Angolo del Gigio

Giugno 30, 2007

Militanti di Forza Nuova, armati di bastoni e coltelli all’arrembaggio!

Irruzione di un gruppo di militanti di Forza Nuova, armati di bastoni e coltelli. L’assalto ai cancelli di Villa Ada e il lancio di bombe-carta al grido di “Viva il Duce”

Roma, raid fascista durante concerto
tre feriti, un carabiniere contuso

Lista unita per le elezioni 2006 - Lo Squadrismo Ri-Legittimato il danno ha portato!ROMA - Tre ragazzi feriti, due auto dei carabinieri danneggiate, un militare contuso. Questo il bilancio della notte di paura vissuta al termine di un concerto della Banda Bassotti nel parco di Villa Ada, a Roma. Una spedizione punitiva, compiuta da militanti - circa 150, raccontano i testimoni - del movimento di estrema destra “Forza Nuova”, che si sono presentati in colonna gridando “Duce! Duce!”, con i volti coperti da caschi, armati di bastoni, catene e coltelli. A farne le spese sono stati tre ragazzi. Fra questi, uno è stato colpito da un’arma da taglio, l’altro ferito al capo. Numerose le persone sotto shock: nel parco c’erano anche famiglie con bambini. La Banda Bassotti, storica formazione del “combat rock” romano, è nota per l’impegno sociale e la militanza politica di sinistra.

A raccontare la dinamica dell’accaduto, a Repubblica Tv, è Luca Bracci, direttore artistico di “Roma incontra il mondo”, manifestazione dell’Estate Romana nell’ambito della quale si è esibita la Banda Bassotti. “Il concerto era finito, quattrocento persone se n’erano già andate, quando mi hanno chiamato i membri della band, che stavano salendo in macchina su via Salaria. Mi hanno detto che stava arrivando una colonna di fascisti, alcuni con il coltello in mano”.

“Ci siamo sbrigati, siamo riusciti appena in tempo a chiudere il cancello interno - spiega Bracci - ma quelli, arrivati all’ingresso, hanno cominciato a lanciare petardi e bombe carta, inneggiando al Duce e gridando slogan fascisti. All’interno si è creato il panico, l’area non è grande, c’erano ancora circa mille persone”.

Poi, i fascisti si sono allontanati, i cancelli sono stati riaperti e qualcuno ha iniziato a uscire. A quel punto gli aggressori sono passati all’attacco, che è andato avanti per almeno mezzora. I carabinieri sono intervenuti immediatamente ma hanno faticato per riportare la calma. “Erano agguerriti, è chiaro - spiega ancora Bracci - che si è trattato di un’aggressione organizzata, in una zona dove sono presenti numerosi covi di estrema destra: già in passato sono comparse scritte antisemite sui negozi di Viale Libia e Viale Somalia”.

<B>Roma, raid fascista durante concerto<br>tre feriti, un carabiniere contuso</B> La manifestazione “Roma incontra il mondo” è iniziata da dieci giorni, “e già tre volte - racconta l’organizzatore - erano state gravemente danneggiate le macchine degli spettatori, vetri rotti, gomme bucate. tant’è vero che proprio ieri sera erano venuti due ispettori della polizia per cercare di capire come mettere riparo alla situazione. Poi, visto che era tutto tranquillo, verso mezzanotte se n’erano andati”.

Scopa, il chitarrista della Banda Bassotti, è convinto che l’obiettivo fosse proprio la band: “Sapevamo di venire in una zona un po’ a rischio, per questo siamo usciti velocemente. Gli aggressori cercavano noi, speciificamente. Perché con la nostra musica teniamo alta la cultura antifascista”, ha detto ai microfoni di BBS Popolare Network.

Quanto accaduto è di “incredibile gravità”, ha detto il sindaco di Roma, Walter Veltroni: “Gruppi di teppisti armati di spranghe e bombe-carta, nascosti nell’ombra all’uscita e al grido di ‘Viva il Duce’ hanno premeditatamente aggredito ragazze e ragazzi. Fatti del genere non debbono accadere in questa città. Va evitato in ogni modo che chiunque accenda spirali di violenza”. Veltroni si augura che “le forze dell’ordine riescano a individuare i colpevoli dell’aggressione e ad assicurarli immediatamente alla giustizia, e che “da parte di tutte le forze politiche giunga subito una nettissima e inequivocabile condanna verso queste forme di delinquenza e violenza”. Si è trattato infatti, aggiunge, di “un episodio gravissimo. Sono andati lì per fare molto male. Ho chiesto che chi è stato responsabile sia assicurato alla giustizia: quello che è successo è quanto di più lontano allo spirito di questa città”.

“Ferma condanna” dal presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, che sottolinea “il dovere di isolare chi vuole riportare a un passato che i romani hanno superato da anni”. Di “sconcerto” parla il presidente della federazione romana di Alleanza nazionale, Gianni Alemanno: “Un fatto preoccupante, che rischia di rinnescare una spirale di violenza tra i giovani. Dobbiamo fare il possibile per evitare che questi episodi delinquenziali assumano valenza politica”.

Fonte : www.repubblica.it (29 giugno 2007)

N.B. Ma ci pensate se vincevano le elzioni di Aprile 2006 come finivamo ora!?! Ma ci pensate che questa gente è un pericolo per l’umanità intera prima ancora che per tutti gli Italiani!! Furi i Cialtroni e i Pregiudicati dal Parlamento!! Fuori Nazisti ed estremisti!! E Gianfranco Fini prima di sciaquarsi la bocca con termini come “Emergenza Democratica ” o “Estremisti” ecc. ecc. a vanvera che guardasse chi voleva portare in Parlamento, che guardasse che adesso è sotto gli occhi di tutti chi sono veramente lui e i suoi cialtron-Boys!

Giugno 29, 2007

Il complotto jihadista e il documentario–propaganda di Sion

Il complotto jihadista e il documentario–propaganda di Sion
Marcello Pamio - 29 giugno 2007

Continua imperterrito - con l’immancabile copertura mediatica e la solita vergognosa assenza delle istituzioni governative europee, il bombardamento dell’esercito sionista sulla popolazione inerme palestinese!

Operazione questa, definita “Estate degli stupidi”,(1) dove per stupidi possiamo intendere il mondo occidentale che sta a guardare senza il coraggio di aprire bocca.

Un silenzio che pesa come un macigno sulle numerose vittime nella Striscia di Gaza che, a causa di questi illegali e criminali interventi militari, crescono giorno dopo giorno.

Nonostante le cose si sappiano, nessuno dice nulla, anzi, il messaggio che sta passando è che i palestinesi, visti come gruppi armati tipo Hamas, sono pericolosi non solo per la pace in Medio Oriente, ma per il mondo intero (criminalizzare il criminalizzato, è un ottimo lavaggio della coscienza collettiva e fa miracoli: rende le bombe intelligenti e umanitarie!)

Propaganda questa, portata avanti dai grandi giornali, dalle grandi penne e mezzobusti del teatrino mediatico, che continuano con l’ossessione dell’islam radicale: vedono l’estremismo ovunque, anche dove non c’è, e se non c’è magari è possibile crearlo.

