Angolo del Gigio

marzo 31, 2007

27 giorni per impedire la blindatura totale. Imho “Brutta Storia”

27 giorni per impedire la blindatura totale

Punto Informatico intervista il senatore Cortiana, promotore di un appello al Parlamento Europeo affinché il diritto dei cittadini prevalga su quello delle corporazioni. Il 24 aprile una battaglia decisiva. I problemi, come aderire RED ALERTIed è questo il problema più grande. Avanza nel silenzio quasi assoluto una normativa che verrà votata al Parlamento Europeo il 24 aprile e che può sconvolgere l’attuale scenario del diritto d’autore rinsaldando lo status quo sostenuto dalle major dell’intrattenimento a scapito dei diritti dei cittadini.

Contro tutto questo è appena partita una mobilitazione guidata in Italia dal senatore Fiorello Cortiana, membro del Comitato consultivo sulla Governance di Internet del Ministero dell’Innovazione. La strada è tutta in salita: il countdown per il voto del Parlamento Europeo sulla direttiva segna, oggi, – 28 giorni. Un tempo ristrettissimo.

“Il problema – spiega Cortiana a Punto Informatico – è che la sensibilità del parlamento italiano su questi temi è scarsa. Quando riuscimmo a far bocciare la direttiva sulla brevettabilità del software avevo ottenuto quasi un mandato in bianco per operare in sede europea, ora c’è una maggiore consapevolezza, ma non possiamo farci conto”. Poiché i giochi sono a Strasburgo, sede del Parlamento Europeo che dovrà decidere sulla direttiva, Cortiana sta diffondendo un appello agli europarlamentari (riportato di seguito) che per essere efficace dovrà contare su un appoggio il più ampio possibile anche qui in Italia.

“In Europa l’attenzione è maggiore – spiega Cortiana a PI – c’è già anche un altro appello sull’argomento. Il problema lo abbiamo visto proprio con la direttiva sui brevetti: ci vuole tempo per informare e ci vuole una grande mobilitazione. Su IPRED2 siamo ampiamente indietro, c’è un mese di tempo, spero nella vitalità della rete”.

Sulla stampa italiana, dopo il voto della Commissione Juri qualcuno ha maldestramente dichiarato che l’Europa rende legale il P2P, ma c’è da chiedersi cosa accadrebbe alla legislazione italiana sul diritto d’autore qualora la direttiva europea venisse approvata e dovesse quindi essere recepita dal nostro paese. “Noi – sottolinea il senatore a PI – abbiamo la Legge Urbani, per cui IPRED2 ci sembra quasi una liberalizzazione. Nonostante gli sforzi fatti, il testo è in realtà pieno di chiari e scuri, e ampiamente contraddittorio tra un articolo e l’altro. Il che vuol dire che in sede di recepimento possiamo pensare che prevarrà il suo lato più oscuro”.

IPRED2 è figlia delle pressioni delle lobby delle major, che secondo Cortiana “non sono mai state così attive come di questi tempi”. E l’esempio è quello della sentenza con cui il Tribunale di Roma ha imposto a Telecom Italia la consegna dei nomi di quasi 4mila utenti P2P italiani, “andando contro a tutte le decisioni precedenti”, sottolinea Cortiana, che ha già presentato un esposto contro quella decisione. “Con evidenza – spiega – c’è il dispiegarsi di una campagna di pressione che viaggia su vari piani, qui in Italia con cose così, in Europa con cose come la direttiva, tutti strumenti usati da chi ha rendite di posizione che non intende intaccare aprendo a nuovi modelli di business”.

Ma la direttiva prevede anche un ruolo del tutto nuovo per i detentori dei diritti, che potranno affiancare le forze dell’ordine nelle indagini sulle violazioni del diritto d’autore. “È un aspetto – evidenzia l’e-senator – che considero la violazione più grande agli assunti europei: uno non può concorrere da privato alle inchieste delle forze dell’ordine, cioè ad inchieste giudiziarie. Che garanzie abbiamo dei dati che raccoglie, dei nominativi, dei dati delicati e che in Europa sono sulla carta protetti dalle garanzie per la privacy”. Garanzie che furono stabilite, come noto, dal coordinamento delle autorità nazionali sulla privacy presieduto da Stefano Rodotà. “Capisco le forze dell’ordine – insiste Cortiana – ma che un privato che ipotizza di essere danneggiato possa concorrere a queste inchieste e disporre di dati delicati e riservati è un problema”.

Il rischio che è stato sventato all’ultimo momento nel caso dei brevetti sul software in questa circostanza è ancora più concreto: l’Europa rischia di accorgersene tardi, a giochi conclusi.

Ma IPRED2 non è che il prodotto più recente di un approccio complessivo dell’Europa, apparentemente vittima delle grandi corporation dell’intrattenimento, che oggi come non mai spingono sulla blindatura dei dispositivi di riproduzione, dalla televisione mobile fino agli impianti hi-fi e a tutti quei dispositivi che garantiscono il flusso dell’informazione digitale. E i rischi sono enormi. “Il primo rischio che corriamo – sottolinea Cortiana a Punto Informatico – è di precluderci il futuro. Perché se ci blindiamo, anche con standard condivisi da centinaia di imprese nel mondo, come quelli della Tv mobile, di fatto azzoppiamo un mondo possibile: qui siamo nel digitale interconnesso, abbiamo bisogno di mercati aperti, inclusivi, di standard aperti garantiti da sistemi aperti. I nuovi modelli di business vanno trovati a partire da questa condizione”. “La dimensione cognitiva in rete – spiega – cresce con la condivisione, crescono opportunità inaspettate, novità imprevedibili”.

“Il paradosso – continua Cortiana – è che viviamo una dimensione internazionale, ad esempio con i Forum sulla Società dell’informazione, in cui si ragiona su concetti come openness, security, multiculturality, e poi abbiamo dimensioni locali, o continentali, che tentano di dar vita per via normativa ad un controllo che non è dato”. “Tu cittadino – spiega il senatore – rischi di diventare la vittima del controllo: dalla tua carta di credito al casello dell’autostrada, ai messaggi che mandiamo”. Il senso di una tecnologia che dovrebbe migliorare la qualità della vita con questo approccio, dunque, viene ribaltato, e l’utente non è più il fruitore ma la vittima.

“E poi ci lamentiamo della Cina”, ironizza Cortiana. “Rischiamo – conclude – di venire meno al portato specifico europeo: proprio laddove gli americani stanno abbandonando certe logiche, noi le stiamo abbracciando. Loro hanno il fair use, noi equipariamo un’attività di contraffazione all’utilizzo personale dei sistemi di file sharing”.

 

ATTENZIONE - ATTACCO FASCISTA ALLA LIBERTA'

Di seguito l’appello e le modalità per sottoscriverlo.

Gentili Membri del Parlamento Europeo,

la pirateria e la contraffazione causano un grave danno alle economie dell’Unione Europea, la Commissione Europea a questo fine ha proposto una Direttiva contro la contraffazione e la pirateria anche in relazione alle misure penali finalizzate ad assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale. Le conseguenze e le misure di questa Direttiva avranno a che fare con un ecosistema cognitivo particolare, quale quello della rete digitale interconnessa di internet che, per sua natura costitutiva, non conosce la condizione di scarsità, consente la condivisione della conoscenza e si configura come una impresa cognitiva collettiva.

In modo avvertito, il Consiglio d’Europa nel 2000 ha promosso l”agenda di Lisbona” affinché l’Europa possa diventare entro il 2010 “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”.

Nell’economia della conoscenza la condivisione della stessa costituisce un fattore abilitante, per questo “access” e “openness” sono due dei quattro punti che l’Onu ha posto al centro del confronto mondiale nelle due sessioni del summit WSIS (Summit mondiale sulla Società dell’informazione – Ginevra, Tunisi) e nei successivi cinque Forum annuali IGF (Forum sulla Governance di Internet, Atenè06, Brasilià07, ecc.)

Quando pensiamo alle conseguenze della proposta di una direttiva, nel “primo pilastro” (riguardante le politiche economiche, sociali ed ambientali della comunità) dobbiamo considerare che essa introduce per la prima volta misure penali riguardanti il livello minimo della pena che gli stati membri dovranno recepire con specifico provvedimento legislativo indipendentemente dalla loro legislazione. con particolare riferimento al lavoro delle PMI europee (che rappresentano la gran parte del tessuto economico dell’Unione), è un freno allo sviluppo stesso della nostra economia.

Perché la possibilità da parte delle aziende, le più grandi in questo caso, di intervenire direttamente nelle indagini di polizia è qualcosa che non appartiene ai principi e ai valori sui quali l’Europa e i suoi stati membri sono stati costruiti, cioè quelli di stato di diritto e monopolio della forza.

Nella Relazione al Parlamento Europeo della Commissione Giuridica, accanto all’introduzione di un concetto simile al “Fair Use” per i contenuti coperti dal diritto d’autore, la distinzione tra uso commerciale e uso personale dei contenuti scambiati per via digitale risulta ambigua e contraddetta.

La Convenzione di Strasburgo del 2001 sul “cyber-crime”, in vigore, definisce atti criminali di violazione del copyright quelli commessi “intenzionalmente, su scala commerciale a mezzo dei sistemi di computer” così l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nell’”Accordo sugli aspetti dei Diritti di Proprietà Intellettuale attinenti al Commercio” (TRIPS) all’art.61 prevede sanzioni per ” la contraffazione dei marchi e la pirateria del copyright su scala commerciale “.

 

AIUTATI - ATTACCO FASCISTA ALLE NOSTRE LIBERA'

Fino ad ora l’orientamento comunitario e la Direttiva 31 del 2000 sul commercio elettronico, esplicitamente non equipara lo scambio di contenuti digitali alla contraffazione e invece sottolinea l’importanza dell’autoregolamentazione.

Il fatto che una persona possa trarre un vantaggio dallo scambio di contenuti digitali non significa che ne faccia commercio e mercato, la cosa può dare conseguenze penali ai “navigatori” invece di indurre a nuovi modelli commerciali le imprese di contenuti digitali, con particolare riferimento al lavoro delle PMI europee (che rappresentano la gran parte del tessuto economico dell’Unione): è un freno allo sviluppo stesso della nostra economia.

Pirateria e contraffazione sono fenomeni diversi e solo in parte coincidenti, certamente possono essere concepite sanzioni penali comuni contro la contraffazione intesa come produzione e distribuzione in scala economica e seriale di prodotti falsificati, e ciò risponde anche ad una fondamentale esigenza di tutela dei consumatori in ambito europeo, ma tuttavia non si possono sottoporre a sanzione penale in modo generico e indiscriminato tutti quei comportamenti che con l’uso delle tecnologie informatiche di comunicazione possono incidere sul copyright e sui diritti connessi, saltando a piè pari una definizione degli atti penalmente rilevanti come quella, finora adottata e chiarissima, di “scala commerciale”, che ha anche finora costituito il punto di equilibrio ponderato per l’intervento penale in una materia ed in una rete di rapporti economici assai delicata.

Sono evidenti e delicatissime le implicazioni esistenti tra scambio interattivo di contenuti digitali, motivazioni individuali o sociali degli utenti e dei consumatori e rischi per le libertà e la riservatezza in tema di acquisizione e trattamento dei dati personali di traffico e connessione che una formulazione ambigua e generica delle nuove norme renderebbe possibile, rischi incompatibili con le tendenze di difesa della persona.

