Angolo del Gigio

Aprile 27, 2007

Proprieta’ intellettuale: “Pessima direttiva ma almeno abbiamo escluso l’uso privato”

NEWS UPDATE
FROM THE GUE/NGL GROUP

Di Umberto GUIDONI (PDCI):

roprieta’ intellettuale: “Pessima direttiva ma almeno abbiamo escluso l’uso privato

Strasburgo, 25/04/2007

Purtroppo non siamo riusciti a respingere la direttiva, ma almeno abbiamo fissato alcune limitazioni che Ptutelano l’uso privato non a scopo di lucro degli utenti che per esempio utilizzano il P2P e la condivisione di file.” Cosi’ Umberto Guidoni, deputato europeo del Pdci, ha commentato l’esito del voto finale dell’aula di Strasburgo sulla relazione Zingaretti che stabilisce le sanzioni penali per chi viola i diritti di proprietà intellettuale.

“La direttiva - ha spiegato Guidoni - confonde il contrasto alla contraffazione con le violazioni in materia di proprietà intellettuale, rischiando cosi’ di rendere meno efficace la lotta alla falsificazione criminale: sarebbe stato più utile, invece, limitare l’applicazione della direttiva solo alle violazioni penali dei diritti riguardanti i marchi che hanno carattere commerciale, o che comportano violazioni rilevanti in materia di contraffazione (produzione in serie di contenuti illecitamente riprodotti dall’originale). L’ampliamento improprio al copyright, invece, può comportare seri rischi per la privacy dei consumatori di prodotti multimediali.”

“La direttiva - insiste Guidoni - rappresenta poi un pericoloso precedente perché affida ai soggetti privati un ruolo diretto nelle indagini che va oltre l’ausilio tecnico alle autorità, e finisce per diventare un ruolo di impulso e indirizzo, in contrasto con i principi generali del diritto comune.”

“Siamo pero’ riusciti a limitare i danni presentando un emendamento (presentato da Guidoni per il gruppo della Sinistra Unitaria e da Zingaretti per il gruppo Socialista) che comprende il concetto di “violazione su scala commerciale” in modo da colpire la criminalità organizzata ed escludere esplicitamente gli atti effettuati dagli utenti privati per finalità personali e non lucrative. Una norma di tutela necessaria”, ha concluso Guidoni.

Ufficio Stampa Umberto Guidoni

Marco Furfaro

+32 2 284 7722

+32 485 034 938

www.umbertoguidoni.org

Aprile 25, 2007

Il mese d’aprile non sarà mai dimenticato

La notte del 9 aprile 1948, l’Irgun Zvei Leumi circondò il villaggio di Deir Yasin,
situato alla periferia di Gerusalemme.

Dopo aver dato ai residenti in sonno un preavviso di 15 minuti per l’evacuazione, i gruppi terroristi di Menachen Begin attaccarono il villaggio di 700 anime, uccidendone 254, perlopiù anziani, donne e bambini, e ferendone altre 300. I terroristi di Begin gettarono molti corpi nel pozzo del villaggio, e fecero sfilare 150 donne e bambini prigionieri attraverso il settore ebraico di Gerusalemme.

Il 10 aprile 1973 il terrorista Ehud Barrak assassinò Kamal Nassir, poeta e membro del Consiglio Esecutivo dell’OLP. Egli fu ucciso a Beirut nel suo appartamento. Contemporaneamente Kamal al-Idwan, membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, insieme a Mohammad Youssif al-Najjar, importante dirigente di Fatah, furono uccisi dallo stesso gruppo terrorista guidato da Ehud Barrak.

Incredibilmente, in quello stesso mese, gli Stati Uniti d’America, l’alleato strategico dei Sionisti che occuparono la Palestina e uccisero migliaia di Palestinesi espellendone a milioni dalle loro case, entrarono a Baghdad riducendola in rovine, senz’acqua, elettricità e con più di 100.000 civili innocenti massacrati.

Gli anniversari di questo mese hanno motivato i combattenti per la libertà arabi, in Palestina e Iraq, a organizzare con determinazione l’affrancamento delle proprie terre occupate.

Il Presidente Bush è destinato a perdere questa guerra, perché gli aggressori soccombono sempre. Egli sta combattendo questa guerra per conto degli USA Corporativi, pensando di poter derubare l’Iraq della sua ricchezza, mentre di fatto sta derubando l’America dei suoi figli e delle sue figlie, i quali sono stati spediti nel baratro che divora chiunque vi si avvicini.

Il Ba’ath e la Resistenza hanno il pieno controllo dell’Iraq. Essi sono sempre pronti a combattere senza paura, mentre gli aggressori sono timorosi di camminare nelle strade. Quest’altri sono circondanti dalla gente irachena che li respinge e li combatte come leoni, e che li condurrà alla morte. Essi non possono nascondersi, se non tornando nel loro paese.

Il Presidente Bush e i suoi fantocci in Iraq non sono riusciti a sconfiggere il Ba’ath e le sue idee. Le idee di liberazione, libertà e unità che il Ba’ath rappresenta sono radicate in Iraq e non saranno mai vinte o conquistate. L’Iraq sarà sempre uno, a dispetto delle cospirazioni volte a smembrarlo, e rimarrà arabo in eterno. Ogni tentativo e disperata idea che sortisce da Bush e dai suoi fantocci fallirà, e mieterà un amaro raccolto.

Il Ba’ath è più forte di Bush e dei suoi corazzati e delle sue armi di distruzione di massa. Al-Ba’ath è un’ideologia derivata dai bisogni e dalle necessità del Popolo arabo di rianimare la nazione. E’ vita, è resurrezione, e la resurrezione è più potente della morte. La ferma lotta del Ba’ath costituisce la spina dorsale della Resistenza Nazionale, la quale rappresenta legittimamente il Popolo iracheno.

Bush sarà sconfitta prima di quanto molti s’aspettino. L’America Corporativa non può permettersi di perdere altri miliardi in questa guerra d’aggressione. La speranza dell’America Corporativa di controllare l’Iraq e la sua ricchezza ha raggiunto un punto morto. Ogni cosa è sotto il controllo della Resistenza e il petrolio non è controllato da Bush. L’America sta pagando miliardi di dollari per l’aggressione e soprattutto sta pagando colla vita dei suoi giovani.

Salutiamo il Ba’ath nel suo Anniversario, e possiamo beneficiare della sua determinazione e dei suoi principi. Possiamo rinnovare la nostra determinazione a liberare l’uomo dell’oppressione e la nostra terra da occupazione e frammentarietà.

Il Mese d’Aprile ci ricorderà sempre i massacri e il terrore subiti dal Popolo arabo ad opera degl’Imperialisti statunitensi e dei loro alleati sionisti. Il 7 aprile ci ricorderà sempre la nascita dell’Ideologia che ha rinnovato se stessa e dato vita alla Resistenza Nazionale in Iraq e Palestina.

Iracheni e Palestinesi stanno combattendo per la vita; essi stanno difendendo la propria patria mentre i soldati statunitensi stanno morendo per il Sionismo e l’America Corporativa.

Di Ibrahim Ebeid - Settimanale Al-Moharer La Palestina è araba dal fiume al mare
Una Nazione Araba unita e libera

Traduzione di Daniele Scalea per “Eurasia, rivista di studi geopolitici”
Tratto da : altermidia.info

Aprile 23, 2007

Ogni cosa è intercettata, adesso diamo Telecom agli Spioni, e andiamo nella merda completamente. Siete Contenti?

La grande spy-story italiana dell’estate. Telefoni sotto controllo, tabulati comprati e venduti, rapimenti made in Usa. Protagonisti: investigatori privati, agenti del Sismi, uomini della Cia. Con un morto: Adamo Bove, il dirigente della sicurezza Tim. Guida per orientarsi nella selva di nomi e di fatti, depistaggi e veleni

di Gianni Barbacetto e Paolo Biondani

Chi ha ucciso Adamo Bove?

La grande spy-story italiana dell’estate 2006 è una storia vera di telefoni intercettati, tabulati comprati e venduti, rapimenti made in Usa, investigatori privati, agenti segreti e uomini della Cia. Spioni di Stato che, in nome dell’emergenza terrorismo, commettono reati, organizzano sequestri di persona, frodano la giustizia, manipolano l’informazione, tentano di condizionare la democrazia parlamentare. E spioni privati che, in nome dell’emergenza sicurezza, intascano montagne di soldi vincendo gli appalti a colpi di mazzette, fino a diventare tanto potenti da controllare dall’interno i colossi economici che dovrebbero servire e perfino le procure che vorrebbero indagarli.

