con cui le sue parole furono pronunciate… Vi fu un generale imbarazzo… Qualcuno di noi si allontanò rapidamente dal gruppetto vicino alla macchinetta del caffè e io fui tra quelli che si allontanarono, anche per evitare di apprendere notizie imbarazzanti».

Non solo: i magistrati e la Digos di Milano sono riusciti anche a beffare gli uomini del Sismi, individuando le loro riservatissime linee telefoniche: così gli intercettatori per professione sono diventati intercettati e la procura ha portato a casa preziosi elementi di prova. A questo punto, l’inchiesta giudiziaria è di fatto conclusa: la procura milanese ha individuato gli agenti del Sismi che hanno ordinato ed eseguito la preparazione del rapimento; ha scoperto gli uomini della Cia che lo hanno realizzato; ha ricostruito la catena di comando, dall’ultimo maresciallo su su fino ai capidivisione e addirittura fino al direttore del servizio; ha raccolto prove pesanti, testimonianze incrociate, tabulati telefonici, intercettazioni; di più, ha perfino le ammissioni di gran parte degli indagati.

Di fronte a tutto ciò, sarebbe naturale aspettarsi che anche il governo prendesse atto della situazione. Invece i massimi responsabili politici della sicurezza nazionale continuano a temporeggiare, ribadendo anzi la fiducia ai vertici del servizio. Il ministro dell’Interno Giuliano Amato è perentorio: «Non esiste un caso Pollari», al massimo esiste la necessità di una riforma dei servizi. Sulla stessa linea il viceministro all’Interno Marco Minniti: «Ha ragione Amato, la riforma dei servizi è uno dei punti fondamentali del governo. Nella passata legislatura si è perso colpevolmente tempo e gli italiani non capirebbero se se ne perdesse altro». La riforma – utile, per carità – diventa la scusa per allungare i tempi e rendere apparentemente automatico e indolore il cambio dei vertici degli apparati di sicurezza.

Il presidente del Senato Franco Marini ribadisce: «Piena fiducia nei servizi fino a prova contraria. C’è un problema che la magistratura sta seguendo, aspettiamo come si sviluppa. Dobbiamo comunque sapere che siamo stati salvaguardati da grandi disastri anche per l’azione della nostra intelligence». Quando poi il ministro della Difesa Arturo Parisi cerca di spiegare il comunicato stampa del governo emesso tre giorni prima, non può far altro che duplicarne il gesuitico equilibrismo: «Il rilievo dei fatti che sono oggetto dell’indagine della magistratura chiede al governo la massima vigilanza, la massima collaborazione, il massimo rispetto per l’azione della magistratura. Allo stesso tempo, questa vigilanza, questa collaborazione e questo rispetto non sono incompatibili con la fiducia che il governo ha rinnovato e che rinnova verso le strutture preposte alla sicurezza dello Stato».

Più articolata sembra la posizione di Massimo D’Alema, vicepremier e ministro degli Esteri: «Dobbiamo andare fino in fondo per accertare la verità, dal momento che pare ci siano agenti dei servizi segreti che hanno collaborato nel compiere un reato. Non si lanciano accuse a vanvera, ma occorre accertare la verità sino in fondo». Anche D’Alema si blocca però davanti alla necessità di essere prudenti: è necessario fare piena luce ma con «molta prudenza», dichiara a Bruxelles l’11 luglio, perché «non è nell’interesse del Paese lo sfascio delle strutture di sicurezza, che sono sempre utili, ma in questo momento preziose». Occorre quindi «acclarare la verità senza distruggere una struttura utile alla protezione del nostro Paese di fronte al terrorismo». Del resto, continua D’Alema, «al di là di responsabilità dei singoli, che devono essere accertate, io stesso sono testimone che il Sismi è una struttura altamente qualificata, che gode di prestigio internazionale. Non possiamo dimenticare, quando parliamo di eventuali coinvolgimenti nel caso di Abu Omar, dell’omaggio che tutti abbiamo reso a Nicola Calipari o all’azione del Sismi nella liberazione gli ostaggi, e che in questi anni ha svolto un’azione efficace di protezione del Paese». Ma i meriti acquisiti (Calipari, gli ostaggi…) valgono come sconto o sanatoria per le illegalità commesse? E l’istituzione si sfascia riportandola alla legalità, e la si protegge lasciandola nelle mani di chi l’ha infangata?

