Angolo del Gigio

Agosto 31, 2007

Quando dici immondizia, dici oro. La Voragine Campana!

Tutto l’oro gettato nei rifiuti campani

Dentro_2 Nel numero in edicola de L’espresso trovate un articolo di Marco Ratti sui costi dell’emergenza rifiuti in Campania. Eccone una sintesi.
La situazione in Campania continua a precipitare, trasformandosi da disastro ambientale in allarme sanitario. Con il caldo si moltiplicano i roghi di immondizia che disperdono diossina nell’aria e nei terreni. Ma un’epidemia c’è già: è quella dei conti pubblici. Perché per tamponare il problema fino al 2005 si sono già spesi 856 milioni di euro nella sola Campania, senza che la normalità si sia avvicinata. La Corte dei conti con una relazione monumentale ha cercato di capire come siano stati utilizzati i fondi gestiti dai commissari straordinari del governo in tredici anni di ordinaria emergenza. Risultato: per ripulire Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Lazio a fine 2005 se ne erano già andati 1.800 milioni di euro. Di questi, quasi 400 milioni ossia 800 miliardi di vecchie lire erano stati impiegati per pagare stipendi e uffici. Una montagna di soldi sommersa dalla spazzatura, senza che gli obiettivi siano stati neppure lontanamente sfiorati.
L’occhio del ciclone è in Campania, dove sono stati bruciati più di 850 milioni fino al 2005. Dal ’94 a oggi, ai vertici della struttura si sono alternati il prefetto Guido Improta, i governatori Antonio Rastrelli, Andrea Losco, Antonio Bassolino, un altro prefetto, Corrado Catenacci, e dallo scorso ottobre il capo del dipartimento della Protezione civile, Guido Bertolaso. Insomma, uomini di destra e di sinistra, grand commis e superprefetti ma al termine di ogni “reggenza” l’esito finora è stato sempre lo stesso: nuova proroga dello stato di emergenza perché il problema non era stato risolto.
Eppure, chi lavora per l’emergenza non si è fatto mancare proprio nulla. Nel 2005 la struttura commissariale era composta da 101 persone, anche se a fine 2006 un’ordinanza della presidenza del Consiglio ha fissato il tetto massimo a 70 dipendenti. I magistrati contabili fanno notare che «nel corso degli anni si è prodotto un aumento rilevantissimo delle indennità e dei compensi ai commissari, vicecommissari e subcommissari», arrivando a superare i 10 mila euro mensili. Inoltre, la mancanza di controlli interni ha consentito gravi irregolarità. Con i telefoni pagati dal commissario, i dipendenti si sono concessi qualche lusso di troppo: tra il ’99 e il 2003 le chiamate, escluse le ricariche, hanno inghiottito 724.680 euro, «e non sono poche quelle internazionali o verso i numeri speciali». E non è tutto. Secondo un documento dell’Ispettorato generale della Ragioneria dello Stato, «il commissario ha proceduto al rimborso delle spese sostenute dal subcommissario per raggiungere la sede di servizio (Napoli), senza tener conto che il compenso corrisposto era onnicomprensivo» e quei soldi, quindi, non gli erano dovuti. Il tutto, per un totale di 35 mila euro di biglietti aerei e spese pasti per oltre 7 mila. E nell’attribuzione di incarichi esterni, tornando
La conclusione dei giudici è drammatica: le soluzioni sono state varate solo quando diventavano un affare d’oro per le aziende. La Corte scrive: «Si ricava l’impressione che solo nel momento della coincidenza degli interessi pubblici con quelli privati, e assecondando sostanzialmente questi ultimi, la parte pubblica si sia attivata per porre fine a una situazione sempre più insostenibile». Nell’attesa di uscire dall’emergenza, i camion della nettezza urbana macinano più soldi che immondizia. Quando poi a pesare sui conti non sono i biglietti dei treni: 60 milioni di euro sono stati spesi per i convogli ferroviari che hanno portato i rifiuti in Germania. E questo solo per il periodo compreso fino a marzo 2004: denaro finito letteralmente nella spazzatura.

Fonte : www.spreconi.it 

Pianeta Mafia chiama Terra, Silvio rispondi!!

Un’Ancora da 75 mila euro

Iorio_250Linda Lanzillotta, ministro per gli Affari regionali, ha messo sotto la lente d’ingrandimento il Molise e il suo presidente forzista Michele Iorio. Il governo ha avviato la procedura di impugnativa di fronte alla Corte Costituzionale della legge regionale co n la quale si istituiva la nuova figura del sottosegretario alla presidenza della Regione: “Figura in contrasto con l’articolo 123 della Costituzione”, sostiene il governo. Il progetto di legge, votato a febbraio dal solo centrodestra, era stato presentato dal consigliere di Forza Italia Tony Incollingo, poi nominato primo sottosegretario nella storia della Regione Molise.

Sono una persona rispettabile.Sempre Iorio ha arricchito la lista dei suoi consiglieri personali arruolando, con un contratto da 75 mila euro, l’attivista di Forza Italia Nelida Ancora: si occuperà di non meglio precisate ‘attività economiche’. Nata in Argentina, ma di origine calabrese, nel suo curriculum, oltre a una candidatura alle europee del 2004, spiccano impieghi presso il Bambin Gesù, la Camera di Commercio di Roma e l’Ice. La nota dominante, precisa la stessa Ancora nel suo sito personale, è però il forte impegno per la diffusione della dottrina sociale della Chiesa. E tra gli incarichi svolti in questo ambito si segnala quello di portavoce di padre Fedele Bisceglia, il focoso frate cappuccino di Cosenza noto alle cronache per aver redento la pornostar Luana Borgia e per essere finito in carcere con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di una suora.

L. Q. su www.spreconi.it

Sicilia, 2007 - Soldi ai Porci, e agli Amici Merdaset

Cantare per Cuffaro

Dalla Sicilia arriva un contributo di 200 mila euro per Claudio Baglioni. Il finanziamento è stato erogato dalla Silvio Berlusconi (Ladrone)Regione presieduta da Totò Cuffaro alla Bag Produzioni srl, società che cura i contratti del cantante, per l’organizzazione del Festival musicale “O’ Scià 2007”, che si svolgerà dal 23 al 29 settembre sull’isola di Lampedusa. Lo stanziamento è stato ratificato dall’assessore siciliano al Turismo, Dore Misuraca (Forza Italia), che ha firmato un decreto con il quale concede complessivamente 7 milioni a più di 200 manifestazioni. Ottimo incasso, a quanto pare, per la tappa catanese del Festivalbar: 300 mila euro all’agenzia Musica & Guai. Gli amministratori siciliani si fanno notare anche per la passione per i cavalli, con un fondo di 150 mila euro per sponsorizzare la Regione al Gran premio ippico di Milano; altri 100 mila euro restano sull’isola, a Siracusa, per Hyblon, corsa internazionale a ostacoli. All’appello non manca la nobile disciplina degli scacchi, con l’Accademia scacchistica di Palermo che incassa i suoi bei 100 mila euro per il campionato giovanile. L’Accademia nazionale della politica se ne è assicurata 120 mila (forse per studiare i tagli ai famosi costi della politica?), mentre alla mostra su “Pinocchio, un naso lungo 120 anni”, in programma a Monreale, è destinato un contributo minore, solo 20 mila euro.

G. Mas. - su www.spreconi.it

Ma a Palermo si fa festa

Oltre due milioni. Per la precisione 2.276.431,44 euro. Tanto costeranno ufficialmente i festeggiamenti per i sessant’anni dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana. Cifra di tutto rispetto ma non esaustiva. Perché, come spiega una nota a margine, «gli importi sono al netto di oneri fiscali e previdenziali». Il che significa che lo stanziamento pubblico sarà più alto di circa un milione. I festeggiamenti andranno avanti per tre mesi tra mostre, rappresentazioni teatrali, spettacoli di danza, libri e dvd. Alla seduta solenne che ha dato il via alle celebrazioni ha partecipato anche il presidente Giorgio Napolitano che, proprio in quella occasione, ha ripetuto il suo invito a contenere i costi della politica. Ma la Sicilia ha voluto fare le cose in grande, almeno a leggere il dettaglio delle spese contenuto in un riepilogo scaricabile - fino allo scorso 15 giugno, poi è scomparso - nel nuovissimo sito ufficiale dell’Ars. Fra le sette voci di spesa, divise in “investimenti” e “manifestazioni” e tutte “al netto”, spicca il milione e 100 mila euro affidato a Davide Rampello, esperto di feste e di immagine, direttore artistico di Canale 5 negli anni Ottanta e già curatore di dispendiosi eventi per il Comune e consulente della Provincia di Palermo. Meno ingente ma curiosa la voce che riguarda l’“apertura portone monumentale”: ben 92.116 euro. Ma il maestro delle cerimonie nonché presidente dell’Ars Giancarlo Miccichè rivendica con orgoglio l’operazione: «Tutti i costi sostenuti per l’anniversario sono documentati fino all’ultimo centesimo».