Le inchieste giudiziarie che negli ultimi mesi hanno incrociato il caso Cia-Sismi all’affare Telecom nascono insieme, tra il febbraio e il marzo del 2003, da fatti circoscritti: una storiella cittadina di guardiani-fantasma nei parchi di Milano; e una denuncia «per sentito dire» di una donna egiziana, amica della testimone di un sequestro, che però ha paura di deporre. Le due indagini milanesi viaggiano per tre anni in vagoni separati. I due treni si uniscono solo nel luglio scorso. Con l’arresto di due capidivisione del servizio segreto militare italiano, il Sismi, accusati di complicità nel sequestro di un imam rapito a Milano da un commando della Cia. E con il suicidio in circostanze quantomai misteriose di Adamo Bove (nella foto), ex poliziotto anticamorra diventato manager della sicurezza di Tim-Telecom.

Il doppio giallo dell’estate scatena un’eruzione senza precedenti di false notizie, indiscrezioni pilotate, articoli depistanti, scoop sospetti. Il caos è intenzionale e, come sempre, aiuta i delinquenti. Per uscire dal gioco della disinformazione, serve molta pazienza: bisogna mettere in fila i nomi e i fatti certi, che non sono poi molti, ripartendo dall’inizio. E tenere sempre a mente che in Italia lo spionaggio pubblico e privato, per quanto ammantato delle più alte motivazioni ideologiche, in realtà è solo un mezzo per puntare a fini molto concreti: i soldi. Tanti, sporchi e subito. Dovrebbero capirlo anche i nostri liberali immaginari, garantisti a due velocità, che ieri tuonavano contro il 41 bis (il carcere duro per i boss mafiosi) e oggi – orfani della Guerra fredda – adorano rapimenti, torture, sospensioni dello stato di diritto, in nome dell’Occidente e della sacra crociata contro il terrorismo islamico.

sismi

Milano, marzo 2003. I guardiani notturni scompaiono dai parchi. I pm Fabio Napoleone e Maria Letizia Mannella aprono un’inchiesta sul contratto d’appalto con cui il Comune ha affidato all’istituto di vigilanza Città di Milano la sorveglianza notturna dei parchi del centro. Gli appostamenti della polizia municipale confermano i sospetti: al parco Sempione e nei giardini di piazza Vetra, accanto alla splendida basilica di San Lorenzo, sono effettivamente in servizio meno di metà dei vigilantes dichiarati dall’impresa privata, che invece è remunerata per l’intero con soldi pubblici. Il responsabile legale della società e il comandante della divisione parchi vengono indagati per truffa pluriaggravata: se si allargano all’intero appalto i risultati statistici dei controlli a campione, l’istituto di vigilanza risulta aver incassato in due anni circa 500 mila euro di compensi ingiustificati.

Dopo i primi sei mesi d’inchiesta, la legge italiana (una delle tante nuove norme votate dal Parlamento per frenare non gli scandali, ma le indagini che li svelano) impone alla procura di avvisare gli inquisiti. A quel punto, il 16 settembre 2003, i magistrati perquisiscono la sede dell’istituto Città di Milano. E scoprono che i guardiani-fantasma non sono assenteisti: sono andati regolarmente a lavorare, ma in altri servizi di vigilanza appaltati alla stessa società.

La direzione dell’istituto, vicinissima alla giunta-vetrina del centrodestra, non si scompone: «Restiamo fiduciosi nel lavoro della magistratura e attendiamo l’esito delle indagini. L’accusa ci lascia un po’ increduli: esistiamo da 80 anni, abbiamo mille dipendenti, siamo un colosso storico della sicurezza privata a Milano. Violare gli impegni non è nel nostro interesse, anzi sarebbe solo dannoso. Per questo abbiamo già disposto una indagine interna: siamo noi i primi a voler sapere cosa è davvero accaduto». La dichiarazione è, a suo modo, profetica.

Procura spiata. In seguito alla perquisizione, i magistrati scoprono che il presidente dell’istituto di vigilanza, Claudio Tedesco, riesce addirittura a conoscere in tempo reale tutte le mosse della procura. Dopo i soliti sei mesi d’indagine, il 31 marzo 2004 il manager della sicurezza viene arrestato insieme alle sue «talpe» giudiziarie. Due insospettabili: una cancelliera dell’ufficio gip (la sezione del tribunale di Milano che autorizza tutti gli arresti e le intercettazioni) e perfino un magistrato onorario.

L’impiegata Daniela S., 26 anni, neolaureata e aspirante magistrato, ha controllato per ben 94 volte in cinque mesi, attraverso il computer di un ignaro giudice togato, l’avanzare dell’inchiesta contro l’istituto Città di Milano. L’incrocio tra indagini informatiche, tabulati e intercettazioni mostra che la cancelliera, proprio mentre apre i file segreti della procura, parla al telefono con il giudice onorario, Guido Vittorio Travaini, che a sua volta rassicura il manager delle guardie giurate: «Io mi sto recando in quel posto che poi, tra un’oretta e mezza, ho quella famosa risposta che ti devo dare».

Il suo arresto fa scandalo: Travaini si presenta come «criminologo dell’università Statale di Milano» ed è uno degli esperti esterni che sono chiamati a pieno titolo a far parte dei collegi del tribunale di sorveglianza, dove si decide su tutte le richieste dei detenuti di mezza Lombardia, dai permessi alle scarcerazioni. Al suo fianco, per anni, era seduto il presidente Manlio Minale, che nel frattempo è diventato il capo della procura.

Nella squadra antispioni, proprio Minale ha inserito un nuovo pm, Stefano Civardi. E l’ultima intercettazione prima dell’arresto vede Travaini impegnato ad avvicinare perfino l’uditrice giudiziaria appena assegnata a Civardi: «Cosa ti fanno fare?», le chiede il 17 marzo. «Ma vi fanno entrare nel registro e tutte quelle robe lì? Cioè, fra l’altro vedi anche roba riservata, no? Venerdì sono alla Sorveglianza, avresti voglia di bere un caffè?».

Tangenti, appalti e sicurezza. La scoperta delle prime spie interne al tribunale, che confessano e patteggiano, permette alla procura di tenere segrete altre intercettazioni, che svelano un traffico di tangenti sugli appalti che non si limita al pur rilevante istituto milanese Città di Milano. Il 13 maggio 2004, otto arresti scuotono l’intero gruppo Ivri (Istituti vigilanza riuniti d’Italia), allora numero uno in Italia nel business della sicurezza privata.

In carcere finiscono il presidente e comproprietario dell’Ivri, Giampietro Zanè; il suo commercialista Donato Carone; il direttore centrale della sicurezza di Poste italiane, Maurizio Filotto, che dal 2003 rappresenta il Comune di Milano nel board della Sea (la società che gestisce Linate e Malpensa) ed è anche consulente della Regione Lombardia, consigliere d’amministrazione di Sviluppo sistema Fiera, nonché presidente onorario dell’Associazione carabinieri in congedo; un tenente colonnello dell’Esercito, Francesco Stuffi, in servizio alla direzione generale per gli appalti del ministero della Difesa; un impiegato civile della stessa struttura militare, Maurizio Cirillo; e un dirigente dell’Enav (l’ente di controllo dei voli), Roberto Cosentino.

Il manager già arrestato, Claudio Tedesco, e l’amministratore dell’Ivri di Torino, Leone Calzone, ottengono gli arresti domiciliari dopo aver firmato ammissioni parziali, ma preziose per decifrare le telefonate altrui. Le tangenti contestate dall’accusa partono dal 2000 e arrivano al presente, anzi ipotecano il futuro. Filotto viene ammanettato mentre si prepara a riscuotere, secondo i magistrati, la prima rata dei 600 mila euro promessigli dall’Ivri in cambio della proroga per altri due anni del contratto in esclusiva per il trasporto valori degli uffici postali di tutta Italia: un appalto da 15 milioni di euro.

Il colonnello della Difesa invece finisce in cella per una tangente di 100 mila euro, che ha garantito al gruppo corruttore la vigilianza di 46 «obiettivi a rischio di attentati terroristici» in 24 province.

Il dipendente dell’Enav ha intascato 50 mila euro all’anno, secondo l’accusa, per pilotare l’appalto per la sorveglianza delle torri di controllo di Milano-Linate e Torino-Caselle.

Spioni da SempreL’inchiesta documenta gli incresciosi risultati della privatizzazione della sicurezza varata, nel clima della Grande Paura seguita all’11 settembre, dal governo Berlusconi, in nome del risparmio di uomini e mezzi pubblici.

Alla corruzione si accompagna, come il cacio sui maccheroni, l’accusa di frode nell’esecuzione degli appalti. Al solito trucco dei guardiani-fantasma, schierati cioè solo sulla carta, si aggiunge perfino la cresta sui vigilantes disarmati: assunti senza porto d’armi perché costano meno e mandati quindi a presidiare aeroporti o depositi d’armi con la fondina bene in vista, ma vuota.

