Angolo del Gigio

febbraio 12, 2006

Umanitario? Osservatorio Iraq, 11 febbraio 2006

Paola Mirenda

Osservatorio Iraq, 11 febbraio 2006

Nonostante la maggior parte dei paesi che partecipano alla coalizione a guida Usa abbiano definito, davanti al loro parlamento e alla loro popolazione,  la propria missione come umanitaria, la situazione in Iraq dimostra due possibili ipotesi: che non si tratti di missione umanitaria, o che sia condotta in modo tale da non  favorire la popolazione irachena.

 

 

Le massicce operazioni militari condotte dalle forze armate statunitensi, di concerto con quelle irachene, hanno creato problemi (dolore e lutto, verrebbe da dire) non soltanto nell’immediato, ma anche nel futuro. Un dolore che dura tutt’ora, un lutto che non si spegne.

 

La provincia di Al Anbar e quella di Niniveh sono senza dubbio le più colpite, in modo incessante fin dall’inizio della guerra.

 

 

Gli attacchi (noti) contro Fallujah si sommano a quelli contro Ramadi, contro Haditha, contro Tal Affar, contro Al Qaim.

 

In tutti gli attacchi, la motivazione è sempre la stessa, “stanare i terroristi di Al Qaeda”, o di al Zarqawi, o prima ancora di Moqtada al Sadr (oggi riconosciuto come leader politico, ma solo due anni fa colpito da mandato di cattura  degli Usa).

 

 

Ma le operazioni militari Usa calpestano ogni regola della guerra, prima fra tutte quella di salvaguardare la popolazione civile, e poi ancora quella di garantire la cura dei feriti.

 

 

Ad Haditha è stato colpito più volte l’ospedale, per impedire, si giustificano i comandi Usa, che diventasse rifugio di “terroristi”. Il dottor Iyad, in una intervista rilasciata a Sabah Ali, collaboratore del Brussel Tribunal,  descrive cos’è successo la scorsa primavera: “La notte tra il 7 e l’8 maggio c’è stato un combattimento tra i mujaheddin e le truppe americane. Una autobomba è esplosa sulla strada principale dietro l’ospedale, si è scoperto in seguito. Le truppe americane armate, con elicotteri e caccia hanno fatto irruzione nell’ospedale verso le 9.30, sparando su tutto e su tutti, potete vedere le pallottole sui muri, bombe, fumogeni… c’era dell’olio di soia nel magazzino delle scorte giornaliere, e si è incendiato. Non è stato permesso a pompieri né volontari di avvicinarsi. Il fuoco ha raggiunto altri reparti del magazzino, le scorte del laboratorio, l’unità di lavaggio e disinfezione, i reparti speciali e altre unità minori. L’incendio è continuato per due giorni. Questi reparti sono stati completamente distrutti. Secondo le stime del comitato locale degli ingegneri, l’edificio deve essere abbattuto e ricostruito dalle fondamenta; anche i tetti cadono a pezzi a causa del fuoco.”

 

 

A pagare le spese di questa guerra è sempre la popolazione, che non ha più la possibilità di curarsi, a volte costretta a chilometri di strada sotto il fuoco per raggiungere un’altra struttura sanitaria.

 

 

Doctor for Iraq”, un’organizzazione di medici iracheni costituitasi nell’ottobre del 2003, ha denunciato più volte la situazione sanitaria del paese, non soltanto in termini di assenza di strutture e di medicinali: quello che  più contribuisce al suo deterioramento sono i continui raid, le incursioni, le minacce, gli omicidi spesso mirati.

 

 Nel 2004, sono stati 71 i medici uccisi , e un numero imprecisato è stato imprigionato.

 

Nonostante gli appelli alle organizzazioni internazionali, resta difficile l’aiuto, anche per problemi “collaterali”: il Dottor Salam, di “Doctor for Iraq”, così liquida l’aiuto italiano: “La situazione in Iraq è attualmente troppo pericolosa per delle missioni di studio o di solidarietà straniere. E le organizzazioni umanitarie non hanno sempre la stima della popolazione. Prendiamo adesso la Croce Rossa Italiana. La loro équipe ha occupato senza imbarazzo lo spazio di consultazione del solo ospedale per diabetici di Baghdad. Tutto intorno hanno eretto…un muro di filo spinato…per proteggersi !. Noi lo chiamiamo « il muro italiano ». Sul prato davanti, hanno disegnato con dei fiori rossi una grande croce . In un paese a maggioranza musulmana, ce ne vuole di coraggio!