Antonio Sansonetti su www.speconi.it

Agosto 30, 2007

Il Patto di Shangavia

Il Patto di Shangavia
Di Carlo Bertani 24 agosto 2007

La notizia che i russi hanno ripreso i voli dei grandi bombardieri strategici è stata commentata da Washington con sufficienza : «Se hanno voglia di spendere quattrini per far volare qualche ferrovecchio» è stato il commento statunitense «padroni di farlo». Il commento americano, sotto il profilo militare, è ineccepibile.
Chiariamo che per gli aspetti militari la mossa russa non ha nessuna rilevanza: qualche decrepito TU-95 Bear (ad elica!), oppure le poche decine di TU-160 Blackjack che sono rimasti alla Russia dopo il crollo dell’URSS, non hanno nessun rilievo strategico. I più moderni bombardieri strategici russi sono forse paragonabili ai B1-B americani: certamente una “generazione” addietro rispetto ai B2-Spirit, che sono aerei stealth.
Rimangono poche centinaia di TU-22/26 Backfire, che sono però grandi bombardieri destinati soprattutto all’attacco contro le navi, ma non portano armi strategiche in senso stretto e, soprattutto, non hanno l’autonomia per reggere i lunghissimi pattugliamenti oceanici. Gli americani, dunque, hanno perfettamente ragione nel definire un bluff la mossa russa.

Se i russi bluffano, anche Washington non scherza: la colossale “puparata” messa in piedi sul sistema di difesa anti-missile, vale quanto far decollare qualche aereo ad elica sul Mar Artico.
Il progetto di difesa anti-missile – partorito ai tempi di Reagan – ebbe l’acronimo di MAD (Missile Air Defense): qualcuno, all’epoca, fece notare che “mad”, in inglese, significa “pazzo”. Perché? Poiché quel progetto è una completa follia.
Si parla tanto di “ombrello protettivo” contro le armi nucleari, ma nessuno sa ancora oggi come attuarlo.

La teoria del progetto era questa, suddivisa in quattro fasi:

1)     Distruzione dei missili, dallo spazio, mentre sono ancora in fase di preparazione al lancio nei silos, a terra.

2)     Intercettazione con missili lanciati da satelliti o navette nella fase di salita.

3)     Stessa storia, quando i missili raggiungono l’apogeo della traiettoria (qui, sarebbero dovute intervenire armi laser d’elevata potenza).

4)     Distruzione dei missili residui, durante la picchiata dei veicoli di rientro, mediante missili intercettori lanciati da terra (le prime stesure del progetto prevedevano anche “armi a tiro rapido” poi, forse per decenza, i cannoni sparirono).

Le simulazioni del tempo, prevedevano che circa l’85% dei missili fossero distrutti: l’assurdità è tutta contenuta in quel 15% che, in ogni modo, colpisce l’obiettivo.
C’è però una seconda incongruenza: le armi da utilizzare nello spazio – che dovrebbero “coprire” tre dei quattro punti – sono di là da venire. Laser di grande potenza…missili iperveloci…brusche correzioni di traiettoria mediante piccole cariche pirotecniche comandate dal computer di bordo…tante chiacchiere e basta.
Furono effettuati tre lanci di prova di un missile intercettore da Kwajalein (Oceano Pacifico), per colpire dei bersagli (Minuteman) lanciati dalla California. I primi due furono un fiasco completo, mentre il terzo – effettuato nel 2002, nell’occasione del primo incontro fra Bush e Putin, a Lubiana – fu coronato da successo.
Un successo effimero, perché la verità venne a galla poche settimane dopo: sul Minuteman, gli americani avevano installato una specie di radiofaro per guidare il missile intercettore. Un pietoso inganno: nella realtà – all’opposto – il missile attaccante diffonderebbe come contromisura elettronica decine di falsi echi, altro che guidare l’avversario urlando ai quattro venti “Sono qui, ehi, dove stai andando? Da questa parte…”

La casistica delle intercettazioni non depone certo a favore dei tentativi USA: i paleolitici SCUD di Saddam Hussein non furono mai intercettati dai Patriot americani. Il dispiegamento delle batterie, anche oggi, avviene soltanto come misura psicologica nei confronti delle popolazioni.
Una seconda misura, fu quella di nascondere le perdite: un solo civile, affermarono all’epoca gli israeliani, morto per infarto. 155 morti, ammisero qualche anno dopo.
Il sogno d’intercettare un oggetto che cade dalla stratosfera ad 8.000 Km orari, che ha una sezione radar di pochi decimetri quadrati, con un altro oggetto che sale a 2.000 Km orari e che deve centrarlo o passargli vicinissimo, s’infrange miseramente per l’impossibilità di definire con precisione le traiettorie (stiamo parlando di pochissimi metri e di frazioni di secondo!). E, riflettiamo, lo SCUD è un’arma degli anni ’50.

In questi frangenti, si capovolge la nota teoria che, in guerra, vede avvantaggiato chi si difende: basta un minimo incremento, nelle velocità e nell’imprevedibilità delle traiettorie di un missile attaccante, per mandare in fumo anni di ricerche e realizzazioni in chiave anti-missile. Difatti, il nuovo missile russo Topol-M sarebbe già oggi difficilmente intercettabile, anche se il tanto strombazzato sistema americano fosse affidabile.
Si aggiunga che lo stesso fenomeno avviene per le tecnologie stealth: ciò che è “invisibile” al radar, dipende dal tipo di radar e da ciò che si cerca. Difatti, i radar russi S-300 ed S-400, “beccano” sia i B-2 che gli F-117: una volta stabilita la forma dell’oggetto da cercare, tutto il lavoro di anni dei progettisti aeronautici viene vanificato cambiando semplicemente l’hardware ed il software dei sistemi. Altra cosa sembrerebbe essere la protezione fornita da sistemi al plasma, sviluppata per i loro aerei dai russi: la notizia è ovviamente stata pubblicata solo per gli aspetti generali, mentre la parte più squisitamente tecnologica è, ovviamente, “classificata”. In ogni modo, non potendo verificare se il sistema esiste per davvero, non lo possiamo considerare per le nostre analisi.

Altro fatto da non sottovalutare è che gli armamenti convenzionali in uso, oggi, sono quelli ereditati dalla guerra fredda: poche novità, perché – cessato il rischio di un puramente teorico scontro titanico nelle pianure europee – non c’era bisogno di spendere soldi in ferraglia militare. Difatti, tutti “tirano avanti” con quel che hanno.
F-16 ed F-15 da una parte, Mig-29 e Su-27 dall’altra…insomma, la solita roba, alla quale ogni tanto di dà una “riverniciata”. Tutti i programmi per nuovi velivoli, da una parte e dall’altra, viaggiano con la velocità di una lumaca. Riflettiamo che, a 18 anni dal crollo del Patto di Varsavia, non è entrato in servizio un solo velivolo veramente innovativo: F-22 Raptor (sembra che sia appena iniziata la consegna ai reparti) e JSF americani, Mig-35 e Sukoi vari sono ancora dei prototipi.
Se il quadro militare è un completo non sense, perché azzuffarsi tanto?

Gli eventi acquistano senso soltanto se vengono privati proprio della loro componente squisitamente militare, per osservarli invece alla luce delle strategie di lungo respiro. Qui, dobbiamo fare un passo indietro.
La disgregazione dell’URSS, coincise praticamente con i due mandati di Clinton, all’incirca dal 1992 al 2000.
Prima, però, c’era stato il vigoroso impulso alle spese militari dato da Reagan e proseguito da Bush I il Vecchio. Gli USA giunsero ad investire il 7% del PIL in ferraglia militare, il che condusse l’URSS ad un parallelo incremento, che fu stimato nel 16,5% del PIL russo. Sono cifre abbastanza indicative, ma non da valutare al centesimo: da un lato, la possibilità di celare nelle “pieghe” dei bilanci stanziamenti occulti, dall’altra la difficoltà di misurare, con il metro occidentale, l’economia sovietica.