Con nuove tecnologie interattive come il DVB e le future apparecchiature che costituiranno l’evoluzione degli attuali televisori – lettori dvd, impianti Hi-Fi, telefoni cellulari e non, radio digitali, ricevitori satellitari, media center e computer – il flusso di informazioni digitali e dei dati personali individuali rischierebbe di essere completamente sottratto al controllo degli utenti finali e qualunque informazione di consumo individuale diventerebbe disponibile in base a quanto previsto o concesso dal detentore dei diritti di proprietà intellettuale mediante una infrastruttura tecnologica pervasiva, pagata dagli utenti finali sia in termini di costi economici che anche e soprattutto in termini di libertà digitali e di accesso alla cultura. Chi controllerà questa struttura disporrà di un potere immenso e senza precedenti nella storia, utilizzabile per qualunque fine non solo commerciale ma anche di controllo politico e culturale.

Proprio alla luce delle questioni oggetto del confronto internazionale la questione della proprietà intellettuale in relazione alla rete digitale interconnessa internet e delle azioni di pirateria e contraffazione ad essa correlate è urgente attivarsi affinché nella trattazione della pirateria e della contraffazione a danno della proprietà intellettuale vengano esplicitamente distinti l’uso commerciale e l’uso personale dei contenuti digitali e che siano chiaramente distinti ambito pubblico e ambito privato nella creazione di “squadre comuni”, tra aziende e forze dell’ordine, specificandone il ruolo e le funzioni a garanzia della riservatezza nel trattamento di dati personali di terzi e di imparzialità nelle iniziative di polizia giudiziaria, limitando perciò la presenza di soggetti privati ad una funzione tecnica di ausilio, che ha senso solo con riguardo alla produzione in serie di prodotti contraffatti, ed evitando pericolose e confuse commistioni.

Queste considerazioni rendono efficace il fine della proposta di Direttiva per contrastare la pirateria, la contraffazione e la malavita organizzata ad esse legata, rispettando le finalità dell’”Agenda di Lisbona“.

Vogliamo promuovere la libera circolazione dei prodotti dell’ingegno, anche attraverso le nuove forme di scambio rese possibili dalle tecnologie informatiche, se prive di fini di lucro, che consideriamo un fondamentale fattore di libertà, di eguaglianza e di diffusione della conoscenza.

Per questo vi chiediamo di modificare in modo coerente e senza ambiguità la Proposta di Direttiva che nel testo attuale è un freno allo sviluppo stesso della nostra economia.

Cordialmente,
Sen. Fiorello Cortiana”

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— Note “operative”Diffondere l’appello

 

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Più che mai in queste ore chi ritiene di volersi opporre a quanto sta accadendo è bene che diffonda notizia di ciò che accade e inviti tutti a sottoscrivere l’appello.

Per aderire all’appello
In queste ore si sta provvedendo all’allestimento di uno strumento ad hoc che consenta di raccogliere le adesioni. In via provvisoria si può utilizzare la mail della redazione di Punto Informatico, pi@deandreis.it con subject “APPELLO” e, nel corpo del messaggio, il proprio nome e cognome, con città di residenza: PI provvederà a trasferire le adesioni non appena sarà possibile ai promotori della campagna.

Fonte : www.punto-informatico.it

Una missione rosso sangue. Reportage dall’ospedale di Emergency a Lashkargah, dove la guerra la guardi in faccia.

Reportage dall’ospedale di Emergency a Lashkargah, dove la guerra la guardi in faccia

Una missione rosso sangue

SdrammatizziamoLe voci degli afghani feriti dal «fuoco amico» della Nato. Zadran, Sarwar, Khan Gul e gli altri raccontano la realtà di un conflitto che forse i nostri parlamentari non conoscono Enrico Piovesana (Peacereporter)

Ieri, dopo i feroci combattimenti dei giorni scorsi, la situazione è tornata calma. Ma qui in città il clima è ancora molto teso. Per le strade, polverose e assolate, il traffico è quasi nullo e si vede pochissima gente a piedi. Abbondano invece i pick-up dell’esercito afghano, carichi di soldati in mimetica con i lanciarazzi in spalla e i kalashnikov spianati. In città le forze militari della Nato non si vedono, ma si sentono, nella forma dell’incessante rumore degli elicotteri da combattimento Apache che sorvolano ad alta quota il centro abitato.

Per vedere gli effetti della guerra che in questi giorni ha infuriato nella provincia basta fare un salto all’ospedale di Emergency – dove tutti sono in pensiero per la sorte di Rahmatullah Hanefi, il manager della struttura rapito una settimana fa dai servizi segreti afgani.

Le corsie sono strapiene di feriti: civili vittime dei bombardamenti dell’aviazione e dell’artiglieria della Nato e dei mitra dei soldati afghani.

Le testimonianze dei sopravvissuti e dei loro parenti sono infatti concordi: dopo aver messo in fuga i talebani dai villaggi, i soldati del governo Karzai appoggiati dalle forze Isaf hanno fatto il tiro a segno sulla popolazione civile, sparando contro tutti: anziani, donne e bambini. Chiunque si trovasse a tiro.

Zarghona ha 25 anni, ma ne dimostra almeno il doppio. Viene dal piccolo villaggio di Malgir, a nord di Lashkargah. Ha il viso completamente fasciato, la mascella fracassata da una pallottola. La stessa pallottola che, prima di entrare nella sua guancia, è entrata e uscita dalla testa del suo bambino di un anno e mezzo, uccidendolo. Parla con un filo di voce, fissando le lenzuola: «Prima hanno iniziato a sparare, poi sono iniziate a cadere le bombe. Tutte le donne del villaggio, come me, sono uscite di casa, fuggendo con i bambini in braccio. Io correvo tenevo mio figlio stretto a me, poi i soldati afgani ci hanno sparato. La stessa pallottola…». Il pianto interrompe il bisbiglio della donna, che si copre il volto per non farsi vedere.

Zadran ha 16 anni. Viene dal villaggio di Loi Manda, nei pressi di Grishk. Gli hanno tolto dalla gamba cinque proiettili. «E’ iniziata una sparatoria, poi gli inglesi, dal deserto, hanno iniziato a prendere a cannonate il villaggio. Sono corso fuori di casa, volevo scappare. I soldati afghani mi hanno sparato con i mitra, colpendomi alla gamba. In questo modo sono morte, nel mio villaggio, almeno quattro persone, tra cui due bambini e due uomini: questi due sono stati giustiziati dai militari governativi dopo essere stati arrestati senza alcun motivo. Li conoscevo, non erano talebani. Quelli se ne erano già andati».

Rokhana, 32 anni, sempre di Loi Manda, conferma il racconto del ragazzino. Anche lei è ferita a una gamba, che nasconde sotto le coperte per pudore. Per lo stesso motivo si copre anche il volto con le lenzuola mente parla. «Fuori di casa la guerra si è scatenata d’improvviso. Mi sono precipitata in cortile per portare dentro i miei figli. Appena ho varcato la soglia mi hanno sparato. Hanno sparato anche a mio figlio Askar, ferendolo a un braccio. Due degli altri bambini con cui stava giocando sono morti. Erano i soldati del governo a sparare contro la gente normale, quando i talebani erano già scappati dal villaggio».

Mirwais ha 12 anni, viene dal villaggio di Choar Kuza, sempre vicino a Grishk. Giace sdraiato su un fianco, immobile, e resterà così per tutta la vita. La scheggia di un proiettile di mortaio che ha centrato la sua casa gli è entrata nel collo, ledendogli la colonna vertebrale e condannandolo così alla tetraplegia. A parlare è suo padre Mohammad Aziz, occhi tristi, pelle scura e rugosa, barba sale e pepe e turbante nero. «Gli inglesi sparavano sul nostro villaggio con i cannoni, da lontano, i soldati afghani sparavano con i fucili, da vicino. Un colpo, forse di mortaio, è caduto fuori dalla nostra casa, uccidendo tutte le nostre bestie e ferendo mio figlio al collo e mia moglie alla gamba. Siamo stati fortunati: un altro colpo è caduto sulla casa dei nostri vicini, radendola al suolo e uccidendo due persone».

Khan Gul di anni ne ha 13. Viene da Dehe Adam Khan, appena fuori Grishk. Una scheggia di bomba aerea gli ha fracassato la gamba, ma con le stampelle è riuscito a trascinarsi fino alla corsia delle donne, dov’è ricoverata sua madre, Munira, di 35 anni, che non parla più. Vuole tenerle compagnia. Nessun familiare è venuto a far loro visita, perché sono tutti morti sotto le macerie della loro casa, bombardata dall’aviazione Nato. «Eravamo in casa, era sera tardi. Fuori sparavano, c’erano i talebani nel nostro villaggio. A un certo punto è scoppiato tutto. Mio papà e i miei due fratelli sono morti. Io, la mamma, le mie sorelle e i nonni siamo rimasti feriti».

Sarwar ha 30 anni. È di Lashkargah e fa il tassista: possiede, anzi possedeva, un pulmino con cui trasportava la gente dal capoluogo a Grishk, ogni giorno, avanti e indietro. «Stavo guidando verso Grishk con quattro passeggeri. Ho incrociato un blindato Isaf, inglese o americano, non so. Ho avuto paura e non mi sono fermato. Ci hanno sparato addosso con i mitragliatori. Io sono stato colpito allo stomaco. Due dei passeggeri, due uomini, sono morti. Il mio pulmino, la mia unica ricchezza, è andato distrutto, ridotto a un colabrodo».

Sadikha ha 22 anni. Viene dal villaggio di Zumbelay, a est di Grishk. La sua triste storia la conosciamo già: una bomba della Nato ha centrato e distrutto la sua casa. Una scheggia le è entrata in pancia, uccidendo il bambino di cinque mesi di cui era incinta. La incontriamo nel reparto di terapia intensiva, nascosta dietro una tenda. Sta seduta sul bordo del letto, nonostante sia fasciata dalla testa ai piedi. Fissa il vuoto e bisbiglia parole senza senso. Forse racconta la storia di questa guerra schifosa.

P.S. – I nomi dei luoghi sono reali, quelli delle persone invece sono stati cambiati per motivi di sicurezza.

Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

27 marzo 2007

marzo 29, 2007

Quello di Barbara Berlusconi non sarebbe stato l’unico servizio fotografico acquistato dall’ex presidente del Consiglio.

Vallettopoli, Corona farà i nomi

Un Disonore per l'Italia. Silvio Berlusconi il ricattato che paga e nasconde. Fabrizio Corona è stufo della galera e pur di uscire è disposto a tutto, anche a vuotare il sacco. Lui, Fabrizio, vuole agli arresti domiciliari e per ottenerli ha deciso di collaborare.

Per l’interrogatorio di oggi al protagonista dello scandalo di Vallettopoli si prevedono fuochi d’artificio. Corona vuole raccontare dettagli, circostanze, episodi. Racconterà ai giudici quello che ha ripetuto ai suoi avvocati.

Un esempio?Si sa che la famiglia Berlusconi compra le fotografie e si sa che i paparazzi propongono sempre le foto ai personaggi pubblici. Che poi spesso vogliono comprarle. Io stesso – ha detto Corona ai suoi legali – ne ho venduto diverse al Cavaliere”, ha chiosato qualche giorno fa.

Ci sarebbero stati, dunque dei precedenti. Quello di Barbara Berlusconi non sarebbe stato l’unico servizio fotografico acquistato dall’ex presidente del Consiglio.

Corona potrebbe incontrare fra i corridoi del tribunale di Potenza Leila Virzì, l’attrice e controfigura di Monica Bellucci che per prima ha raccontato e poi ritrattato la storia della barca al largo di Capri con un politico importante fotografato assieme a trans e a persone che usavano cocaina.

Già, la cocaina. Nel filone milanese dell’inchiesta di Vallettopoli (guidato dal sostituto procuratore Frank Di Maio) la coca è presente, eccome.

Si parla di imprenditori con le tasche piene di soldi e di “roba”, sempre pronti a regalare una pista alla valletta di turno consenziente.

Il motivo? Semplice. Lo si fa per entrare nel giro, per essere cool, per diventare vip ed essere accettati alle feste esclusive nei locali di tendenza.