I fondi neri per pagare le tangenti sono custoditi nell’armadio blindato della sala riunioni dell’Ivri di Torino, dove i carabinieri milanesi sequestrano 400 mila euro in contanti (ma pochi giorni prima gli intercettati parlavano di 700 mila). Il giro di mazzette attorno a quell’armadio è tanto rutilante che due manager arrestati hanno perso il conto: «Qualcuno mi deve pur spiegare a chi abbiamo dato questi soldi», impreca un dirigente il 27 gennaio. «Lo sto domandando a te», replica l’altro. «Ma se li ho dati a te…». «A me?». «Sì, a te, per l’Enav e l’Esercito…».

Per l’appalto dell’Enav (presidio armato sotto le torri di controllo del traffico aereo), il gruppo Ivri è riuscito perfino a sostituire in corsa la busta con la propria offerta, poi naturalmente risultata vincente. A raccontarlo è una gustosa intercettazione del funzionario inquisito: «Carta intestata, timbri, gli stessi che hai usato per l’altra volta…, portati dietro la fotocopia dell’offerta, la carta intestata in bianco, un po’ di fogli, ché dobbiamo rifare e il timbro uguale!».

Il personaggio più in vista è Filotto, ex carabiniere dell’antiterrorismo che da anni colleziona nomine con l’appoggio di politici ciellini e di Forza Italia.

Il gruppo Ivri, secondo l’accusa, gli ha già versato 170 mila euro in cambio di un altro appalto: la sorveglianza del Pirellone e di altri immobili della Regione Lombardia. Un contratto da 12 milioni di euro in tre anni. Nelle sue confessioni, Tedesco racconta che Filotto ha favorito i suoi corruttori, nel settembre 2002, facendo inserire, dalla giunta di Roberto Formigoni, un esperto indicato direttamente dall’istituto Città di Milano nella commissione aggiudicatrice; quando questi lascia l’incarico per ragioni familiari, è lo stesso Filotto a prenderne il posto di arbitro imparziale. E in marzo, due mesi prima dell’arresto, incassa l’ultima rata proprio di questa tangente. Sempre secondo Tedesco, l’ex carabiniere dell’antiterrorismo si sarebbe dato da fare per favorire l’Ivri anche nella vigilanza della Fiera di Milano, fermandosi però in coincidenza con il blitz contro le talpe.

L’inchiesta continua in un clima avvelenato. L’Ivri, tra l’altro, sorveglia anche obiettivi giudiziari, come il tribunale dei minori e metà del palazzo di giustizia di Milano. Le intercettazioni, soprattutto, mostrano che i principali indagati pensano di poter continuare a controllare le mosse della procura, grazie a una nuova talpa giudiziaria, entrata in scena dopo gli arresti della cancelliera e del giudice onorario: questa talpa è ancor oggi senza volto. Per un anno l’inchiesta s’inabissa: i pm vogliono scoprire chi sia in grado di continuare a spiare la procura perfino durante l’inchiesta contro gli spioni.

L’affare Telecom. 4 maggio 2005, colpo di scena. L’inchiesta, a sorpresa, sale di livello e coinvolge il re delle intercettazioni: i carabinieri della procura di Milano perquisiscono uffici e abitazioni di due indagati per «associazione per delinquere finalizzata alla violazione del segreto istruttorio». Il primo è Giuliano Tavaroli, ex carabiniere dell’antiterrorismo diventato negli anni Novanta capo della sicurezza della Pirelli e dopo il 2001 dell’intero gruppo Telecom. Il secondo è Emanuele Cipriani, suo vecchio amico, massone dichiarato, titolare delle agenzie investigative Polis d’istinto e System Group di Firenze: uno dei maggiori imprenditori della sicurezza privata in Italia. L’indagine è delicatissima sotto molti profili. Tavaroli è infatti il responsabile del Centro nazionale autorità giudiziaria (Cnag), la centrale che gestisce tutte le intercettazioni telefoniche chieste dalla magistratura: proprio lui, al suo arrivo in Telecom, ha spostato questo settore strategico a Milano, sotto la divisione sicurezza, togliendolo all’ufficio legale di Roma.

Tavaroli lavorava dal 1996 alla sicurezza Pirelli. Avventuroso il modo con cui riesce a passare a Telecom. Nell’agosto 2001 arriva in azienda, come amministratore delegato, Enrico Bondi, che chiede all’allora responsabile sicurezza, Piero Gallina, «se vi fossero problemi ad affidare la bonifica di eventuali microspie alla sicurezza Pirelli», cioè a Tavaroli. Gallina: «Trovai la cosa singolare, ma non mi opposi». Il lavoro viene subappaltato da Tavaroli a Emanuele Cipriani. La relazione conclusiva segnalava impronte digitali nel controsoffitto, come se qualcuno avesse tolto in gran fretta delle cimici.

Quando poi, nel settembre 2001, viene trovata una microspia nell’auto di Bondi, Gallina viene licenziato. In quel periodo arrivano anche minacce telefoniche a Marco Tronchetti Provera, azionista di riferimento del gruppo Pirelli-Telecom: una, secondo le dichiarazioni dello stesso Tavaroli, parte da un centralino del Sisde (il servizio segreto civile), nel momento in cui Tavaroli è nella sede del Sisde, a colloquio con il generale Stefano Orlando. Nel 2003 Tavaroli diventa responsabile della sicurezza Telecom e anche della Cnag, spostata da Roma a Milano.

Di che cosa sono accusati, nel 2006, Tavaroli e Cipriani? I magistrati non scoprono le carte, non rivelano le loro fonti di prova. L’indagine è in corso e la perquisizione l’hanno dovuta fare in quel momento, ancora una volta, perché sono scaduti i termini di legge. Ma l’ipotesi di reato associativo, tradotta in volgare, significa che, secondo i pm, i due indagati sarebbero i capi di una vera e propria banda in grado quantomeno di lanciare l’allarme-intercettazioni per proteggere indagati eccellenti.

Lo stesso Tavaroli la racconta così alla Stampa: «Tutto nasce da un’indagine sull’Ivri, un istituto di vigilanza privata. Durante una telefonata intercettata tra un certo Pasquale Di Ganci, titolare della Sipro (un altro istituto di vigilanza privata), e un suo interlocutore, viene fuori il mio nome, indicato come quello che poteva avvisarli di indagini in corso». Del caso, già da oltre un anno, si erano occupati due giornali: il Corriere della sera e soprattutto il settimanale L’Espresso, che aveva scritto di un progetto (chiamato SuperAmanda o, secondo altre fonti, Enigma) per centralizzare tutte le intercettazioni telefoniche e informatiche d’Italia: piano subito smentito da Telecom.

Di fronte all’inchiesta giudiziaria, il gruppo guidato da Marco Tronchetti Provera ha una reazione oscillante: da un lato Tavaroli perde la carica semplicemente perché indagato, dall’altro resta nel gruppo come dirigente, seppur come responsabile della Pirelli pneumatici in Romania. Dal luglio 2005 al gennaio 2006 lavora ancora per Telecom, che gli ha commissionato una consulenza di survival ability, sulle possibilità di sopravvivenza della rete di comunicazioni in caso d’attacco terroristico. Nel maggio 2006 dà le dimissioni dal gruppo.

Per mesi, le perquisizioni del maggio 2005 a Tavaroli e Cipriani restano l’unico atto pubblico di tutto il caso Telecom e la segretezza dell’indagine favorisce le indiscrezioni più approssimative: la linea dei magistrati, per evitare nuove fughe di notizie, è di non smentire nemmeno le bufale. Il primo dato certo e documentabile è che l’indagine su Cipriani nasce in realtà dal ripescaggio di un’inchiesta precedente, che ha dell’incredibile.

Nel settembre 2004 due sottufficiali della guardia di finanza di Bologna, Giuseppe Mazzocca e Piero Leuzzi, si presentano in un’azienda di Viterbo, la Fratelli Farnese gomme srl, mostrando un ordine scritto per una verifica fiscale. Le modalità asfissianti del controllo insospettiscono la proprietaria dell’azienda, che chiama il comando delle Fiamme gialle e si sente rispondere che non è stata disposta alcuna verifica. Il falso accertamento dei veri finanzieri serve in realtà a spiare i registri e i computer aziendali. Interviene la polizia.

Sull’auto dei due sottufficiali, la squadra mobile sequestra un appunto con nomi di investigatori privati, cifre e percentuali: «2.500 + 5%». L’inchiesta stabilisce che l’agenzia di Cipriani ha ricevuto dalla Pirelli l’incarico di investigare proprio su quella società di Viterbo, che vendeva gomme a un prezzo giudicato troppo basso. A quel punto l’inchiesta finisce a Milano, dove la Pirelli ha sede, e all’accusa di falso si aggiunge la corruzione.