Lo scrittore francese Thierry Meyssan si è occupato di un recente documentario-propaganda che rientra proprio in questa strategia: Obsession: Radical Islam’s War Against the West, “Ossessione: la Guerra dell’Islam radicale contro l’Occidente”.(2)

Meyssan analizza le tecniche messe in opera
per promuovere lo “scontro delle civiltà”.

Per far sì che l’opinione pubblica (noi occidentali dormienti) approvi il trattamento riservato ai palestinesi (bombardamenti indiscriminati, razionamento illegale di acqua ed energia elettrica, chiusura all’interno del “muro della vergogna” alto 8 metri e lungo 1000 chilometri , privazione dei territori, sottrazione di terreno e proprietà, assassinii, violenze mentali e fisiche, torture, ibernazione dei fondi esteri, ecc.) sono necessarie delle tecniche di propaganda il cui scopo è:

- disumanizzazione del nemico, quindi del palestinese cioè dell’arabo, cioè del musulmano;

- riduzione della causa politica ad un semplice e becero oscurantismo religioso di una minoranza.

Da circa un anno infatti una misteriosa casa di produzione, finanziata guarda caso dal regime di Sion, sta facendo proprio questo: diffusione universale di un documentario dedicato all’islam radicale. Finora, questa pellicola ha dato luogo a molte proiezioni private (anche al Congresso degli Stati Uniti) ma è stato visto da una decina di milioni di persone grazie alla catena néoconservatrice Fox News di Rupert Murdoch (magnate australiano dei media, nonché massone israelita, creatura degli Oppenheimer e membro del gruppo Bilderberg). (3)

Del video, sono state preparate (visto che i soldi non mancano), versioni sottotitolate in numerose lingue. Uno special di 78 minuti in cui si “dimostra” come il mondo musulmano di oggi è più malato di quello della Germania nazista (termine di paragone usato molto spesso nei confronti del regime iraniano). Per fare questo ricorre all’emozione, alla dissimulazione, alla ripetizione (tecnica usata dal Ministro della Propaganda: Paul Joseph Goebbels), il tutto per suscitare una forte angoscia nello spettatore, anche quello più informato.

D’altronde basta osservare con attenzione la locandina per comprendere come si sono mirabilmente associate le immagini della tragedia dell’11 settembre 2001 con la mezzaluna islamica e il fucile mitragliatore kalashnikov…

Sempre dalla locandina si evince che si tratta di un film della HonestReporting.com, un sito “volto a garantire a Israele una presentazione giusta sui mezzi di informazione“.(4) Spero sia chiaro a tutti qual è il vero scopo di simili siti…

Il messaggio chiave di questo documentario si può riassumere così nelle parole usate dallo stesso Thierry Meyssan: “il complotto jihadista mondiale è la punta di diamante dell’islam, che è una civilizzazione nazista”. Questo slogan concentra le principali argomentazioni a favore della “scontro di civiltà”, perché lo scopo è sempre quello: aizzare allo scontro e dividere per imperare, per meglio controllare. Il documentario tra le altre cose sottolinea l’alleanza tra il Grande Muftì di Gerusalemme (il rappresentate di tutti i musulmani) e il Reich nazista, ma decontestualizzandola completamente in modo che non abbia più come oggetto la liberazione della Palestina britannica, ma lo sterminio degli ebrei dell’Europa.

Non viene ricordato che fu proprio l’Impero Britannico a creare tutta questa zizzania, promettendo ai primi del secolo scorso, la Terra Promessa sia agli arabi (usati come carne da cannone per cacciare i turco-ottomani) che agli ebrei. Promessa mantenuta solo per il “focolare ebraico”!

La pellicola propone poi l’esistenza di un movimento segreto, visibile nelle azioni terroristiche che gli vengono attribuite (dimenticando le numerosissime ‘false flag’), che sarebbe la punta di diamante di una società di un miliardo di uomini!!! Nell’intero pianeta, un sesto degli abitanti sarebbero membri di un esercito jihadista pronto a farsi esplodere per Allah…

Mentre questo esercito si sta preparando ad assaltare la civiltà occidentale, con bombe e corano, il quartetto ‘democratico’ formato da Usa, Unione Europea, Onu e Russia, ha discusso e votato il guerrafondaio Tony Blair come inviato per le “missioni di pace” in Medio Oriente.
Certamente nel mondo dell’inganno globale (termine di orwelliana memoria), un uomo come Tony Blair (le cui mani sono intrise di sangue di innocenti), apporterà certamente un valido aiuto alla ‘causa della pace’ (per lor signori, il termine ‘pace’ significa guerra)

In conclusione, qualcuno forse sta cercando di sostituire il complotto ebraico con un nuovo complotto islamico-jihadista?

(1) Agenzia Stampa informazioni sulla Palestina: www.infopal.it/home.php
(2) Sito ufficiale di Thierry Meyssan: http://www.voltairenet.org/article149502.html
(3) “Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia”
(4) Sito ufficiale della HonestReporting.com: www.honestreporting.com

Fonte Articolo : www.disinformazione.it

Giugno 24, 2007

…Arraffanza Nazionale…

Tu sei peggio di mè!… Arroganza nazionale …
di Marco Lillo - L’Espresso

La moglie, il fratello, la cognata e il segretario di Gianfranco Fini. Tutti nel business della sanità. Finché non scoppia una lite per soldi e palazzi…

Nella hit parade delle intercettazioni celebri sta per balzare in testa alla classifica Daniela Di Sotto. Al confronto il ritornello sui ‘furbetti del quartierino’ del vecchio Ricucci impallidisce. La moglie di Gianfranco Fini incide il suo hit sul nastro della Polizia di Potenza alle ore 20 del 19 aprile 2005: Io sono andata a sbattermi il culo con Storace“.

Sbatticulo 2006 - La Resa dei ContiScioccato da tanta schiettezza, il pm Henry John Woodcock ha piazzato su questa frase un omissis. ‘L’espresso’ invece la pubblica integralmente perché è significativa per capire gli affari di rilevanza pubblica di cui parlano al telefono Daniela Fini e il segretario di suo marito Francesco Proietti, detto Checchino, oggi deputato. A differenza delle altre nove volte nelle quali la moglie e il braccio destro dell’ex vicepremier ricorrono alla stessa parola nel corso della telefonata, qui non c’è omissis che tenga. Lo ’sbattimento’ di Daniela con Storace ha prodotto una convenzione per la clinica della famiglia Fini.

Secondo il pubblico ministero Henry John Woodcock: “Francesco Proietti e Daniela Di Sotto (nome da nubile della signora Fini, ndr) fanno esplicitamente cenno all’interessamento profuso dalla Daniela Di Sotto presso Francesco Storace - all’epoca dei fatti presidente della Regione Lazio - affinché la clinica Panigea operasse in regime di convenzione l’esecuzione di esami clinici (Tac e risonanza magnetica) particolarmente costosi”.