In ogni modo, Mikhail Gorbaciov ammise sostanzialmente il problema di competere negli armamenti con gli USA, quando dichiarò a Demetrio Volcic – allora inviato a Mosca della RAI – che “non era possibile reggere quel ritmo, perché l’economia americana valeva due volte e mezza quella sovietica”.
E’ quindi dalle parti di William Clinton che dobbiamo cercare se vogliamo capire la ragione del sostanziale immobilismo USA per quasi un decennio. Uno dei cavalli di battaglia di New American Century – think-tank dei neocon americani – fu proprio l’accusa nei confronti di Clinton d’essere imbelle nei confronti dei russi, oramai in ginocchio.
Bill Clinton non affondò la lama nei confronti della Russia – durante il mandato di Eltsin sarebbe stato in grado di farlo – per numerose ragioni, non ultima il grave pericolo della svendita a prezzi da hard discount dell’arsenale nucleare sovietico.

Non sottovalutiamo però altri aspetti: la teoria, definita “multipolare” di Clinton, valutava già allora che l’euro sarebbe stato un pericoloso competitore, e quindi non era il caso di farsi troppi nemici in giro per il mondo.
La resistenza di Clinton su questo punto fu ferrea: mentre i conservatori americani gli montavano contro il caso Lewinsky, e non perdevano occasione per attaccarlo al Congresso affermando che il Presidente stava vanificando un’occasione storica, non mosse la barra della sua politica di un solo grado.
Vennero gli attentati in Kenya e Tanzania, ma Clinton rispose con il simbolico lancio di qualche missile sulla supposta residenza afgana di Bin Laden. Giunse, soprattutto, la guerra del Kosovo.

L’importanza strategica di quel conflitto è stata troppo sottovalutata, cancellata dalla successiva “guerra al terrorismo” di Bush: eppure, a ben vedere, i frutti del dopo nacquero dai semi lasciati in Kosovo.
Anche in Kosovo – se valutassimo il solo aspetto militare – gli eventi non avrebbero molto senso: perché fermarsi – quando il “fronte interno” serbo stava disgregandosi – e lasciare una guerra a metà, che ha finito per generare una situazione incancrenita e, a lungo termine, insostenibile?
Non stiamo parlando del destino dei serbi e degli albanesi – né a Clinton e né a Bush la cosa interessava ed interessa più di tanto – ma stupisce notare che Clinton arrestò una guerra praticamente vinta, mentre Bush ne continua altre (Iraq ed Afghanistan) praticamente perse.

I piani per un ingresso in forze in Serbia dall’Ungheria e dall’Albania erano pronti e – pur ammettendo una coriacea resistenza serba – in poche settimane gli americani sarebbero entrati in Belgrado. Le fasi finali di quel conflitto furono torbide, con il gen. Clark – che stava per attaccare i paracadutisti russi giunti a Pristina dalla Bosnia – tanto che fu fermato, da un suo sottoposto britannico, pare con una telefonata a Blair.
I russi erano pronti ad inviare altre truppe con un ponte aereo per ottemperare agli accordi armistiziali, ma furono avvertiti, sempre in extremis, che il corridoio aereo per i loro velivoli non era stato completamente garantito. Immaginiamo cosa sarebbe successo se un Antonov fosse stato abbattuto nei cieli rumeni o bulgari.
Ci sono molti punti interrogativi che rimarranno tali, e conviene arrestarsi ai soli aspetti strategici, perché quella guerra causò – anche se gli USA non ebbero un assetto completamente unipolare come dopo il 2000 – le prime incrinature del “dopo guerra fredda”.

La prima, evidente, fu il bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado, camuffata con la pietosa scusa del solito “errore”. Non sappiamo con certezza se la ritorsione avvenne perché i cinesi attuavano ponti radio per conto dei serbi, e sarebbe curioso conoscere anche chi “accecò” il radar di Tuzla, nell’occasione del bombardamento serbo del 14 aprile 1999 (peraltro, successivo al bombardamento dell’ambasciata cinese). A meno di credere che il radar di Tuzla fosse in completa avaria: in piena guerra?
Gli altri “scontenti” furono i francesi, che mal digerirono i piani di volo preparati dagli americani e consegnati come brogliacci di volo alle loro unità, senza consultare i comandi. Lo digerirono tanto male che un loro ufficiale, a Bruxelles, li “passava” direttamente ai serbi. Furono poi smaccati dalla consegna delle miniere di Trepca a società britanniche: su quelle miniere, ci aveva già messo gli occhi Napoleone III.

Il disastro peggiore, però, fu la sconfessione del piano di pace di Chernomyrdin – uomo di Eltsin e considerato il probabile Delfino – che, per il fallimento della sua missione, in quella guerra perse ogni possibilità di sedersi al Cremlino.
In pochi mesi, invece, venne “ripescato” un oscuro colonnello del KGB – Vladimir Putin – che dopo un anno veniva consacrato come zar di tutte le Russie.
Ora, fermandoci un attimo a riflettere su queste vicende, verrebbe da chiedersi se Clinton “preferì” il morbido approccio unipolare all’arroganza di Bush. Soluzione semplice, troppo semplice.
Pur ammettendo delle differenze fra le due amministrazioni USA, esse differiscono non tanto per gli obiettivi, quanto per i metodi: anche a Clinton – siamone certi – non sarebbe spiaciuto mettere in ginocchio russi, cinesi e – perché no – anche gli europei più “riottosi”.

A differenza di Bush, però, fece solo qualche sondaggio in quella direzione, e gli esiti sopra indicati lo convinsero che la strada era troppo pericolosa, anche per la sola potenza planetaria rimasta.
Qui, dovremmo chiederci: ma, gli USA, erano veramente una potenza planetaria?
Quando si assume quel termine per indicare il completo dominio di una potenza, s’intende che essa domina tutto il pianeta, che nessuno può prendere iniziative di un certo peso politico senza l’assenso della potenza dominante.
E’ il caso degli USA? Non mi sembra.

L’Impero Romano dominava tutto il mondo antico conosciuto (dell’impero cinese, non si sapeva praticamente nulla) e, fin quando il potere di Roma resse, nessuno ebbe l’ardire di metterlo in dubbio. A meno di pagarlo a caro prezzo.
L’Impero Britannico, partendo da meno dell’1% delle terre emerse ( la Gran Bretagna ), giunse a dominare il 23% del pianeta: dal 1815 (congresso di Vienna) al 1914 (un secolo!) non avvennero che conflitti regionali. Anche le guerre d’indipendenza italiane, a ben vedere, furono orchestrate abilmente da Londra, che vedeva di buon occhio la nascita di una nuova media potenza mediterranea, per “tener occupati” i francesi. Addirittura le avventure napoleoniche – seppur importanti per la formazione dei futuri assetti europei – non colpirono molto gli interessi britannici.

L’analisi dei neocon statunitensi – quel loro affermare l’avvento “del nuovo secolo americano” – erano prive di fondamento: per mezzo secolo s’erano confrontati con Mosca, ma appena Mosca era caduta era nata Pechino.
Nel volgere di quel mezzo secolo, gli USA erano passati a controllare dal 50% al 20% del commercio mondiale: il Giappone, risorto dalle ceneri di Hiroshima, metteva ogni giorno in dubbio il primato tecnologico di Washington. La Cina iniziava a produrre beni di consumo di medio/alta tecnologia, l’India si proponeva come “fucina” di cervelli, l’Europa minava il dominio del dollaro con la nascita della nuova moneta.
Non mi sembrano, questi, gli attributi di un pianeta dominato da una sola potenza.

Gli eventi successivi posero in primo piano gli aspetti petroliferi: senza una consistente e costante richiesta di dollari, la divisa americana correva il rischio di perdere rapidamente terreno nei confronti dell’euro.
Ma, l’aumento iperbolico del greggio – da 11 a 40 dollari in pochissimi anni, salutato con gioia dalla FED – fornì alla Russia le risorse per uscire dalla deprimente fase post-sovietica: già nel 2003, Putin poteva permettersi d’aumentare del 50% gli stanziamenti per la ricerca militare.
Cina ed India divennero rapidamente terreno di scontro per gli investimenti fra le maggiori potenze: curioso notare come Bush – in un quadro nel quale la potenza economica USA perdeva terreno – preferì giocare tutto sull’opzione militare. Metaforicamente, Bush – avanzando verso Baghdad – compì la conquista di Belgrado che Clinton ritenne troppo pericolosa per i futuri assetti del pianeta (ovviamente, in termini di vantaggio strategico per gli USA).

Oggi, è troppo tardi per tornare indietro; Bush ed i suoi consiglieri non sono così stupidi da non rendersene conto: semplicemente, non hanno altre scelte.
La nuova “guerra fredda” che sta prendendo forma è quindi sintomatica di una situazione d’impasse internazionale: Russia e Cina giocano la carta dell’alleanza militare, i primi consci che per almeno 40 anni saranno i “padroni” del gas che alimenta l’Europa, i secondi perché possono tranquillamente ignorare le velleità USA. La difesa di Taiwan – fiore all’occhiello della strategia USA – potremmo, per usare un eufemismo, affermare che è molto “appannata”: e i miliardi di dollari del debito americano in mani cinesi?