Belen Rodriguez, Francesca Lodo, Fernanda Lessa, starlette protagoniste sui calendari e nelle serate mondane nella Milano da bere, si sono presentate una dopo l’altra dal magistrato per essere interrogate su come gira la droga nei locali.

La Lodo ha detto che c’erano personaggi che mettevano gratuitamente a disposizione la droga nei bagni di una discoteca.

Solo Fernanda Lessa ha avuto bisogno di un avvocato, perché indagata a Potenza per favoreggiamento.

Fonte : magazine.excite.it

Corona: Berlusconi ha comprato altre foto

Che poi spesso vogliono comprarle. Io stesso — ha detto Corona ai suoi legali — ne ho venduto diverse al Cavaliere». Non soltanto, quindi, i famosi scatti a Barbara Berlusconi fuori da una discoteca di Milano assieme a un amico, immagini pagate dall’ex presidente del Consiglio 20 mila euro. Ma anche altre, di cui il re dei paparazzi non racconta particolari.

ORA SI CAPISCE LA CAMPAGNA MARTELLANTE DI FEDE CHE CHIEDE L’APPROVAZIONE URGENTISSIMISSIMA DELLA LEGGE CONTRO LE INTECETTAZIONI. QUANDO I GIORNALI DEL PADRONE ATTACCAVANO MESCHINAMENTE UN UOMO INNOCENTE, NIENTE. ADESSO GRIDANO AL-LUPO AL-LUPO, MA ADESSO LA MACCHINA E’ LANCIATA, E VOGLIAMO TUTTA LA VERITA’

marzo 28, 2007

A Palazzo Grazioli, nel 2005 Berlusconi, Cossiga, Letta e Lecciso. Casualità?!?

Sono una persona rispettabile.A Palazzo Grazioli :Lecciso e Venier a cena dal Cavaliere.
Presenti anche il sottosegretario Letta, Cossiga e Apicella

ROMA – E dopo gli incontri con Pera e Casini, la telefonata con Formigoni e le discussioni sulle elezioni regionali, serata leggera a Palazzo Grazioli. Da Silvio Berlusconi sono arrivati il presidente della Repubblica emerito Francesco Cossiga, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, Mara Venier e Loredana Lecciso. Pantaloni chiari, e piumino nero elegante da sera, Mara Venier è scesa da una Mercedes grigia metallizzata con autista attorno alle 21.30 e si è diretta su tacchi altissimi verso la residenza romana del premier, annunciando di essere attesa da Berlusconi. Accanto a lei, visibilmente emozionata, la compagna di Al Bano, fasciata in un attillato abito nero con una scollatura mozzafiato.

Il presidente Cossiga era già arrivato da qualche minuto mentre soltanto più tardi, all’ora del caffè, li ha raggiunti Gianni Letta. Nessun commento all’uscita da parte dell’ex capo dello Stato né da parte del sottosegretario Letta. «Mi sono innamorata di Francesco Cossiga» ha detto invece, scherzando, Mara Venier uscendo all’una dalla serata. «Ci conosciamo da tanto tempo – ha aggiunto – ma stasera era davvero in grande forma. Ci ha raccontato i vecchi aneddoti, ci siamo divertiti moltissimo e abbiamo parlato di tutto fuorché di politica». La conduttrice ha spiegato che la serata era stata organizzata dal premier proprio perché l’ex capo dello Stato aveva espresso il desiderio di rivederla. A Palazzo Grazioli, comunque, Cossiga è giunto in compagnia di una elegante signora bionda.

E la Lecciso? «Loredana ha accompagnato me» spiega ancora Mara Venier. E poi prendendo in giro l’amica showgirl aggiunge: «Doveva venire anche Al Bano, ma ha avuto un altro impegno». (Buttala li)

A tavola il cuoco Michele, chef personale di Berlusconi, ha fatto servire uno sformato di carciofo, uno stracotto al barolo, una crostata classica alla marmellata in onore di Cossiga e una sachertorte che piace molto a Mara Venier. Cena particolarmente apprezzata dal premier, che invece ieri a pranzo alla Camera aveva rifiutato una una pietanza a base di scalogno.

A rallegrare la serata anche il cantante Mariano Apicella, giunto a Palazzo Grazioli con la sua chitarra.

Virginia Piccolillo
20 Gennaio 2005 – Fonte : www.corriere.it

Dopo il NigerGate adesso tocca al CongoGate

Dopo il NigerGate adesso tocca al CongoGate
Marcello Pamio – www.disinformazione.it – 26 marzo 2007

In Congo sono sparite oltre 100 barre di uranio!
Dalla centrale atomica di Kinshasa sarebbe stato trafugato materiale nucleare.

Questa misteriosa “sparizione” ha coinciso (casualmente?) con la riunione dell’A.E.I.A., l’Agenzia internazionale sull’energia atomica, tenutasi a Vienna dal 5 all’8 marzo scorso.

Secondo l’articolo pubblicato il 7 marzo da un giornale congolese, “Le Phare” il traffico illegale di materiale fissile avrebbe coinvolto il centro atomico di Kinshasa.
Per questo contrabbando, il Commissario all’energia atomica della Repubblica Democratica del Congo, il Prof. Fortunet Lumu, sarebbe stato arrestato. L’accusa, secondo la BBC , è molto grave: aver organizzato i contatti illeciti per produrre e vendere uranio!

Questo nuovo scandalo ricorda molto da vicino il Nigergate, che è stato usato, nonostante la totale falsità, come pretesto per intervenire nel 2003 in Iraq.
Lo stesso giorno (6 marzo 2007) che il professore Fortunet Lumu veniva fermato per contrabbando di Uranio-238, negli States, Lewis “Scooter” Libby veniva condannato dal gran Giurì federale per spergiuro, “falso giuramento” e per aver “ostacolato la giustizia” sull’inchiesta sull’identità di Valerie Plame Wilson, una funzionaria della Cia moglie dell’ex ambasciatore americano Joseph Wilson. Proprio quest’ultimo svolse un ruolo fondamentale nello smascherare pubblicamente le menzogne escogitate dal vicepresidente statunitense Richard Cheney, per giustificare la guerra in Iraq, tra cui appunto, quello che Saddam Hussein avrebbe tentato di ottenere uranio arricchito dal Niger per costruire una bomba atomica! Per questo motivo, Cheney accecato dalla rabbia e dalla vendetta, avrebbe screditato volutamente la moglie, facendo il nome dell’agente segreto ai giornali, bruciando la sua copertura e mettendo così la sua vita a rischio.

Lewis “Scooter” Libby Joseph e Valerie Plame Wilson Richard Bruce Cheney

Secondo i media americani anche l’ex consigliere di Bush, Karl Rove e l’ex segretario di Stato aggiunto Richard Armitage, sono legalmente implicati nella faccenda.
Come è stato confermato nel corso del processo, la storia del “yellow cake” (uranio del Niger) era una fabbricazione propagandistica dell’amministrazione Bush, iniziata e portata avanti da documenti falsificati nei quali si sosteneva che Saddam Hussein avrebbe comperato del yellow cake dal Niger.

Nuovamente abbiamo a che fare con le famose “PsyOp”, cioè con quelle operazioni che in gergo tecnico vengono chiamate “Operazioni Psicologiche”. Operazioni che hanno questa volta, non l’Iraq come attore principale, ma la pericolosissima teocrazia iraniana.
A darcene conferma è proprio uno dei giornali nelle mani dell’èlite, il Sunday Times, che titola un articolo così: “Cospirazione iraniana per ottenere Uranio in Africa”.

Non serve dire altro, se non che, secondo il “libero” giornale, quantità enormi di Uranio-238 sono state trafugare dal Congo, e che l’Iran ha sostenuto cellule terroristiche in Gran Bretagna che “potranno preparare attacchi contro le centrali nucleari”. Sarebbero già state effettuate delle ricognizioni – da parte delle famose “cellule dormienti” – sui siti nucleari in vista di un possibile attacco nel Regno Unito.
Viene citata addirittura una fonte vicina al MI5 (servizi segreti di Sua Maestà) che dice come l’intelligence sta prendendo molto seriamente questa eventualità!

La vera motivazione però ce la svela lo stesso Sunday Times: “La rivelazione intensificherà i timori occidentali sull’ampliamento del programma di armi nucleari dell’Iran e delle implicazioni strategiche del suo appoggio a Hezbollah durante la guerra con Israele
Quello che si dimentica di dire il Sunday Times è che l’esplorazione e lo sfruttamento dell’Uranio nella Repubblica del Congo è sotto il controllo di imprese non iraniane, ma occidentali!

La principale società implicata, per esempio, è l’ango-sudafricana Brinkley Mining PLC (con filiali alle isole Seicelle). Lonrho, un conglomerato anglo-sudafricano, possiede il 10% della Brinkley e l’azionista principale (di Brinkley) è l’australiana Atomaer.
Il Direttore di Brinkley è Gerard Golden (copresidente esecutivo della Lonrho Africa PLC).
Casualmente nel 2006 il Centro per l’Energia Nucleare diretto dal Prof. Fortunat Lumu ha siglato un accordo molto importante proprio con la Brinkley Mining.

In concomitanza all’arresto di Lumu a Kinshasa, il valore delle azioni (stranamente) della Brinkley alla Borsa di Londra sono schizzate del 50%, proprio dal 7 all’8 marzo…
Non solo, ma nello stesso momento il neoconservatore, nonché uno dei falchi che più ha spinto per il genocidio iracheno, Paul Wolfowitz, messo dall’elite a capo della Banca Mondiale, arrivava a Kinshasa per offrire ben 1,4 miliardi di dollari di aiuti finanziari per la ricostruzione dalla guerra interna…
Quanti di questi dollari finiranno effettivamente per sostenere le ricostruzioni e quanti invece finiranno per sostenere gli interessi minierai delle lobbies anglo-americane nella zona?

Se a questa ennesima montatura mediatico-propagandistica del Regime statunitense ci aggiungiamo che vi sono almeno tre portaerei statunitensi nel Golfo Persico (quindi lungo le coste dell’Iran), e che qualche giorno fa una motovedetta di pasdaran ha arrestato 15 militari britannici colpevoli, secondo loro, di essere entrati in territorio iraniano, la situazione non è delle migliori.

Ovviamente si tratta dell’ennesima provocazione che ha lo scopo di alimentare il fuoco, gettando ancora benzina.
Per ultimo ma non per importanza, secondo il giornale russo “Argumenti Nedely” (vicino ai servizi), gli USA attaccheranno l’Iran venerdì 6 aprile prossimo. L’operazione “Bite” (morso) non prevederebbe alcuna invasione terrestre, ma “solo” un bombardamento a tappeto per almeno 12 ore consecutive!
Possibile? Non credo, anche se, per gli amanti della simbologia, il 6 aprile è un giorno molto particolare, innanzitutto siamo in piena Pesach, la Pasqua ebraica (dal 3 al 10 aprile 2007) e nella fattispecie si tratta del Venerdì Santo: giorno che i cattolici commemorano la passione e crocifissione del Cristo.

Come la Pasqua ebraica festeggia la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto, così l’eventuale guerra in Iran potrebbe rappresentare la liberazione dal nemico acerrimo degli United States of Sion.