Alleanza Nazionale Mangiatori della Torta

Attenzione ai tempi: la richiesta di convenzione della Panigea porta la data dell’11 febbraio, il parere favorevole della Asl è del 14, la delibera della giunta (che due mesi dopo andrà a casa) è del 18, alla faccia della burocrazia regionale.

La telefonata intercettata è dell’aprile 2005. Daniela Fini e Proietti dovrebbero brindare per i futuri incassi e invece sono infuriati perché a beneficiare della convenzione prodotta dallo ’sbattimento’ non saranno loro due ma il loro socio di maggioranza.

Si chiama Patrizia Pescatori e non è un socio qualunque:
è la cognata di Gianfranco Fini.

Patrizia Pescatori ha sposato Massimo Fini, un dottore che lavora dal 1986 per la Tosinvest di Giampaolo Angelucci (il re delle cliniche finito ai domiciliari in un’altra indagine dei pm di Bari lunedì scorso). Massimo Fini è il direttore sanitario dell’Istituto San Raffaele, la struttura più importante del gruppo Tosinvest che ha ceduto alla fine degli anni Novanta a sua moglie il centro Panigea, mantenendovi una piccola quota simbolica. La società che gestisce il Panigea (Poliambulatorio Cave Srl) fatturava nel 2004, già prima di avere l’accreditamento, ben 2 milioni e 300 mila euro all’anno.

Più piccola invece la seconda struttura della premiata ditta Daniela & Checchino: la Emmerre 3000 srl.

Daniela Fini “Sbatticulo” moglie di Mr. Arraffanza NazionaleSi tratta di un centro fisioterapico che ha visto esplodere il suo fatturato dai 30 mila euro del 2002 ai 540 mila del 2004. Anche in questo caso l’accreditamento è arrivato grazie alla giunta Storace. Il centro infatti lo aveva perso a causa del crack della società che ne era titolare. La Asl Roma C ha però espresso parere favorevole al trasferimento dell’accreditamento dalla fallita alla società dei Fini (MR 3000 Srl) il 14 marzo 2003.

Nonostante gli affari vadano a gonfie vele per entrambe le società,
le cognate litigano e vogliono separare le loro strade.

I magistrati di Potenza descrivono così la situazione: “Socio di maggioranza del poliambulatorio Panigea è Patrizia Pescatori, la quale, al fine di acquisire l’intero controllo della struttura, propone di scambiare la quota da lei posseduta in Emmerre con le quote possedute da Daniela Fini e da Francesco Proietti in Panigea”. Daniela e Checchino vogliono liberarsi della cognata ma “non intendono dismettere le loro quote in Panigea, investimento che ritengono particolarmente vantaggioso.

Dal 2003, pur non comparendo ufficialmente quali soci, Proietti e Daniela Fini avrebbero investito in Panigea 100 mila euro pro capite, quota il cui valore sarebbe destinato a rivalutarsi nel tempo, proprio grazie al volume d’affari generato dalle prestazioni sanitarie effettuate in regime di convenzione”. A mettere zizzania tra i due rami dei Fini è proprio la convenzione.

Scritto il 23/06/06 alle 11:03

Se Scaroni fosse Mattei… Ovvero: tesori, tesoretti e straccioni.

Un altro Pluri-Pregiudicato promosso a nostre spese dallo Se Scaroni fosse Mattei…
Ovvero: tesori, tesoretti e straccioni.
di Carlo Bertani – 11 giugno 2007

La politica italiana, aggrovigliata su sé stessa, oramai discute soltanto di facezie: s’arrovella per chiedersi se il comandante della Guardia di Finanza debba essere un uomo speciale o normale, se sia meglio destinare quattro soldi a questo od a quel ministero, se “ingolfare” la Magistratura con qualche nuova inchiesta-veleno, nei confronti di Berlusconi o di D’Alema.

Una destra populista confonde la volontà popolare con le proprie necessità di non cedere troppo tempo agli anni, e così s’inventa – osservando la data di nascita del suo leader – di chiedere al Capo dello Stato nuove elezioni, dopo aver strappato all’avversario quattro comuni alle Amministrative.

Il Governo, prigioniero di mille ricatti, provvede alla “normale emergenza” governando con il voto di fiducia, mentre un’opposizione agguerrita si rallegra, concia delle difficoltà altrui, proprio perché sono “altrui” e non deve sbucciarsele in casa.

Fanno finta di non ricordare quando cambiavano i ministri dell’Economia pescandoli dal mazzo delle carte, e Bruxelles tuonava.

La situazione italiana segue oramai un copione impazzito, quello di una destra che non è europea ma quasi sudamericana e quello di una sinistra che si rallegra per le amicizie che conta nella finanza internazionale, al punto di dover tacitare i sindacati con un piatto di lenticchie.
Vale la pena, ancora, di seguire la commedia? No, perché è recitata da persone normali, mentre avremmo veramente bisogno di persone speciali. Se non le avessero crocifisse da decenni.

Oggi, ci si rallegra perché il gettito fiscale ha creato un avanzo di bilancio – il cosiddetto “tesoretto” – del quale non sanno con precisione nemmeno a quanto ammonta: si va da 2,5 a 9 miliardi, secondo i giorni e gli umori. Mai come oggi, tutti gli occhi sono puntati sul dito del saggio che indica il cielo.
Eppure, ogni anno che passa, le stime sulla “bolletta energetica” aumentano con la progressione dei consumi e gli aumenti dell’energia sul mercato internazionale. Alcune cifre?
La “bolletta energetica” italiana, prevista per il 2007[1], è di circa 45 miliardi di euro, dei quali 24 per il solo petrolio. Nel 2006 furono 48 miliardi, ma ricordiamo che i 45 miliardi del 2007 sono, per ora, una previsione. Un misero aumento del barile – dovuto ad una guerra, una guerricciola, un uragano, un allarme sulle stime – potrebbe cambiare il quadro.
Sono 45 miliardi di euro che prendono la via dell’estero, dalla Libia all’Arabia Saudita, dalla Russia alla Francia. I miliardi di euro del “tesoretto”, invece, provengono tutti dalle tasse degli italiani, e sono ben poca cosa rispetto ai numeri dell’energia. Da dove nasce questa situazione?

Se vogliamo osservare la situazione da un diverso punto di vista, potremmo valutare che i consumi energetici totali italiani s’attestano intorno ai 190 MTEP annui[2], comprendendo in questa cifra tutto, dalla lavatrice all’automobile.
Ovviamente, l’energia proviene da più fonti – petrolio, gas, carbone, idroelettrico, acquisti d’energia elettrica sul mercato estero, ecc – ma, per comodità, viene valutata come se fosse tutta petrolio.
Siamo abituati a considerare il prezzo del petrolio in barili (barrel), ma una tonnellata di petrolio equivale a circa 6,2 barili[3]: considerando un prezzo di 65 $/barile, una tonnellata costa circa 400$ americani. 190 milioni di tonnellate, dunque, equivarrebbero a 76 miliardi di dollari, circa 56 miliardi di euro[4].