Il pm Fabio Napoleone, titolare dell’indagine, ottiene gli atti di un’altra inchiesta su Cipriani, un’indagine ormai «in sonno», nata da una denuncia per spionaggio privato presentata da un ex dirigente della Coca-Cola, entrato in collisione con la sua azienda fino a intentare una causa di lavoro per mobbing. Il manager sostiene di essere stato spiato e pedinato: secondo l’accusa da due poliziotti (veri) arruolati per un secondo lavoro (illegale) proprio da Cipriani. Il manager vittima ha scoperto i controlli abusivi quando ha ricevuto in un busta anonima un cd-rom con intercettazioni (totalmente illegali) delle sue telefonate. Né l’indagine Pirelli, né quella Coca-Cola coinvolgono le due aziende: Pirelli e Coca-Cola hanno affidato alla Polis d’istinto un incarico lecito, fino a prova contraria, che poi Cipriani ha eseguito con mezzi impropri. «Onus probandi incumbit ei qui dicit»: l’onere della prova grava sull’accusa.

cia

Il caso Storace. Gli spioni sono come le ciliegie: da Cipriani l’inchiesta si allarga a una rete molto più vasta di agenzie investigative, sospettate di raccogliere informazioni riservate in tutta Italia con metodi illegali. Nel marzo 2006 i soliti magistrati di Milano fanno scattare 16 arresti per spionaggio privato e corruzione di pubblici ufficiali. Tra gli 11 investigatori che finiscono in carcere, spiccano due 007 romani: Pierpaolo Pasqua, titolare della Security Service Investigation (Ssi), e il suo tecnico di fiducia, Gaspare Gallo. I due sono accusati di aver spiato illegalmente 140 linee telefoniche. Ma l’accusa più clamorosa è quella di aver realizzato un sensazionale spionaggio politico: hanno cercato di condizionare le elezioni regionali del 2005 nel Lazio, costruendo false accuse per screditare Piero Marrazzo (Ulivo) e Alessandra Mussolini (Alternativa sociale), nel tentativo – fallito – di favorire la vittoria di Francesco Storace (An).

Nelle intercettazioni, i due spioni chiamano le vittime con nomi da fumetto: «Operazione Qui, Quo, Qua». Lo staff di Marrazzo viene filmato e pedinato nel tentativo di montare un falso «scandalo delle auto blu». Gli spioni reclutano pure un viados, nella vana speranza di incastrare il candidato di centrosinistra con un storiaccia a luci rosse di gusto veterofascista. L’intera vita di Marrazzo viene rovistata da due marescialli della guardia di finanza di Novara, assoldati da Pasqua, che dopo l’arresto confessano di avergli girato, in cambio di bustarelle, dati prelevati dall’archivio del Viminale e dall’anagrafe tributaria: precedenti di polizia, disponibilità patrimoniali, contratti immobiliari, dichiarazioni dei redditi del candidato e di sua moglie. Il comandante dei due marescialli di Novara farà carriera: diventerà il capocentro del Sismi di Milano.

Contro la nipote del Duce, che toglie voti da destra a Storace, il gioco è ancora più sporco: le schede di presentazione della sua lista vengono riempite di firme false, con due incursioni notturne nei computer dell’anagrafe e nella sede del partito. Il tutto con l’obiettivo (poi scongiurato dai giudici elettorali) di escludere la candidata dalle elezioni. Le intercettazioni risultano tanto eloquenti che entrambi gli investigatori confessano il complotto politico già nei primi interrogatori.

Sbatticulo 2006 - La Resa dei Conti Un troncone d’inchiesta finisce a Roma, dove lo stesso Storace viene indagato come presunto mandante, mentre il capo della sua segreteria, Nicolò Accame, è interdetto da ogni carica per due mesi.

Nella notte della falsificazione delle firme, Pasqua rassicurava così sua moglie, preoccupata: «L’operazione è pericolosa sì, ma non ci saranno pericoli solo a condizione che rivincano…».

Il 5 aprile, dopo la sconfitta di Storace, il maresciallo Liguori si preoccupa dei soldi: «Senti un po’, ma adesso che ha perso le elezioni ti paga lo stesso?». Gallo, ridendo, gli risponde: «Veramente mi ha già pagato».

Il centrosinistra parla di Laziogate. La Casa delle libertà reagisce gridando al «complotto politico delle procure»: a due mesi dalle elezioni nazionali, non può che trattarsi di «inchiesta a orologeria». I pm in realtà avevano chiesto gli arresti nel settembre 2005: il ritardo è dovuto al fatto che il giudice per le indagini preliminari a cui erano stati chiesti gli arresti, Beatrice Sechi, è andata in maternità, per cui un nuovo giudice, Paola Belsito, ha dovuto ristudiare da zero tutti gli atti, oltre a dover gestire centinaia di altri fascicoli ordinari.

Traffico di tabulati. Le polemiche politiche (alcune montate sul nulla: non è vero che fosse spiata anche la diessina Giovanna Melandri) fanno intanto passare quasi sotto silenzio le altre scoperte dei carabinieri che lavorano per la procura di Milano. Un’investigatrice milanese, Laura Danani, già rappresentante legale della Miriam Tomponzi srl, una delle più famose agenzie italiane, finisce in carcere con una valanga di accuse di spionaggio telefonico. La procura la intercetta mentre detta a un complice un vero e proprio tariffario per reclutare talpe in tutte le compagnie telefoniche: «Allora, ascolta il chi è: Omni 220 euro, Tim 150, Wind 200, Tre 200, fisso 250». Per la prima volta entrano nell’inchiesta anche i tabulati telefonici: non intercettazioni di conversazioni in corso, ma dati sugli orari, durata e numeri chiamati in passato, che permettono comunque di carpire molti segreti dell’utente (dal nome dell’amante ai contatti con spacciatori, prostitute, aziende concorrenti, rivali personali). Anche per i tabulati si parla di prezzi, cioè di tangenti da versare a dipendenti infedeli delle società telefoniche: Danani: «Traffico: avanti e indietro… entrata e uscita?». Nembrini: «Sì, due mesi a 1.500».

Ma in questa storia spunta anche Cipriani: l’ordine d’arresto rivela che Laura Danani è indagata insieme a lui per un’altra falsa verifica fiscale della guardia di finanza. I due soliti marescialli, gli stessi di Viterbo, si erano presentati con un falso verbale di accertamento tributario nella sede di un’agenzia pubblicitaria di Milano, la G&A srl. L’obiettivo: spiare la contabilità su incarico di un ex socio, che quando si vede puntualmente consegnare da Danani i documenti aziendali fotocopiati dalla «guardia di finanza parallela di Cipriani», in effetti «si meraviglia che sia stato possibile acquisirli legalmente», ma paga comunque 6.700 euro alla sua investigatrice così ben introdotta.

L’archivio di Cipriani. La stessa ordinanza di custodia addebita a Cipriani di aver fatto eseguire ai due marescialli bolognesi corrotti almeno cinque false verifiche fiscali: oltre a Viterbo e Milano, i finanzieri doppiogiochisti hanno spiato ditte di Ferrara, Asti e Pescate. Ecco perché nel maggio 2005, contemporaneamente al blitz contro Tavaroli, la procura fa perquisire anche gli uffici e la casa di Cipriani. E riesce a sequestrargli un archivio informatico (soprattutto dvd) con i resoconti di una massiccia attività di sorveglianza fisica: centinaia di pedinamenti eseguiti privatamente da veri appartenenti alle forze dell’ordine, in cambio di tangenti. L’inchiesta è ancora segreta e la riservatezza dei magistrati ha favorito montature giornalistiche particolarmente sospette. Questo troncone d’indagine in realtà non riguarda lo spionaggio telefonico, ma decine di casi di corruzione in tutte le forze di polizia: soldi per spiare personalmente gli obiettivi designati da Cipriani.

Di questi pedinamenti abusivi, l’unica vittima certa per ora è Bobo Vieri, che fu seguito giorno e notte quando giocava nell’Inter, probabilmente per capire perché non rendeva più. La società nerazzurra aveva commissionato anche un’altra investigazione privata, anche questa lecita fino a prova contraria, contro l’arbitro Massimo De Sanctis, il fischietto condannato quest’estate per i favori a Luciano Moggi: allora ai pm di Milano, però, era arrivato solo l’esposto di un altro ex arbitro, senza concrete denunce da parte degli interisti danneggiati. Ora Cipriani è accusato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione di decine di appartenenti alle forze dell’ordine. L’inchiesta riguarda cinque anni di «investigazioni clandestine e illecite», dal 2000 fino alla perquisizione del 2005.

C’è una lunga serie di fatti ancora tutti da chiarire. Nel 2004 avviene un’incursione elettronica nei computer di top manager del gruppo Rizzoli-Corriere della sera, proprio quando in via Solferino stanno per arrivare il nuovo direttore Paolo Mieli e l’amministratore delegato Vittorio Colao. A Bergamo è sotto inchiesta una dipendente del Cnag, il centro Telecom che fornisce alle procure i dati richiesti legalmente, accusata di aver fornito tabulati a tre sottufficiali del Ros che li usavano per estorcere denaro a imprenditori.