Che ci piaccia o non ci piaccia, che crediamo o non crediamo, dal punto di vista esoterico sono giorni in cui si muovono determinate forze di tipo spirituale…

Per approfondire l’argomento:

- “Attacco all’Iran il 6 aprile?” di Maurizio Blondet, www.effedieffe.com/rx.php?id=1833%20&chiave=iran

- “L’Iran e le barre di uranio sparite in Congo” www.mondialisation.ca/index.php?context=viewArticle&code=CHO20070315&articleId=5083

Fonte : www.disinformazione.it 

La mercificazione della donna

La mercificazione della donna
Violenze e discriminazioni contro le donne nel mondo contemporaneo
di Antonella Randazzo per www.disinformazione.it
Autrice del libro: “DITTATURE: la storia occulta

Le autorità occidentali, attraverso i media, denunciano spesso i comportamenti discriminanti e vessatori, contro la donna, presenti all’interno della cultura islamica. Queste denunce danno ad intendere che la cultura occidentale tutela i diritti delle donne. Ma siamo davvero sicuri che le donne siano rispettate nella cultura occidentale? Dai fatti sembrerebbe proprio di no.
Nelle zone occupate dalle truppe occidentali, il livello di disprezzo e di violenza contro le donne è massimo. L’arrivo degli eserciti occidentali (peacekeepers o Caschi Blu, missioni Nato ecc.) produce sempre, oltre allo sfruttamento economico e sociale dei popoli occupati, anche sfruttamento sessuale di donne e bambini. Quasi mai i soldati subiscono processi per questi reati, nemmeno quando il crimine viene denunciato e provato. La violenza contro le donne e i bambini sembra fare parte della “missione” delle truppe occidentali.

Nei paesi del Terzo Mondo, molte donne e bambini vengono ridotti in schiavitù a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo. Le violenze vengono perpetrate direttamente dai soldati occidentali, oppure dalle truppe mercenarie pagate dai governi. I gruppi di guerriglia in Congo, in Somalia, in Etiopia, in Nigeria, in Liberia e in molti altri paesi africani, pagati dagli Usa, quotidianamente attuano stupri e violenze di ogni genere contro le donne, come se ciò facesse parte dell’ingaggio.
Nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), in particolare nella provincia del Nord Kivu, la guerriglia al soldo degli Stati Uniti pratica impunemente lo stupro da alcuni anni. Le organizzazioni umanitarie hanno rilevato, nel 2005, almeno 1292 casi di violenza sessuale e altrettanti casi nei primi mesi del 2006.
 
Le violenze contro le donne, insieme ad altri numerosi crimini, vengono utilizzate per distruggere psicologicamente la popolazione, e spezzare ogni resistenza. Racconta l’organizzazione di Medici senza Frontiere che opera in Congo:

Lo stupro è usato come un mezzo per terrorizzare la popolazione, e il numero di casi aumenta con ogni nuovo scoppio di combattimenti e attacchi. Se le giovani sotto i 18 anni sono particolarmente esposte (quasi il 40% dei casi), il gruppo più colpito è quello delle donne tra i 19 e i 45 anni (53,6%). Queste sono le donne che lavorano nei campi per potere mantenere le loro famiglie. Gli atti di aggressione contro di loro hanno luogo principalmente in campi isolati ma anche lungo le strade percorse per arrivarvi. Di conseguenza, le donne limitano i loro spostamenti e nei centri nutrizionali nella missione di Kayna le madri preferiscono alloggiare nelle immediate vicinanze invece di tornare ogni settimana per prendere le razioni per i loro bambini.[1]

In Africa, come in Asia e in Medio Oriente, sono in aumento le violenze contro bambine e donne. Un rapporto di Human Rights Watch (Hrw), del 2005, riporta casi agghiaccianti di violenze sessuali contro donne e bambine praticate da “peacekeepers” dell’Onu. Una ricercatrice di Hrw, Anneke Van Woudenberg, spiega: “Vediamo che nelle zone di conflitto lo stupro è usato sempre di più come un’arma da guerra… Non si tratta di occasionali voglie di sesso dei soldati. Lo stupro sta diventando parte della condotta normale di guerra“.[2]
Il rapporto di Hrw sostiene che le violenze sono utilizzate per indebolire le comunità e sottometterle con più facilità. Soltanto nella città di Bunia (Ituri), 40  donne e ragazze, ogni settimana, in seguito alle violenze subite, si rivolgono a Hrw per essere aiutate.

Le truppe dell’Onu in Congo, chiamate con la sigla Monuc, sono state accusate di numerosi casi di violenza sessuale e di prostituzione infantile. La responsabile di Hrw in Congo, Jane Rasmussen, racconta: “I posti in cui sono accaduti i peggiori episodi di violenze sessuali sono gli stessi da cui abbiamo ricevuto le denunce peggiori sul comportamento dei peacekeepers… Il fatto è che le donne sono in una condizione di tale degrado che la cosa appare loro quasi normale. Una ragazza mi ha detto, in lacrime, che almeno quelli del Monuc pagano“.[3]
La stessa Onu ha ammesso: “Vi e un modulo di sfruttamento sessuale praticato dai peacekeepers che è del tutto contrario agli standard fissati dal Dipartimento per le operazioni di peacekeeping“.[4]

Le truppe occidentali, o i gruppi di guerriglia al soldo delle corporation e delle banche occidentali, in molti paesi, hanno creato una situazione talmente grave e criminale, che nel contesto gli stupri appaiono il male minore. La fame, le malattie, la denutrizione e il terrore in cui versa la popolazione, trasformano la realtà in un incubo. In Congo muoiono 31.000 persone al giorno, per la guerra e la fame, la maggior parte delle quali sono bambini. Secondo l’International Rescue Committee, dall’agosto del 1998, sono morte circa quattro milioni di persone. Sheila Sisulu, vicedirettore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale, racconta episodi di “ordinaria” violenza:

La vita di Annie era serena. Aveva studiato Agraria all’università e suo marito aveva un ottimo lavoro. Vivevano con i loro figli in una casa di quattro stanze a Bukavu, nella Repubblica Democratica del Congo. Poi un giorno suo marito dovette scappare per mettere in salvo la pelle. Cinque soldati governativi, venuti a cercarlo, violentarono Annie e le dissero che sarebbero tornati ad ucciderla. Annie non perse tempo. Prese i suoi figli e se ne andò in cerca di un pò di pace. Nella sua fuga fu fermata dai ribelli che la violentarono a loro volta usando anche delle bottiglie. Solo dopo molto, riuscì a raggiungere un campo profughi. Viveva in una casa di fango con i suoi nove figli. La storia di Annie è abbastanza comune… Nei 14 anni della guerra civile liberiana, il 40 per cento delle donne ha subito violenze. Metà di loro porta ancora i segni psichici e fisici di quell’esperienza. Molte, allontanate dalla propria comunità, sono costrette oggi a prostituirsi per sopravvivere il che le espone ancora di più a abusi e malattie sessualmente trasmittibili come l’HIV/AIDS. Stupri sistematici, torture, schiavitù sessuale sono stati usati per terrorizzare e destabilizzare le comunità di tutto il mondo, da Haiti alla Repubblica Democratica del Congo a Myanmar. Durante la lunga e sanguinosa guerra civile in Sierra Leone, migliaia di donne e ragazze, talvolta bambine di appena sette anni, sono state rapite e ridotte in schiavitù per essere usate sessualmente o come combattenti, obbligate a uccidere.[5]

Le aree di guerra e le basi militari diventano luoghi di sfruttamento e di schiavitù sessuale. In seguito alla creazione di una base militare, si registra l’aumento della prostituzione e delle violenze contro le donne. Nelle zone limitrofe alle basi americane si concentra l’offerta sessuale, perché c’è la domanda. Oltre alla prostituzione, i soldati americani praticano anche diverse forme di violenza e prepotenza contro le prostitute e le donne in genere. A Pordenone si formò un comitato per denunciare tali comportamenti. Racconta Carla Corso: “Il Comitato è nato perché eravamo semplicemente stufe di quello che succedeva a Pordenone, di tutta la prepotenza nei confronti delle prostitute, soprattutto da parte degli americani“.[6]

Durante la Seconda guerra mondiale, tutti gli eserciti praticarono la violenza sessuale contro le donne. Alcuni eserciti, come quello giapponese e americano, avevano una certa quantità di schiave sessuali, che erano donne fatte prigioniere e costrette a subire violenze sessuali da tutti i soldati. In Italia, alla fine della Seconda guerra mondiale, le truppe americane costrinsero 40.000 donne napoletane a prostituirsi, e violentarono numerose donne in tutti i luoghi occupati.
Nel periodo che va dal 1932 al 1945, circa 100.000 donne (l’80% erano coreane) furono ridotte in schiavitù dalle truppe giapponesi. Alcune di queste donne raccontarono cose agghiaccianti, che esprimono un livello di disumanità atroce. Ad esempio, una donna filippina raccontò:

Dodici soldati mi violentarono uno dopo l’altro, dopo di che mi venne data un’ora di pausa. Poi seguirono altri dodici soldati. Erano tutti allineati fuori dalla stanza aspettando il loro turno. Sanguinavo e provavo così tanto dolore che non mi reggevo in piedi. Il mattino seguente ero troppo debole per alzarmi… non riuscivo a mangiare. Provavo molto dolore e la mia vagina era gonfia. Piangevo e piangevo, chiamando mia madre. Non potevo oppormi ai soldati perché mi avrebbero uccisa. Che altro potevo fare? Ogni giorno, dalle 2 del pomeriggio alle 10 di sera, i soldati si allineavano fuori dalla mia stanza e dalle stanze delle altre sei donne che c’erano. Non avevo neanche il tempo di lavarmi al termine di ogni assalto. Di sera riuscivo solo a chiudere gli occhi e a piangere. Il mio vestito strappato si sarebbe sbriciolato a causa della crosta formata dal seme secco dei soldati. Mi lavavo con acqua calda e pezzi di vestito per essere pulita. Tenevo premuto il vestito sulla mia vagina come un impacco per alleviare quel dolore e il gonfiore.[7]

Negli anni Sessanta, si ebbe una massiccia presenza militare americana nel Sud est Asiatico, in particolare in Thailandia, Cambogia, Laos, Vietnam e Birmania. Dopo pochi mesi dall’installazione delle basi Usa, si ebbe una crescita vertiginosa della prostituzione, dei locali notturni e dei luoghi di intrattenimento. I governi locali appoggiarono il fenomeno, permisero l’aumento della prostituzione e non intervenivano in alcun modo nemmeno di fronte a evidenti casi di violenza e maltrattamento. In Thailandia, nel 1950, c’erano 20.000 prostitute, ma dopo la costruzione delle basi americane diventarono 400.000 soltanto a Bangkok. La presenza delle truppe americane e dell’Onu, rese la zona del Sud est Asiatico un luogo di sfruttamento sessuale, anche minorile. In Thailandia, il 30% dello sfruttamento sessuale riguardava bambini. Le bambine thailandesi venivano violentate dai soldati americani, e poi inserite nel “mercato del sesso”. I soldati si valsero persino delle “ristrutturazioni” economiche imposte da Washington per pagare le prostitute soltanto pochi spiccioli. Nel 1997, pagavano sessanta dollari per andare con una prostituta thailandese, ma dopo le “riforme”, i soldati pagavano pochi dollari, avvantaggiandosi della svalutazione del bath thailandese.

Alla fine della guerra del Vietnam, a Saigon c’erano circa 500.000 prostitute. Racconta la studiosa Paola Benevene: “Le basi militari hanno fatto sviluppare le città asiatiche o ne hanno fatto addirittura sorgere di nuove, semplicemente promuovendo la creazione di locali pubblici provvisti di prostitute“.[8]
In Cambogia, nel 1991, dopo la firma degli accordi di pace, giunsero 100.000 soldati, oltre a funzionari delle Nazioni Unite e di altre istituzioni internazionali. Immediatamente il numero delle prostitute aumentò, e nel giro di due anni le donne sfruttate sessualmente salirono da 6.000 a 20.000.