Da questa cifra dobbiamo sottrarre il 10% di produzione nazionale[5], e siamo a circa 50. Non tutta l’energia proviene però dal petrolio e dal gas, ed il carbone è una fonte più economica: come si può notare, cifre fra i 45 ed i 50 miliardi di euro sono perfettamente coerenti con i consumi.
Ecco la quadratura del cerchio, da dove nasce la tendenza a ristrutturare le centrali che funzionano a petrolio con il carbone: una semplice convenienza economica, giacché il costo dell’energia in Italia è più alto che all’estero.
Si tratta, però, di una politica assai miope: ristrutturare una centrale comporta onerosi investimenti e anni di lavoro. Nel volgere d’alcuni anni, aumentando la domanda di carbone, il prezzo potrebbe salire e saremmo da capo: in più, con l’aggravio di bruciare carbone, la fonte che produce più gas serra.

Anche l’ipotesi nucleare – caldeggiata a lungo dal centro destra, ma solo per scopi propagandistici – è stata abbandonata anche dall’ex Ministro Matteoli: un paese che decise vent’anni fa di non ricorrere al nucleare non può, nel volgere di un battito d’ali, riprendere quella strada.
Considerazioni ambientali a parte (scorie, ecc), quanto tempo ci vorrebbe per avere una decina di centrali nucleari in Italia? Non esistono nemmeno più (o sono ridotte al lumicino) le facoltà universitarie del settore!

L’IEA[6] valuta la disponibilità d’Uranio nel pianeta in 40-80 anni, secondo il prezzo d’estrazione e di raffinazione del minerale (in aumento): anche se l’Italia decidesse di costruire nuove centrali – e dove? Con quello che succede per i termovalorizzatori, ci sarebbe un solo sindaco che acconsentirebbe? Dovremmo rifare il referendum? – ci arriveremmo probabilmente quando il nucleare diventerebbe poco attraente anche dal punto di vista economico.
Il “risorgimento” nucleare è dovuto principalmente alla peculiarità di quel sistema, che non produce gas serra, ma è un risorgimento che ha le ali tarpate proprio dagli enormi ritardi accumulati dall’Italia sul fronte dell’energia. Ci arriveremmo troppo tardi.

Come si è giunti a questa situazione?
Le scelte energetiche italiane nascono da due momenti ben precisi: il dopoguerra di Enrico Mattei ed il referendum sul nucleare del 1987.
Quando Mattei si sedette alla poltrona dell’AGIP, ereditando il carrozzone fascista, l’Italia era in ginocchio: fonti nazionali quasi inesistenti, dipendenza dall’estero pressoché totale. Mattei richiamò alla neonata ENI anche numerosi dirigenti che avevano subito l’ostracismo poiché coinvolti con il passato regime, giacché aveva bisogno di personale preparato. Altro che “bipartisan”!

L’obiettivo era quello d’iniziare a sfruttare il gas metano presente nel sottosuolo della pianura Padana, e ci riuscì. I volumi estratti non erano certo abbondanti, ma per il nulla che l’Italia possedeva erano pur sempre qualcosa.
La lungimiranza di Mattei, però, fu evidente da quel momento in poi: forte della sua formazione di cattolico attento alle esigenze sociali, lanciò l’ENI alla caccia di contratti con i paesi produttori di petrolio e di gas. L’arma vincente? Pagava semplicemente un poco di più degli inglesi e degli americani. In quegli anni, la BP “divideva” i proventi della società petrolifera mista – Anglo Iranian Oil – in un modo assai curioso: il 94% agli inglesi ed il 6% agli iraniani. Una vera ed onesta joint venture!

Fu facile, per Mattei, introdursi in quel mercato poiché – almeno fino al 1956 ed ai fatti di Suez – le compagnie inglesi trattavano il petrolio con l’identica mentalità coloniale d’anteguerra, e gli americani – pur non essendo mai stati colonialisti – cercavano d’imparare.
Prima d’essere ucciso, Mattei riuscì a creare una serie di contatti che consentirono all’Italia la fornitura energetica per i decenni a venire: le basi dell’approvvigionamento petrolifero italiano sono ancora quelle create da Mattei. L’unica, importante novità fu il gasdotto siberiano, che coinvolse l’Italia e l’URSS in una serie di collaborazioni industriali: ad esempio, lo “sbarco” della FIAT a Togliattigrad e la fornitura di macchine per la lavorazione del legno, delle quali i sovietici avevano gran bisogno, viste le enormi ricchezze forestali. Grazie a quegli accordi, ancora oggi l’Italia conserva un’ottima posizione in quel settore tecnologico: nel modenese sorgono moltissime aziende del settore del legno.

Il referendum del 1987 non doveva finire in quel modo – così pensavano i vertici dell’ENEL, che aveva iniziato ad investire a Caorso ed a Montalto di Castro per le prime due, vere[7], centrali nucleari italiane – ma cadde la tegola di Chernobyl, ed il popolo italiano disse di no.
Nel 1987, dopo il referendum, la classe politica del tempo avrebbe dovuto prendere coscienza che l’Italia aveva abbandonato quella strada – mentre Francia, Germania e Gran Bretagna procedevano – e prendere provvedimenti.
Già allora si sentiva parlare d’energie rinnovabili, ma il basso prezzo del petrolio – giunse a 11$/barile negli anni ’90! – confinava il settore in un ambito meno pressante, con pochi fondi e, tutto sommato, considerato quasi come un settore di ricerca pura. In altre parole: se son rose fioriranno, ma non perdiamoci troppo tempo.

Intorno al 1980, ad esempio, la FIAT studiava un primitivo modello d’aerogeneratore – il Libellula – del quale ebbi modo di seguire le vicende, poiché un prototipo fu installato proprio nella tenuta di un mio conoscente.

L’aerogeneratore, a differenza dei modelli attuali, affidava ad un complesso sistema di molle e contrappesi la possibilità di mantenere costante la rotazione al variare del vento che, quando “variava” troppo, distruggeva molle e contrappesi.
Puntualmente, giungevano da Torino i tecnici dell’azienda che sistemavano nuove molle e contrappesi, che il vento si premuniva di fracassare nuovamente.
Le strade seguite da tedeschi e danesi furono invece diverse: approfondirono molto – grazie alla “ricaduta” delle tecnologie aeronautiche – lo studio dei materiali per consentire alle pale di flettersi senza rompersi, ed i risultati – oggi – si vedono.

Negli stessi anni, però, il sistema politico italiano era già entrato in cortocircuito per la sciagurata gestione del debito e per i noti “terremoti” internazionali: non ci furono di certo orecchie attente al problema, e quella pessima impostazione perdura.
Ancora nel 2004, riuscirono a cacciare Rubbia dalla presidenza dell’ENEA poiché, altrimenti, il solare termodinamico avrebbe seriamente corso il rischio di diventare una realtà.
Vale la pena di soffermarsi qualche secondo sulle esternazioni di Scaroni – Presidente dell’ENI – poiché sono illuminanti. Con soddisfazione, affermava qualche mese or sono “che, per fortuna, l’Italia non aveva venti costanti e potenti come quelli del Mare del Nord, e quindi il sistema eolico era improponibile”.

