Angolo del Gigio

Novembre 30, 2006

Mitrokhin, la magistratura indaga, l’Udc prende le distanze…

 Il presidente della commissione Mithrokin Guzzanti

Mentre il consulente Mario Scaramella è ricoverato in un ospedale a Londra perché contaminato dla polonio 210 che ha ucciso l´ex spia russa Livtinenko, in Italia non si placano le polemiche tra centrosinistra e centrodestra sulla Commissione Mitrokhin dopo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche in cui il senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti, veemente Presidente della Commissione, chiede a Scaramella di cercare in ogni modo di screditare esponenti della sinistra, in primis Prodi.

Se da un lato il premier ha annunciato querele e Fassino ha sottolineato la gravità di quello che a tutti gli effetti sembra un «attacco alla democrazia», da parte del centrodestra si cerca per lo più di minimizzare. Il protagonista delle accuse, l´azzurro Guzzanti, anzi contrattacca e conferma: «Prodi mi querela? Sarebbe il processo del secolo - dice senatore forzista - si renderebbe un servizio alla verità e al Paese».

Ovviamente il partito azzurro fa quadrato a difesa del suo esponente. «Desidero esprimere, anche a nome di Forza Italia - scandisce il coordinatore Sandro Bondi - la mia più completa solidarietà, la mia stima e il mio appoggio al Senatore Paolo Guzzanti, vittima di un vergognoso attacco mediatico per l’eccellente lavoro svolto come Presidente della Commissione Mitrokhin».

Assolutamente meno convinta è l’Udc che anzi, con il vicepogruppo alla Camera Maurizio Ronconi ammette: «Una parte del centrodestra c’è andata giù pesante, usando quella commissione come una clava. Noi dell’Udc non le abbiamo mai conferito troppa importanza».

Dall’Unione si ribadisce la necessità che sia fatta la dovuta chiarezza dal momento che ad essere minacciata è la stessa democrazia del Bel Paese. «Da quel che si evince - sostiene, parlando della Mitrokhin di Guzzanti e Scaramella, il capogruppo alla Camera del Pdci Pino Sgobio - il disegno appare abbastanza chiaro intorbidire la regolare attività di alcune forze politiche di maggioranza per destabilizzare la normale vita democratica del nostro Paese. In una parola: è un attacco alla democrazia. Adesso, serve un’operazione di verità, per cui chi sa deve parlare».

Intanto le indagini della magistratura vanno avanti. La procura di Roma ha aperto un’ inchiesta che vede indagato l’ex consulente della commissione per le ipotesi di reato di violazione del segreto d’ufficio e di traffico d’armi. Il procuratore Giovanni Ferrara e il pubblico ministero Pietro Saviotti mantengono un fitto riserbo sulla vicenda, ma non è escluso che per utilizzare la parte di intercettazioni riguardanti i colloqui tra Scaramella ed il senatore Paolo Guzzanti, debbano rivolgersi alla giunta per le autorizzazioni del Senato poiché le intercettazioni nelle quali compaiono deputati sono coperte da immunità.

A questo proposito il Ds Guido Calvi, avvocato nonchécomponente della giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato, ha dichiarato: «Io auspico - ha detto - che l’ autorizzazione venga concessa, e che quindi Guzzanti autorizzi l’uso delle telefonate. Tuttavia è forte la discussione in corso sulla utilizzabilità di intercettazioni quando si tratta di un parlamentare».

Intanto gli avvocati delle presunte parti lese - presidenza del Consiglio, ed esponenti politici - sono al lavoro per depositare nei prossimi giorni le denunce annunciate dagli stessi esponenti politici nei giorni scorsi sull’affaire Mitrokhin. La procura aprirà un fascicolo a riguardo e potrebbe configurare nuove ipotesi di reato come quella della calunnia.

GUZZANTI: UNA VEGOGNA INTERCETTARE I PARLAMENTARI SENZA AVVERTIRLI.