2. L’ufficio depistaggi

Questa è un’indagine in cui i depistaggi e l’inquinamento dell’informazione sono costanti.   Fanno parte del gioco. Comincia la Cia, subito dopo il rapimento: nel marzo 2003 invia alla polizia italiana (precisamente alla Direzione centrale polizia di prevenzione, da cui dipendono le Digos) una nota in cui si afferma che Abu Omar si è volontariamente trasferito in una ignota località balcanica. A dir la verità, ancor prima era arrivata una nota del comando generale del Ros carabinieri che racconta, una settimana dopo il sequestro e dieci giorni prima della nota Cia, due cose false: che sarebbe stata accertata la presenza di Abu Omar all’interno del centro islamico milanese di viale Jenner alle 13 del 17 febbraio 2003 (quando il sequestrato era invece già in viaggio per Aviano); e che l’egiziano «al momento della sua scomparsa avrebbe avuto con sé il passaporto e altri documenti, contrariamente a quanto era solito fare» (come a dire: l’espatrio è stato volontario; mentre invece la moglie ha testimoniato che, per evitare guai, Abu Omar girava sempre con i documenti). Da dove viene la solerte nota del Ros? È dettata dal Sismi, ammettono i carabinieri.

Ma i magistrati di Milano scoprono che, per i depistaggi e il condizionamento della stampa, il Sismi ha un ufficio apposito, all’ultimo piano di un anonimo palazzo in via Nazionale a Roma. Vi lavora un ex dipendente Telecom di nome Pio Pompa, in strettissimo contatto con il direttore del servizio Pollari. Pompa continua l’eterna tradizione italiana del dossieraggio illegale: gestisce un archivio parallelo (la cui analisi è ancora in corso). In via Nazionale ci sono veline e dossier sul capo della polizia, Gianni De Gennaro. Su alcuni magistrati, tra cui Stefano Dambruoso, Armando Spataro, Edmondo Bruti Liberati. Su un buon numero di giornalisti.

Su Telecom, poi, il Sismi dimostra un interesse ossessivo. Nell’ufficio di Pompa ci sono dossier su Telekom Serbija, vicenda basata su documenti “patacca” e personaggi da film di serie B, che ha però ottenuto il risultato di coprire di fango e tenere sotto scacco per anni Romano Prodi (“Mortadella”), Piero Fassino (“Cicogna”), Lamberto Dini (“Ranocchio”), raccontati come i beneficiari di tangenti sull’acquisto di Telekom Serbija da parte di Telecom Italia. E sul Nigergate, la storia dell’uranio che dal Niger sarebbe arrivato a Saddam Hussein, basata su documenti confezionati a Roma: falsi, ma molto utili a George Bush per sostenere la necessità di attaccare l’Iraq.

Pio Pompa tiene i rapporti con molti giornalisti. Da qualcuno (come Renato Farina, fonte “Betulla”) attinge notizie (anche sull’indagine milanese sul sequestro), da altri ottiene informazioni su ciò che succede dentro i giornali. Con alcuni scambia favori e informazioni e “vende” polpette avvelenate. Per esempio un falso dossier contro Prodi, secondo cui da commissario europeo avrebbe dato il suo via libera ai rapimenti Cia: subito “bevuto” da Libero e dal Riformista . Osint (Open Source Intelligence), ma all’italiana: la vecchia, cara intossicazione informativa, con giornalisti da controllare, blandire o tenere a libro-paga.

Per intorbidare le acque e diluire le responsabilità reali del Sismi in un più generale “sono tutti colpevoli”, da via Nazionale vengono pompate notizie false secondo cui la Digos di Milano era al corrente del rapimento, tanto da aver sospeso il controllo di Abu Omar proprio per permettere l’azione. E che il Ros faceva parte del gioco. Contro il magistrato Stefano Dambruoso, poi, si scatenano anche giornalisti in altre occasioni scupolosi: lo accusano di aver coperto il sequestro, di essere il braccio degli americani dentro la procura di Milano, di avere contatti diretti con la Cia, di aver sbagliato apposta la data sulla richiesta di analisi dei dati telefonici durante le sue prime indagini sul sequestro Abu Omar, di essere andato a lavorare a Vienna e in seguito a Bruxelles grazie agli americani… Non è solo “guerra psicologica”: riuscire a coinvolgere nella faccenda Dambruoso significa ottenere che le indagini siano strappate a Spataro e Pomarici e assegnate alla procura di Brescia, competente per le inchieste con indagati magistrati milanesi.