 

La vera solidarietà è evidentemente diversa”.

 

 

Alla solidarietà comunque l’associazione a continuato ad appellarsi, anche se non ci sono dati sulle risposte ottenute. Nel giugno 2005 denunciavano  la situazione di Haditha e Al Qaim, chiedendo l’istituzione di una commissione internazionale per chiarire le violazioni della Convenzione di Ginevra.

 

 

Nell’appello lanciato nel giugno 2005 così scrivevanoTestimoni oculari e personale medico della zona hanno raccontato come i soldati Usa abbiano impedito che cibo e medicinali raggiungessero le città di Haditha ed Al-Qa’im e come i due principali ospedali delle città, il personale medico ed le ambulanze siano stati obiettivo degli attacchi. I soldati degli Stati Uniti hanno violato la convenzione di Ginevra ed il diritto internazionale impedendo ai civili l’accesso alle cure sanitarie. I testimoni oculari hanno segnalato almeno un paziente che è stato ucciso a colpi di arma da fuoco mentre si trovava nel suo letto d’ospedale. Ai medici è stato impedito di aiutare i pazienti ed i civili che ne avessero bisogno. Diversi medici e membri del  personale medico sono stati uccisi nell’attacco ed altri sono stati arrestati dalle forze degli Stati Uniti entrate nell’ospedale (…)”  .

 

 

Un appello che è stato ripetuto pochi mesi più tardi, ma che è  ancora rimasto senza risposta. (1)

 

 

Nel luglio di quest’anno, come riporta l’agenzia Reuters, i medici di un ospedale di Baghdad hanno proclamato uno sciopero per protestare contro le incursioni negli ospedali (2)  . Nel marzo 2005 il Ministero dell’Interno iracheno confermava di aver inviato un promemoria alle forze armate affinché si astenessero dall’ingresso negli ospedali, segno questo di una situazione tanto quotidiana quanto pericolosa.

 

Denunce sulla situazione degli ospedali in Iraq, e sulla violazione della loro neutralità vengono anche, seppure in modo indiretto, dalle Nazioni Unite.

 

 

IRIN, l’agenzia di informazione dell’Onu sulle crisi, riferisce in più casi di attacchi contro i civili e contro gli ospedali, a partire da Ramadi, una delle prime città ad essere bersaglio dei raid iraqo-statunitensi nel 2005, dove la popolazione, terrorizzata dall’esperienza di Fallujah, è iniziata a scappare all’avvicinarsi dei primi combattimenti, per timore di fare una fine disastrosa .

 

 

 

 Nel giugno del 2005 la ‘Operazione Spears’ ha costretto alla fuga migliaia di residenti della città di Karabilia, e per cinque giorni bombardamenti continui si sono susseguiti sulla città. Secondo Mazeen Saloon, segretaria generale della Mezzaluna Rossa intervistata da IRIN, “la gente è tornata indietro per provare a riavere ciò che resta dalle loro case distrutte. Sulla base delle informazioni dai nostri volontari all’interno del villaggio, circa il 40 per cento delle costruzioni del villaggio sono parzialmente o completamente distrutte“.

 

 

 

Ma la situazione più grave è stata probabilmente quella della cittadina di Al Qaim, dove i bombardamenti, iniziati già nel 2004, sono continuati per tutto l’anno successivo, con una massiccia intensificazione nel mese di maggio. La portavoce della Mezzaluna Rossa, Firdous al Abadi,  così dichiarava  ad IRIN: “L’Iraq non può accettare di nuovo un altro disastro umanitario come Falluja. Persone innocenti si trovano in mezzo alla battaglia. E’ una ingiustizia contro gli iracheni, specialmente i bambini”.

 

Non solo è stato posto sotto assedio l’ospedale cittadino, ma anche l’ospedale da campo, situato nei pressi, è stato bombardato.