C’è poi la storia dei dossier con intercettazioni illegali a due politici, Piero Fassino e Pietro Folena, e al presidente dell’Anas Vincenzo Pozzi: scoperti nel maggio 2005 nella casa romana di Giovanbattista Papello, massone e collaboratore dell’allora ex viceministro Ugo Martinat (An), in contatto con quella Sipro e quel Di Ganci citato da Tavaroli come origine di tutti i suoi guai.

E ci sono le inspiegabili fughe di notizie sulle indagini svolte da alcune procure. A Milano filtrano magicamente all’esterno le privatissime discussioni fra due pm, Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo, sull’opportunità o meno di arrestare il consulente inglese di Silvio Berlusconi, David Mills; e nel dicembre 2003 era «scappata» la notizia dell’indagine segretissima in corso sui rapporti tra l’allora presidente della Provincia Ombretta Colli e l’imprenditore Marcellino Gavio. A Roma si scopre che esistono talpe pronte ad avvertire delle indagini Stefano Ricucci e altri indagati per le scalate Rcs e Antonveneta; e arrivano misteriosamente sul Giornale le intercettazioni delle telefonate fra Giovanni Consorte e Piero Fassino, che non erano mai state trascritte e che dunque non erano a disposizione neppure dei magistrati.

C’è in Italia un’unica centrale abusiva di spionaggio, utilizzata con fini diversi da politici, imprenditori, investigatori privati e uomini dell’intelligence?

Il tesoretto all’estero. Questa è una storia di spie, ma soprattutto di soldi. Ricostruendo la provvista finanziaria usata da Cipriani per comprarsi una villa da 2 milioni di euro a Firenze, intestata a un’immobiliare dal nome indicativo (Il labirinto), i pm risalgono a una rete di conti bancari, intestati a società offshore tra il Lussemburgo e Londra. Proprio questo ora è uno dei capitoli principali dell’indagine, che ha portato la procura di Milano a spedire rogatorie in mezzo mondo. Molti dei soldi che Cipriani ha nascosto all’estero arrivano da Pirelli e Telecom: Tavaroli è accusato di aver liquidato a società estere riconducibili a Cipriani circa 20 milioni di euro in sette anni; soldi usciti dalle casse di Pirelli e Telecom, come corrispettivo per attività d’investigazione che si dichiarano svolte fuori dall’Italia.

Il problema è che, secondo la procura, Cipriani non ha mai fatto alcuna indagine all’estero per il gruppo Pirelli-Telecom: i lauti corrispettivi accreditatigli dalla security di Tavaroli sarebbero coperti soltanto da fatture false. Se l’accusa è fondata, resta da capire perché il gruppo Pirelli-Telecom abbia sborsato 20 milioni di euro per «investigazioni inesistenti». Di questo presunto tesoretto estero, più di metà è già finita sotto sequestro giudiziario, su richiesta dei pm milanesi, tra la fine del 2005 e i primi mesi del 2006. Ma le rogatorie internazionali continuano.

Siamo così arrivati al culmine dell’indagine sulla rete degli spioni privati. Il capitolo più recente è quello sul traffico di tabulati ed è il più intossicato da notizie parziali, dubbie o completamente false. Certo è che la procura di Milano solo negli ultimissimi mesi ha acquisito nuovi elementi di prova su un presunto traffico di tabulati telefonici gestito non da impiegati periferici, ma direttamente da funzionari o dirigenti della divisione sicurezza del gruppo Tim-Telecom.

La grande beffa. Tra l’aprile e il luglio 2006 si gioca una partita mortale. Ai primi di giugno, Telecom compie un’ispezione interna (internal audit) che appura che i sistemi per acquisire legalmente i tabulati telefonici consentivano anche accessi anonimi. All’interno di Telecom, insomma, c’era chi poteva spiare i numeri chiamati dai clienti senza lasciare traccia. L’audit è firmato dal responsabile del controllo interno, Fabio Ghioni, uomo molto vicino a Tavaroli e per lunghi anni consulente delle procure, a Milano, a Bologna, a Roma. Non contiene nomi di sospettati: è un rapporto tecnico che indica le falle della struttura, mostrando in particolare come fosse possibile accedere ai dati telefonici senza «logarsi», cioè appunto senza lasciare traccia.

La stessa Telecom presenta un esposto alla procura di Milano in cui si espongono i risultati dell’audit. Il rapporto Telecom viene raccontato dal settimanale L’Espresso, che ne indica come effettivo autore Adamo Bove, ex poliziotto della Digos diventato nel 1998 capo della sicurezza di Tim. Negli stessi giorni, però, contro Bove parte una manovra insidiosa, avvolgente, mortale. Il 5 luglio era stato arrestato Marco Mancini, numero due del Sismi, accusato con altri funzionari del servizio di essere coinvolto nel sequestro dell’ex imam Abu Omar, rapito da uomini Cia a Milano il 17 febbraio 2003.

Attenzione: Bove è l’uomo che ha permesso la grande beffa al Sismi. Lui, che gestiva il contratto coperto da segreto di Stato sui cellulari Telecom del Sismi, nell’aprile 2006 ha fornito alla Digos di Milano, su regolare richiesta della magistratura, i numeri dei telefoni riservati di Mancini e degli altri funzionari del servizio indagati. Così gli intercettatori per professione sono finiti intercettati. A giugno parte l’operazione contro Bove, che viene indicato come il responsabile delle irregolarità in Telecom. L’obiettivo sembra: dannare Bove per salvare Tavaroli. Qualcuno soffia la falsa notizia (smentita ufficialmente dai pm milanesi e romani) che Bove fosse indagato per i furti di tabulati. Nella trappola cadono anche ottimi giornalisti, che per i disinformatori sono i più preziosi: il 10 giugno, anche il Sole 24 ore fa il nome di Bove, che a partire da quel momento, come confermeranno i suoi familiari, comincia a sentirsi vittima di nemici interni alla sua azienda e a temere di diventare il capro espiatorio di colpe altrui.
Il 21 luglio 2006 Adamo Bove muore, precipitando da un viadotto della tangenziale di Napoli.

Il caso BetullaIntossicazioni informative. La stessa falsa notizia sulle responsabilità di Bove era stata passata da Fabio Ghioni a due giornalisti di Libero (la «fonte Betulla» Renato Farina e Claudio Antonelli) che l’avevano subito riferita a un funzionario del Sismi, Pio Pompa, il quale ne aveva discusso immediatamente con il direttore del servizio segreto militare, il generale Nicolò Pollari. Intercettati nell’altra inchiesta (quella sul sequestro dell’imam Abu Omar), Pompa e Pollari avevano fatto proprie le false accuse a Bove. Pompa aveva riferito che dentro Telecom erano state fatte «richieste fuori protocollo… tra virgolette, di tabulati telefonici». Il capo del Sismi aveva chiesto: «Ma fatti da chi?». E Pompa: «Fatti da Bove… l’altro».

I due informatori Sismi di Libero aggiungono che, secondo la loro fonte Fabio Ghioni, esisterebbe una supertestimone, C.P., ex collaboratrice di Bove, che avrebbe fornito alla procura una lista di una ventina di numeri spiati, tra cui il cellulare del banchiere romano Cesare Geronzi. Questo primo minielenco di tabulati è molto strano: mischia nomi d’ipotetici integralisti islamici, che stando agli amici del Sismi sarebbero stati controllati da Telecom senza l’autorizzazione della magistratura (e secondo Tavaroli proprio da Adamo Bove, dietro richiesta degli 007 italiani della divisione antiterrorismo), e numeri di esponenti invece notoriamente moderati della comunità islamica milanese, mai indagati e considerati addirittura i rivali interni dei presunti fiancheggiatori delle cellule jihadiste.

In un’intervista all’Espresso, Tavaroli sostiene che in un caso, uno solo, aveva accettato di passare informazioni al Sismi: «Dopo gli attentati di Madrid, l’11 marzo del 2004, Mancini mi ha chiesto a chi appartenesse un numero di cellulare che i servizi segreti spagnoli ritenevano importante. Ne ho parlato con il mio amico Adamo Bove e assieme abbiamo deciso di consegnare al Sismi la cosiddetta anagrafica. C’erano stati più di 200 morti. Era contro le regole, lo so, ma lo rifarei ancora oggi».

Strana rivendicazione: il fatto non trova conferma in alcuna carta processuale; anzi, il numero di cellulare che servirà per incastrare «Mohammed l’Egiziano», considerato la mente dell’attentato di Madrid e arrestato in Italia il 7 giugno 2004, è immediatamente indicato dalla polizia spagnola alla polizia italiana, senza alcun intervento del Sismi.