Negli anni Sessanta, venne creata la più grande base Usa nella città di Olongapo, a Nord di Manila. Dopo pochi anni, la città divenne un enorme bordello. Su una popolazione di 200.000 abitanti, 60.000 donne e bambini vennero ridotti in schiavi sessuali dei soldati americani. Quando gli americani andarono via, nel 1992, molti soldati in pensione ritornarono a Olongapo per “fare affari”, continuando a sfruttare le donne e i bambini all’interno del giro di prostituzione creato anni prima.    
Ovunque sorgono basi militari Usa, cresce a dismisura la prostituzione, e in molte zone viene creato dal nulla un giro di sfruttamento sessuale di donne e bambini. Anche nei territori della ex Jugoslavia, le truppe americane hanno creato un giro di prostituzione e di schiavitù sessuale. In Bosnia, nel 1992, durante i primi mesi di guerra, si stima una quantità di 20.000/50.000 donne stuprate dalle truppe occidentali.

La DynCorp , una grande società americana che fornisce servizi all’esercito americano, in Kosovo e in Bosnia mandò numerosi impiegati e quadri, che crearono una rete di schiave sessuali, anche bambine di 12/15 anni. Il traffico venne in seguito denunciato da alcuni impiegati, ad esempio, da Ben Johnston, che nel 2002 svelò alcuni particolari del sistema di schiavizzazione della DynCorp: “Da quando sono arrivato, mi si è parlato di prostituzione, ma ho impiegato del tempo per capire che si compravano le ragazze con 600/800 dollari. Io ho detto che questa è semplicemente schiavitù“.[9]

Nonostante le denunce avessero prodotto molta indignazione e sollevato un’inchiesta, la DynCorp non subì alcuna penalizzazione, e i suoi uomini vennero considerati come impunibili, allo stesso modo dei soldati americani. Il caso della DynCorp non è l’unico, ma svela una consuetudine degli americani.
In Iraq e in Afghanistan, moltissime donne vengono quotidianamente violentate da soldati americani e britannici. I casi di violenza vengono in gran parte occultati, ma alcune donne hanno avuto il coraggio di raccontare fatti agghiaccianti: torture, maltrattamenti e violenze subite in seguito all’arresto arbitrario da parte delle truppe d’occupazione. Le organizzazioni che si battono contro le violenze alle donne, Women Against Rape  (Donne Contro lo Stupro) e Women’s Rape Action Project  (Progetto d’Azione Contro lo Stupro delle Donne Nere), raccontano:

Le donne irachene ci hanno detto che le donne sono in prigione per essere interrogate e torturate perché rivelino informazioni sugli uomini loro parenti. Per le donne la tortura comincia quasi sempre con la tortura dello stupro, spesso stupro da più uomini… Una donna dell’Università di Baghdad che lavora per Amnesty International ha descritto gli abusi sessuali a cui è stata personalmente sottoposta a un posto di blocco e quello che ha saputo da altre donne. “Mi ha puntato la luce laser direttamente in mezzo al petto e poi ha indicato il suo pene. Mi ha detto ‘Vieni qua, puttana, che ti scopo’“.[10]

Le donne rinchiuse nelle prigioni irachene sono regolarmente maltrattate e umiliate. Abdel Bassat Turki, ministro dimissionario per i diritti umani, spiega: “Venivano loro negate le cure mediche. Non avevano veri gabinetti. Ricevevano solo una coperta anche se era inverno. E le loro famiglie non potevano visitarle“.[11] Molte donne irachene e afghane non raccontano le violenze subite per vergogna, per paura o perché traumatizzate. Un avvocato iracheno ha raccontato che una donna, ex-prigioniera di Abu Ghraib, “svenne prima di fornire maggiori dettagli dello stupro e delle coltellate subite da parte dei soldati americani“.[12] Altre ex-detenute si vergognano a raccontare quello che hanno subito, e non ne parlano, anche per nasconderlo alle famiglie.

Women Against Rape ha denunciato che alcuni soldati inglesi hanno scattato foto di stupri e violenze, che poi hanno fatto circolare come materiale pornografico. Le truppe americane e britanniche praticano violenze sessuali anche su bambini, come è stato denunciato da numerose associazioni umanitarie. Esistono foto e video che documentano queste atrocità, e sono stati visionati anche da alcune autorità anglo-americane, come il vicepresidente americano Dick Cheney, che hanno fatto finta di non aver visto.
Le violenze riguardano anche le stesse donne soldato dell’esercito statunitense. Dorothy Mackey, ex-capitano di aviazione, in seguito alle violenze sessuali da lei stessa subite, si è messa in contatto con molte altre donne dell’esercito vittime di stupri e violenze. Queste donne raccontano che gli abusi sessuali, quasi sempre, non vengono puniti dalla gerarchia militare, che non li considera reati.

La “globalizzazione”, impoverendo molti paesi, ha prodotto il fenomeno della tratta e riduzione in schiavitù delle donne. Molte donne, spesso giovanissime, vengono adescate con la promessa di un posto di lavoro, ma una volta uscite dal loro paese vengono violentate, schiavizzate e costrette a un’esistenza da incubo. Queste donne vengono inserite nel giro di prostituzione di molti paesi europei. Ad esempio, in Belgio, almeno il 15% delle prostitute sono state ridotte in schiavitù dopo aver lasciato il loro paese. La maggior parte di esse proviene dall’Europa orientale, dalla Colombia, dal Perù e dalla Nigeria. Anche in Svizzera, ogni anno, vengono introdotte 1500/3000 donne schiavizzate.

Il traffico degli esseri umani è gestito e coordinato dalle stesse reti mafiose che si occupano del mercato della droga e delle armi. Ogni anno,  almeno 800.000/900.000 persone sono vittime della tratta, l’80% di esse sono bambini e donne. Mentre l’immigrazione illegale viene controllata e severamente perseguita da leggi gravemente discriminatorie, il traffico umano viene occultato attraverso passaggi illegali che permettono ai trafficanti dell’Europa dell’est o africani, di portare in Italia o in altri paesi, gruppi di ragazze da inserire nella rete della prostituzione. Il commercio degli esseri umani, specie donne e bambini, è oggi più che mai fiorente, e interessa sia lo sfruttamento sessuale e lavorativo, sia l’accattonaggio ed il traffico di organi umani.

La tratta degli esseri umani è aumentata a dismisura in seguito all’impoverimento dei paesi dell’est europeo, della ex Jugoslavia e della ex Unione Sovietica. Dall’inizio degli anni Novanta, la Banca Mondiale è intervenuta a saccheggiare questi paesi. Il Fondo Monetario Internazionale ne ha gravemente indebolito l’economia, accrescendo la miseria di numerose famiglie. In seguito alle “riforme” imposte, la disoccupazione ha raggiunto livelli molto elevati, e anche chi lavora guadagna così poco da non poter pagare il necessario per la sopravvivenza. Per questo, con la promessa di un lavoro, molte ragazze di questi paesi sono disposte a rischiare e a partire, ritrovandosi poi schiavizzate e costrette a prostituirsi.

Alcune di esse, per la miseria, hanno accettato di entrare in un giro di prostituzione che si basa su cataloghi o su foto pubblicate su alcuni siti internet, attraverso i quali, “l’utente” occidentale può “valutare la merce” e “acquistarla”. L’offerta è in aumento perché è in crescita la domanda di molti uomini europei, che pur sapendo che si tratta di un traffico basato sulla miseria e sulla disperazione, chiedono di fare sesso con queste donne.
Tutti questi fenomeni criminali non vengono seriamente contrastati dai governi, che si limitano di tanto in tanto a fare qualche indagine, ma non mettono in pratica efficaci strategie per impedire che le immigrate vengano costrette a prostituirsi.

Le donne schiavizzate sono tenute sotto minaccia, e talvolta torturate con sigarette spente sulla pelle o violenze fisiche e psicologiche di vario genere. La situazione di schiavitù delle donne straniere costrette a prostituirsi, è ormai nota a tutti, eppure una grande quantità di uomini europei vanno con queste donne, rendendosi complici di crimini gravissimi. La responsabilità di questi uomini è assai grave, perché se non ci fosse la domanda non ci sarebbe nemmeno l’offerta.
Anche nelle zone dove non c’è guerra, la violenza contro le donne può essere elevata. Nel mondo, secondo le stime dell’United Nations Development Fund for Women (Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne, Unifem), una donna su tre è stata picchiata, violentata o abusata almeno una volta nella vita. Le percentuali variano da paese in paese: in Canada il 29 %, in Nicaragua il 28 %, in Australia il 23%, in Cambogia il 16 %, ecc. Nel 70% dei casi di assassinio di donne, il colpevole è il coniuge.

Nei paesi poveri, spesso le violenze determinano l’entrata nel giro delle prostituzione. In India, ogni anno quasi 2 milioni di bambine, tra i 5 e i 15 anni, vengono avviate alla prostituzione, mentre in Bangladesh, negli anni Novanta, sono state schiavizzate oltre 200.000 donne, molte delle quali giovanissime.
L’Italia, fra i paesi europei, ha il triste primato del turismo sessuale. Ogni anno circa 80.000 uomini italiani vanno all’estero per avere rapporti sessuali con ragazzine più giovani delle loro figlie. Questi uomini, non avendo integrato gli aspetti femminili della loro personalità, che la nostra cultura svaluta e reprime, esprimono tutto il loro disprezzo verso il femminile facendo sesso con bambine che ricevono in cambio pochi spiccioli per comprare l’acqua e una scodella di riso. Come se quelle bambine non dovessero avere gli stessi diritti delle loro figlie.

Su questo sconcertante fenomeno, scriveva Enzo Baldoni: “Ma non sono quasi tutti mariti, quasi tutti padri i milioni di tedeschi, italiani, inglesi, americani che ogni anno affollano i bordelli della Thailandia (o del Brasile) per montare addosso a bambine di dieci, otto perfino quattro anni?”[13]
Anche nel mondo ricco molte donne subiscono discriminazioni, violenze e maltrattamenti. Negli Stati Uniti, ogni anno 700.000 donne vengono violentate o aggredite, mentre in Francia, 50.000/90.000 donne subiscono violenza sessuale, e la maggior parte di esse non sporge alcuna denuncia.

Tutte le religioni tradizionali discriminano le donne, impedendo l’amministrazione del culto e imponendo dottrine che le penalizzano. Il mondo ricco non tratta la donna al pari dell’uomo, ma la relega nelle mansioni più umili e la considera per il suo aspetto estetico, all’interno di un sistema mediatico che esalta la sessualità nei suoi aspetti più istintivi.
La propaganda mediatica, punta a convincere che la donna occidentale gode degli stessi diritti dell’uomo, per scoraggiare ogni lotta per un’effettiva parità. Negli anni Settanta si parlava di femminismo e di lotte per la parità, ma oggi ciò appare come ridicolo e obsoleto, e questo sancisce la reale condizione di inferiorità della donna, spacciata per parità.

Mentre la cultura islamica nasconde la donna o la isola socialmente, la cultura occidentale tende a denigrarla, e a farla apparire come oggetto sessuale o merce. In entrambi i casi si tratta di culture maschili e maschiliste, che temono gli aspetti femminili dell’essere umano, come l’intuito, la crescita emotiva e la creatività, e per sopperire a questo, alimentano gli aspetti del maschile che non sono costruttivi né creativi, come il militarismo e il machismo.
Le donne del mondo ricco sono esposte al martellamento mediatico denigrante e mercificante, che le destabilizza e in molti casi provoca disturbi alimentari o scompensi di vario genere. Il martellamento punta a farle sentire fisicamente inadeguate, attraverso modelli perfetti, dotati di magrezza non naturale o di caratteristiche fisiche non comuni.

In Italia 3 milioni di persone soffrono di anoressia o bulimia, e nel 95% dei casi si tratta di donne. Queste patologie emergono soprattutto nella fascia d’età che va dai 12 ai 25 anni. La bambina, fin da piccola, apprende che l’avvenenza sessuale è la cosa più importante richiesta alla donna, e che i modelli estetici proposti dai media sono praticamente irraggiungibili. Una ricerca della Società Italiana di Pediatria ha fatto emergere che già le ragazzine delle scuole medie, per il 60,4%, sono preoccupate per il loro peso, e vorrebbero diventare più magre. Molte di esse, per adeguarsi al modello estetico proposto dai media, intraprenderanno diete che potranno dare inizio a problemi nell’alimentazione.