 

 

 

Ad Al Qaim la popolazione si è trovata bloccata nella città, senza la possibilità di fuggire. Chi lo ha fatto, vive tutt’ora in attesa di un ritorno, in una città che ha visto la distruzione di almeno il 30% degli edifici, e dove mancano le strutture più elementari. Nel mese di novembre 2005, oltre sei mesi dopo l’offensiva maggiore (denominata ‘Operazione Matador’) e nel pieno di una delle tante ‘offensive di contenimento ’, erano, secondo la Mezzaluna Rossa, almeno 100.000 i rifugiati fuggiti dalla città irachena di Al-Qaim e dai villaggi circostanti a causa delle offensive militari degli Stati Uniti .

 

 

A loro si sono aggiunti i rifugiati di altre cittadine della stessa provincia, quella di Al Ambar, colpite anch’esse dai raid Usa. Persino i volontari medici che sono arrivati a portare il loro aiuto non sanno più cosa fare: “Alcuni casi sono critici, e perfino il mio aiuto qui è inutile. Hanno bisogno dell’ospedalizzazione e qui non è fornita“, ha detto il Dottor Ahmad Rabia’a, un medico volontario a Rawa.  E’ stata data notizia che alcune persone ferite sono morte  nel viaggio verso Fallujah“, dove si trova l’ospedale più vicino, distante 20 chilometri..

 

 

 

A Tal Affar l’offensiva è iniziata nell’agosto 2005, costringendo alla fuga almeno 5000 famiglie, che hanno trovato rifugio sia presso familiari e amici sia presso le tendopoli allestite dalla Mezzaluna Rossa. In questa occasione, la Croce Rossa Internazionale ha invitato, una volta ancora, tutti coloro che sono coinvolti nei combattimenti in Iraq a rispettare le norme fondamentali del diritto internazionale umanitario, fra le quali c’è quella di prendere ogni precauzione possibile per risparmiare i civili, e per garantire che in tutte le operazioni militari vengano rispettati i principi di distinzione [fra civili e combattenti] e di proporzionalità”.

 

 

A guardare il primo resoconto del quotidiano iracheno “Azzaman”, la distinzione tra civili e combattenti non è stata fatta neanche in questo caso: “(…) I bombardamenti finora hanno ucciso parecchie persone ed ne hanno ferito molte altre. Quelli che restano  soffrono da mancanza di acqua, di cibo e di servizi medico-sanitari. Neppure il castello storico della città, apprezzato per le sue antiche case e dimore, è stato risparmiato dai bombardamenti degli Stati Uniti.(…) La gente ha paura anche di uscire per andare a raccogliere i corpi dei loro morti o per aiutare i feriti. Le truppe Usa hanno circondato la città e ora impediscono a chiunque di entrare o uscire”.  (3)

 

 

Pochissima l’informazione su quello che è accaduto nella cittadina del nord iracheno, e anche alle organizzazioni umanitarie per molti giorni è stato impedito di entrare in città. IRIN riporta le dichiarazioni di Fardus al Abadi ( portavoce della Mezzaluna Rossa), autorizzata ad entrare in città il 23 settembre, due settimane dopo l’inizio dei raid: : “Hanno ritardato il nostro ingresso a Tall Afar per impedirci [di vedere] la realtà e la distruzione sofferta dalla città durante questi combattimenti”. Per due settimane è stato impedito alle organizzazioni umanitarie di portare il proprio aiuto, lasciando i soli medici locali a fronteggiare una situazione gravissima.

 

 

Nel rapporto di novembre sulla situazione dei diritti umani in Iraq, la Missione delle Nazioni Unite per l’Iraq (UNAMI),  confermando che più  di 10.000 famiglie sono state sfollate a causa delle operazioni in corso nei governatorati di Al Anbar e di Ninive, deplorava che l’accesso degli sfollati ai servizi di base fosse pesantemente impedito, così come  l’impedimento all’accesso dell’assistenza umanitaria, compreso il sequestro di medicine e l’occupazione da parte delle forze armate degli ospedali nel quadro delle operazioni ad Al Anbar.