Intanto Paolo Guzzanti si scaglia contro le intercettazioni telefoniche riportate dalla stampa delle sue conversazioni con Scaramella, dalle quali emerge che l’attività affidata nel febbraio scorso dal presidente della commissione Mitrokhin al consulente sarebbero state indagini capillari su Romano Prodi, Alfonso Pecoraro Scanio e Antonio Bassolino, nel tentativo di dimostrare che l’attuale premier e il leader dei Verdi erano ”agenti del Kgb” e che il presidente della Regione Campania aveva assegnato appalti a cooperative rosse legate alla camorra.

Dietro l’assassinio di Litvinenko

Movisol – www.movisol.org 

La storia secondo cui il presidente russo Vladimir Putin avrebbe “ordinato” l’assassinio di Alexander Litvinenko a Londra è talmente screditata che persino qualche giornale britannico, come il Daily Telegraph, si è cominciato a chiedere se il giornalista non sia stato “sacrificato” proprio per scatenare una campagna contro Putin. I fatti salienti del caso:


1. I tempi: il caso Litvinenko è esploso subito dopo che Russia e Inghilterra hanno sottoscritto un trattato straordinario che renderà possibile l’estradizione dell’oligarca russo Boris Berezovsky e del leader dei ribelli ceceni Ahmed Zakayev. La notizia della morte di Litvinenko è giunta il 23 novembre, nel momento in cui ad Helskinki si teneva il vertice Russia-UE con la partecipazione di Putin. Il caso non poteva ottenere maggiore risonanza.

2. Tutti gli amici di Litvinenko sono sulla busta paga di Berezovsky. Il suo vicino ed amico Zakayev lo ha portato all’ospedale all’apparire dei sintomi dell’avvelenamento. Ambedue vivono in abitazioni che avrebbero ottenuto da Berezovsky. All’ospedale Litvinenko ha ricevuto la visita di Andrei Nekrasov, il produttore cinematografico impegnato in un documentario sulla Russia insieme a David Satter dell’Hudson Institute. Le public relations di Litvinenko sono state svolte da lord Timothy Bell, anch’egli sulla busta paga di Berezovsky. In passato Bell si è occupato delle PR di Margaret Thatcher, quando questa era domiciliata a Downing Street, e di quelle di lord MacAlpine, quando questi ospitò diversi anni fa il capo dei ribelli ceceni.

3. Tutte le dichiarazioni e interviste rilasciate sul letto di morte da Litvinenko, in cui questi ha accusato Putin di averlo fatto avvelenare, sono state rilasciate ad Alex Goldfarb, un russo che a New York dirige l’International Foundation for Civil Liberties di Berezovsky. Prima di ciò Goldfarb aveva lavorato in una delle tante fondazioni di George Soros.

4. Il ruolo più equivoco in tutta la vicenda è quello di Mario Scaramella, il quale avrebbe incontrato Litvinenko in un ristorante londinese ed avrebbe riferito a Scotland Yard di averlo informato di essere sulla stessa lista della giornalista russa Politkoskaya, recentemente assassinata, assieme naturalmente allo stesso Scaramella e Berezovsky. Una squadra dei servizi russi FSB sarebbe stata messa alle loro calcagna da Putin, ha riferito Scaramella a Scotland Yard. Scaramella ha riferito che le notizie provengono da Evgenij Limarev, ex funzionario del FSB, che vive tra Parigi e Venezia. Ovviamente Limarev ha prontamente negato le asserzioni di Scaramella in una intervista a La Repubblica.

5. Scaramella è parte di una struttura privata d’intelligence che vanta collegamenti con il vice presidente USA Dick Cheney. Egli lavora infatti per la “Environmental Crime Prevention Program” (ECPP) di Washington. Questa, secondo Limarev, “nasce nel 1997 su accordi personali tra soggetti che, nei rispettivi paesi, hanno appoggi istituzionali in materia di intelligence militare, civile, ambientale”. Limarev riferisce che Scamarella gli aveva detto che “possono contare sul team di Cheney alla Casa Bianca”. Attraverso l’ECPP Scaramella ha cercato di coinvolgere sia Limarev che Litvinenko nel fabbricare dei dossier contro i politici contrari alla guerra in Italia, fatti arrivare alla Commissione d’indagine “Mytrokhin” del Parlamento. Scaramella è consigliere di Paolo Guzzanti, presidente della Commissione.