Il gioco non riesce, ma i veleni circolano in dosi massicce. Qualche giornale rilancia la notizia che al sequestro di Abu Omar avrebbero partecipato due “civili”, due uomini di Telecom o comunque legati all’ex manager della sicurezza Telecom Giuliano Tavaroli e all’investigatore privato Emanuele Cipriani. La procura di Milano smentisce.

C’è anche un “corvo”, in questa storia, un anonimo che scrive lettere a giornalisti che seguono il caso Abu Omar e le invia da un ufficio postale di Roma Fiumicino. La prima è datata 31 marzo 2006 ed è molto ben informata: contiene già il nome di “Ludwig”, il carabiniere del Ros che solo il 14 aprile confesserà di aver partecipato al sequestro. Come sempre in questi casi, qualche notizia vera è ben mescolata a spazzatura e falsità. Dallo stesso ufficio postale parte anche, a luglio, una lettera di minacce a Claudio Fava, europarlamentare Ds membro della commissione d’inchiesta del Parlamento europeo sui voli segreti della Cia: «Attento a parlare, o farai la fine di tuo padre», dice la lettera, spedita a un indirizzo secondario di Fava, che pochi conoscono e che non compare in alcun elenco. Il padre di Claudio è lo scrittore e giornalista Giuseppe Fava, fondatore dei Siciliani , ucciso da Cosa nostra il 5 gennaio 1985. Perché «attento a parlare»? In un’intervista al Corriere della sera , Fava aveva detto: «Pollari deve dimettersi, nell’interesse del Sismi».

L’operazione di disinformazione più insidiosa e terribile è quella che ha colpito Adamo Bove, il responsabile sicurezza della Tim. Dal giugno 2006 viene fatta circolare la notizia che è sotto inchiesta aziendale, che addirittura è indagato dalla magistratura, che è lui il responsabile delle “fughe di tabulati” da Telecom. Bove ha aiutato le indagini di Milano sul Sismi e quelle di Roma sugli spioni Telecom. Il 21 luglio muore, precipitando da un cavalcavia della tangenziale di Napoli. La procura di quella città apre un’inchiesta per istigazione al suicidio.

L’Italia ha una lunga tradizione di dossieraggi e di giornalisti venduti ai servizi, da Giorgio Zicari del Corriere della sera a Guido Giannettini, da Mario Tedeschi a Giorgio Torchia, dagli uomini del Borghese a quelli del Secolo d’Italia , da Lando Dell’Amico dell’agenzia Repubblica a Mino Pecorelli di Op , fino a Guido Paglia, oggi alto dirigente Rai, ieri autore di scoop impossibili (riuscì a scrivere del ritrovamento di un arsenale di armi dei “rossi” a Camerino il giorno prima che fosse “scoperto” dai carabinieri). Chi pensava che oggi la musica fosse cambiata è smentito dai fatti: alla vecchia guerra non ortodossa contro il comunismo si è sostituita, con gli stessi riti e le stesse ferite alla democrazia, la nuova guerra non ortodossa contro il terrorismo islamico.

Purtroppo sembrano identiche oggi anche certe reazioni della sinistra, come quella che ieri, di fronte all’evidenza dell’eversione (la serie delle stragi, i minacciati golpe), chiedeva ripetutamente di «fare luce». O che spiegava i depistaggi istituzionali con l’esistenza dei “servizi segreti deviati”: la parola magica, “deviazione”, la pronuncia il 9 luglio 2006 uno che se ne intende, Luciano Violante, che nel 1974 li aveva incontrati sulla sua strada, i “servizi segreti deviati”, quando era magistrato e indagava sul golpe bianco di Edgardo Sogno e sui sogni neri di quella parte del Paese che, in nome della guerra contro il comunismo, aveva messo in conto di non curarsi troppo della legge, dei diritti dei cittadini e delle regole della democrazia. Allora l’indagine gli fu strappata, come succedeva quasi sempre, e finì insabbiata. “Deviazioni”? Oggi sappiamo che i servizi segreti non erano affatto “deviati”, ma erano fedeli al compito d’istituto, stabilito da precisi e segretissimi accordi internazionali, pur nell’ambiguità della doppia obbedienza e del doppio Stato. E oggi? La nuova guerra non ortodossa esige nuove fedeltà, nuove illegalità, nuove bugie.