Ma nella vicenda dell’audit c’è qualcosa di ancor più strano. I tabulati trafugati abusivamente dall’interno del gruppo Telecom sono in realtà «migliaia». I numeri riempiono centinaia di fogli: il dossier è alto quasi mezza spanna, come un elenco del telefono. Non è stata la sicurezza di Telecom a passare questi tabulati alla procura: i pm li hanno scoperti autonomamente, sentendo una lunga serie di testimoni, tutti importanti, ma nessuno decisivo. Il sistema Radar, descritto negli articoli che esasperarono Bove, è in realtà un sofware attivato fin dal 1999 per consentire i controlli legali chiesti dalla magistratura. È quindi fuorviante accusare qualunque utilizzatore di Radar: l’inchiesta in realtà mira a identificare quei funzionari o dirigenti che potevano effettuare accessi anonimi. Inoltre Radar non è l’unico sistema d’analisi dei tabulati: ne esisterebbero almeno altri due, assolutamente riservati.

E non basta. Contrariamente alle notizie diffuse subito dopo la sua morte, Adamo Bove non solo non era indagato, ma a Milano non era mai stato sentito neppure come testimone, mentre a Roma rivestiva addirittura l’opposta posizione giuridica di «denunciante»: quando aveva letto il suo nome sui giornali, si era tutelato presentando al pm romano Pietro Saviotti, che indaga su una costola del Laziogate, un «esposto a propria tutela».

In allegato, Bove aveva consegnato al pm romano una sua relazione tecnica che identifica le postazioni e i metodi per acquisire tabulati senza lasciare tracce. Capire da dove e come venivano realizzati gli accessi anonimi è naturalmente la premessa tecnica per scoprire chi fossero gli spioni. Dall’inizio dell’estate una fidata squadra di carabinieri di Milano sta controllando numero per numero l’intero elenco dei tabulati abusivi, per identificare chi fosse l’effettivo utilizzatore di ogni utenza e quindi chi potesse avere interesse a spiarla. È questo in realtà il lavoro più importante dell’inchiesta sui tabulati.

A questo punto, però, è chiaro che l’indagine sugli spioni privati (Tavaroli-Cipriani) diventa tutt’uno con un’altra indagine: quella sul sequesto di Abu Omar. Per questo reato sono ricercati più di 20 agenti della Cia e sono sotto indagine i vertici del Sismi: il direttore Nicolò Pollari e i capidivisione Marco Mancini e Gustavo Pignero, oltre a numerosi capicentro e funzionari del servizio.

Telecom Italia, del resto, secondo quanto emerge dalle indagini è un vero centro d’attrazione per le spie: ha tra i suoi collaboratori Gian Paolo Spinelli, mitico capocentro della Cia a Mogadiscio, oggi ufficialmente in pensione, ma attivo nella sicurezza privata. Aveva progettato di andare a lavorare in Telecom anche Bob Lady, il capoantenna Cia a Milano ricercato per il rapimento di Abu Omar. Un posto in Telecom viene offerto, da Tavaroli, anche a «Ludwig», il maresciallo del Ros carabinieri Luciano Pironi, che ha confessato d’aver partecipato al sequestro. C’è anche chi fa il percorso inverso, come Pio Pompa, dipendente e poi consulente Telecom, che diventa infine funzionario del Sismi, esperto in Osint (Open Source Intelligence), intesa però come la vecchia, cara intossicazione informativa, con giornalisti da blandire o da tenere a libro-paga.

È chiaro dunque che le due indagini, su Telecom e sull’imam rapito dalla Cia, sono diventate una cosa sola e che s’incrociano anche con l’inchiesta sulla morte di Adamo Bove. Che rapporti ci sono tra quanto avveniva nella Telecom di Tavaroli e quanto accadeva nel Sismi di Mancini?

Il PersonaggioIl personaggio/Fabio Ghioni, l’hacker delle procure che fece paura a Adamo Bove

Oggi è uno dei personaggi centrali nelle inchieste di Milano e Roma. Grande amico di Giuliano Tavaroli, Fabio Ghioni è il responsabile Technology and Information Security di Telecom. Ma si vanta di aver cominciato come hacker, giovanissimo, e già a 18 anni di essere stato scelto, via internet, come collaboratore da una non precisata «agenzia di sicurezza americana». Poi lavora all’Agusta, ma comincia a frequentare la procura di Milano: si offre al pm Elio Ramondini come esperto di internet nel momento in cui le nuove Br cominciano a usare il web per inviare le loro rivendicazioni. Si veste in modo vistoso, impermeabile e stivali pitonati, e fa coppia fissa con «Indio», un ex ispettore della Digos anch’egli consulente informatico della procura.

I due collaborano alle indagini sull’omicidio di Marco Biagi, poi a quelle sui terroristi islamici. Propongono un ombrello informatico capace di controllare le comunicazioni web, un piccolo Echelon all’italiana. Per questo vengono compensati con diverse migliaia di euro, pagate dalla procura di Milano e poi da quelle di Bologna (pm Paolo Giovagnoli) e di Roma (pm Pietro Saviotti).

Risultati? Discutibili. Ghioni individua il computer da cui sarebbe stata spedita la rivendicazione Biagi: ma è quello di una stimata ispettrice della Digos, M.G.P., che se l’era spedito a casa per lavorarci su anche dopo le ore d’ufficio. Poi concentra le indagini su un computer installato in una sede dell’Alenia in Campania: una pista che si dimostra inconsistente.

Fabio Ghioni - Un Genio o un'Assassino?Ghioni sembra insomma prendere dalle procure più di quanto dà. A giugno semina false notizie su Adamo Bove, che comincia a temere di essere pedinato e di diventare il capro espiatorio della vicenda Telecom.

Il 21 luglio 2006 Bove si getta da un viadotto della tangenziale di Napoli. (gb)

Fonte : www.societacivile.it

Gli spiati e la sindrome di Stoccolma

Da tre mesi il governo di centrosinistra rinnova la fiducia ai vertici Sismi. E parla di riforma dei servizi. Ma quando si trova un banchiere a rubare, non si riforma il sistema bancario, si caccia innanzitutto il ladro…

di Gianni Barbacetto

Talia Cazzone di un'italiano!!

Il problema di Palermo, diceva Johnny Stecchino, è il traffico. E il problema dell’Italia, possiamo aggiungere oggi, è il voyerismo. Troppi guardoni. Troppe veline e troppi calciatori spiati. Anche qualche politico: è il destino dei vip.

C’è qualcosa di surreale nel dibattito in corso in Italia su spioni e servizi segreti. Da oltre un anno sulla stampa (dunque accessibili a tutti) appaiono a ripetizione notizie che disegnano una situazione a dir poco d’emergenza:

1. uomini del servizio segreto militare collaborano con la Cia al rapimento di un rifugiato politico nel nostro Paese, sottratto ai magistrati che stanno indagando su di lui per terrorismo internazionale;

2. una struttura della più grande azienda italiana di telecomunicazioni realizza per anni investigazioni illegali su migliaia di cittadini, tra i quali politici e imprenditori;

3. un ufficio del servizio segreto militare assolda giornalisti, diffonde false notizie, raccoglie dossier contro magistrati, politici e intellettuali per «disarticolare» i «nemici» del governo Berlusconi;

4. lo stesso servizio si prende il merito di aver brillantemente protetto il Paese dal pericolo islamico, ma, alla verifica, emerge per esempio che la «scuola di kamikaze» segnalata nel 2005 a Milano era inesistente, come l’attentato che sarebbe stato sventato alla stazione di Milano nella primavera del 2006;

5. una variegata compagnia di spioni privati è al lavoro in tutta Italia per realizzare investigazioni illegali, portate a termine anche pagando uomini della guardia di finanza, della polizia, dei carabinieri; committenti diversi, obiettivi disparati (dal piccolo ricatto al Laziogate), ma con connessioni e una certa ripetitività di nomi e sigle che fanno ipotizzare l’esistenza di una rete privata comunque pronta alle più varie avventure;

6. uomini della guardia di finanza penetrano in banche dati fiscali raccogliendo informazioni che in campagna elettorale diventano campagne di stampa (su Libero e Il Giornale) contro il candidato premier del centrosinistra.

Non occorre essere aquile per vedere che si tratta di fatti diversi, senza un unico grande burattinaio; ma anche per constatare che le connessioni tra cose diverse esistono e danno corpo a una sorta di Supersismi a cui portano i loro variegati contributi uomini del servizio militare, della guardia di finanza (ben integrata con il Sismi sotto la regia di Nicolò Pollari), della security Telecom, di diverse agenzie private. E in più d’un caso, spuntano grembiulini massonici, nella migliore tradizione italiana. Questa centrale sotterranea di potere e di ricatto ha creato carriere, ha costruito ricchezze, ha condizionato la politica, ha avvelenato lo Stato.