Considerazioni tecnologiche a parte – l’affermazione di Scaroni ha del vero, ma sottende anche molte falsità – stupisce osservare che un uomo che s’occupa d’energia “si rallegri” perché l’Italia è relativamente più povera di una risorsa energetica. Non credo che Mattei si sarebbe “rallegrato”.
Contemporaneamente, Enelgreenpower – ossia l’ENEL – affermava candidamente che la risorsa eolica era valutata, nel pianeta, quattro volte l’intero fabbisogno mondiale del 1998. Nel 1990, l’Ente Americano per l’Energia sosteneva che tre soli stati – North Dakota, Kansas e Texas – erano in grado di fornire l’intero fabbisogno nazionale con il sistema eolico. Nel 2005, l’Università di Stanford rivedeva al rialzo quelle stime. C’è proprio da “rallegrarsi”.

L’impasse energetica italiana nasce dunque da un coacervo di fattori, che maturarono negli stessi anni: il referendum del 1987, la crisi politica dei primi anni ’90 e la contemporanea dismissione di molte aziende meccaniche di proprietà statale. Già, perché se desideriamo costruire impianti per la captazione delle energie rinnovabili, qualcuno deve pur costruirli!
Non dimentichiamo che l’area anseatica è diventata leader dell’eolico anche per ragioni storiche: l’ultima azienda che produceva mulini a vento tradizionali (quelli delle cartoline) chiuse i battenti, in Danimarca, intorno al 1970. Vent’anni dopo, s’affermava la nuova industria eolica: in Germania, valutano che 250.000 persone lavorino nel settore delle energie rinnovabili.

Chi poteva (e potrebbe), in Italia, diventare attore nel nuovo settore?
L’ENEA, ad esempio, ha praticamente terminato la fase di ricerca sul solare termodinamico: chi lo realizzerà? Con il ritorno di Rubbia, è possibile che l’impianto di Priolo Gargallo sia finalmente terminato, ma si tratta pur sempre di un impianto sperimentale, e gli anni passano.
Le grandi aziende meccaniche italiane si contano sulle dita di una mano: FIAT, Ansaldo, Italcantieri, OTO Melara, Pignone e poco di più. Italsider non esiste praticamente più, l’IRI è un ricordo.
La più importante azienda – la FIAT – deve focalizzarsi sul “core business”, ossia sul settore auto, per non perdere il terreno che ha faticosamente riguadagnato dopo una crisi che giunse ai limiti dell’estinzione.

Ancora una volta – come dopo l’Unificazione, durante il Fascismo, nel Dopoguerra – dobbiamo costatare la debolezza dell’apparato produttivo italiano. Il tessuto produttivo italiano riesce ad interpretare bene le nicchie di mercato – pensiamo al made in Italy, l’estetica – poiché la dimensione contenuta delle aziende è in grado di competere soltanto sulle nicchie, non sui grandi mercati.
La “mano pubblica” non ha più la possibilità d’intervenire direttamente nella gestione industriale – non entriamo nel merito della contesa fra pubblico e privato, constatiamo semplicemente che così è – e quindi (anche per le norme europee in materia) lo Stato non può decidere di costruire centrali solari od eoliche.
Possono costruirle i privati? Troppo piccoli per una simile impresa: potranno al massimo costruire singoli settori della “filiera” della nuova industria, ma non interpretare il processo produttivo dalla A alla Z.

Lo Stato potrebbe favorire – mediante la leva fiscale – consorzi d’aziende che lavorano su segmenti diversi della stessa “filiera” industriale: sarebbe un tentativo per conciliare l’originalità del nostro tessuto industriale – basato su tante piccole e medie imprese – con la necessità di gestire mercati ampi e complessi. Non dimentichiamo, però, che il tempo passa: i colossi internazionali dell’energia non aspetteranno certo l’Italia.

Rimangono ENEL ed ENI – quotate in Borsa ma con una residua partecipazione dello Stato – che però pensano al carbone (ENEL), oppure si “rallegrano” se c’è poco vento (ENI).
Nulla vieta d’installare aerogeneratori prodotti all’estero – così oggi vanno le cose – ma non dimentichiamo che, chi “perderà il treno” della nuova industria energetica, accumulerà probabilmente un secolo di ritardo tecnologico.
Per il solare termodinamico, invece, siamo al parossismo: la nuova tecnologia è completamente italiana!
Attualmente, l’ENEA prevede che il costo di produzione di un KW/h elettrico, con la nuova tecnologia, si aggiri intorno ai 6,5 euro/cent, inferiore al petrolio ed al gas e poco più alto del carbone (però, senza inquinare!)[8].

Nei documenti ufficiali dell’ENEA, però, traspare un concetto che vale la pena d’analizzare.
La captazione solare è proficua a molte latitudini – l’Austria è il paese con più collettori solari (acqua calda) pro capite – ma è alle basse latitudine, zone tropicali ed equatoriali, che diventa molto conveniente.

Leggiamo cosa afferma l’ENEA nel suo documento ufficiale sul solare termodinamico (csp.pdf):
“Come si è visto in precedenza, per gli impianti solari a concentrazione il grosso del mercato potenziale, più prossimo all’Italia, si trova nei Paesi a sud e a sud-est del Mediterraneo, ovvero il Nord-Africa e il Medio Oriente. La presenza in questo ambito geografico di vaste aree ad alto irraggiamento diretto e con scarso valore commerciale (non essendovi praticabile economicamente né l’agricoltura né la pastorizia) offre la possibilità di produrvi energia di origine solare a basso costo.”

Senza voler apparire presuntuoso, faccio notare che già lo affermavo nel 2003:
“La principale ragione che ha condotto a descrivere come non economico il sistema fotovoltaico è che tutte le analisi compiute, in Europa e negli Stati Uniti, sono state attuate considerando solo le alte latitudini, dove la radiazione solare annua è insufficiente per rendere questo sistema competitivo[9]

Io riferivo l’analisi al sistema fotovoltaico, ma la consistenza della radiazione è la stessa: l’ENEA – se stima il costo di produzione di 1 KW/h a 6,5 euro/cent nelle regioni meridionali europee – scende, nello stesso documento, a 4,5 per le aree tropicali ed equatoriali.
Perché? Poiché la radiazione solare, pur essendo consistente al solstizio d’estate alle nostre latitudini, scende a quello invernale ad 1/6 circa (media) rispetto alle aree equatoriali. In altre parole, riceviamo molta energia in estate, ma pochissima d’inverno: fra i Tropici e l’Equatore, invece, i valori sono più costanti tutto l’anno; inoltre, la media annua (la quantità totale d’energia) è sensibilmente a loro favore. Difatti, l’ENEA stima una diminuzione del costo del singolo KW/h di quasi un terzo, se gli impianti fossero situati nelle aree sahariane e sub-sahariane.