Eppure il governo di centrosinistra si mostra sereno e sicuro: «In questa sede, assunte le necessarie informazioni, il governo allo stato non può che riaffermare l’estraneità del Sismi rispetto alla vicenda del rapimento di Abu Omar», dichiara al Parlamento l’11 luglio il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, Ds. «Sul piano delle verifiche ufficiali e istituzionali fin qui svolte, nessun coinvolgimento e/o complicità nella vicenda in esame emerge da parte dell’Italia e delle sue istituzioni. Il governo non ha mai ceduto alla tentazione di procedere con metodi non convenzionali. Ciò vale anche per il Sismi che non solo si è dichiarato assolutamente estraneo al sequestro di Abu Omar, ma ha sempre categoricamente respinto l’accesso a prospettive non ortodosse».

Il sottosegretario, a nome del governo, racconta al Parlamento che «il servizio segreto militare ha da subito escluso di aver saputo, prima che la notizia circolasse sui media americani, della pratica delle extraordinary renditions ». Smentito, come abbiamo visto, perfino dal predecessore di Pollari, l’ammiraglio Battelli.

Ma Forcieri rassicura il Parlamento e il Paese: tutto regolare anche nell’ufficio di Pompa in via Nazionale. «Allo stato delle conoscenze, non si ha alcuna conferma né vi sono indicatori che autorizzino l’ipotesi di intercettazioni illegali e pedinamenti verso giornalisti da parte dei servizi segreti militari. Il Sismi, infatti, ha fatto conoscere di non avere eseguito alcuna attività di intercettazione né pedinamenti ai danni di giornalisti né di aver mai consentito ad alcuna attività di questa natura e tipo». Al massimo, dichiara il sottosegretario, l’ufficio di Pompa «può aver ricercato informazioni sfruttando i normali contatti di relazione con persone utili, fonti, persone d’ambiente». Dunque, «allo stato delle conoscenze, il governo non ravvede motivi per revocare in dubbio la fiducia accordata e confermata all’istituzione Sismi e a tutti coloro che in essa abbiano correttamente operato».

3. Labirinto Telecom

L’indagine sul rapimento di Abu Omar si muove su uno sfondo insidioso: quello delineato da un’altra indagine, anch’essa iniziata a Milano nel 2003, su un giro di spioni privati tra cui spiccano Emanuele Cipriani, massone dichiarato e imprenditore della security, e Giuliano Tavaroli, manager della sicurezza di Telecom e amico fraterno dell’uomo forte del Sismi, Marco Mancini. I due sono arrestati il 20 settembre, per le investigazioni illegali Telecom. L’inchiesta riguarda commerci illegali di tabulati telefonici e appalti della sicurezza conquistati a suon di tangenti; ma s’imbatte anche in episodi di spionaggio politico, come quello, clamoroso, ai danni di Piero Marrazzo e Alessandra Mussolini, candidati alle elezioni regionali del Lazio, in corsa contro Francesco Storace; lambisce poi fughe di notizie su indagini giudiziarie in corso a Milano e a Roma; e scopre comportamenti “anomali” di uomini della guardia di finanza e della polizia, pagati per spifferare informazioni riservate o addirittura per compiere indagini “private”.

Sul ginepraio degli spioni indagano diverse procure (Milano, Torino, Roma, Napoli, Catanzaro…), che devono cercare di dipanare una serie disparata di vicende. Tra queste, anche l ‘incursione elettronica avvenuta nel 2004 nei computer di top manager del gruppo Rizzoli-Corriere della sera, proprio quando in via Solferino stanno per arrivare il nuovo direttore Paolo Mieli e l’amministratore delegato Vittorio Colao; i dossier con intercettazioni illegali a due politici, Piero Fassino e Pietro Folena, e al presidente dell’Anas Vincenzo Pozzi, scoperti nel maggio 2005 nella casa romana di Giovanbattista Papello, massone e collaboratore dell’allora ex viceministro Ugo Martinat (An), in contatto con spioni privati a loro volta in contatto con Tavaroli; e le inspiegabili fughe di notizie sulle indagini svolte da alcune procure: a Milano filtrano magicamente all’esterno le privatissime discussioni fra due pm, Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo, sull’opportunità o meno di arrestare il consulente inglese di Silvio Berlusconi, David Mills; e nel dicembre 2003 era “scappata” la notizia dell’indagine segretissima in corso sui rapporti tra l’allora presidente della Provincia Ombretta Colli e l’imprenditore Marcellino Gavio; a Roma si scopre che esistono talpe pronte ad avvertire delle indagini Stefano Ricucci e altri indagati per le scalate Rcs e Antonveneta dell’estate 2005; e il 2 gennaio 2006 arrivano misteriosamente sul Giornale le intercettazioni realizzate dalla Guardia di finanza delle telefonate fra il segretario Ds Piero Fassino e il presidente di Unipol Giovanni Consorte («Abbiamo una banca!») , che non erano mai state trascritte e che dunque non erano a disposizione neppure dei magistrati.