Fossimo su Marte, uno potrebbe non capire bene. Ma siamo in Italia, l’Italia del Sifar e dei suoi dossier, del Sid e dei suoi depistaggi, del Sismi ostaggio della P2. L’Italia delle «manine» e delle «manone» e, per arrivare a tempi più vicini, delle bombe-messaggio scoppiate nel 1993 e di un magistrato (di nome Antonio Di Pietro) «dossierato» dalla famiglia Berlusconi (lo attesta una sentenza di Brescia). Anche senza perdere troppo tempo a fare confronti tra il passato e il presente, che è sempre diverso e non si può fare certi paragoni, si giunge comunque alla conclusione che la Repubblica sta vivendo un’emergenza democratica, sotto i colpi di poteri segreti che dispiegano la loro forza, che è la forza della paura e del ricatto.

Di fronte a questi colpi, c’è chi rassicura dicendo che si tratta solo di guardoni affascinati dai vip. O di «deviazioni» nel contesto di istituzioni sane. In un Paese civile, sarebbe bastato un centesimo di quanto è accaduto in Italia per sostituire subito, tanto per cominciare, i vertici del Sismi (oltre tutto sotto inchiesta per concorso in sequestro). Qui invece è da luglio che i responsabili governativi della sicurezza non perdono occasione per riconfermare la fiducia a Pollari.

Ancora il 25 ottobre Enrico Micheli, il sottosegretario con delega ai servizi, a proposito del ricambio dei vertici Sismi ha ribadito al Comitato parlamentare di controllo che «si tratterà di un cambiamento fisiologico».

Ma che cosa c’è di «fisiologico» nell’attuale situazione italiana, campionario completo di tutte le patologie possibili?

Altri esponenti del centrosinistra ripetono invece, con la faccia seria seria, che bisogna fare la riforma dei servizi. Ma che cosa dicono? Vogliono imbarcarsi in un’impresa che durerà mesi se non anni, per non fare una cosa che si può fare in un minuto: licenziare chi ha compromesso il prestigio delle istituzioni. Quando si scopre un banchiere che ruba, non si fa la riforma del sistema bancario: si caccia innanzi tutto il ladro.

Ma nella irreale situazione italiana tutto è trasformato in vaudeville. I tentativi di golpe d’un tempo venivano raccontati come gite fuori porta di sfaccendati e guardie forestali; oggi l’eversione di Stato è ridotta a innocuo passatempo di guardoni affascinati da vip e veline.

Per decidere che i vertici del Sismi sono da cambiare basterebbero - anche ignorando illegalità e reati - le telefonate in cui il numero due della Ditta, Marco Mancini, mostra di confondere Al Zarqawi con Al Zawahiri.

O, ancora peggio, basterebbe il fatto che i maestri spioni si sono lasciati spiare e intercettare come dei novellini dai «cuginetti» della Digos e dai magistrati della procura di Milano. Invece per mesi e mesi sono restati al loro posto, mentre l’aria s’ammorbava sempre più, incassando ripetutamente la rinnovata fiducia del governo di centrosinistra. Un caso di sindrome di Stoccolma?

Oggi si è forse arrivati al dunque. Ma qualche tifoso delle larghe intese sostiene che, se proprio i vecchi spioni devono andar via, quelli nuovi dovranno essere scelti insieme, da maggioranza e opposizione. Chi era spiato chieda il consenso a chi faceva spiare, per favore.

(Diario, 3 novembre 2006) - Fonte : www.societacivile.it

Aprile 21, 2007

Chi è Massimo Del Papa e perchè diffama Indy-Media

Massimo del Papa prima annunciava che avrebbe rivelato i padroni occulti di Indymedia, poi si lamenta perchè non riesce a trovarli.

 

 

Massimo del Papa sarebbe un giornalista. In realtà, per trovare traccia di lui bisogna comperare Il Mucchio, in cui imperversa, oppure leggere il suo blog (cercatelo su Google), nato di recente ma già pieno di parole, vista l’inclinazione alla logorrea del suo autore.

Fino a qualche tempo fa MDP scriveva anche su Linus, ma poi ne fu allontanato dopo un incredibile articolo in cui denunciava come servi di Berlusconi decine di personaggi, da Andrea Cammilleri a Dario Fo a Francesco Guccini ecc., passando per Bertinotti, mentre salvava solo il defunto Montanelli, Marco Travaglio e se stesso. Sul blog ha aggiunto alla lista dei buoni Massimo Fini, a prescindere dal fatto che questi appartenga alla destra più estrema e, sotto un’apparenza “di sinistra”, proponga tesi razziste di stampo evoliano.

Quella di MDP per Berlusconi è una paranoia, che nasce non da una contrapposizione ideologica, ma da una passione per la forca e le manette spacciata per legalità. Mentre dunque attacca Berlusconi e la sfera infinita dei suoi complici soggettivi od oggettivi, MDP se la prende anche con chi, a suo giudizio, turba o ha turbato l’ordine costituito.

Plaude quindi all’assassinio di Carlo Giuliani, giovinastro che voleva tirare un’estintore contro la polizia, e ha ricevuto quel che meritava. Inveisce contro l’idea di graziare Sofri, ispiratore di terroristi che merita la galera a vita. Giudica Toni Negri un terrorista sanguinario, e lo scandalizza che sia in libertà (nonchè che venda più libri di lui). Sghignazza sulla morte di Enzo Baldoni, un irresponsabile (al pari di Gino Strada)che, per amore dell’avventura, trascurava moglie e figli, finchè qualche iracheno non lo ha sistemato. Reclama la chiusura di Indymedia, impreca contro Beppe Grillo che l’ha difesa, pretende il sequestro di tutti i server (e, già che c’è, annuncia rivelazioni su chi “sta dietro” Indy, salvo poi scoprire che si tratta di una faccenda internazionale che lui non capisce e, in mancanza d’altro, fornire l’indirizzo di un provider brasiliano).

Insomma, se non fosse per l’ossessione riguardante Berlusconi e la massa illimitata dei suoi complici oggettivi (inclusi l’intera Rifondazione Comunista e tutti i collaboratori di Indymedia), MDP sarebbe l’editorialista ideale di Libero. Non c’è un suo articolo che non trasudi squallore politico e morale. Non c’è mucchietto di merda in cui non sprofondi le mani. Non c’è volgarità alla Vittorio Feltri di cui non sia capace. Salvo diventare allusivo (come il maestro Feltri) ogni volta che sa che una sua infamia troppo esplicita potrebbe attirargli una querela.
Escluso da Libero per il suo pallino antiberlusconiano, considerato altrove un mezzo matto, MDP si compiange da solo. Il mese scorso, sul suo blog, in un articolo accorato intitolato “Congedo”, MDP annunciava il suo ritiro definitivo dal giornalismo, blog incluso. La crisi durava due giorni, poi MDP ricominciava le sue vomitate contro i berlusco-sovversivo-terrorist-no global.

Io, Max Stefani, direttore del Mucchio, ogni giorno mi metto davanti allo specchio e mi prendo a schiaffi. Avevo un giornale musical-culturale decente, grosso modo orientato a sinistra. L’ho lasciato nelle mani di un tizio che applaude quando Carlo Giuliani o Enzo Baldoni sono assassinati, mentre si indigna se un soldato italiano alta per aria in Iraq, dove è giusto e logico che stia a portare la civiltà. Gli altri redattori odiano MDP, i lettori calano di mese in mese. Avessi almeno la forza che ha avuto Linus, di sbatterlo via a calci.

Ma no, non ce l’ho. Perdonatemi, sono una merda.

 

Max Stefani, direttore de Il Mucchio

Emilio Fede(le) Vs. Piero Ricca . L’abusivo bastonato!!

 

Ecco il video dello scontro EMILIO FEDE - PIERO RICCA di cui ho riportato l’articolo due giorni fa. Il video è stato montato da Striscia la notizia e non racconta esattamente come si è svolta tutta la storia.  ( quindi consiglio di leggere l’articolo).

Fede “un baluardo della libertà di informazione”… fantastico! ma lo diceva Berlusconi, invece il povero Biagi era un criminale…   a quanto pare il cosiddetto  Baluardo-Fede ha anche sputato contro Piero. GRANDE PIEROOOOOOOOOO

Fonte : http://tgweb.ilcannocchiale.it/ 

Aprile 20, 2007

Berlusconi style - Me magno nà caccola col caffè

TU MINACCI E FAI TOGLIERE UL VIDEO? 

CACCOLE, E’ IL CAFFE’ CHE TE LO CHIEDE.. 

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 SOTTO IL VIDEO CHE HANNO FATTO OSCURARE I SUOI AVVOCATI

Aprile 18, 2007

La Vita, Alessandro con Lele, Angela con Silvio!! Il Polipone con tutte!!