Tutto ciò ci riporta alla domanda iniziale, ovvero: se Scaroni fosse Mattei…
Se Scaroni fosse Mattei, ritornerebbe – quasi fosse la sua reincarnazione – in Africa: questa volta per stendere accordi per le forniture energetiche utilizzando la nuova tecnologia, tutta italiana, che ci farebbe tornare fra le nazioni che sfornano tecnologia.
Qualcuno potrebbe domandarsi: perché non attuare la captazione in Italia? Domanda legittima ed appropriata.

Per oggettive situazioni geografiche, la sola Sicilia – in Italia – sarebbe nelle condizioni più favorevoli per avviare il processo: dunque, si potrebbe fare. Ciò non significa che anche altre aree potrebbero ricevere la nuova tecnologia: semplicemente, più si sale verso Nord, meno diventa conveniente.
Pur con costi superiori (6,5 euro/cent KW/h) potremmo avviare i processi in Sicilia: oltretutto, sarebbe una buona “palestra” prima d’esportare la tecnologia in esame. Quanto – di quei 45 miliardi di euro – potremmo risparmiare realizzando le centrali in Sicilia?

Produrre il 10-20% dell’energia consumata con il sistema termodinamico non è assolutamente una chimera: sarebbe come mettere insieme un paio di “tesoretti” ogni anno senza dover ricorrere alle tasse.
Inoltre, progrediremmo nella fase d’industrializzazione del progetto (magari migliorandolo in corso d’opera, come spesso avviene) e ci sottrarremmo – almeno un poco – ai ricatti energetici, ai quali siamo troppo esposti.

Di più sarebbe possibile fare, ma ci esporremmo ad altri rischi.

Siamo storicamente legati ai paesi della sponda Sud del Mediterraneo: già i Romani commerciavano con quelle popolazioni per le spezie, e le “spezie” odierne – se riflettiamo sulla valenza del settore petrolchimico – sono il petrolio ed il gas.
Temo un’Europa coperta di pannelli solari, di varia natura, e d’aerogeneratori, che fosse in grado di coprire l’intero fabbisogno con la produzione in loco: la temo per vari motivi.
Grandi e popolose nazioni – pensiamo all’Algeria – sopravvivono solo grazie alle esportazioni energetiche: quale sarebbe la portata dei flussi migratori, qualora venissero a mancare quegli introiti?
Da sempre, l’Europa è produttrice di beni e l’Africa ed il Medio Oriente sono fornitori di materie prime: se il metodo fosse quello di Mattei – ossia non la rapina, ma il commercio – le due realtà potrebbero convivere in simbiosi, e dunque in pace.

Sull’altro versante, non possiamo dimenticare che chi lo tentò – Enrico Mattei – fu sacrificato sull’altare della pura e semplice convenienza economica che negli anni, grazie a strumenti sempre più sofisticati – il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale , ecc – si è trasformata in un nuovo colonialismo.

Per questa ragione – di là delle personali convinzioni, che lo vedono poco propenso a tentare nuove strade – Scaroni non può diventare Mattei: correrebbe gli stessi rischi del primo presidente dell’ENI. Peccato che, questa impasse, finirà per condurci alla rovina.

La palla torna dunque nuovamente nelle mani del sistema politico, il quale s’interroga sui massimi sistemi, ossia se il comandante della Guardia di Finanza debba essere un uomo normale o speciale.
Politici “speciali”, come i nostri, non sono probabilmente in grado d’imprimere una positiva accelerazione ai rapporti internazionali, per tracciare un nuovo profilo d’approvvigionamento energetico fra le due sponde del Mediterraneo. Smettiamola d’inviare in giro soltanto soldati: proviamo ad inviare gente che sappia trattare.

Avremmo un disperato bisogno di “normali” politici
– di destra e di sinistra –
ma di politici capaci.

http://www.macrolibrarsi.it/libri/__mutamenti_climatici.php?id_wish=10678

Carlo Bertani articoli@carlobertani.it www.carlobertani.it



[1] Fonte Televideo 11/3/2007
[2] La TEP (Tonnellata Equivalente di Petrolio) è un’unità di misura che equivale all’energia contenuta in una tonnellata di petrolio. La MTEP corrisponde ad un milione di TEP.
[3] Si tratta di un valore medio, giacché differenti tipi di petrolio hanno diversa densità.
[4] Al cambio di 1,35 dollari per un euro.
[5] La produzione italiana d’energia varia secondo gli anni: tale variazione è dovuta principalmente alla piovosità, giacché la fonte idroelettrica è la principale, mentre il geotermico e le rinnovabili forniscono circa l’1% ciascuna.
[6] IEA: International Energy Agency.
[7] Le precedenti realizzazioni (Saluggia, ecc.) erano poco di più che impianti sperimentali.
[8] Fonte: ENEA, csf.pdf.
[9] Carlo Bertani – Energia, natura e civiltà: un futuro possibile? – Giunti – 2003.

Giugno 21, 2007

ISRAELE: Chiamiamo le cose con il loro nome…

Chiamiamo le cose con il loro nome
di Carlo Bertani - 18 giugno 2007

Le tremende vicende che attanagliano, ancora un volta, la Terra Santa nascono – come molti sapranno – dall’inganno: se Israele avesse, a suo tempo, rispettato le risoluzioni 242 (1967) e 338 (1973), non ci troveremmo in queste tristi ambasce.

E’ necessario ricordarne alcuni passaggi, perché la memoria di quegli eventi sta diventando terribilmente “corta”:

Risoluzione n. 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU

Sottolineando ulteriormente che tutti gli Stati Membri con la loro accettazione del Trattato hanno sottoscritto l’impegno ad agire in conformità all’articolo 2 del Trattato,

I. Afferma che l’applicazione dei principi del Trattato, richiede un’immediata e duratura pace in Medio Oriente, che dovrebbe includere entrambi i seguenti principi:

a. Ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati nel recente conflitto.

b. Termine di tutte le rivendicazioni e stati di belligeranza, e rispetto per il riconoscimento di sovranità, integrità territoriale e sovranità politica per ogni Stato dell’area e il loro diritto a vivere in pace, con confini sicuri e riconosciuti e liberi da trattati e atti di forza.

II. Afferma inoltre la necessità:

a: Di garantire libertà di navigazioni attraverso le acque internazionali dell’area.

b: Di una giusta soluzione del problema dei profughi.

c: Di garantire l’inviolabilità territoriale e l’indipendenza politica di ogni Stato dell’area, attraverso misure, tra cui l’istituzione di zone demilitarizzate

Il primo atto della vicenda nasce quindi dalla non applicazione delle risoluzioni dell’ONU, quelle stesse risoluzioni che vengono invece imposte ad altri a suon di bombe, sganciate o minacciate: Iraq, Serbia (anche se la Russia fu contraria!), Afghanistan, Corea del Nord e, domani, forse l’Iran. Gli “altri”, guarda a caso, sono sempre i nemici degli USA. Perché non ci fu una risoluzione ONU per l’atomica pakistana? Al Pentagono non sapevano nulla? Quante cose non sanno in Virginia!

Un uomo disperato, senza coscienza cosa fa?!? Scatena una Guerra!”!!