 

 

 

Quattro mesi dopo, in un articolo del 31 dicembre, ancora il  quotidiano Azzaman faceva il punto sulla situazione della ricostruzione di Tel Affar: “Le strade di Tel Affar sono ancora ricoperte da detriti e immondizia. I rifornimenti di acqua e di elettricità  sono discontinui. La maggior parte degli edifici governativi, come ospedali e scuole, che sono stati pesantemente danneggiati, sono ancora da ricostruire”.

 

 

 

Quello della ricostruzione delle infrastrutture, soprattutto sanitarie, è un argomento scottante.

 

 

 

In una intervista rilasciata a Amy Goodman, nel programma “Democracy Now!”, Dahr Jamail raccontava, tra l’altro, la sua inchiesta sulla situazione sanitaria in Iraq. Ne viene fuori un quadro sconcertante anche dal punto di vista della ricostruzione, che per queste strutture non è mai partita davvero.

 

 

Un articolo del Los Angeles Time del 30 ottobre 2005 () fa il punto sulla situazione: pochi progetti, generalmente faraonici, e nessun aiuto concreto alle reti di ambulatori e dispensari medici distrutte dalla guerra.

 

 

Il Washington Post, nel raccontare le storie dei feriti iracheni, che non vengono conteggiati  da nessuno, illustrava anche le difficoltà degli ospedali traumatologici, che hanno esaurito le loro scorte e che non sono più in grado di curare i feriti a cui sono stati amputati uno o più arti .

 

Nella sostanza, nessun aiuto concreto: le grandi opere non saranno terminate prima di qualche anno, e nel frattempo la situazione si deteriora sempre più.

 

 

 

E’ anche difficile ricostruire strutture in città che di continuo sono sottoposte a bombardamenti. Delle città finora citate, tutte hanno subito più di un attacco nel corso dello stesso anno: la forma indiscriminata dei bombardamenti rende poco produttivo ricostruire ospedali, scuole, che potrebbero non reggere alla successiva ondata di artiglieria.

 

 

E’ la paura che si percepisce nelle parole degli sfollati, che preferiscono non tornare, che forse non torneranno finché le truppe di occupazione non andranno via: Non posso ritornare ad Al-Qaim perché voglio che i miei bambini vivano a lungo” , racconta Saleh Rawi, un residente di Al-Qaim e padre di tre bambini, di cui si prende cura in un accampamento dell’IRCS vicino a Rawa. “I militari torneranno e distruggeranno altre case,  e non voglio che  i miei bambini vedano questo

 

  

 

 

 

(1)     vedi anche : Bombardamento su Al Qaim e  Nuovi attacchi su Al Qaim

 

      

 

 

 

      (2) vedi anche: medici in sciopero

 

      

 

 

 

      (3) vedi anche: Tal Affar, famiglie in fuga

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febbraio 10, 2006

Web – Limitazione delle libertà, interessi delle corporation e disinformazione

Internet e P2P, torna la caccia alle streghe31 Gennaio 2006 – Due siti sono stati oscurati per l’incredibile colpa di segnalare orari e canale di partite del campionato di calcio visibili gratis e legalmente. Mentre si discute di pirati e diritti, l’Italia perde l’occasione di una crescita culturale ed economica che va bel oltre la visione di match sportivi o il download dell’hit del momento e che invece sta facendo decollare la Cina, un gigante che tutti temono qualunque cosa faccia…

È tornata la caccia alle web-streghe. Dopo la pedofilia (causa giusta), i famigerati Mp3 (crociata discutibile), oggi siamo alla delirante guerra per i diritti sullo streaming, cioè la trasmissione di contenuti video via Internet.

 

Il 28 gennaio 2006 la Guardia di Finanza sequestra i server di due siti italiani.

Secondo quanto dichiarano le Fiamme Gialle, calciolibero.com e coolstreaming.it consentivano attraverso connessioni Internet la visione di eventi sportivi in diretta, tra i quali partite del campionato italiano di calcio di serie A e B.

 

I gestori dei siti sono stati iscritti nel registro degli indagati per aver violato la normativa sul diritto d’autore. L’inchiesta era scattata nell’ottobre scorso dopo un esposto presentato da Sky.