Sull’altro fronte, Mosca e Pechino sanno bene che non sarà facile né breve far “sloggiare” gli americani dall’Afghanistan – sognato “ponte” occidentale nei confronti dell’Asia Centrale – né dal Golfo Persico.
I segni di debolezza, in Iraq, diventano ogni giorno più evidenti: dopo aver appoggiato per anni la fazione sciita, poche settimane or sono i jet americani hanno bombardato Sadr City, roccaforte degli sciiti iracheni. Dall’altra, sognare un riavvicinamento con la fazione sunnita – dopo il tanto sangue scorso ed una poco “provvidenziale” impiccagione di Saddam Hussein – sembra più un incubo che una speranza.
La strategia americana pare quindi più dettata da una dilagante schizofrenia che da un lucido piano strategico: proprio per la sua sostanziale mancanza di realismo, corre il rischio di diluirsi nel tempo come in Vietnam. Una sorta di sconfitta annacquata negli anni, un tentativo di conservare almeno qualche spicciolo nelle tasche irrimediabilmente bucate e pagata con il sangue di tanti giovani statunitensi (oltre, ovviamente, dagli iracheni): non a caso, spunta la proposta da “ultima spiaggia”, ufficializzata dagli alti gradi del Pentagono, di ricorrere nuovamente alla leva obbligatoria.

Personalmente, ci credo poco: significherebbe, come per il Vietnam, “riportarsi il morto in casa”, con tensioni sociali che oggi sono poco avvertite proprio perché l’esercito è formato da mercenari mentre, se i giovani americani fossero nuovamente forzati nel polverone iracheno…beh…
Anche dall’altra parte, però, più che qualche tintinnar di baionette non si può far udire: i cinesi hanno inviato il loro primo uomo nello spazio, ma queste cose – russi e americani – le facevano quasi mezzo secolo fa.
L’affossamento – con la caduta dell’URSS – dei piani dello shuttle russo, ha condotto alla dolorosa rinuncia alla stazione spaziale che avrebbe dovuto rimpiazzare la MIR , ed il vantaggio lasciato nello spazio agli USA sarà lungo da colmare.

In una simile situazione, che c’è di meglio di un po’ di guerra fredda?
Da una parte si corteggiano Polonia ed Ucraina, mentre dall’altra si moltiplicano le violazioni dello spazio aereo georgiano da parte russa. La marina cinese si potenzia acquistando incrociatori e cacciatorpediniere russi, e dall’altra il Giappone esce dallo “slum” militare dov’era stato cacciato dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Grandi manovre congiunte nelle pianure russe, ma a correre nella polvere sono vecchi blindati con fiammanti, nuove bandiere: tanta voglia di riconquistare la potenza perduta, ma la consapevolezza che, per molti anni, più che un po’ di polverone non si potrà fare.

Se a Mosca ci s’accontenta, a Washington non si ride: la potenza “blue water” americana è indiscutibile, ma appena scendono a terra sono guai e, se vuoi basare la tua economia sul binomio dollaro/petrolio, a presidiare i pozzi qualcuno ci deve andare.
Riflettiamo che, da anni, gli USA non riescono ad aver ragione di qualche decina di migliaia di guerriglieri: perché?
Poiché i grandi apparati, oggi, in guerra sono drammaticamente vulnerabili.
La sconfitta di Israele in Libano (la perdita di 1/7 delle forze corazzate!) significa che, di questi tempi, il cannone è più forte della corazza. Il “cannone”, si chiama lanciarazzi RPG e sta mostrando tutta la sua letalità nei confronti di mezzi corazzati superprotetti e super-tecnologici. E questa, ricordiamo, non è una novità: nel 1986, sul confine libico, le misere forze del Ciad (armate, appunto, con lanciarazzi e lanciamissili anticarro dai francesi) ebbero la meglio sulle divisioni corazzate di Gheddafi, che subirono una bruciante sconfitta a Quaddi-Doum. A voler osservare come andavano le cose vent’anni fa, l’oggi è più comprensibile.

Oggi, bastano pochi lanciarazzi RPG a puntamento laser e vecchie mine anticarro per mandare in tilt l’elefantiaco apparato di controllo americano; già lo scriveva Ernesto Guevara Linch: una forza guerrigliera – determinata ed armata, che riceve rifornimenti di armi e gode dell’appoggio della popolazione – non può essere domata da potenti eserciti.
Sappiamo che gli iracheni non sono certo grandi ammiratori degli yankee, ma possiamo facilmente comprendere da dove giungono le armi. Tutta la tecnologia bellica in mano ai guerriglieri iracheni ed afgani ha un solo marchio: prodotta forse in Iran, in India, in Cina in qualche caso in Russia o nelle repubbliche dell’Asia Centrale. La “madre” di tutta quella tecnologia, però, è la Russia : non a caso, gli israeliani si lamentarono con Mosca proprio dei nuovi lanciarazzi RPG con carica doppia, che vanificavano le corazze reattive israeliane. Non accusarono, in quel caso, Siria ed Iran: se la presero con Mosca e basta.

In definitiva, la politica neocoloniale di Bush cozza proprio contro un altro assioma degli irriducibili liberisti: vogliamo un’economia senza pastoie né limiti, in grado di spostare capitali e risorse laddove s’ottengano maggiori utili.
Va da sé che lo stato nazionale, in quest’ottica, perde importanza e addirittura senso: Bush si comporta come colui che mette in salvo qualche tanica di carburante, mentre non s’accorge che il tetto ed i muri della casa si stanno rapidamente disgregando.
Gli USA hanno investito nella guerra enormi ricchezze, giungendo a ricavare assai poco: la produzione petrolifera irachena – a causa della perdurante instabilità, degli attentati e del pessimo stato dell’apparato petrolifero dovuto ad anni d’embargo – non è risalita oltre la produzione prebellica (del 1991). Fu proprio il primo governatore dell’Iraq – Paul Bremer – ad osservare “che ci stiamo rimettendo”: niente paura, chi s’accorge dell’inganno viene sostituito.

In un quadro di fallimento totale della politica di potenza – per non aver capito che i destini dell’umanità si basano, oggi, più sugli aspetti economici che sulle “cannoniere” – la miglior scelta è il “congelamento”. Quasi un sinonimo di “guerra fredda”.
Nuove alleanze? L’India che si smarca dal legame con Mosca? Può essere: però – per approdare alla “Triplice” insieme ad USA e Giappone – Delhi deve potersi permettere d’acquistare (non in conto finanziamenti a fondo perduto!) armamenti americani al posto di quelli russi (con ben altri costi).
E ritorniamo da capo: una potenza “planetaria” sarebbe in grado di fornire a Delhi quel che le serve senza chiedere troppo. Della serie: butta via i Mig-29 ed i Su-27 e non ti consegniamo – con finanziamenti alle calende greche – F-16, F-15 e, se sarai bravo, anche qualche F-22.

Può ardire a tanto una nazione super indebitata, che ha ridotto al minimo sindacale quasi tutte le retribuzioni, che gioca oramai su un piatto di poker per salvarsi (la vicenda dei mutui…) e che dovrà affrontare, prima o dopo, un altro Vietnam ritirandosi dall’Iraq?
La situazione americana di questi anni – che il nuovo inquilino della Casa Bianca dovrà risolvere – assomiglia molto alla condizione della Gran Bretagna dopo la Prima Guerra Mondiale: montagne di debiti, con gli USA e con i banchieri. Non bastò nemmeno l’oro tedesco, e fu soltanto a metà degli anni ’30 che Londra uscì dalle “peste”, per poi ripiombarci pochi anni dopo.
Le velleità di potenza – a Washington – ci sarebbero, ma manca l’ingrediente essenziale per sorreggerla: i soldi.
Come si può notare, dopo tanti strombazzamenti, non c’è stato nessun attacco all’Iran – come avevo più volte previsto – e così non ci sarà, nel breve e nel medio termine, nessuna Terza Guerra Mondiale.

Un lungo periodo d’assestamento; una nuova “guerra fredda”, appunto: quello che serve quando quella “calda” non te la puoi permettere.