Il secondo atto della vicenda, invece, nasce tutto dal concetto di “esportazione della democrazia”, tanto caro ai neocon americani. In Palestina, riescono ad esportarla così bene che funziona: si svolgono normali elezioni, che tutti gli osservatori internazionali definiscono “regolari”. Mica come quelle irachene, dove consegnavano i certificati elettorali insieme alle tessere annonarie per l’acquisto del pane.

I palestinesi votano così regolarmente che spediscono a casa la corrotta amministrazione di Fatah: quella che li lasciava alla fame mentre i dirigenti viaggiavano tutti in Mercedes, la stessa cricca che consegnò alla vedova di Arafat una liquidazione stratosferica. Manco fosse stata la regina d’Inghilterra.

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Hanno votato regolarmente, ma hanno “sbagliato”. Questo è il giudizio dell’Occidente: attenzione, Italia (di Berlusconi e di Prodi) compresa.

Perché hanno “sbagliato”?
Poiché hanno eletto dei terroristi.

Hamas usa la forza, terrorista o no, nei confronti degli israeliani: verissimo. Israele, pensa invece di liquidare il capo storico di Hamas – Ahmid Yassin – con un missile. Mettetevi d’accordo, perché io non noto sostanziali differenze fra il crepare (uomini, donne e bambini, da entrambe le parti) spappolati da un attentatore suicida oppure dalla granata di un Merkawa israeliano. Anzi, mi sembra la domanda imbecille del giornalista scemo: «Dimmi, bimbo, soffriresti di più se ti ammazzassero la mamma oppure il papà?»

Non tiriamo in ballo storie come quelle degli “errori”, del “fuoco amico” ed altre cazzate del genere, perché non è con il rincrescimento che si resuscitano i morti.

Domandiamoci, allora, perché Hamas è giudicato così diverso da Fatah? Perché, sostanzialmente, non riconosce lo stato d’Israele, mentre Fatah s’aggrappa ai decrepiti accordi di Oslo, dei quali Israele ha mostrato più volte e con diversi governi di farsene un baffo. Attenzione: questo è quel che raccontano.

Hamas, in realtà, chiede la cosa più semplice e chiara di questo mondo: non s’aggrappa ad accordi di 15 anni fa, e chiede semplicemente che il riconoscimento sia reciproco. Io riconosco Israele ed Israele riconosce la Palestina : fine della storia. Quando mai, in una trattativa diplomatica, uno degli attori si può permettere di non riconoscere l’altro? Quale accordo può nascere da simili premesse?

Il bello della storia è che tutte le diplomazie occidentali piangono lacrime di coccodrillo – ora per l’uno, ora per l’altro – mentre avallano nei fatti la maledetta ingiustizia che trancia le basi di qualsiasi, serio negoziato.

Grazie Democrazia!!Hamas ha vinto? Bene. Non ci sono più aiuti economici per la Palestina. Hamas scaccia Fatah da Gaza? Cattivoni, vedrete quel che vi capiterà.

Fatah scaccia Hamas dalla Cisgiordania? Bene, ora possiamo “sdoganare” finalmente gli aiuti economici. Così, i caporioni di Fatah potranno continuare a basare il loro potere sulla corruzione.

E’ anche interessante notare il metodo seguito da Abu Mazen per risolvere la situazione: un governo “d’emergenza”. Guarda a caso, composto da personalità “neutrali”, ma tutte vicine a Fatah. Il nuovo governo dovrà ricevere l’assenso del parlamento (democraticamente eletto)? Benissimo: come tutti sanno, Israele non consente ai deputati di Hamas di recarsi a Ramallah (sede del parlamento), ed il gioco è fatto.

Insomma, con la complicità di tutti i mezzi d’informazione, l’Occidente (Italia compresa) sta finanziando un vero e proprio colpo di stato. Altrimenti, ditemi voi come chiamereste la destituzione di un governo nato da un parlamento regolarmente eletto, mentre il nuovo “governo” nasce per volontà del re e senza uno straccio di maggioranza parlamentare.

Illuminanti sono state le dichiarazioni del nuovo Ministro per i Prigionieri: «Io, laico, non voglio vivere, a Gaza, in uno stato confessionale musulmano.» Affermazione sacrosanta, ma auguri per i poveri prigionieri palestinesi, con un siffatto approccio.

Peccato che il “via alle danze” – ossia il primo stato confessionale dell’area – sia stato proprio Israele: perché non è possibile raggruppare Israele ed i territori in un solo stato, bandire regolari elezioni e comportarsi come ci si comporta nelle vere democrazie?

Poiché la demografia non è favorevole agli israeliani: più di 5 figli per donna fra i palestinesi, 2,4 fra gli israeliani. Col trascorrere del tempo, ci sarebbero più arabi che israeliani.

Allora, Israele protegge la sua identità religiosa e nessuno ha niente da ridire. Se lo fa Hamas, è invece un crimine.

Le parole sono pietre”, e lo scriveva proprio un ebreo: purtroppo, troppo poco ascoltato, ossia Primo Levi. Iniziamo a dare alle cose il loro vero nome, e forse un barlume di verità ci aiuterà a venirne a capo.

Carlo Bertani articoli@carlobertani.it www.carlobertani.it

Fonte Articolo : www.disinformazione.it

Attacco false flag al G8? Agenti USA tentano di passare con C4

Attacco false flag al G8?
Giovedì 14 giugno 2007 – tratto da http://freebooter.da.r

Islam e Banche, ecco il Perchè dell’attuale situazione!La scorsa settimana la polizia tedesca ha impedito quello che con ogni probabilità è stato un tentativo da parte di agenti americani di compiere un attentato false flag al G8 recentemente tenutosi in Germania a Heiligendamm.

Giovedì 7 giugno 2007 la Deutsche Press-Agentur e l’Agenzia Giornalistica Italia hanno riportato che la polizia tedesca aveva sorpreso degli uomini dei servizi di sicurezza americani che cercavano di portare di nascosto (”mettere alla prova i controlli”, secondo loro) esplosivo al plastico C4 oltre un checkpoint a Heiligendamm dove aveva luogo il G8. Dopo che i congegni di analisi hanno individuato la valigetta contenente l’esplosivo, hanno precisato le agenzie, gli agenti USA, vestiti in abiti civili, sono stati immediatamente identificati. La polizia tedesca si è rifiutata di commentare il fatto.
E’ sempre così, dal momento che l’unica eccezione si verificò quando, il 19 settembre 2005, militari delle forze speciali britanniche, SAS, erano stati scoperti mentre, travestiti da arabi, stavano cercando di piazzare un’autobomba nel mercato di Bassora, in Iraq. E’ comunque la prima volta che delle agenzie di stampa occidentali riportano il fallimento di una operazione camuffata (”operazione false flag”) in Europa.