 

 

Illuminismo del XXI secolo

 

 

Ecco cosa scrive Repubblica.it: “Sotto inchiesta due siti. Il segnale viene “rubato” da network cinesi che trasmettono legalmente”.

 

Proviamo a spiegare il meccanismo reale:

 

 

Punto 1 – CCTV, la “Rai” cinese, ha comprato i diritti per il campionato italiano (così come per quello tedesco, o le olimpiadi di Torino, o i mondiali di Germania di cui è Official Broadcaster…)

 

Punto 2 – Synacast, un consorzio asiatico di importanti aziende e network tv, ha sviluppato un software innovativo e di altissimo livello che chiunque può scaricare gratis e che permette la visione fluida di una serie di canali asiatici (tra cui la versione orientale di molte reti occidentali tipo Espn, Hbo, National Geographic…), ottimizzando la “banda larga” dei nostri fornitori.

 

Punto 3 – I redattori di calciolibero, così come molti altri siti (in maniera meno efficace), si divertono a spulciare i palinsesti di CCTV e di qualche altro canale, attivano il traduttore di Google da cinese semplificato ad inglese, e con qualche approssimazione pubblicano l’ora ed il canale delle trasmissione delle partite (non solo quelle italiane).

 

Cosa c’è d’illegale in questi tre passaggi? Meno che mai è strano l’ultimo punto! Altro che “rubare il segnale”!

 

Del resto, come riconosce in contemporanea Corriere.it, il provvedimento è inefficace perché altri siti nasceranno, e faranno lo stesso lavoro.

Anzi, la vicenda porterà una enorme pubblicità al meccanismo e farà nascere tanti emuli dei siti chiusi, esattamente come avvenne con la crociata contro Napster: da allora, chiuso il progenitore, i sistemi di condivisione di file si sono moltiplicati e perfezionati.

In effetti, tanti altri siti come Calciolibero esistono già, ma sono meno efficaci, meno puntuali e quindi meno frequentati.

In effetti, i due siti maggiori sono stati colpiti perché… più bravi degli altri!

 

 

La guerra tra vecchia e nuova economia

 

Oltre che uno scontro tra libertà e repressione siamo di fronte ad uno scontro globale di interessi che deriva da questa nuova rivoluzione industriale: sarebbe bello che non facessimo solo da spettatori di notizie deliranti…

 

Da un lato le case discografiche cercano di limitare lo scambio di brani digitali, dall’altro l’industria dei lettori Mp3 è una delle più fiorenti (negli Stati Uniti la vendida legale di brani sul web supera in alcuni casi gli acquisti in negozio, per esempio sul portale Apple che ha fatto da battistrada).

 

Da un lato le case cinematografiche inorridiscono a sentire parlare di Divx, dall’altro sono pochi i lettori in commercio che non supportano questo standard.

 

La tv via Internet apre nuovi scenari commerciali, ed uno spot diffuso in tutto il mondo appare molto più appetibile di un comunicato su scala nazionale.

Senza contare l’industria del software, quella dei fornitori di connettivita’, le agenzie specializzate in pubblicita’ sui nuovi media (il programma Google Adwords ha proiettato la societa’ californiana direttamente in borsa).

 

Scrive Corriere.it:

Alcuni siti e alcuni forum sono diventati dei veri e propri «Tv Sorrisi e Canzoni» della situazione, con segnalazione di tutti gli eventi principali della settimana e indicazioni tecniche su come seguirli. È probabile che proprio su questi siti si sia concentrata l’attività delle Fiamme Gialle.

 

La questione è controversa: siti e forum «agevolano» semplicemente la diffusione dei software sopracitati, dal punto di vista tecnico simili al diffuso BitTorrent. Programmi P2p in cui ogni utente scarica dati e fa scaricare ad altri nello stesso tempo. In questo modo la banda passante dei server delle tv orientali che danno gli eventi viene moltiplicata, e migliaia di persone possono seguire l’evento live sul proprio computer, con una qualità che spesso ha poco da invidiare alla tv (cronaca in mandarino a parte, ma anche su questo punto gli “smanettoni” hanno trovati mezzi per ovviare al problema – banalmente aprire il player con Radiouno e metterlo in pausa per qualche minuto…, nda). Se lo stesso numero di persone si collegasse, contemporaneamente, al server web cinese che dà la partita su web, questo collasserebbe per la richiesta eccessiva.