Carlo Bertani articoli@carlobertani.it www.carlobertani.it

Fonte: www.disinformazione.it

Agosto 26, 2007

Gli speculatori finanziari prendono di mira i beni alimentari

Gli speculatori finanziari prendono di mira i beni alimentari
Tratto da Movisol www.movisol.org/07news130.htm 

22 agosto 2007 (MoviSol) - I prezzi delle materie prime alimentari stanno crescendo rapidamente, anche a causa dei consigli dati da Goldman Sachs e altri speculatori, ad investire nei beni di origine agricola, zucchero, mais, grano e caffé.
I nodi vengono gradualmente al pettine. Un broker specializzato in questo tipo di investimenti, intervistato da Bloomberg.com ha detto che “pur in presenza di un tracollo globale, i beni agricoli non saranno influenzati poiché la gente continua a mangiare. Acciaio, ferro, nickel possono anche soffrire [un calo dei prezzi]. Ma la gente andrà comunque nei negozi per comperare pane e patate.”
Dunque, gli stessi speculatori e direttori di hedge fund (tra i quali Marc Faber e l’ex socio di George Soros, Jim Rogers), che si sono resi responsabili dell’attuale collasso finanziario, sono dietro alla corsa al controllo delle risorse alimentari del pianeta, causando un aumento stratosferico dei relativi prezzi. In una e-mail del 16 agosto scorso, Faber ha scritto che i prezzi delle risorse agricole sono “attraenti”, e ha consigliato i suoi clienti a investire in esse. Si sta già parlando, nell’ambiente dei broker, di un raddoppio del prezzo dello zucchero previsto nei prossimi mesi.

Quali sono le cause dell’iperinflazione globale delle risorse alimentari?
Un gallone di latte al dettaglio, negli Stati Uniti, è cresciuto di più del 15% in soli sei mesi ($3.29 a gennaio 2007 - $3.80 dollari a luglio 2007). Altri prodotti alimentari hanno subito degli aumenti del 50%. In Francia, i prezzi del latte sono cresciuti del 5-10%. Nel Paese che è massimo produttore di latte a livello europeo, la Germania , il prezzo del burro è cresciuto nel mese di luglio da €0,79 a €1,19, mentre quello del formaggio fresco del 40%. In Italia la De Cecco ha già annunciato un rincaro dei prezzi della pasta del 20% a settembre a causa del rincaro del prezzo del grano duro del 50%.
L’inflazione del latte è indicativa del paniere alimentare, che contiene anche farinacei, carni, dolciumi, ecc. Il tasso di inflazione sul cibo per il primo semestre del 2007 negli Stati Uniti supera il tasso annuo riscontrato nel 2006. Il Bureau of Labor Statistics prevede una crescita dell’8% in quest’anno nei costi sostenuti per l’alimentazione; tuttavia, si sa che l’ente statistico è solito sottostimare. Le organizzazioni di soccorso mondiali stanno riducendo le proprie forniture di cibo destinato all’assistenza degli affamati, poiché i loro fondi non sono sufficienti a comprare beni divenuti improvvisamente più costosi. Ad una conferenza sulla povertà tenuta a Manila agli inizi di agosto, s’è discusso infatti della minaccia di aumento delle vittime della fame.

Perché dunque, c’è iperinflazione?
I media, ormai sottoposti ad un controllo globale, cercano di far passare una giustificazione che si articolerebbe in due soli aspetti:

1) la responsabilità sarebbe della Cina, perché intenta a sottrarre dai mercati internazionali tutto il cibo disponibile, sia in termini di volumi, sia in termini di tipologie (”nuove” per i consumatori cinesi, abituali per noi: yogurt, e altri prodotti caseari);

2) la speculazione sul bioetanolo starebbe sottraendo dal mercato alimentare tutto il mais prodotto.

Tuttavia, anche se l’ordine “biasimate la Cina ” riflette una realtà, e i biocarburanti sono un ottimo capro espiatorio, non si sta fornendo un’immagine completa dell’intero problema. La storia si compone anche di altri aspetti, alcuni dei quali sono:

a) Le riserve di grano a livello mondiale sono in constante declino da molti anni, da prima che prendesse piede l’idiozia dei biocarburanti. Le riserve di riso sono al loro minimo, considerando un periodo iniziato negli anni ‘70. Subendo i trattati GATT/OMC, le nazioni sono state costrette a porre fine alle loro politiche di accumulo delle riserve di frumento, per affidarsi invece ai “mercati mondiali”.

b) I produttori di latte e latticini sono stati posti, progressivamente e in numero crescente, in condizioni di non poter più lavorare, osservando un incremento dei costi di produzione e un abbassamento dei prezzi imposti al loro latte fresco. In Francia, per esempio, a fronte di 3,8 milioni capi gestiti da circa 100000 allevatori, circa 5000 addetti ogni anno abbandonano l’attività, alla ricerca di lavori pagati meglio e meno pesanti. Al contempo, in giro per il mondo sono stati costruiti allevamenti e fattorie che ospitano lavoratori in condizioni di quasi schiavitù: Haiti e lo stato dell’Hidao sono due esempi di regioni selezionate per costituire la “fornitura globale” di cibo.

Il 12 marzo 2007 il senatore democratico Patrick Leahy del Vermont ha presieduto un’audizione concernente una “rete di sicurezza” per gli addetti al settore latticino-caseario, facendo notare che le fattorie non potranno sopravvivere a meno di prezzi equi per il latte da esse prodotte. Egli ha constatato che i costi sempre al rialzo dei carburanti e dei mangimi sono cause di fallimento di numerose attività.

c) Le multinazionali del cibo ADM, Cargill, Bunge, Kraft, ecc. stanno ricavando enormi profitti. Oltre che dall’impostura dei biocarburanti, i profitti derivano dalla speculazione sui passaggi commerciali. Di un dollaro pagato dal consumatore finale, il produttore vede poco e niente. Una pagnotta che al banco del forno costa due euro, contiene 6 centesimi di frumento. Se un tempo un allevatore riceveva il 60%-70% del prezzo pagato dal consumatore finale per il latte acquistato, ora riceve il 30%, e mentre scriviamo questa percentuale sta calando ulteriormente.

d) Un clima avverso, a fronte di un’agricoltura messa alle strette, significa carestia. In Australia la siccità quest’anno ha causato un calo di un miliardo di litri di latte. A livello mondiale, dei 620 miliardi di litri prodotti, soltanto il 7% è esportato, e la crescita dei prezzi è stata spettacolare: l’anno scorso il prezzo del latte in polvere è cresciuto dell’80%, mentre il burro industriale del 50%

Fonte : www.disinformazione.it

Agosto 23, 2007

Crollo delle borse: strategia dei Manovratori Occulti?

Crollo delle borse: strategia dei Manovratori Occulti?
Marcello Pamio - 18 agosto 2007

Mesi fa, tutte le previsioni meteo, concordavano sul fatto che quest’estate sarebbe stata ricordata come la più calda degli ultimi anni: perturbazioni africane avrebbero infatti interessato l’Europa provocando una calura da record.
Nessuno però aveva specificato che questo caldo non sarebbe venuto nelle città, ma nelle principali borse mondiali, condizionate a dovere, in tutti i sensi e non solo nel refrigerio.
Pochi avevano detto - tranne qualche sparuto oracolo, tra cui noi - che la bolla non sarebbe stata di calore dal continente africano, ma immobiliare dal continente americano!
Quello che nel nostro piccolo avevamo previsto ha iniziato ad accadere, e si tratta ahinoi, solo della punta infinitesimale dell’iceberg, la cui parte rimane tuttora sommersa.

Ma andiamo per ordine.
Per comprendere il quadro generale, non serve avere una laurea in Economica alla Bocconi, ma basta semplicemente usare il proprio cervello (e non quello altrui) e soprattutto avere tutte le informazioni (ovviamente non quelle dei giornali e della televisione)!

Ecco in estrema sintesi quello che i banchieri hanno provocato.
Per molti anni le banche centrali (Fed, Bce e compagnia brutta) hanno tenuto artificialmente bassi i tassi di sconto, cioè il costo del denaro. Questo artificio economico, è stato ed è possibile, perché gli Stati e i Governi hanno totalmente perduto la sovranità monetaria e quindi di emissione monetaria, mettendola nelle mani dei banchieri privati.
Tassi estremamente bassi hanno da una parte indotto milioni di persone nel mondo occidentale - e in particolar modo negli States – ad indebitarsi nei confronti delle banche per acquistare casa e dall’altro permesso a centinaia di migliaia di aziende di investire nella propria attività.
Di punto in bianco - nel giro di pochissimi mesi - i banchieri centrali (i veri padroni del mondo) hanno iniziato lentamente ma inesorabilmente ad alzare i tassi di sconto, sostenendo le loro decisioni unilaterali da motivazioni macroeconomiche contingenti (in definitiva ridicole e assurde).