Nell’estate 2006, l’indagine su Telecom arriva a incrociare l’inchiesta su Abu Omar. E quella sulla morte di Adamo Bove, rimasto stritolato in un gioco di spie, di ladri che sembravano guardie e di guardie che erano ladri. Gli investigatori s’interrogano se per caso i tanti, disparati fili delle loro indagini non abbiano una radice comune. Se non sia al lavoro, in Italia, una sorta di Supersismi, una struttura segreta mista, composta da militari e civili, da apparati dello Stato e privati cittadini, che sventolando la Grande Paura del terrorismo abbia infranto le leggi, compiuto operazioni illegali, intercettato e spiato abusivamente. Costruendo posizioni di potere personali, cordate invincibili dentro le istituzioni e dentro alcune aziende, gestendo un fiume di soldi pubblici e facendo della sicurezza un business privato.

Se c’è, questo Supersismi è governato da una Triade: Marco Mancini, il brigadiere dei carabinieri che ha scalato fino alla cima le gerarchie del servizio di sicurezza militare; Giuliano Tavaroli, il vecchio amico e collega di Mancini che è diventato il capo della sicurezza Telecom; e Emanuele Cipriani, spione privato, amico di Licio Gelli e imprenditore della security. Se c’è, questa Triade trae potere, legittimazione, coperture, anche da rapporti stretti con uomini della Cia.

Attenzione, però: la grande spy story dell’estate 2006 è una storia di spie, ma soprattutto di soldi. Gli scenari internazionali e i nobilissimi ideali della lotta al terrorismo sono spesso sventolati dai protagonisti come bandiere, ma sono i soldi a spiegare molte operazioni che con il terrorismo non hanno proprio nulla a che fare. I magistrati milanesi Fabio Napoleone e Stefano Civardi, per esempio, hanno scoperto una rete di conti bancari intestati a società offshore tra il Lussemburgo e Londra e un tesoretto di circa 20 milioni di euro: provengono dalle casse di Pirelli e Telecom, sono stati pagati da Tavaroli e nascosti all’estero da Cipriani. Compensi per attività d’investigazione svolte fuori dall’Italia, spiegano i due indagati: peccato che non risulti alcuna indagine all’estero svolta da Cipriani per il gruppo Pirelli-Telecom.

4. La grande crisi

Sommando i coinvolgimenti del Sismi nel sequestro Abu Omar, le attività dell’ufficio di via Nazionale e la galassia di illegalità emerse dall’indagine Telecom, oltre alla strana morte di Adamo Bove, non è difficile giungere alla conclusione che l’Italia sta vivendo la più grave crisi degli apparati di sicurezza dai tempi della P2. Allora una parte del Paese reagì, lo scandalo scoppiò fragoroso e qualche contromisura fu adottata. Oggi invece tutto è ovattato e il governo – un governo di centrosinistra – temporeggia, riconfermando la fiducia ai responsabili dei servizi che hanno prodotto questa situazione.

«Conoscono e stimo il generale Pollari da molti anni e credo che lui abbia considerazione per la mia persona in ragione della cooperazione istituzionale che abbiamo avuto in passato», dichiara Massimo D’Alema il 12 luglio, dopo che Pollari aveva sostenuto di avere come punti di riferimento politico Cossiga e D’Alema. «Escluderei che possa averlo detto, mi sembrerebbe un’indicazione alquanto sommaria», continua D’Alema, che conclude: «La vicenda del sequestro di Abu Omar deve essere gestita dal governo con la massima prudenza. Sono convinto che si possa conciliare la sicurezza del Paese con l’accertamento della verità».