Le modelle delle passerelle o le ragazze delle copertine delle riviste, spesso hanno un corpo sottopeso, e non godono di salute fisica come dovrebbero, essendo sottoposte a diete non salutari. Esse stesse sono vittime del modello imposto nel mondo della moda e della pubblicità, e possono avere conseguenze gravi per la loro salute. Alcune di esse giungono alla morte.
Per uscire dalle patologie alimentari occorrono spesso lunghe cure psicoterapiche, che operino in senso contrario rispetto alla destabilizzazione psicologica dei media, facendo acquisire alle ragazze
  sicurezza in se stesse e recuperare la loro interezza di persone.

In Italia non c’è alcuna parità fra uomo e donna. Le donne sono discriminate nel lavoro, nella società e talvolta anche in famiglia. Esse lavorano con salari più bassi e meno possibilità di carriera. Negli ordini professionali o nei posti di comando le donne sono pochissime, così come nel settore della politica e della burocrazia. Le donne lavorano in quelle mansioni che richiedono bella presenza, come la commessa, oppure nelle mansioni più umili o poco qualificati, come nelle pulizie o nell’assistenza agli anziani. Nel resto dell’Europa e negli Usa c’è una situazione analoga, anche se l’occupazione femminile è più elevata e ci sono più donne nelle posizioni di prestigio.

In Italia proliferano i concorsi di bellezza, e persino la Rai dedica ogni anno molte serate all’elezione di Miss Italia, esaltando l’evento come fosse importantissimo. Gli spettacoli televisivi mostrano donne poco vestite, che vengono utilizzate per la loro avvenenza. Da anni ormai ci siamo abituati all’esistenza di programmi in cui sono presenti una o più figure femminili che si offrono alla vista ma non hanno alcun ruolo né competenze professionali. In alcuni di questi programmi, vengono fatte inquadrature maliziose di seni, glutei o labbra gonfie e invitanti. Negli ultimi anni, i modelli femminili proposti in TV sono diventati sempre più lontani dalle donne reali, e sempre più vicini a quelle immagini delle riviste che nei tempi passati venivano nascoste dietro le edicole. Le vallette in TV, spesso non hanno nemmeno un nome, e subiscono una depersonalizzazione che ha lo scopo di farle apparire semplicemente come oggetti sessuali seducenti. 

Nel 2005, noi italiani abbiamo ricevuto alcuni consigli da uno speciale comitato dell’Onu (il Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne), che denunciava la tendenza, in Italia, a mercificare il corpo femminile nei media (TV, pubblicità) e a relegare la donna in ruoli subalterni. Il comitato dell’Onu osservava che “tali atteggiamenti sono la causa della posizione svantaggiata delle donne sul lavoro e nella politica“, e consigliava di “promuovere un’immagine delle donne alla pari in tutte le sfere della vita“.[14]
Negli ultimi decenni, in Italia, la qualità dei programmi TV si è talmente abbassata da ridursi quasi esclusivamente a spettacoli scadenti, volgari o sgradevoli, che mettono in ridicolo o umiliano la figura femminile. Ad esempio, qualche tempo fa, in una puntata di “Porta a Porta”, il conduttore Bruno Vespa ospitava una donna che doveva mostrare i suoi seni prorompenti, come se ciò fosse indispensabile per consentire agli ospiti di trattare il problema della chirurgia del seno. 

La TV mostra molto spesso il corpo femminile nudo o seminudo  utilizzato come oggetto di seduzione, per la pubblicizzazione di qualsiasi prodotto. Queste pubblicità, trasmesse a tutte le ore, sono altamente diseducative perché promuovono l’idea di donna come oggetto sessuale, e mostrano corpi femminili perfetti, che producono nelle donne comuni complessi d’inferiorità.
In questi giorni, l’Istat ha notificato un’indagine sulla condizione femminile nel nostro paese, rilevando un livello altissimo di violenza contro le donne. I comportamenti di minaccia o persecutori di ex partner riguarderebbero almeno 2.077.000 donne. Le vittime di violenze fisiche o sessuali sono 6.743.000, mentre le donne che hanno subito violenze psicologiche dal partner sono 7.134.000. Negli ultimi 12 mesi, oltre un milione e mezzo di donne sono state vittime di violenza sessuale o fisica. Gli stupri spesso non sono denunciati, e molte donne non parlano con nessuno delle violenze subite. Dall’indagine emerge che ogni tre giorni una donna viene uccisa da un uomo. Nel 2005 le donne uccise dagli ex partner sono state 134, e 112 nel 2006.

Nel 2006, in Italia, ci sono stati 74.000 stupri, il 6,6% dei quali ha riguardato minorenni. Ogni anno 500.000 donne italiane denunciano casi di stupro, di molestie o di tentata violenza.
La cultura occidentale, dominata dal maschile, teme la donna a tal punto da avvilire la sua personalità ponendo limiti al suo rappresentare se stessa. Tale cultura ha creato numerosi stereotipi negativi sulla donna. Ad esempio, c’è lo stereotipo della segretaria che siede sulla gambe del “capo”, ad intendere di essere sottomessa al suo prestigio e potere; c’è la donna bella e poco intelligente che si comporta da ochetta, e c’è la donna brutta e occhialuta che è intelligente. Come se una donna bella non potesse essere un’intellettuale. C’è anche lo stereotipo della “malafemmina”, cioè la donna che imbriglia l’uomo con la seduzione. Questi stereotipi puntano a condizionare la personalità femminile o a porla in ambiti ristretti.

Nella cultura occidentale, il modello di successo femminile non viene collegato a meriti o a talenti della donna, ma al matrimonio che essa contrae. Il modello femminile tradizionale è quello della donna che realizza se stessa con un buon matrimonio, cioè sposando un uomo di buon livello socio-economico.
Negli ultimi anni, gli stereotipi e i modelli femminili offerti dai media hanno acquisito caratteristiche ancora più negative, attraverso i personaggi proposti dalla TV, come le veline e le vallette. Si tratta di donne giovani che non fanno nulla, ma si limitano a mostrare parti del loro corpo muovendosi in modo seduttivo. Molte ragazze vorrebbero assumere quei ruoli, e per questo alcune di esse sono disposte anche ad offrire “prestazioni sessuali”, come i recenti scandali hanno rivelato. Queste ragazze sono cresciute vedendo pubblicità seduttive e TV spazzatura, e sono state condizionate a tal punto da non essere in grado di assumere l’integrità della loro persona come valore fondamentale.

La cultura occidentale illude la donna di essere libera sessualmente, ma “mercificare” non significa liberare. Nelle civiltà dominate dal maschile è l’uomo che vuole stabilire quale debba essere la personalità e la sessualità femminile, attuando un controllo che tende ad alterare ciò che il femminile originariamente è o può essere.
Negli ultimi decenni, i media occidentali puntano a fare in modo che la donna abbassi il concetto che ha di se stessa, fino a ritenere di valere soltanto per le sue qualità estetiche. Sempre più programmi televisivi parlano di interventi chirurgici per modellare il corpo o per eliminare le rughe. L’invasione massiccia di questi programmi e delle pubblicità di prodotti per la bellezza o per il trucco, rischiano di farci perdere di vista che prima ancora di essere donne o uomini, siamo persone, e come tali abbiamo diritto al rispetto del nostro corpo e della nostra dignità di esseri umani. Le risorse dell’uomo sono sia “maschili” che “femminili”, e risulta impossibile un vero progresso culturale e umano se non si integrano tutti gli aspetti, e se non si diventa capaci di rispettare ogni essere umano nel suo valore di persona.

Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e DITTATURE: la storia occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).
Se vuoi lasciare un commento agli articoli o ai libri di Antonella Randazzo vai a
  http://antonellarandazzo.blogspot.com/ 

Note:

[1] http://www.ecn.org/reds/donne/mondo/mondo0609congo.html
[2] http://www.ecn.org/reds/donne/mondo/mondo0504Congo.html
[3] http://www.ecn.org/reds/donne/mondo/mondo0504Congo.html
[4] http://www.ecn.org/reds/donne/mondo/mondo0504Congo.html
[5] http://www.wfp.org/italia/?m=92&k=1109
[6] Carla Corso, Sandra Landi, Ritratto a Tinte forti, Astrea, Giunti, Firenze 1991, p. 173.
[7] Maria Rosa Henson, Comfort women: a Filipina’s story of prostitution and slavery under the Japanese military, Rowaman&littlefield, Maryland.1999, pp. 36-37.
[8] http://www.annaliistruzione.it/riviste/annali/pdf/030498/030498ar12.pdf.
[9] http://www.resistenze.org/sito/te/po/yu/poyu2n01.htm
[10] http://www.ecn.org/reds/donne/mondo/mondo0406stupriIraq.html
[11] The Guardian, 12 maggio 2004.
[12] Los Angeles Times, 12 maggio 2004.
[13] http://www.touristime.it/index.php?method=section&action=zoom&id=616
[14] La Repubblica , 3 marzo 2005.

marzo 27, 2007

Maggioranza unita e Cdl divisa sul voto per missioni all’estero…

FORZA BUFFONIOggi il Senato vota sulla conversione del decreto legge che rifinanzia le missioni militari, compresa quella in Afghanistan. Un voto incerto, con il centrosinistra che ha una maggioranza risicata a Palazzo Madama, dove il mese scorso il governo Prodi è caduto proprio sulla politica estera .

Se nel centrosinistra si annunciano almeno due defezioni di senatori della sinistra radicale, nell’opposizione Forza Italia ha annunciato di volersi astenere, Alleanza Nazionale e Lega Nord potrebbero anch’esse astenersi o votare contro, mentre il sì dell’Udc e dei senatori a vita dovrebbero garantire, salvo sorprese dell’ultima ora, la conversione in legge del decreto.

Se però sul decreto la maggioranza non sarà autosufficiente, tutta l’opposizione, incluso l’Udc, ha chiesto al governo di dare le dimissioni.

Fonte : www.canisciolti.info

GOVERNO – BUFFONI

1 – 0

Afghanistan, il Senato approva il rifinanziamento della missione
Il Senato ha approvato il rifinanziamento per le missioni all’estero, compresa quella in Afghanistan, con 180 favorevoli (20 dall’Udc), 132 astenuti e 2 contrari.

Per il governo 155 voti dall’Unione, 4 dai senatori a vita, uno da Fi.

“Questo voto è una svolta politica”. Così Romano Prodi ha commentato il via libera del Senato al dl sull’Afghanistan, aggiungendo: “La maggioranza è compatta, l’opposizione è spaccata. Ora Berlusconi – ha detto il premier – dovrà spiegare agli alleati” internazionali la scelta dell’astensione sul decreto legge che rifinanzia la missione in Afghanistan.

 

*****

Analizzando il voto in dettaglio (180 voti a favore, 132 astenuti e 2 no), emerge che l’Unione si è fermata a 155 voti. La maggioranza richiesta era di 158. Dei 180 sì, 20 sono stati i voti a favore espressi dall’Udc. Tolta quindi la quota del partito centrista di opposizione, la maggioranza è stata di 160 sì: di questi 4 sono stati i voti a favore dei senatori a vita e un voto a favore espresso dal senatore di Forza Italia Lino Iannuzzi. Hanno votato no invece Franco Turigliatto (ex Prc) e Gianfranco Rotondi (Dc per le autonomie).

Fonte : www.ulivo.it

Afghanistan: La soglia della capitolazione.