Tutti hanno assistito impotenti (molti ignorando il problema), ai rialzi alternati dei tassi di sconto della Fed e della Bce, in un gioco al rialzo pericoloso e assai criminale. Sicuramente pochi stavano comprendendo dove i banchieri volevano arrivare.
La comprensione per tutti si è avuta quando la rata del mutuo è diventata così alta da non riuscire più a sostenerla. Ecco in estrema sintesi la crisi dei mutui (subprime) facilitati negli Stati Uniti.

E in Europa cosa sta accadendo?
Nonostante le belle parole degli economisti da salotto o dei giornalisti brizzolati e prezzolati, qui da noi le cose sono anche peggio! Anzi, visto che il goldman’s Romano Prodi dichiara tranquillamente che “l’Italia non è a rischio, il peggio sembra passato“, oserei dire che la situazione è veramente allarmante!
I tassi di sconto hanno avuto lo stesso andamento: bassissimi fino a poco tempo fa hanno poi subito una inversione di tendenza per salire come non mai.
Quante persone anche qui in Italia hanno acceso un mutuo a tasso variabile e stanno vedendo, mese dopo mese, la rata salire? Quante persone non riuscendo più a pagare la rata a causa di altre rate (macchina, casalinghi, viaggi, ecc.) hanno dovuto (lo fa la banca per loro) mettere la casa alle aste fallimentari?

Ma qual è la vera strategia che sta dietro?
Lo spiega magistralmente nel suo ultimo articolo l’avvocato Marco Della Luna, esperto conoscitore delle problematiche del Signoraggio monetario e dei crimini bancari.
La crisi di liquidità (provocata dai mutui a basso tasso che drenano liquidità dal mercato) creata ad hoc dai banchieri centrali avrà come conseguenza:

- drenare liquidità dal mercato à con tassi alti serve infatti più denaro per pagare le rate;
- meno liquidità significa anche meno liquidità per gli investimenti delle imprese;
- meno soldi alle aziende comporta sempre più insolvenze;
- più insolvenze significa abbassamento del rating
(il voto che viene dato da alcune società specializzate e soprattutto controllate: Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch Ratings) e quindi ulteriori insolvenze a catena;
- insolvenze aziendali provocano licenziamenti;
- licenziamenti implicano meno soldi in circolazione per pagare le rate;
…e via di questo passo.

In pratica i banchieri centrali si vogliono impossessare a basso costo dei collaterali e delle stesse aziende indebitate o addirittura fallite; dall’altra costringere le aziende che lottano per la sopravvivenza, ad indebitarsi ulteriormente e con tassi sempre più alti.

Le banche creando de facto questa crisi di liquidità costringono:

- le persone normali - la fascia bassa - ad essere sempre più schiave del Sistema;
- le aziende ad indebitarsi sempre più e con tassi sempre più alti;
- a cancellare la fascia media, quella che ha un minimo di soldi a disposizione;

Coloro che soccombono persone e/o aziende vengono fagocitati in toto dal Sistema.
La Grande Depressione per esempio, iniziata nel lontano martedì nero di ottobre del ’29, non è solo un triste ricordo, non è solo storia, ma la strategia che il Sistema mette in atto ogni qualvolta deve sterzare gli andamenti del mondo. Le banche hanno infatti creato una crisi di liquidità, ritirando in poco tempo dal mercato 18.000 milioni di dollari, bloccando l’apertura del credito e richiedendo la riscossione dei debiti….

Quello che è accaduto negli anni Trenta è infatti servito ai Manovratori Occulti, per:

- entrare in possesso di decine di migliaia di aziende e società;
- centinaia di piccole e medie banche;
- provocare la Depressione economica in Europa;
- preparare il terreno grazie alla Depressione e grazie alle dittature nazifasciste finanziate sempre dall’élite di Wall Street, alla Seconda Guerra Mondiale.

In definitiva: fare un passo enorme in avanti nell’instaurazione del Nuovo Ordine Internazionale.
Non si tratta di dietrologia: lo ammettono pubblicamente gli stessi Burattinai, dall’alto del loro potere e della loro arroganza. Nel numero di maggio-giugno 2007 di Foreign Affaire, la rivista ufficiale del Council on Foreign Relations (C.F.R.) - il governo ombra statunitense - è stato pubblicato un articolo dal titolo: “La fine della moneta nazionale”. Propongono spudoratamente l’abbandono della sovranità monetaria degli Stati per giungere ad una dittatura di una moneta unica mondiale!

Anche la Banca dei Regolamenti Internazionali (B.R.I.), una delle più potenti istituzioni finanziarie del mondo, considerata non a caso, il vertice delle politiche bancarie mondialiste, ha rilasciato un documento guida che sollecita la fine delle monete nazionali in favore di un modello globale.
La B.R.I. (che durante la Seconda Guerra ha riciclato i soldi dei nazisti, e nel 1994 controllava flussi finanziari che ammontavano a oltre 1.100 miliardi ogni giorno!) ha in giugno di quest’anno reso pubblico un rapporto sullo stato dell’economia mondiale, sottolineando come l’elemento centrale è il debito delle famiglie e delle imprese.
La sofferenza dei bilanci familiari e delle imprese, patologicamente dipendenti rispetto l’indebitamento, porterà a creare secondo la B.R .I., un nuovo esercito di ‘morosi’ che possono, con le loro insolvenze compromettere in un certo senso la stabilità del sistema. In particolare l’insolvenza, e così l’espropriazione degli immobili messi in vendita forzatamente, rischiano di far salire lo stock di abitazioni offerte sul mercato, facendo calare i prezzi e innescare una sorta di bolla immobiliare.

Dall’altra parte c’è il tristemente noto Basilea 2 (realizzato proprio dalla B.R.I. nella sua città svizzera) che rende più macchinoso l’accesso ai finanziamenti delle attività economiche. Nel momento in cui i casi di morosità aumenteranno si verrà a creare una zona grigia che rischia - sempre secondo il rapporto della B.R.I. - di compromettere il mercato immobiliare o la solvibilità del sistema, che si basa proprio sul continuo pagamento di debiti e la contrazione di nuovi.
Proprio quello - guarda caso - che sta accadendo in questi giorni. Nonostante tutto, la B.R .I., in questa situazione di estrema preoccupazione, arriva a chiedere ai governi di lasciare fallire le imprese che non riescono a competere sul mercato: vanno lasciate fallire, altrimenti contaminano il sistema, dicono loro!

Avete capito dove sta la strategia? Visto che sono fallite, magari, vengono acquistate con gli sconti, dai Signori che gestiscono il giochetto, e gli esempi in Italia (dal 1992-93 ad oggi) dall’incontro sul panfilo Britannia in poi, non mancano.
La crisi economia che si sta affacciando all’orizzonte, segnalata dalla crisi dei mutui statunitensi, è il campanello d’allarme che siamo in prossimità di un’altra svolta epocale. Svolta che però, da un punto di vista più ampio, è assolutamente necessaria perché un sistema capitalistico liberista come il nostro, centrato non nell’Uomo ma nel dio denaro, nella competizione, nello sfruttamento è destinato al crollo, al fallimento.

Concludo affermando che gli accadimenti importanti (economici, geopolitici, strategici, ecc.), non si verificano in maniera casuale, ma seguono determinati processi o date, sempre più spesso, occulti e/o esoterici.
Qui sotto per esempio il grafico della NASA che rappresenta l’andamento delle macchie solari dal 1995 al 2015.
Si può notare (vedi cerchio rosso) come i mesi agosto, settembre e forse anche ottobre 2007, sono caratterizzati dal picco inferiore del numero di macchie solari!
Ma sicuramente si tratta di semplice casualità, come semplice casualità è la bolla immobiliare che si sta sgonfiando…

Proposta una dittatura monetaria mondialista”: www.disinformazione.it/dittatura_monetaria.htm
Banca dei Regolamenti internazionali”: www.disinformazione.it/bis.htm
Basilea: lasciar fallire l’esercito degli insolventiwww.etleboro.com/read.php?id=865&PHPSESSID=c74532bdc3173dc6f04e319fb2216f7c
Sogno di una borsa di mezza estate”, avv. Marco Della Luna www.disinformazione.it/sogno_borsa.htm
Chiacchiere e distintivo: Camelot è crollata”, Eugenio Benetazzo
http://www.disinformazione.it/camelot_crollata.htm

Fonte : www.disinformazione.it

Agosto 19, 2007

La sera andavamo alla Goldman…

Un’inchiesta della procura di Bolzano rischia di creare qualche problema alla corazzata e ai suoi uomini più in vista. Un vorticoso giro di fondi neri ha già portato alle dimissioni del vertice tedesco di Siemens per l’acquisto della nostra Italtel. Entriamo fra i segreti di Goldman, da sempre in feeling con l’establishment ulivista. E diamo un’occhiata ad una Cupola di nome Bilderberg…

