Angolo del Gigio

Marzo 1, 2008

Il Parlamento degli inquisiti (tratto da www.antoniodipietro.it)

Mani Sporche, la vita di Berlusconi Il Parlamento degli inquisiti

Inizio da oggi la pubblicazione di alcuni brani tratti da “Mani Sporche“, libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio.

“Il 13 maggio 2001 Silvio Berlusconi vince le elezioni e torna a Palazzo Chigi. Molte cose sono cambiate rispetto al 1994, l’anno della sua «discesa in campo».

Al Quirinale non siede più Oscar Luigi Scalfaro, ma - dal 1999 - Carlo Azeglio Ciampi, eletto anche con i voti del centrodestra (contrarie soltanto la Lega e Rifondazione comunista) in seguito a uno dei tanti accordi bipartisan che hanno costellato il quinquennio dell’Ulivo.

Monnezza Politica Nel 1994 il Cavaliere era, almeno personalmente, intonso da accuse giudiziarie.

Nel maggio 2001 è un pluri-imputato con un cumulo impressionante di carichi pendenti: la prescrizione in Cassazione per la tangente di All Iberian a Craxi; la prescrizione in appello per le mazzette alla Guardia di finanza; l’indagine non ancora archiviata a Caltanissetta per le stragi di Capaci e via d’Amelio; l’inchiesta aperta in Spagna per Telecinco; cinque processi in corso: tre per falso in bilancio (Lentini, All Iberian-2, consolidato Fininvest) e due per corruzione in atti giudiziari (Sme-Ariosto e Lodo Mondadori).

Mai, nella storia dell’Occidente industrializzato, un personaggio in queste condizioni ha potuto soltanto pensare di candidarsi alla guida del governo del suo Paese. Un personaggio al quale la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta dedica un intero capitolo della sentenza - depositata il 23 giugno 2001 - che condanna 39 boss di Cosa nostra (di cui 29 all’ergastolo) per la strage di via d’Amelio.

Sono una persona rispettabile. Un capitolo intitolato «I contatti fra Salvatore Riina e gli on.li Dell’Utri e Berlusconi», nella sezione dedicata a «I moventi» dell’eccidio che costò la vita a Paolo Borsellino. Un capitolo in cui si scrive, fra l’altro, che Cosa nostra intrecciò con Berlusconi e Dell’Utri «un rapporto fruttuoso, quanto meno sotto il profilo economico»; che per anni il gruppo Berlusconi versò alla mafia «regalìe» sotto forma di «consistenti somme di denaro»; che all’incasso provvedeva inizialmente Vittorio Mangano, il fattore della villa di Arcore, finché dagli anni Novanta Totò Riina decise di gestire il rapporto in prima persona: infatti, «nell’ottica di Cosa nostra, questo rapporto era certamente da coltivare, e ciò spiega il diretto interessamento di Riina e l’estromissione di Mangano dal ruolo assegnatogli». Dunque - concludono i giudici nisseni - anche in questa direzione bisognerà «indagare per individuare i convergenti interessi di chi all’epoca era in rapporto di reciproco scambio con i vertici di Cosa nostra» e per dare un volto ai «non improbabili mandanti occulti delle stragi» del 1992-93.

Ma dei temi della legalità, nella lunga campagna elettorale iniziata sul finire del 2000, si parla poco o nulla. La questione morale pare definitivamente accantonata dalle principali forze politiche. Il centrosinistra - che candida a Palazzo Chigi come premier Francesco Rutelli e come vice Piero Fassino - evita di insistere sull’argomento. Anzi, il 2 febbraio 2001 alcuni suoi leader organizzano una cerimonia di riabilitazione di Craxi, scomparso in latitanza un anno prima: a Palazzo San Macuto, sede distaccata della Camera, il presidente Luciano Violante invoca una «pacificazione» con Tangentopoli e rilancia l’idea craxiana della commissione parlamentare d’inchiesta.

L’ex ministro socialista e ora giudice costituzionale Giuliano Vassalli sostiene che «Craxi è morto in doloroso esilio». Il tutto alla presenza dei familiari di Craxi, ma anche di Berlusconi, Giuliano Amato, Francesco Cossiga, Massimo D’Alema e vari ex socialisti, molti dei quali condannati.