Il 7 luglio 2005, all’epoca dell’apertura del summit del G8 in Gran Bretagna, un attentato a Londra provocò 56 morti e più di 700 feriti. L’agenda del summit venne modificata, i principali argomenti furono abbandonati per discutere della lotta contro il terrorismo internazionale. Come illustrato da molti, i terroristi avevano introdotto gli esplosivi (C4 secondo il capo dell’antiterrorismo francese) nello stesso identico modo, cioè sotto la copertura di una esercitazione antiterrorismo.
D’altra parte, la polizia tedesca identifica la protesta ed il dissenso con il terrorismo poiché, il 13 giugno, appena quattro giorni dopo la fine del G8, ha condotto nuove incursioni contro 11 immobili sedi di organizzazioni di sinistra ed anarchiche ad Amburgo e nello Schleswig-Holstein per il “sospetto di terrorismo”.

G8: sicurezza alla prova, agenti USA tentano di passare con C4

(AGI) - Heiligendamm (Germania), 7 giu. - Gli uomini della sicurezza americana hanno messo alla prova i controlli attorno al vertice del G8. Secondo quanto riferito da fonti tedesche, alcuni agenti Usa in borghese hanno tentato di introdurre dell’eplosivo al plastico C4 da un varco di accesso all’area di Heiligendamm. L’esplosivo, nascosto in una valigetta a bordo di un’auto, e’ stato localizzato dai macchinari e a quel punto gli uomini della security americana si sono qualificati (Alla faccia delle facce di cazzo)

Deutsche Press-Agentur
http://www.eux.tv/article.aspx?articleId=9424
http://www.rainews24.it/stampa.asp?newsid=70767

Fonte Notizia : www.disinformazione.it

Giugno 17, 2007

Ricucci: “Stasera Pago io, Scalata Rcs, la Cdl mi appoggiò”

“Scalata Rcs, la Cdl mi appoggiò”

Grande Stefano Ricucci, facci sognare, falli vergognare!!Le accuse di Ricucci:

con una telefonata a Letta ottenne il sì di Berlusconi

FRANCESCO GRIGNETTI

«Dottò, ma io so’ un raider..». Solito colorito Stefano Ricucci. Luglio 2006, in carcere lo interrogano i magistrati romani Cascini e Sabelli a proposito delle scalate Rcs e Bnl. Lo incalzano. Vorrebbero sapere tutti i retroscena, i patti inconfessabili, il ruolo di questo e di quello, chi sono i soci occulti e quale ruolo ha giocato la politica. Ma Ricucci li gela. «Io so’ un raider». E’ questa la linea di difesa: avrebbe fatto tutto per soldi, non per la politica. Anche la scalata Rcs.

E il consulente Ubaldo Livolsi, tanto vicino a Berlusconi?

«Mi serviva per agganciare gli editori francesi, il Gruppo Lagardère». Stesso discorso per Alejandro Agag, il genero di Aznar. «Volevo soci industriali spagnoli». La presenza di Livolsi e degli ambienti berlusconiani nella partita, però, tanto neutra non è stata, se poi lo stesso Ricucci ammette che attraverso una telefonata con Gianni Letta, che all’epoca era il sottosegretario alla Presidenza, gli arrivò il «via libera» alla scalata da parte di Berlusconi. Caltagirone, non lo conosco. Previti, nemmeno.. come faremo a fare l'amor....Ricucci usò anche Livolsi per far arrivare una sua preghiera a Berlusconi. Perché non mettere una parola buona con Caltagirone affinché non comprasse azioni Rcs e si schierasse con lui? Tentativo fallito, comunque, e lo stesso Ricucci non ha saputo dire se poi Berlusconi ne abbia mai parlato con Caltagirone, il quale comunque vendette la sua quota di Rcs e non l’appoggiò affatto. Il solito colorito Ricucci, dunque. Ma mica tanto naif da non sapere che se si assalta la corazzata del «Corriere della Sera», bisogna prima parlare con i politici. Con chi sta al governo. Ma anche con chi è all’opposizione. Quindi, Prodi. Risulta dall’inchiesta una sola telefonata tra il premier e Ricucci. «Per gli auguri di matrimonio». Ci furono molte conversazioni con Angelo Rovati, il gran consigliere economico. E con lui della scalata Rcs parlò, eccome. Quanto ai rapporti con i Ds, ci sono le telefonate con Nicola Latorre, il dalemiano. Ricucci è stato protagonista anche della scalata Bnl. Ha spiegato che era entrato nella partita per fare un po’ di soldi. Comprò quindi una quota di azioni e si accodò al cosiddetto Contropatto. Ma la loro corsa a luglio 2005 era finita. I contropattisti si chiusero nel quartier generale di Caltagirone, a Roma, in via Barberini, e per quattro giorni interi litigarono prima di vendere tutto a Unipol. Ricucci in particolare montò una grana pazzesca. «Il prezzo fissato ad azione, - ha raccontato ai magistrati, e ieri «Repubblica» l’ha riportato - era 2,40 euro. Tutti d’accordo. Io m’impuntai. Consorte salì a 2,70. Io dissi: se volete io vendo a 3 euro… Fecero l’iradiddio per due giorni, fino a quando Caltagirone mi dice: “Guarda, è un’operazione di sistema, è di qua e di là”». Ovvero per risistemare il mondo finanziario. Infatti c’entrava la Bnl, ma anche Rcs, e Antonveneta. Ricucci ricostruisce quei giorni convulsi: «Chi parlava con la Banca d’Italia, quell’altro con Fassino, quell’altro ancora… Era un tutto “ciao Piero”, “ciao Massimo”… Che Unipol avesse avvertito prima e dopo e durante Fassino e D’Alema o quant’altro è pure giusto, ma che Caltagirone è il suocero di Casini e non l’avverte? Scusa, eh! Parlavano al telefono sempre, lì davanti a me.

Pasqualino Settebellezze Caltagirone, suocero Caltagirone parlava con il suo genero di assegni, era tutto pubblico, noi stavamo lì davanti a tutti».

Ora, questo primo assaggio di rivelazioni, ha già scatenato un terremoto di reazioni. Innanzitutto Caltagirone, che definisce «fantasiose» le dichiarazioni di Ricucci. «Ogni atto nella vicenda è stato chiaro e trasparente - dice l’imprenditore negando di aver avuto pacchetti di azioni Bnl non dichiarati-. E i rapporti tra me e il Governatore erano formalmente corretti ma non improntati a simpatia». Pier Ferdinando Casini annuncia querele: «Ho letto - scrive - una fantasiosa dichiarazione del signor Ricucci inerente mie presunte conversazioni telefoniche con il Cavaliere del lavoro Francesco Gaetano Caltagirone. Chi ci conosce personalmente avrà sorriso di tali scemenze». Il suocero conferma: «Penso sia risibile per chiunque conosca un pò sia lui che me immaginare i dialoghi descritti nel pezzo». Interviene il portavoce del segretario dei Ds: «Ribadiamo: aldilà delle ormai risapute conversazioni telefoniche con Giovanni Consorte, Piero Fassino non è stato né artefice né destinatario di alcuna girandola di telefonate con i protagonisti delle scalate bancarie dell’estate 2005». Parla pure Walter Veltroni: «Veleno su persone che onorano la vita istituzionale del nostro Paese, sulla vita economica della mia città e del mio Paese».

Fonte : www.lastampa.it

“Così assaltai il Corriere della Sera con la benedizione di Berlusconi”