Il 10 agosto 2006 le autorità britanniche rendono noto di aver arrestato una ventina di sospetti terroristi islamici e di avere sventato un piano che prevedeva l’esplosione di una decina d’aerei in volo da Londra verso gli Stati Uniti. In seguito, alcuni degli arrestati sono stati rilasciati e qualche dubbio è stato sollevato sull’imminenza del pericolo. Ma sul momento, l’allarme inglese è un aiuto insperato per il Sismi: il rimaterializzarsi della Grande Paura ricompatta i suoi sostenitori. Sul servizio piovono subito plurime riconferme di fiducia.

Il ministro della Difesa Arturo Parisi dichiara ecumenico al Corriere : «Non solo Pollari, ma tutti i capi dei diversi settori, dal Sisde al capo della Polizia, godono della fiducia del governo. Come potrebbe il governo lasciare alla guida di organismi così delicati persone che non godono della fiducia dell’autorità politica? Soprattutto di fronte a persone alle quali a livello internazionale viene riconosciuta una sicura competenza e una comprovata professionalità».

Ed Enrico Micheli, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio incaricato dei rapporti con i servizi di sicurezza, dichiara che è «errato e pericoloso» parlare di «delegittimazione» dei servizi segreti o di «sicurezza a rischio», perché si va «al di là della polemica politica e si sconfina nell’irrealtà». Il riferimento è agli interventi del   centrodestra, che aveva colto l’allarme londinese come occasione per difendere gli uomini del Sismi e accusare i magistrati di Milano, ma anche il governo, di aver delegittimato i servizi di sicurezza e dunque di aver lasciato l’Italia in balìa del terrorismo (evidentemente per l’opposizione italiana la prudenza dimostrata dal governo in questo campo non è ancora sufficiente).

Micheli reagisce ripetendo per l’ennesima volta parole di sostegno ai vertici del Sismi: «I servizi segreti italiani sono attivamente impegnati, come sempre, nel contrastare le azioni terroristiche sia sul piano interno che su quello internazionale. La collaborazione sul piano interno e internazionale è resa evidente dai risultati, anche recentissimi, raggiunti grazie ai servizi italiani e nel pieno raccordo operativo con gli uffici della presidenza del Consiglio». Lo dimostra, esemplifica Micheli, proprio lo scambio d’informazioni su Londra: «Così come mesi fa il Sismi aveva segnalato a Londra la possibilità di azioni terroristiche, ogni giorno la rete di informazione e di intelligence è in azione per evitare ogni pericolo, peraltro al momento non riguardante l’Italia».

Dopo l’allarme di Londra, è la missione italiana in Libano a ricompattare il governo attorno al Sismi di Pollari e Mancini. Marco Damilano, sull’ Espresso del 1 settembre 2006, chiede ad Arturo Parisi: «La sensazione è che la missione in Libano sia provvidenziale anche per salvare la poltrona del capo del Sismi. Il governo conferma la fiducia a Nicolò Pollari nonostante le gravi accuse?». E il ministro risponde: «Quello che il governo conferma è anzitutto il riconoscimento del ruolo determinante dell’intelligence per la sicurezza del Paese, imprescindibile soprattutto nelle operazioni di peacekeeping, e l’apprezzamento del prezioso lavoro svolto dal Sismi. Certo, un apprezzamento non scindibile da quello per le persone che lo svolgono e per chi ne è alla guida». Come a dire: qualunque cosa abbiano fatto, sono stati determinanti per la sicurezza dell’Italia e ora ne abbiamo assoluto bisogno per andare in Libano.

Già: qual è stato il contributo del Sismi di Pollari e Mancini al mantenimento della sicurezza nel Paese?

5. L’uomo che non sa

Le indagini giudiziarie sono ancora in corso, i veleni in circolo. Eppure sono già chiari innumerevoli elementi fattuali e politici, anche a prescindere dalle ricadute penali. È evidente l’inadeguatezza del numero uno del Sismi, Nicolò Pollari. Sotto la sua direzione, la Cia, con alcuni collaboratori italiani, ha commesso un reato grave – un sequestro di persona – sottraendo oltretutto un indagato alla magistratura italiana che lo aveva messo sotto inchiesta per terrorismo internazionale. Dalle intercettazioni e dalle testimonianze risulta che Pollari sapeva. Se è così, è corresponsabile di quel reato, perché il direttore del servizio ha il dovere, per legge, di denunciare i reati di cui viene a conoscenza.