I sequestri di oggi segnano dunque una nuova offensiva sul fronte del P2p e dei diritti digitali. Difficile però che l’iniziativa sia di una qualche efficacia. Siti come Coolstreaming.it non «consentivano, attraverso connessioni internet, la visione di eventi sportivi in diretta» (come affermato dalla Guardia di Finanza, nda). Erano e sono i software come pplive a consentire la visione degli eventi. E non si può «spegnere» un programma. Si possono spegnere siti e forum di informazione come Coolstreming.it (che agevolano la visione dell’evento, questo sì), ma probabilmente ne nasceranno altri. L’unico mezzo sarebbe bloccare la trasmissione via web delle partite direttamente ai server orientali, cinesi o taiwanesi che siano. Ma l’impresa appare oggettivamente difficile.

 

 

La repressione cinese

 

C’è modo e modo di reprimere, di ostacolare la libera circolazione delle informazioni. Si può punire chi commette un reato o colpire nel mucchio. Si può mantenere un’assenza di regole che favorisce gli arbitri o promulgare leggi chiare. Si possono perseguire reati o semplicemente spargere il terrore sperando di favorire interessi forti.

 

In assenza di una legislazione organica, in alcuni casi le testate internet vengono equiparate sic et simpliciter a quelle del giornalismo cartaceo. Talvolta si e’ arrivati al sequestro dei server, anche all’estero quando il sito era ospitato da un provider straniero.

Qualche altra volta la polizia si limita a sostituire l’home page con una dicitura che avvisa del procedimento penale in corso e che provoca un danno enorme ai gestori del sito.

Spesso c’e’ l’urgenza di agire, di fare qualcosa per impedire un presunto illecito, e il doversi occupare di una materia oscura per i piu’ porta ad abusi, illeciti, mostruosita’ giuridiche ultima delle quali quella di Sky che – incapace di impedire ai network asiatici la trasmissione delle partite (del resto anche loro le hanno pagate) – se la prende con l’anello piu’ debole, alcuni siti che diffondevano informazioni utili agli utenti per non farsi depredare fino all’ultimo centesimo dal satellite di Murdoch o dal digitale terrestre di Berlusconi.

 

Del resto, in questi mesi e’ stato il governo cinese ad imporre a grandi aziende occidentali imposizioni e condizionamenti impensabili, dalla censura sui siti a blocchi sui blog fino a controlli sulle telefonate Voip.

Queste grandi corporations, che amano vestirsi da icone della liberta’, con una immagine leggera, amichevole, ‘californiana’, hanno pesantemente calato la testa alla dittatura di Pechino.

 

 

P2P. Un dibattito che non c’e’

 

Mentre l’Italia si distingue per provvedimenti repressivi e ridicolmente inefficaci, l’Asia cresce e produce tecnologia che rivoluziona il modo di concepire e fruire la televisione.

I problemi del telespettore non sono piu’ il canone o l’invadenza degli spot ma la conoscenza delle lingue ed il calcolo del fuso orario.

 

La tecnologia P2P applicata al video risolve un problema che i broadcaster occidentali ancora considerano come un limite pesante: il numero di spettatori.

 

Col sistema P2P piu’ siamo meglio condividiamo ed ottimizziamo la banda a disposizione, col sistema tradizionale se siamo in troppi il server va giu’.

Il telespettatore diventa ripetitore del segnale ma anche potenziale emittente di trasmissioni condivise che possono espandersi, connettersi tra gruppi di ascolto, collegarsi ai blog ed essere fruite in qualunque momento ed ovunque col podcasting, scaricando cioe’ i file dei programmi e guardandoli su un lettore portatile, come ad esempio i cellulari di nuova generazione.