Scritto per noi da Gen. Fabio Mini

Parliamo con i Talebani, con il Nemico, con i Terroristi? Ammetto di non essere il più indicato a rispondere a queste domande. Ho imparato ad onorare i padri della patria che, per i regimi politici del loro tempo, erano terroristi e ribelli. Da militare, ho dovuto salutare e presentare le armi a vari personaggi compresi quelli che in periodi della loro vita erano stati fuorilegge o terroristi. Da comandante di operazione internazionale nei Balcani ho dovuto stringere mani che grondavano ancora sangue e dialogare con responsabili di crimini che il mutato clima politico considerava eroi. Oggi non abbiamo, come nel passato, neppure una definizione condivisa di terrorismo e mai come in questo periodo è difficile separare il terrorismo come strumento dal terrorismo come ideologia, il terrorismo dalla lotta di liberazione, i ribelli dai criminali e gli insorti dai terroristi. Inoltre, ogni militare sa che conoscere il nemico è fondamentale per il successo delle operazioni e che non esiste mezzo migliore della conoscenza personale per capire gli avversari. Quando il rapporto diretto non è possibile, come spesso succede nei conflitti, si chiede all’intelligence di fare da intermediario, di fornire informazioni dettagliate e di tracciare i profili professionali e personali degli avversari. Se è raro e difficile incontrare i propri nemici prima della battaglia per parlare di guerra, è invece naturale per un militare pensare e perfino sperare d’incontrare l’avversario durante il conflitto per discutere di tregua o al termine dei combattimenti per discutere di pace.

combattentui talebani in Afghanistan Oggi, come ieri, è evidente che il nemico in Afghanistan è rappresentato dai talebani, o da quelli che noi stessi occidentali vogliamo dipingere come talebani. Non sappiamo se sono gli stessi con i quali mezzo mondo ha trattato prima dell’11 settembre; quelli che mentre abbattevano con furia iconoclasta le grandi statue dei budda, mentre imponevano feroci restrizioni alle donne, ai bambini e agli oppositori politici venivano corteggiati dalle diplomazie e dalle intelligence di mezzo mondo comprese quelle statunitensi. Non sappiamo se sono gli stessi con i quali si è trattato per mesi dopo l’11 settembre prima che gli Stati Uniti iniziassero la guerra globale contro il terrore. Non sappiamo se sono gli stessi ai quali vengono elargiti milioni di dollari in presunte taglie perchè denuncino il vicino di casa o soltanto il nemico di faida. Non sappiamo neppure se quelli stessi rinchiusi a Guantanamo sono i veri talebani e finchè non ci saranno processi aperti e seri non lo sapremo mai. Non sappiamo chi sono questi “talebani” del 2007, cosa vogliono e fino a che punto possono sperare di assumere il controllo dell’Afghanistan. Non sappiamo se sono collegati con Al Qaeda, come sono collegati con il Pakistan, l’Arabia Saudita, l’Iran e la ribellione irachena. Non sappiamo dove prendono i finanziamenti e le armi. “Non sappiamo”, ed è questo il vero problema. Oppure ciò che sappiamo è insufficiente e deviante perché superficiale e perfino banale.

Sappiamo che tra le centinaia di bande private, di criminali comuni, di milizie della droga, di polizie più o meno ufficiali e di mercenari che combattono indifferentemente l’uno contro l’altro o ciascuno contro gli occupanti di turno ci sono anche gruppi di fanatici islamici, agguerriti e “giovani”, che semplicisticamente chiamiamo “talebani”. Non è molto, perché essere fanatici non è una prerogativa degli islamici e nemmeno dei talebani. Essere agguerriti non è una novità per i popoli dell’Afghanistan che hanno sempre dovuto lottare contro le invasioni ed essere “giovani” in quella terra è una condanna piuttosto che una benedizione: l’aspettativa di vita in Afghanistan è di 43 anni. Se non si combatte tra i 15 e i 35 anni vuol dire che si è già morti. E ogni “vecchio” dai 43 anni in su che sopravvive fa statisticamente abbassare l’età di quelli che muoiono. Questo si sa, e non è molto per fare la guerra in Afghanistan ed è addirittura niente per fare la pace. Per questo, in termini prettamente tecnico-militari, la domanda sull’opportunità di incontrare i talebani, i ribelli, gli avversari o gli stessi terroristi mi sembra un falso problema un po’ strumentale e un po’ ipocrita. Da militare, non solo dovrei incontrarli, ma li dovrei conoscere perfettamente, dovrei avere qualcuno dei miei infiltrato nelle loro file, dovrei conoscere vizi e virtù di tutti i capi e dovrei avere ben chiaro il loro modo di pensare e di agire. Dovrei avere patti segreti con loro, come li avevano gli inglesi del “Grande gioco” (e mi meraviglierei se non li avessero ora), come li avevano i sovietici con il ribelle Massoud, e come li avevano gli americani con i mujaheddin prima e con i signori della guerra e della droga poi (e mi meraviglierei se non li avessero ora).

Sempre nell’ottica di chi ammette di avere un avversaro da comprendere prima ancora che da combattere e da piegare mi sembra surreale anche l’obiezione che il dialogo sia una legittimazione dell’avversario.

La legittimazione fra avversari avviene nel momento in cui si combattono e non nel momento in cui si parlano. Il ruolo di avversario non comporta nessuna accettazione diretta o indiretta dei rispettivi scopi e metodi . Anzi proprio nel riconoscimento delle reciproche posizioni sta sia la possibilità di trovare un punto di accordo sia la definitiva chiarificazione del disaccordo.

Ma, come dicevo, ammetto che l’ottica militare, che implica sempre l’individuazione, la conoscenza e il rispetto dell’avversario, può non essere la più idonea ad interpretare le sensibilità politiche. E’ impossibile per un militare combattere contro i fantasmi ed è insensato materializzare gli avversari con semplici etichette, attribuendo ad essi volontà, capacità e vulnerabilità oniriche o ipotetiche. Ma forse la politica vuole proprio questo e allora ai tavoli della cosiddetta “pace” non è necessario chiamare la realtà, ma è sufficiente l’immaginazione, la fantasia, la creatività. Tuttavia la fantasia di chi vuole dialogare con i Talebani deve spingersi oltre la semplice ipotesi di realizzare un’agape fraterna. E’ sicuro che essi vogliano sedersi ad un tavolo di pace? E quelli che aderissero quale rappresentatività avrebbero? Quali garanzie offrirebbero? Quale regime appoggerebbero e quali prerogative vorrebbero? E quali delle controparti sarebbero disposte ad ascoltarli? A condividerne le opinioni e ad accettarne i ragionamenti? Sedere ad un tavolo con i Talebani o con chiunque si opponga oggi all’occupazione straniera e al governo di Karzai senza essere pronti ad accettare alcune delle loro motivazioni può essere devastante. D’altro canto la fantasia di chi non vuole dialogare con i Talebani o con nessuno dei cosiddetti terroristi deve porsi domande analoghe. Chi è il vero detentore della violenza? Chi potrebbe controllarla? Karzai ha sufficiente potere per stabilizzare il paese? L’opzione esclusivamente militare ha prospettive di successo a medio e lungo termine? O si deve programmare lo sterminio di undici milioni di afgani (la popolazione in grado di combattere) per avere venticinque anni di stabilità? E’ evidente che una soluzione può essere soltanto di compromesso e quasi di azzardo. Occorre da un lato ragionare con freddezza e pragmatismo e dall’altro tentare la sorte. Il pragmatismo dovrebbe indurre a chiedere agli stessi afgani e a Karzai chi invitare ad un eventuale tavolo negoziale. L’azzardo dovrebbe indurre a dare credito anche a chi oggi si presenta come “intrattabile” a cominciare dai signori della droga.

Di certo bisogna uscire dall’ambiguità e rinunciare alla sottile ipocrisia che caratterizza le polemiche su questo argomento: si rifiuta “a priori e a prescindere” di conoscere, incontrare e capire in un quadro di legalità qualcuno con il quale si è poi disposti a trattare in condizioni di ricatto. Si raggiunge il paradosso che, chiudendo i canali di conoscenza e comunicazione già prima dello scontro o dell’atto terroristico, si lasciano aperti soltanto quelli del ricatto e si tratta concedendo esplicito riconoscimento giuridico proprio nel momento in cui la nefandezza degli atti ostili dovrebbe suggerire la chiusura totale. In questi frangenti non è importante l’oggetto del compromesso o l’ammontare del compenso. Non importa che sia soltanto denaro (che viene poi usato per alimentare altre nefandezze e lotte politiche) o che sia scambio di prigionieri. Diventa essenziale chi tratta e come. Diventa fondamentale individuare la soglia della capitolazione: il limite oltre il quale si è disposti a cedere tutto, persino la dignità.

L’Italia di questi ultimi anni ha adottato una linea politica schizofrenica: si è affiancata con grande lealtà, disinteresse e generosità agli alleati nelle guerre ma si è accontentata di conoscere dell’avversario soltanto ciò che faceva loro comodo. Si è poi allontanata dalla loro linea nel momento in cui veniva sottoposta a pressioni e ricatti. La politica interna e gli equilibri fra i poli e le molteplici anime che compongono ciascuno di essi hanno determinato la scelta del coinvolgimento diretto e immediato delle massime istituzioni di governo nei compromessi e la scelta di una soglia della capitolazione estremamente bassa. In contrasto con l’apparente motivazione umanitaria di voler salvare vite umane – che avrebbe dovuto ispirare una strategia di contatto con i ricattatori e i terroristi affidato alle sole organizzazioni umanitarie- si è istituzionalizzato il compromesso coinvolgendo in maniera plateale sia i massimi organi di governo sia le istituzioni più sensibili e riservate.

La soglia della capitolazione è stata abbassata a limiti impensabili sia nei tempi sia nelle modalità sia nella quantità e qualità del prezzo del riscatto. La stessa spettacolarizzazione è diventata una parte del prezzo da pagare dando così incredibile e inaspettata visibilità agli stessi terroristi. Sono stati mobilitati i vertici dei servizi per azioni che avrebbero richiesto un semplice intermediario affidabile e discreto. Alti funzionari dello Stato sono stati trasformati in spalloni frontalieri per consegnare nelle mani e nei conti numerati di non si sa chi del denaro proveniente da conti pubblici o da quelli di non si sa chi. Sono state seguite procedure e modalità in contrasto con la semplice logica della sicurezza, ma soprattutto in contrasto con le norme imposte dagli stessi alleati, facendo correre rischi tanto alti quanto ingiustificati. E’ questa combinazione d’innalzamento del livello di coinvolgimento istituzionale e abbassamento della soglia di capitolazione ad averci fatto perdere la credibilità politica internazionale che avevamo guadagnato anche con le nostre missioni militari.

Ma c’è un altro elemento di schizofrenia: alla capitolazione totale sul fronte della sorte dei civili e dei giornalisti (che nessuno ha obbligato a mettersi nei guai) hanno fatto riscontro una fermezza ed una freddezza inconsuete per le sorti e i rischi delle forze militari inviate per motivi istituzionali. Non ci si è fatto alcuno scrupolo di mandarle in condizioni inadeguate ai compiti e in situazioni di rischio sottovalutato. E quando abbiamo subito perdite militari il cordoglio è stato composto anche da parte della popolazione che proprio in quei momenti ha dimostrato una eccezionale maturità non facendosi trascinare nè dalla pubblicità nè dalle pulsioni dello spettacolo. Alla maturità ha anche corrisposto, purtroppo, l’indifferenza. Una vita civile sembra che valga più di una militare. Oggi abbiamo ancora Caduti che aspettano un riconoscimento ufficiale, abbiamo responsabilità ancora da accertare e, per azioni nei teatri di guerra, abbiamo più militari sotto processo che terroristi. Abbiamo soldati che guardano a queste vicende degli ostaggi, dei ricatti e dei riscatti con grande partecipazione umana e immenso scetticismo politico. E continuiamo ad avere dibattiti sulle missioni falsati da faide interne o da agende personali. Sono pochi a sollevare le vere questioni e ad individuare i veri rischi che militari e civili corrono nei teatri operativi e le conseguenze delle politiche schizofreniche.