Berlusconi ‘beato tra le donne (Whi not?)‘ - Esclusiva mondiale su “Oggi”

Vieni che ti faccio un “Provino”

Con il provocatorio titolo “L’harem di Berlusconi” il settimanale ha pubblicato le foto, scattate il sabato prima di Pasqua, che ritraggono il Cavaliere in compagnia di cinque belle ragazze nel parco di Villa Certosa, la sua residenza estiva a Porto Rotondo. Ben undici pagine e una tiratura record di 1.050.000 per le immagini esclusive dell’ex premier e le sue ospiti

Berlusconi beato tra le donne. Il settimanale “Oggi” in esclusiva mondiale con il provocatorio titolo “L’harem di Berlusconi” ha pubblicato le foto scattate il sabato prima di Pasqua che ritraggono il Cavaliere in compagnia di cinque belle ragazze nel parco di Villa Certosa, la sua residenza estiva a Porto Rotondo. Ben undici pagine e una tiratura record di 1.050.000 per le immagini esclusive in cui l’ex premier e le sue ospiti si godono la splendida giornata di sole riposando sotto un gazebo. Silvio è in tenuta casual, pantaloni e felpa, le ragazze sono tre more, una castana e una rossa. Si denota un’atmosfera intima tra abbracci confidenziali, passeggiate nel giardino mano nella mano, sotto il gazebo mancano alcune sedie e due ragazze si siedono sulle ginocchia di “nonno Silvio”, scherzano in un “clima giocoso, autoironico e irriverente”, come egli stesso scrisse nella lettera alla moglie Veronica. Le foto  sono prese da lontano, non sono nitide, ma quella che sembra godere più delle altre delle attenzioni di Silvio è per gli appassionati dei reality una vecchia conoscenza: si tratta di Angela Sozio, ex concorrente del Grande Fratello 3. Angela, per gli amanti del genere, è la ragazza con la quale Floriana, la vincitrice di quella edizione, aveva un rapporto speciale. Le due amavano esibirsi in lunghi bagni “senza veli” nella vasca idromassaggio. Dopo il GF, Angela è stata ospite fissa di Buona Domenica per tutti questi anni, e lì si è distinta per le accese discussioni con Platinette. Come curriculum non è molto, ma al di là dei meriti artistici la ragazza, come risulta dalle immagini del settimanale, sembra avere con Silvio un rapporto privilegiato.
Ma perchè “Oggi”, che dopo aver acquistato le foto di Sircana ha scelto di non pubblicarle, sceglie di fare lo scoop su Silvio Berlusconi? Il direttore, Pino Belleri, nell’editoriale spiega semplicemente che “queste immagini, al di là del personaggio che ritraggono, sono pubblicabili. Le altre no”.

Ora non resta che attendere la prossima lettera di Veronica Lario, “l’amata” moglie del Cavaliere.


Laura Maggiore (17 apr 07)

Aprile 17, 2007

LITE A MILANO: ABUSIVO CONTESTATO!!

Il direttore del Tg4 era ospite del Circolo della stampa di Milano per un incontro del quotidiano ‘il Giorno”. Il litigio per poco non è degenerato in un’aggressione, come fatto vedere questa sera (17 Aprile 2007) da Striscia la Notizia, Emilio stava per arrivare alle mani, e ha chiaramente minacciato di andare a prendere uno per uno sotto casa i contestatori, o peggio, di mandare gli stessi picchiatori che usava ai tempi del “Tribula“.

Emilio Fede(le) Abusivo Contestato Milano, 16 aprile 2007 - Una lite e’ scoppiata tra un piccolo gruppo di contestatori ed Emilio Fede, ospite al Circolo della stampa di Milano per una serata nell’ambito degli incontri del quotidiano ‘il Giorno’. Il litigio per poco non è degenerato in un’aggressione al direttore del Tg4.

Tre persone sono state identificate dalla polizia dopo i concitati momenti che hanno fatto seguito al litigio. Ma non e’ stato ravvisato alcun reato. E’ accaduto intorno alle 21, quando il direttore del Tg4 e’ arrivato a Palazzo Serbelloni, sede del Circolo, ed e’ stato apostrofato da alcuni contestatori. Ne e’ nato uno scambio di battute che ora potrebbe avere un seguito legale solo se le parti decideranno di sporgere querela.

”Questi sono il prodotto dei centri sociali - ha poi detto Emilio Fede commentando l’episodio durante l’incontro pubblico - Senza di loro forse ci saremmo annoiati parlando solo di Vallettopoli e cose simili. Gli daro’ 500 euro”. ”Credo che ci siano gli estremi di una querela - ha poi precisato Fede - Certo se troviamo i magistrati che hanno assolto Paolini a questi gli danno una medaglia”.

Prima della lite il gruppetto di contestatori ha fatto volantinaggio sulle auto parcheggiate, e le fasi della contestazione sono state riprese con videocamere. Si definisce ‘Qui Milano Libera’ e il volantino sostiene che ”dal 1999 un editore ha la concessione per una tv nazionale ma non puo’ trasmettere. L’editore e’ Francesco Di Stefano. La televisione e’ Europa 7. Le sue frequenze sono occupate abusivamente da Rete 4”.

E qui per chi non avesse in mente il caso, può andare a leggersi (e vedersi) questa intervista al Legittimo detentore delle Frequenze, sulle quali l’abusivo da il peggio del peggio ogni giorno. EUROPA 7

Aprile 12, 2007

Dove c’è Destra, c’è Danno! La Disperazione dei Cinesi in balia del Centro-Destra Arraffone!

Milano, Chinatown in rivolta La Moratti: va smembrata
Violenti scontri tra immigrati e agenti

rivolta cinesi a Milano, foto AnsaAlmeno 14 agenti della polizia municipale feriti: è questo il primo bilancio della rivolta dei commercianti cinesi contro la polizia nella «chinatown» milanese nella zona di Paolo Sarpi, scoppiata giovedì intorno alle 13. Più un certo numero di cinesi rimasti contusi o feriti durante gli scontri. I casi più seri, e che comunque non dovrebbero essere gravi, riguardano 5 giovani cinesi che sono stati portati dal 118 agli ospedali Fatebenefratelli e al Niguarda.Altre 6 persone risultano contuse: si tratta di 4 agenti della polizia di Stato e di due vigili, uno dei quali ha riportato una frattura alla mano destra.

La protesta pare sia partita da una multa inflitta a una commerciante dai vigili. Ma sull’esatta dinamica circolano due versioni, una che fa riferimento al mancato rispetto dell’orario di carico e scarico della merce da parte della commerciante e un’altra, raccontata da alcuni giovani che si trovavano sul posto, secondo la quale i vigili avrebbero voluto ritirare la patente a una donna cinese in auto con il figlioletto di due anni, che si sarebbe inalberata. A darle man forte sono arrivati subito numerosi connazionali (si parla di almeno una cinquantina di persone) che avrebbero tentato di aggredire un vigile. Il reparto mobile giunto sul posto ha quindi caricato la cinquantina di residenti cinesi che lanciavano bottiglie contro le forze dell’ordine. Un testimone riferisce di aver visto un poliziotto in borghese estrarre la pistola e colpire con il calcio una donna alla testa. Ma la polizia smentisce.

Sull’episodio, il primo di rivolta nella comunità cinese in Italia, oltre all’ambasciatore, è intervenuto anche il sindaco di Milano Letizia Moratti, che fresca della sua iniziativa sulla sicurezza delle città, prende decisamente le parti dei suoi agenti. «Non possiamo tollerare di avere una zona franca, in cui vigono regole diverse - spiega -. Purtroppo in Paolo Sarpi c’erano delle attitudini a evadere le regole che valgono nel resto della città, in particolare riguardo al carico e scarico delle merci. Ma il codice della strada è unico e vale per tutti». Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha convocato in serata una conferenza stampa apposita a Palazzo Marino per commentare la rivolta scoppiata nella Chinatown milanese. La Moratti è anche andata a trovare i 14 agenti ricoverati nel reparto radiologia del Fatebenefratelli.«Questo episodio è nato per una multa contestata - ha riferito il sindaco -. Una multa contestata legittimamente ha provocato 14 agenti feriti. Uno di loro è ancora sotto shock, mi ha raccontato di essere stato preso a calci e pugni da oltre un centinaio di persone. Agli agenti ho portato la solidarietà mia e del Comune in ospedale».

«Questo episodio non è casuale» ha commentato poco dopo gli scontri Limin Zhang, il console generale della Repubblica Popolare Cinese a Milano. «Sono due mesi che qui siamo sottoposti a una forte pressione - ha detto ai giornalisti -. Voglio sapere chi ha sbagliato, sono qui per capire, e per proteggere gli interessi legali dei commercianti cinesi che pagano le tasse e sono in regola».
Il cons