Ma se anche non avesse saputo nulla, la sua posizione non diventa politicamente più difendibile, anzi: come può essere difeso il capo di un servizio di sicurezza che non si accorge di ciò che avviene sotto il suo naso? Che non sa nulla di un sequestro di persona di cui scrivono i giornali di tutto il mondo? Che non si accorge che in quell’operazione sono coinvolti i suoi più diretti sottoposti? Che alleva un collaboratore, Pio Pompa, il quale arruola come fonti alcuni giornalisti (cosa esplicitamente vietata dalla legge) e diffonde falsi dossier sull’attuale presidente del Consiglio? Che non sa niente dello strano commercio d’informazioni, tabulati e intercettazioni che avviene nella più grande azienda italiana di telecomunicazioni?

Se non basta, l’elenco delle cose di cui Pollari non si è accorto può essere ulteriormente allungato, guardando la cronaca degli ultimi cinque anni. Non si è accorto che un gruppo di pataccari ha messo insieme il fango di Telekom Serbjia . Non si è accorto che a Roma venivano confezionati i documenti contraffatti sull’uranio del Nigergate. Non si è accorto delle incongruenze contenute nella storia di uno strano attentato all’ambasciata italiana a Beirut, sventato all’ultimo momento: alcune fonti sostengono che era tutta una bufala. In ognuna di queste tre vicende sono coinvolti agenti o ex agenti o collaboratori del Sismi. Nonostante le ottime fonti che si dice abbia dentro la Guardia di finanza, Pollari non si è accorto neppure della fuga di notizie che ha portato alla pubblicazione sul Giornale delle telefonate intercettate tra Fassino e Consorte su Unipol.

Su tutto ciò, Pollari non sa nulla. E per un capo dell’intelligence non sapere è perfino peggio che infrangere la legge. Per contro, il direttore del Sismi sa molto, è molto presente e molto loquace sugli allarmi attentato. La sua “Ditta” ne avrebbe sventati molti: a Roma in piazza San Pietro, a Milano nel metrò e alla stazione Centrale, a Torino alle Olimpiadi invernali… Avrebbe inoltre sgominato una “scuola di kamikaze” attiva a Milano. Se gli attentati erano come la scuola di kamikaze, stiamo freschi: perché quest’ultima è una vera “patacca”. I magistrati di Milano mandano i carabinieri a verificare, a sorpresa, le case di due cittadini stranieri, il marocchino Hassan Belosan, via Clitumno 11, indicato dal Sismi come «aspirante jiadista», e l’egiziano Mohamed el Bakatoushi, viale Certosa 121, presunto «indottrinatore»: non solo non trovano alcun elemento che indichi la loro militanza islamica, ma accertano che il secondo è  affetto da «forti disturbi della personalità»; lo trovano nudo sul pavimento, in preda agli effetti di alcol e droghe. Insomma: la storia della scuola di kamikaze, concludono i magistrati, «è destituita di ogni fondamento».

Loquace sugli attentati sventati, sul rapimento di Abu Omar, invece, Pollari è di poche parole. E quelle che dice sono sbagliate. Mente al Parlamento italiano, quando afferma di non sapere nulla del sequestro. E mente al Parlamento europeo, quando, chiamato a riferire davanti alla commissione sui voli Cia di cui fa parte Claudio Fava, dichiara che un anonimo informatore avrebbe rivelato che non ci sarebbe stato alcun sequestro, ma solo una messinscena, perché Abu Omar era d’accordo con la Cia: dopo il rapimento, dopo le torture, anche la “diffamazione” del prigioniero.

Tutte le informazioni fin qui allineate sono a disposizione di qualunque cittadino capace di discernimento. Eppure il governo fa mostra di non saperne nulla e «conferma la sua fiducia» a Pollari. Prodi è almeno due volte vittima diretta delle manovre degli spioni (Telekom Serbjia e il falso dossier europeo sui rapimenti Usa); tre volte Fassino (Telekom Serbjia, le intercettazioni dei Furbetti rossi, le intercettazioni Anas). Eppure entrambi mantengono una calma olimpica.

Certo, è necessaria una grande prudenza quando si tratta di istituzioni dello Stato, ancor più grande quando si interviene nel campo delicatissimo della sicurezza nazionale, del contrasto al terrorismo, degli accordi internazionali con il più potente alleato dell’Italia. Ma la prudenza può essere più forte del rispetto per la Costituzione e per i diritti umani? Il r ispetto delle istituzioni si realizza cacciando gli incapaci e i mascalzoni, o tenendoli al loro posto? Le strutture antiterrorismo sono indebolite dai “pataccari” e da chi commette reati, o da chi fa pulizia?