Contrariamente a quanto affermato da molti e blasonati osservatori, non è vero che la capitolazione nel ricatto riguardante giornalisti o civili ha innalzato i rischi per le forze militari. Fino a quando la vita dei militari non avrà considerazione, ma solo rassegnazione, e quella dei civili varrà milioni di dollari e scambi pregiati saranno questi ultimi ad essere gli obiettivi “remunerativi”. Oggi in Afghanistan, a causa dello spettacolo offerto dalla nostra capitolazione, dalla disunione e dal protagonismo, abbiamo creato le basi per una ulteriore perdita di credibilità internazionale ed abbiamo innalzato i costi politici della missione e i rischi personali dei civili. Abbiamo contratto debiti con il presidente Karzai, ma ci siamo alienati molti settori del suo governo, quasi non ci fossimo ancora accorti che il presidente ha difficoltà nel controllo del suo stesso gabinetto. Ci siamo alienati una parte del dipartimento di stato americano e buoni settori degli alleati, fingendo di sorprenderci delle reazioni che avremmo dovuto considerare scontate ed essere pronti a controbattere.

Ma un danno lo hanno subito anche Emergency e Gino Strada che nelle ultime due vicende hanno speso molti dei crediti accumulati in anni di servizio umanitario. Oggi rischiano più di ieri e la capitolazione politica di cui si sono fatti intermediari potrebbe contribuire a delegittimarli nei confronti del governo afgano attuale e degli stessi talebani, che potrebbero considerarli non più utili o addirittura “spendibili”.

Il rischio per i nostri militari non è più elevato di quello di ieri. Si era già alzato da tempo: da quando il nostro paese ha rinunciato a far sentire la propria voce in seno alle coalizioni e alle alleanze, da quando ha preannunciato ritiri unilaterali, da quando le nostre forze in Iraq e in Afghanistan sono state sottoalimentate e dimenticate, da quando non sono apparse più in sintonia con gli alleati, da quando hanno adottato procedimenti diversi e soprattutto da quando hanno rinunciato a conoscere e capire il proprio “nemico”.

Fonte : www.peacereporter.net 

Milano, la mappa delle strade a rischio.

Ci sono i venditori abusivi in corso Buenos Aires. Gli spacciatori in viale Monza. Il giro dell’ecstasy all’Isola e dintorni. L’autobus degli eroinomani (la 72). I borseggiatori in piazza Piemonte. Le prostitute nella zona tra via Vitruvio vu-cumpra-1.jpge via Tadino. La caserma nuovissima di via Primaticcio. Vuota.prostitute.jpg

È un’immagine preoccupante di Milano, quella tracciata dalla mappa delle strade “a rischio”. Risultato di un’indagine svolta dai consiglieri di zona della Lista Ferrante e dai Comitati di quartiere, la mappa è stata presentata dal consigliere comunale Carlo Montalbetti in una conferenza stampa.

Centotrentaquattro. Tante sono le strade in cui sono segnalati problemi di sicurezza e vivibilità. Un dato che stupisce: per la Questura sono diminuiti i reati. Ma non l’insicurezza dei cittadini, almeno secondo gli esponenti della lista civica.

«Al primo posto tra le zone più problematiche – si legge nel comunicato – c’è il quadrante nord est della città (dalla stazione Centrale a Città studi – Rubattino), e poi i quartieri occidentali da Baggio a Quarto Oggiaro». Le cause: «Scarsa illuminazione, disordine architettonico, degrado urbano ed edilizio». Per tentare di risolvere la situazione Montalbetti ha elaborato, insieme ai 22 consiglieri di zona della Lista Ferrante, il progetto “Strade sicure e vivibili”: «Bisogna coinvolgere nel rilancio – ha detto – gli operatori economici, i residenti, i consigli di zona, le forze dell’ordine».

webcammilano.jpgMolti dei cittadini che hanno collaborato all’indagine, presenti all’incontro, non hanno perso occasione per far conoscere i problemi e le proposte delle varie zone. Isidoro Spirolazzi ha parlato di Figino: «É una specie di paese, immerso nel verde. Potrebbe essere godibile anche dai cittadini, invece è abbandonato al degrado: c’è un vero e proprio mercato della droga nelle stradine di campagna, i contadini non possono andare nei campi perché questi sono pieni di spacciatori». Un problema assai sentito anche da Franco Torti, dell’associazione Gorla Domani, che ha presentato una proposta per riqualificare viale Monza. Come? Piantando alberi e migliorando l’illuminazione. «Ma i problemi del viale nascono da Corso Buenos Aires – fa notare Paolo Uguccione, ex presidente dell’AscomBaires – E’ la quarta strada commerciale in pusher.jpgEuropa, ma è piena di abusivi, che spesso per di più orinano nelle vie laterali. Io ho sempre votato a destra – aggiunge – ma in 13 anni non si è fatto niente». Schierato a sinistra, invece, è Pier Vito Antoniazzi, della zona 9, il quale lamenta «la presenza di pusher di ecstasy che riforniscono la movida di Corso Como» e spiega come nel quartiere siano nati «un osservatorio statistico permanente, per monitorare e capire i problemi, nonché una consulta interetnica che rappresenta il 15% dei residenti, extracomunitari».

Insomma, per tutti bisogna agire sulle cause del degrado, ma anche «reprimere più duramente l’illegalità: le forze dell’ordine a Milano sono sotto organico. Servono almeno 500 poliziotti in più: in strada, però, non dietro alle scrivanie a mettere timbri».

Fonte : lasestina.com

marzo 26, 2007

16 anni di Centro-Destra hanno sfasciato Milano. «Serve una svolta»

Manifesto Politico

Il sindaco del capoluogo lombardo:
«Serve una svolta»

Milano, la citta si divide sulla sicurezza

Catena umana con i rappresentanti dei quartieri appoggiati dal centrosinistra. Poi in serata il corteo con la Moratti e Berlusconi

MILANO - Milano scende il piazza per la sicurezza divisa. Con due diverse manifestazioni. Alla fiaccolata serale organizzata dalla Cdl ha partecipato anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Questa è «una manifestazione sociale e non politica» ha dichiarato il sindaco di Milano Letizia Moratti – una delle promotrici della manifestazione- alla testa del corteo che ha raggiunto piazza Argentina dove il sindaco ha tenuto un discorso. «La politica deve dare risposte – ha proseguito il sindaco – alle esigenze sociali» portate in piazza dai manifestanti. Il sindaco ha raccontato di aver raccolto diverse osservazioni da parte di gente comune che lamenta di essere vittima dell’insicurezza della città: «Ho visto anche una donna piangere per aver subito due aggressioni e due rapine – ha detto il sindaco – l’obiettivo di questa manifestazione è dare voce e visibilità a problemi veri e concreti».

IN CORTEO ANCHE 30 SINDACI DEI COMUNI – Al corteo (migliaia in piazza, dicono gli organizzatori) hanno partecipato anche i 30 sindaci di altrettanti comuni, commercianti e associazioni. Un corteo – ha spiegato più volte il sindaco che ha sfilato senza fascia tricolore – non contro il governo, ma per la città. «Siamo in tanti, ci sono tante città da Trieste a Palermo in piazza per dare un segnale nuovo – ha spiegato la Moratti – di cultura della sicurezza e la legalità. Un segnale che parte da Milano». Moratti ha escluso che la manifestazione abbia un significato politico: «Questa sera la Milano che lavora, che produce, che accoglie, dice basta. Un basta allo spaccio di droga, alla prostituzione, alle truffe agli anziani, alla violenza a donne e bambini ma anche alle occupazioni abusive, alle rapine, al degrado e alle sopraffazioni da parte di immigrati irregolari» ha spiegato il sindaco di Milano.

I have a Dream...BERLUSCONI- Di diverso parere il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi. «Questa è una manifestazione politica. I cittadini che denunciano un problema e dicono allo Stato: non state proteggendo la nostra incolumitá personale, e non state proteggendo la nostra integritá patrimoniale. Così venite meno a un compito primario dello Stato, uno Stato che non adempie adeguatamente questi compiti non è uno Stato legittimo» ha spiegato Berlusconi parlando con i giornalisti nel corso del corteo milanese. «La sicurezza non è neppure nei 12 punti del nuovo programma di governo illustrato recentemente dal presidente del Consiglio. Sono stati fatti dei passi indietro – ha aggiunto Berlusconi – perchè nella Finanziaria si sono ridotti i fondi a disposizione delle forze dell’ordine e si è praticata anche la politica delle porte aperte per quanto riguarda l’immigrazione clandestina». Per l’ex presidente del Consiglio «si è sottratto alle Questure il compito di controllare la legittimitá della permanenza dei cittadini stranieri in Italia. Basta presentare un documento in cui si dice che si è in cerca di lavoro e ci si può fermare tre mesi e poi ancora rimanere in Italia successivamente. Hanno anche manifestato l’intenzione di chiudere i Cpt che sono assolutamente necessari per controllare l’immigrazione irregolare». «In questi mesi è stata anche messa da parte la politica dei rimpatri che noi avevamo largamente utilizzato. Tutto questo – ha concluso Berlusconi – ha fatto aumentare il numero degli atti di violenza, tutte queste persone che sono qui hanno il problema del sostentamento e molti di loro campiono atti che la sinistra impropriamente chiama microcriminalitá».

CITTA’ DIVISA – Milano tuttavia è scesa in piazza per protestare contro la mancanza di sicurezza profondamente divisa. Prima del corteo guidato dal sindaco hanno sfilato in città i comitati di quartiere. Sotto uno scroscio di pioggia, alcune centinaia di persone – tremila per gli organizzatori – appoggiate dai gruppi all’opposizione in consiglio comunale, hanno sfilato da palazzo Marino, sede del comune, alla Prefettura, sede cittadina del governo. Hanno dato vita a una catena umana, tra palloncini bianchi, rossi e verdi, per chiedere che comune e istituzioni pubbliche lavorino insieme per garantire la sicurezza in città. Una manifestazione di risposta a quella a cui ha partecipato, non senza polemiche, il sindaco di centrodestra Letizia Moratti.

Letizia Moratti - Brutta come poche...LE RICHIESTE AL SINDACO – «Vogliamo sollevare il problema della sicurezza coinvolgendo il sindaco sui temi in cui ha competenza», spiega Claudio Rovelli, membro del Coordinamento dei comitati di quartiere, ricordando che si tratta di associazioni apartitiche.

«Vogliamo una maggiore presenza sul territorio delle forze dell’ordine, compresi i vigili urbani che in questi anni hanno latitato».

Di una cosa i comitati di quartiere sono convinti: che «sindaco e prefetto lavorino insieme per noi cittadini», come urla dal megafono Paolo Uguccioni del coordinamento dei comitati di quartiere.

INCONTRO CON IL PREFETTO – Al termine della catena umana, l’incontro con il prefetto di Milano. «Incontro molto collaborativo e di grande disponibilità» hanno commentato Salvatore Crapanzano, presidente del Coordinamento dei comitati milanesi, e Roberto Prina, leader della Rete dei comitati milanesi.

«Il prefetto ci ha ringraziato per l’atteggiamento collaborativo e confermato l’indicazione del generale dei carabinieri Antonio Girone che la questione dell’ordine pubblico a Milano non è così impellente – hanno spiegato – Qui la delinquenza è inferiore a quella di altre città che hanno più uomini sul territorio».

«Abbiamo spinto per una migliore e più coordinata distribuzione degli uomini sul territorio – hanno continuato i due leader dei movimenti cittadini – in modo che il cittadino tenta di aver vicino le istituzioni».

Fonte : www.corriere.it

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