Al termine Stefania Craxi consegna a Violante «le carte dell’archivio privato di Craxi». Nessuno ricorda che, nell’archivio sequestrato nel 1995 in via Boezio a Roma, c’era anche un “dossier dedicato a Violante.

Mani Sporche, la vita di Berlusconi

Proseguo la pubblicazione di alcuni brani tratti da “Mani Sporche”, libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio.

Delinquente Comune“Il 13 maggio la Casa delle libertà - la nuova alleanza fra il Polo e la Lega - si aggiudica 368 deputati (l’Ulivo 247, Rifondazione 11, altri 4) e 176 senatori (l’Ulivo128, Rifondazione 4, Democrazia europea 4, L’Italia dei Valori dipietrista 1, altri 4). Nel maggioritario alla Camera, il divario fra Casa delle libertà e Ulivo è piuttosto esiguo: 16.948.194 voti (45,5 per cento) contro 16.335.807 (43,8 per cento). Ma sul proporzionale, sempre per la Camera, il distacco aumenta sensibilmente: 18.417.844 (49,6 per cento) alla Casa delle libertà, 12.922.287 (35 per cento) all’Ulivo, 1.868.659 (5 per cento) a Rifondazione comunista e 1.443.271 (3,9 8) ai dipietristi. Questi ultimi mancano di un soffio il quorum che garantirebbe loro una significativa rappresentanza in Parlamento. Per circa quarantamila voti l’ex pm di Mani Pulite rimane fuori dal Parlamento (anche perchè il suo unico eletto, il neosenatore Valerio Carrara, passa subito con la maggioranza). L’ex magistrato paga a caro prezzo la rottura consumata con l’Ulivo nel maggio 2000 quando, caduto il governo D’Alema, il centrosinistra ripescò Giuliano Amato. E Di Pietro rifiutò prima di diventare suo ministro, poi di votargli la fiducia (”Non potevo perdonargli - spiega oggi - la partecipazione alla direzione socialista “del poker d’assi”, nel 1992, quando Craxi tirò fuori i dossier dei servizi per bloccare Mani Pulite e Amato, lì presente, non disse una parola, salvo poi raccontare che era andato al bagno.. “). Per quel “no” Di Pietro è stato espulso dai Democratici, il nuovo partito che ha appena fondato insieme a Prodi, Rutelli e Cacciari, e alle elezioni ha dovuto correre da solo, anche in polemica con lo scarso impegno dell’Ulivo sul tema della legalità e con la presenza di “troppi candidati riciclati e inquisiti”.

Sostieni la Squadraccia Mai come questa volta, infatti, le liste elettorali sono state infarcite di personaggi nei guai (provvisori o definitivi) con la giustizia. Quasi tutti candidati in collegi sicuri, e quindi eletti con ampio margine. Oltre alle scontate conferme di Berlusconi, Cesare Previti, Marcello Dell’Utri, Umberto Bossi, Giorgio La Malfa, Massimo Maria Berruti, Gaspare Giudice, Giuseppe Firrarello e Vittorio Sgarbi, spiccano le new entry di noti protagonisti di Tangentopoli come Aldo Brancher (poi promosso viceministro delle Riforme istituzionali), Giampiero Cantoni, Romano Comincioli; e i ritorni di pregiudicati come Antonio Del Pennino, Egidio Sterpa, Alfredo Vito e Gianstefano Frigerio. Quest’ultimo, dirottato in Puglia e ribattezzato “Carlo” per renderlo meno riconoscibile, viene regolarmente eletto nel proporzionale con Forza Italia, ma non riuscirà nemmeno a metter piede alla Camera: il primo giorno della nuova legislatura verrà raggiunto da un ordine di carcerazione in ospedale, lì piantonato dai Carabinieri e poi tradotto agli arresti domiciliari, dovendo scontare tre condanne definitive a un totale di sei anni e otto mesi per concussione, corruzione, ricettazione e finanziamento illecito.”

Tratto da: www.antoniodipietro.it

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