 

La sera andavamo alla Goldman…
Andrea Cinquegrani – Tratto da “ La Voce delle Voci” luglio 2007
Sito ufficiale http://www.lavocedellacampania.it
 

 

«Ma Siete Proprio sicuri che sia solo l’Unipol all’origine della guerra tra Vincenzo Visco e le fiamme gialle di Milano?
Potrebbe esserci qualcos’altro. Forse delle indagini molto delicate che puntano in alto, molto in alto». E’ una voce che corre fra i corridoi del palazzo di giustizia, sempre più al centro di veleni e polemiche. «Quindici anni fa - osserva una toga - partiva la stagione di Mani pulite, ora ci ritroviamo con un livello di corruzione ancora più invasivo, perché come dice Davigo le tecniche si sono modemizzate. E i partiti sono sempre più lontani dai bisogni reali del paese». E pensare che la procura “rossa” oggi si ritrova quasi a “rimpiangere” il Berlusconi che non oppone il segreto di stato sul caso Abu Omar…

 

Passiamo ad alcune indagini “bollenti”, a delle possibili “piste”. Una su tutte. 19 febbraio 2007. I militari della Guardia di Finanza perquisiscono gli uffici milanesi della maxi banca d’affari Goldman Sachs, sempre più alla ribalta delle cronache economico-finanziarie sul fronte “salvataggi” e “privatizzazioni”. Fra le varie carte sequestrate, spuntano due documenti: un misterioso file “M Tononi / memo - Prodi 02.doc”; e una lettera inviata nel 1993 dalla sede Goldman Sachs di Francoforte alla Siemens, a proposito di “un buon affare” sull’Italtel. A rivelare la circostanza - nel fragoroso silenzio di quasi tutti i media nostrani - è un giornalista del Daily Telgraph, Ambrose Evans Pritchard, il quale punta i riflettori su un’inchiesta della procura di Bolzano, gemella di svariate altre indagini in mezza Europa e che hanno portato, mesi fa, alle clamorose dimissioni del numero uno di Siemens, Heinrich Von Pierer, fidato consigliere economico del cancelliere Angela Merkel (una sorta di Angelo Rovati in salsa tedesca). Giovane assistente di Romani Prodi durante le presidenze Iri, Massimo Tononi (l’M Tononi del file) è oggi sottosegretario all’economia, in prima fila nella redazione del contestatissimo piano Rovati per il riassetto Telecom, nel pedigree la poltrona di super manager di Goldman Sachs nello strategico settore “fusioni e acquisizioni imprese”.

 

BOLZANO INDAGA
I magistrati di Bolzano indagano per concussione, corruzione e riciclaggio sulla vendita nel ‘94 di uno dei gioielli di casa Iri nel settore delle telecomunicazioni, Italtel, passato alla tedesca Siemens che batté la concorrenza della francese Alcatel. A favorire l’operazione (con un advisor del calibro di Goldman Sachs), una montagna da ben 400 milioni di euro, fra tangenti e fondi neri, a cominciare dai lo miliardi di vecchie lire transitati dai conti correnti di Siemens a quelli dell’ex vertice di Italtel Giuseppe Parrella, originario di Benevento e trapiantato a Bolzano, finito in galera. Fra l’altro, su un conto corrente di Innsbruck intestato a Siemens Ag, tra il ‘94 e il ‘99 sarebbero stati movimentati 140 milioni di marchi, 80 milioni degli attuali euro (senza contare le triangolazioni con altre banche e paesi, via Londra e via Tokio in particolare). Nella massa “nera” spuntano anche i lo milioni di marchi bonificati a luglio ‘97 dai conti Siemens di Innsbruck verso quelli di Goldman Sachs: all’appello, però, manca una qualsiasi fattura o pezza d’appoggio, visto che Goldman era l’advisor…

 

«Possiamo escludere che nella nostra indagine sia coinvolto il presidente del consiglio Prodi», buttano acqua sul fuoco sia il procuratore capo Cuno Tarfusser che il pm Guido Rispoli, titolare delle indagine Eppure gli inquirenti - commenta Pritchard - «stanno esaminando i compensi erogati all’attuale premier da Gold-man Sachs. Mister Prodi ha ricevuto 1,4 milioni di sterline tra il 1990 e il 1993 (ai tempi della presidenza Iri, ndr) attraverso una società di Bologna chiamata “Analisi e Studi Economici”, di cui è titolare insieme a sua moglie. Le segretaria della ditta ha poi detto al Daily Telegraph che molto di quel denaro veniva da Goldman Sachs». Il giornalista inglese fornisce ragguagli circa il contenuto della missiva sequestrata a Milano dalle fiamme gialle: «la lettera diceva: la “conoscenza dell’Iri e del suo management da parte della Goldman Sachs “può essere di estrema importanza in una trattativa. Da marzo 1990 il nostro primo consulente in Italia è il professor Romano Prodi“». Il quale precisa - «è stato nel libro paga Goldman Sachs dal 1990 al 1993, e poi di nuovo nel 1997, dopo la sua prima prova come premier».

 

Quasi 150 anni di vita e di affari nel carniere (venne fondata nel 1869 a Manhattan da due immigrati tedeschi, Marcus Goldman e Samuel Sachs), la super banca d’affari oggi leader a livello internazionale nell’ultimo quindicennio s’è specializzata nella compravendita di attività economiche strategiche (nel mirino, sul fronte italiano, le “svendite” del patrimonio parastatale). Due freschi esempi: per 3,7 milioni di euro ha rilevato il 51 per cento del pacchetto azionario di Karstadt, numero uno del ricco settore immobiliare tedesco. Poi ha messo a segno un colpo da novanta nel mercato inglese, rilevando per 4 milioni di euro la Associated British Ports. Nel Belpaese ha sempre coltivato l’hobby dei mattoni, conducendo in porto, soprattutto dall’inizio del 2000, una serie di operazioni: dall’Eni in vena di dismissioni compra per 3000 miliardi di vecchie lire un’area da 300 mila metri quadrati a San Donato Milanese: partner nel business il suo stesso fondo, Whitehall. E’ con Morgan Stanley, invece, che rastrella immobili dalla crema delle assicurazioni, Bas e Toro, quindi Unim; per poi fare shopping tra quelli targati Fondazione Cariplo.

 

L’aperitivo giusto per passare quindi al settore industriale, dove Goldman punta subito in alto: ovvero ad alcune prestigiose sigle del nostro gotha imprenditoriale, come Pirelli Cavi di Marco Tronchetti Provera e Management & Capitali, il fondo creato da Carlo De Benedetti (e nel quale stava per fare il suo ingresso addirittura il cavalier Silvio Berlusconi, operazione poi rinviata a “tempi migliori”. Un curriculum che s’ingrossa mese dopo mese, anno dopo anno, business dopo business. Fra le chicche, il ruolo di “advisor” nelle compravendite di Antonveneta e BNL, passate rispettivamente sotto il controllo della olandese Abn Ambro e della francese Paribas, dopo le note vicissitudini. A quell’epoca, il numero uno di Goldman Sachs in Italia era Mario Draghi, entrato in pompa magna nello staff di vertice del colosso (addirittura vicepresidente del gruppo) appena lasciata la poltrona di direttore generale del Tesoro (e responsabile delle privatizzazioni…): portata a termine la “mission”, Draghi potrà tranquillamente fare il suo ingresso trionfale al vertice di Bankitalia, dopo la bufera che aveva travolto l’ex governatore Antonio Fazio.

 

Negli ultimi mesi, non c’è praticamente operazione finanziaria da novanta che non veda far capolino l’ombra lunga di Goldman Sachs. Scende in pista per risollevare la disastrata Alitalia, corre in soccorso di Italease, insieme al gruppo Caltagirone cerca di mettere le mani sui fondi immobiliari di Pirelli Reul Estate targati Berenice e Tecla. «Ormai è la regina incontrastata del mercato finanziario europeo - osserva un operatore milanese - e l’Italia è diventata la prima terra di conquista. A prezzi ottimi, senza troppa concorrenza e, soprattutto, con un consenso che più unanime non si può». «E adesso lo sarà ancora di più, con la fresca nomina dell’alter ego di Berlusconi, Gianni Letta, a numero uno di Goldman per l’Italia e membro del suo prestigioso international advisory board, la poltrona che Prodi aveva occupato una quindicina d’anni dopo aver lasciato la presidenza Iri. Quindi adesso Goldman è perfettamente trasversale, va bene a tutti».
Nel pantheon del colosso Usa, dunque, non ci sono solo i prodiani di stretta osservanza come Tononi e Carlo Costamagna (in rampa di lancio per le poltronissime di Eni o Enel del dopo Paolo Scaroni e Fulvio Conti), come il governatore Draghi o l’ex commissario Ue Mario Monti (un altro che piace ai due Poli), ma ora entrano a pieno titolo i portabandiera del Cavaliere.