Il governo di centrosinistra ha buoni motivi per non sottolineare, in questo campo così delicato, la “discontinuità”. Motivi di politica internazionale: meglio non sconvolgere gli equilibri con gli Usa. Motivi di politica interna: meglio non aggiungere nuovi elementi di contrasto tra le disparate componenti della coalizione. Motivi di prudenza: meglio non provocare chi ha in mano tante informazioni, tanti dossier, tante intercettazioni (comprese forse quelle inedite tra l’allora presidente di Unipol Giovanni Consorte e Nicola Latorre, braccio destro di Massimo D’Alema).

D’Alema, forse suo malgrado, è tra i pochi esponenti del nuovo governo apprezzato dai vertici del Sismi sotto inchiesta, come apprezzato è l’ex presidente del Copaco Enzo Bianco. Lo dimostrano alcune intercettazioni: «Questi nuovi hanno sete di potere», dice Pio Pompa a un suo interlocutore. «Ma vuoi mettere Amendola? E Micheli sottosegretario… Figurati!». Per fortuna, però, «Bianco parla benissimo di noi». E ancora: «Ieri è uscita quell’agenzia in cui D’Alema ringraziava pubblicamente Pollari, mandando un segnale durissimo», dice Pompa il 9 giugno. «Guarda che proprio l’ha ringraziato ufficialmente, guarda che è un segnale tosto!».

Quello della sicurezza è un campo minato, che coinvolge le istituzioni, la lotta al terrorismo, i rapporti con Paesi alleati. Un campo in cui s’intrecciano storie complicate, in cui nulla è come sembra, in cui si moltiplicano i giochi di specchi e le ombre incalzano le luci. Ma è possibile che il governo di centrosinistra sia arrivato così impreparato a una vicenda che era aperta da molti mesi e da oltre un anno anche in Italia era seguita dalla parte più attenta della stampa?

L’estrema difesa di Pollari è ora affidata al segreto di Stato. Il direttore del servizio dice ai magistrati: esistono carte che possono dimostrare «non solo la mia estraneità al fatto, ma la mia contrarietà e la mia opposizione al compimento nel territorio italiano di qualsiasi attività illegale a opera di servizi stranieri o dell’istituzione da me diretta». Però questi documenti sono segreti, così gli sarebbe impossibile difendersi.

La procura milanese aveva già chiesto ai responsabili politici della sicurezza, cioè il presidente del Consiglio e il ministro della Difesa, di poter avere eventuali documenti in possesso del governo sul sequestro Abu Omar. Romano Prodi e Arturo Parisi hanno risposto che sì, esistono carte sull’argomento, ma sono coperte dal segreto di Stato, posto dal governo precedente e riconfermato da quello attuale.

Dal punto di vista giudiziario non è un problema: il sequestro di persona è un reato gravissimo e non c’è segreto di Stato che lo possa coprire. La Corte costituzionale ha già stabilito che l’opposizione del segreto non blocca l’indagine, se l’accusa raccoglie elementi di prova per altre vie: quello che la procura di Milano ha fatto. In più, esiste una sentenza della Corte di cassazione secondo cui il diritto di difesa non può essere fermato neppure dal segreto di Stato: dunque Pollari potrebbe già utilizzare il contenuto di quelle carte segrete.

Non lo fa. Perché vuole dare di sé l’immagine di un fedele servitore dello Stato, disposto a immolarsi pur di non infrangere il segreto. Ma anche perché, sconfitto sul piano giudiziario, tenta il recupero sul piano politico. È stato nominato dal governo precedente: sono stati dunque Silvio Berlusconi e l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta ad aver avallato eventuali accordi internazionali o ad aver ricevuto eventuali documenti di generica “dissociazione” dalle prassi americane a cui oggi sembra aggrapparsi Pollari come a un’assicurazione sulla vita. Ma il governo Prodi non sembra aver voglia di mostrare, in questo campo, alcuna “discontinuità” da quello precedente: mantiene il segreto di Stato, riconferma la fiducia a Pollari, prende tempo senza prendere alcuna decisione.

(Micromega, ottobre 2006)

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5 commenti »

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