 

Si parla di tutto questo nel mainstream dei media italiani? Macche’! Si delira sui segnali rubati, che’ tutto cio’ che non si conosce bene e’ pirateria, la tv e’ sempre e solo raimediaset e i loro spazi contesi per rimbecillire una platea narcotizzata…

L’utima volta che l’Italia provo’ a non essere terzo mondo informatico, acquirente e fruitore di sistemi prodotti da altri paesi, fu con l’Olivetti. Da allora, nulla piu’.

 

 

La biblioteca di Alessandria

 

In una societa’ impaurita dalla crisi economica e quindi ammorbata da richiami a passati ideali, fantomatiche tradizioni, generiche nostalgie, religiosita’ improvvise, e’ difficile che esista una fiducia progressista nel futuro, specie se questa ci impone un cambiamento che va ben oltre le nostre abitudini a lamentarci per la tv ‘che non tramette cose interessanti’.

 

Chissa’ quanti uomini di cultura e grandi utopisti del passato hanno sognato una biblioteca globale, un sistema di connessione che copre il globo terracqueo e che permette con un gesto di avere accesso da casa propria a libri, musica, film composti in tutte le epoche ed in tutti i paesi.

 

Con la tecnologia P2P siamo vicinissimi a realizzare questa utopia, e pesera’ per sempre sulla nostra epoca il fatto di non essercene accorti, troppo impegnati nel triste dibattito tra malati di calcio, discografici giurassici, detentori di diritti sulle partite, giornali che vedono pirati ovunque.

 

Leggiamo alcuni passi di un articolo pubblicato da punto-informatico.it:

(Negli anni passati abbiamo letto della possibilita’ di Internet di) avvicinare culture diverse ed ampliare le possibilità di crescita personale tramite il libero scambio di idee, di concetti, di emozioni e di creatività. Insomma si pensava ad una rivoluzione culturale intesa non come lo smantellamento di idee e ideologie preesistenti, ma come la possibilità, tendente all’infinito, della divulgazione di idee e ideologie.

 

Dai produttori di hardware e di software, dai fornitori di connettività a quelli di fonia, dai governi alle unioni fra stati sembrano avere un unica parola d’ordine: protezione.

 

Cosa c’è da proteggere?

Con le potenzialità di una diffusa connettività ci si poteva immaginare una corsa all’innovazione per sfruttarne le potenzialità a livello di creatività e di contenuti, non certo una ricerca costante dell’impedimento tecnico nell’uso della stessa. Ed invece le notizie che leggiamo ogni giorno sono sconfortanti. Invece di offrirci novità, gli operatori ci offrono gli stessi prodotti e servizi di sempre con il tentativo onnipresente di limitarne l’uso non a seconda delle nostre necessità, ma dei loro profitti imprenditoriali.

 

La RIAA americana che ha messo in piedi una campagna terroristico-legale contro studenti e casalinghe per il download illecito di pochi brani musicali, gli internet provider che con tecniche di retaining furioso che preferiscono lasciare gli utenti senza connessione mesi pur di scoraggiare il passaggio alla competizione, gli operatori di telefonia che bloccano i cellulari e gli operatori UMTS che invece di offrirci i vantaggi della banda larga mobile come ci si aspettava, ci costringono a navigare (velocemente, per carità) nel catalogo online dei loro servizi a pagamento.

 

Ed ancora: il nuovo Windows Vista 64 bit che non permette l’installazione di driver non firmati, (ma non era mio il computer?) i sistemi DRM grazie ai quali l’utente inesperto non riesce neanche a trasferire gli mp3 registrati col suo gruppo in cantina dal portatile al computer di casa, bozze di legge che bandiscono lo sviluppo di prodotti che potrebbero essere usati per scopi illegali.

Fra i casi più agghiaccianti c’è quello dei server P2P “civetta”, (Ndb. eMule) che sembrano normali server per lo scambio di file, ed invece raccolgono informazioni sugli utenti, utili per far partire denunce. Un po’ come aprire copisterie per poi denunciare chi fotocopia i libri.

 

Insomma appare chiaro che gli operatori vedono gli utenti come nemici del profitto e come tali devono essere controllati, limitati, terrorizzati e soprattutto spremuti fino all’ultima goccia.

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