 

DA GOLD A BILD
Stesso copione sol palcoscenico - opportunamente “coperto” - di Bilderberg, la supercupola internazionale degli affari in vita dal 1954 e che ai suoi summit annuali vede riunirsi il gotha della finanza internazionale, con accorsato codazzo di industriali, politici, giornalisti (pochi e con le consegne del silenzio mediatico). il meeting di quest’anno si è svolto dal 31 maggio al 3 giugno al Klassic Hotel di Silviri, a una quarantina di chilometri da Istambul. Tre anni fa era stata la volta di Stresa, nella incantevole cornice del lago Maggiore, ancor prima a Sintra, in Portogallo (in quella occasione il governo di quel paese venne lautamente finanziato dal gruppo allo scopo di allestire «un servizio militare compreso di elicotteri per garantire la privacy e la sicurezza dei partecipanti»).

 

Al centro dei lavori, quest’anno, il grande business dell’energia e, soprattutto, riflettori puntati su petrolio e riserve di gas. Ma anche su grosse aree geografiche. In testa, ovviamente, il problema-Iraq: come dividerlo in tre o quattro nazioni. A ruota l’Iran: i tempi dell’invasione e chi vi prenderà parte. Sullo sfondo, l’altro grande nemico, la Cina , il cui fantasma può sicuramente giustificare l’aumento delle spese militari Usa e non solo. Sul versante interno, la nuova organizzazione degli States, a cavallo di “North American union” “American Union” e “Pacific Rim Union”. Ancora: la creazione - come cuneo per contrastare gli interessi sovietici - del “Free Great Kurdistan”, il Grande Kurdistan Libero, capace di inglobare pezzi di Iran, Iraq e Turchia. Insomma, ti rivolto il mondo come un calzino alla faccia di tutti i parlamenti e tutte le democrazie.
Ecco cosa scrive un regista dissidente turco, Timucin Leflef, che da anni vive in Irlanda: «Se al summit partecipano gente come Kissinger, Wolfowitz e Rumsfeld e altri guerrafondai del loro calibro, è naturale che venga affrontato il tema di una nuova guerra, che porta profitti per l’industria bellica. Sarà l’Iran il prossimo scenario? E forse finirà per essere proprio la Turchia una pedina essenziale nello scacchiere? Se Kissinger nel suo ultimo libro “Anni nucleari e politica estera” teorizza il fatto che oggi non vi può essere conflitto senza l’uso di armi atomiche, vuol dire che anche il nostro paese ne sarà coinvolto?».

 

«L’unico giornalista turco - continua il regista - invitato quest’anno è Cegiz Candar, del Turkish Referans Newspaper, che in un articolo ha parlato della sua colazione di lavoro, lo scorso 3 aprile a Washington, col suo amico intimo Wolfowitz. Sono letteralmente sbigottito dell’assoluta mancanza di dibattito, in Tuchia, circa l’incontro dei Bilderberg nel nostro paese. Non ne ha scritto alcun giornale. Sono ancora più offeso, come cittadino, per il fatto che il nostro governo ha permesso un simile incontro, per di più segreto, sul nostro territorio. Se il gruppo Bilderberg non ha niente da nascondere, dovrebbe dare libero accesso alle discussioni o quantomeno consentire delle trascrizioni perché i cittadini siano informati. Invece niente. Il più totale silenzio».

 

Sottolineano alcuni giornalisti investigativi della Bbc: «Si tratta di una delle associazioni più controverse dei nostri tempi, da alcuni accusata di decidere i destini del mondo a porte chiuse. Nessuna parola di quanto viene detto nel corso degli incontri è mai trapelata». E poi il reporter di un quotidiano di Bristol, Tony Gosling: «Secondo alcune indiscrezioni che ho raccolto, il primo luogo nel quale si è parlato di invasione dell’Iraq da parte degli Usa, ben prima che ciò accadesse, è stato nel meeting 2002 dei Bilderberg». Secondo lo studioso di ordini e associazioni paramassoniche Giorgio Bongiovanni, «Bilderberg rappresenta uno dei più potenti gruppi di facciata degli Illuminati, costituito per contribuire alla creazione di un Nuovo Ordine Mondiale e di un Governo Mondiale entro il 2012. Sembra che le decisioni più importanti a livello politico, sociale, economico-finanziario per il mondo occidentale vengano in qualche modo ratificate dai Bflderberg».

 

Il Gruppo nasce nel 1952 ma viene ufficializzato due anni più tardi, a giugno ‘54, quando un ristretto manipolo di vip dell’epoca si riunisce all’hotel Bilderberg di Oosterbeek, in Olanda. Due i grandi promotori dell’iniziativa: sua maestà il principe Bernardo de Lippe, olandese, ex ufficiale delle SS, in prima linea fino a quando non verrà travolto dallo scandalo Lockheed; e Joseph Retinger, faccendiere polacco al centro di una fittissima trama di rapporti finanziari internazionali. I primi incontri si svolgono esclusivamente in paesi europei, solo dall’inizio degli anni ‘60 anche negli Usa. Al summit di Stresa, sul totale di 126 partecipanti, 33 sono statunitensi; a ruota il nostro Paese (con 16), seguono distanziate Gran Bretagna (9), Germania ( 8) e poi alla spicciolata tutte le altre nazioni, una trentina in tutto.

 

VIP IN BILD
Ecco alcuni nomi delle nostre delegazioni. Della pattuglia presente a Stresa facevano parte Rodolfo De Benedetti, Franco Bernabè, Mario Draghi, Gabriele Galateri, Mario Monti, Tommaso Padoa Schioppa, Corrado Passera, Paolo Scaroni, Domenico Siniscalco, Giulio Tremonti, Marco Tronchetti Provera. «Guarda caso - commenta qualcuno in Borsa - c’erano tutti gli ultimi ministri dell’Economia, sia del Polo che dell’Unione». Nel corso degli anni precedenti, folto anche il parterre politico, con alcuni esponenti della prima repubblica (Gianni De Michelis, Giorgio La Malfa , Claudio Martelli, Virginio Rognoni), Romano Prodi ed Emma Bonino, in qualità di presidente e di commissario Ue, Walter Veltroni, al tempo direttore dell’Unità. Super qualificato il team economico-finanziario: Giovanni e Umberto Agnelli più Paolo Fresco per la Fiat ; Renato Ruggiero (trascorsi Fiat, poi ministro per il Commercio Estero e una rapida parentesi alla Farnesina nel governo Berlusconi); Innocenzo Cipolletta, direttore generale di Confindustria, Rainer Masera, al timone di Imi San Paolo, Alessandro Profumo, oggi vertice del colosso nato dalla fusione di Unicredit e Capitalia.
Ma vediamo i pezzi da novanta che si sono radunati al sole di Istanbul. Josè Barroso, presidente della Commissione europea, Carl Bildt, ex premier svedese, Henri de Castries, presidente di Axa, George David, al vertice di Coca Cola, John Elkan, vice presidente Fiat, Timothy Geithner, numero uno della Federal Reserve Bank di New York, Jaap Hoop de Scheffer, segretario generale Nato, Vernon Jordan, direttore generale di Lazard Freres, Henry Kissinger, presidente della Kissinger Associates, Bernard Kouchner ministro degli esteri francese, Ed Kronenburg, direttore del quartier generale Nato, William Luti, del National Security Council statunitense, Frank McKerma, ambasciatore Usa e membro del gruppo Carlyle, Mario Monti, presidente della Bocconi, Craig Mundie della Microsoft Corporation, Tommaso Padoa Schioppa, ministro dell’economia, Richard Perle, dell’American Enterprise Institute far Public Policy Research, David Rockefeller (non ha bisogno - anche per gli organizzatori - di qualifiche), Matias Inciarte, vice presidente del Grupo Santander bank, Dennis Ross, responsabile del Washington Institute far Near East Policy (la politica del vicino Est), Otto Schily, ex ministro tedesco degli Affari interni, Jurgen Scrempp, ex presidente della tedesca Daimler Chrysler, Peter Suterland, presidente di Goldman Sachs International, Jean Claude Trichet, della Banca Centrale Europea, James Wolfensohn, inviato speciale (del governo USA) per il “disimpegno di Gaza” (Gaza Disengagement)

Fonte : www.disinformazione.it

Agosto 17, 2007

Il terrore intoccabile, dal Nazismo a Israele… uno scambio di ruoli.