6. Fonti del governo e mezzi d’informazione in Russia hanno indicato in Berezovsky il probabile mandante contro Litvinenko. “Se vi chiedete chi ha beneficiato maggiormente da tutto ciò la risposta può essere soltanto Berezovsky”, ha detto una fonte del Cremlino al Sunday Times il 26 novembre. Komsomolskaya Pravda ha scritto: “Questa morte è nell’interesse di coloro che vogliono rovinare i rapporti tra la Russia e l’occidente”.

7. Alla conferenza stampa che ha dato al termine dell’incontro di Helsinki, il presidente Putin ha fatto riferimento per la terza volta all’assassinio di Paul Khlebnikov (il nipote del banchiere John Train molto vicino a Berezovsky). Ricordando l’assassinio della Politkovskaya, Putin ha detto: “Dobbiamo anche pensare ad altri assassinii di questo tipo. E’ stato assassinato anche un altro giornalista, l’americano Paul Khlebnikov. L’indagine è stata aperta e il caso è stato portato di fronte alla giustizia. Purtroppo gli accusati sono stati liberati dalla giuria. La procura ha riaperto il caso. Ma non dobbiamo dimenticare i crimini politici in altri paesi europei”.

www.disinformazione.it

Novembre 29, 2006

Deaglio indagato, due pesi e due misure. E allora rinfreschiamoci la memoria, tornando alla notte buia e tempestosa delle elezioni politiche dello scorso Aprile. Se la legge è uguale per tutti, da indagare in primis sarebbe Berlusconi per le affermazioni fatte all’indomani del voto.

Stefano Olivieri,  29 novembre 2006

Caso elezioni     Il caso aperto dal video ”Uccidete la democrazia!” pone molti interrogativi, non solo sul reale andamento delle ultime elezioni ma anche sulla decisione dei giudici di iscrivere i due autori nel registro degli indagati per ‘turbamento dell’ordine pubblico’. Se la legge è uguale per tutti, da indagare in primis sarebbe Berlusconi per le affermazioni fatte all’indomani del voto.

Vi è mai capitato di trovare una multa sul parabrezza della vostra utilitaria e scoprire poi che, qualche metro più avanti, una grossa auto blu parcheggiata in piena curva era stata ignorata dal vigile? La prima reazione è l’indignazione, non per la multa che sanziona una infrazione consapevolmente commessa, quanto per la sudditanza del vigile nei confronti del potente di turno.

Troppo spesso la legge non è uguale per tutti, dalle aule dei tribunali fino ai parcheggi stradali. E se per una multa non comminata ci si può lamentare con il vigile, che cosa mai dovrebbe fare il cittadino che assiste al reato di “Diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico - (art. 665 C.P.)”? In genere nulla, perché ci pensa la magistratura ad intervenire tacitando chi quella turbativa ha innescato. Semprechè, naturalmente, non si tratti del solito potente.

Il codice penale italiano prevede una larga casistica di comportamenti, attinenti l’ordine pubblico, perseguibili per legge. Uno di questi è configurato nell’articolo 665 appena citato e potrebbe creare non pochi grattacapi a Enrico Deaglio e a Beppe Cremagnani, che sono finiti nel registro degli indagati per aver diffuso allarme con il dvd pubblicato da Diario dal titolo “Uccidete la democrazia!”.

Ben inteso, il film in questione raccogliendo testimonianze e pareri, qualche dubbio sulla legittimità dell’ultimo voto politico lo fa venire. Senza tuttavia a mio parere accusare mai direttamente questo o quel partito, piuttosto facendo ipotesi e invitando lo spettatore a riflettere. Se non si ritiene necessario riflettere un po’ su un avvenimento che definire inusuale è riduttivo, come l’andamento del voto politico di aprile 2006, negando al cittadino comune anche la capacità di saper distinguere e decidere fra la fiction e la realtà, ciò vuol dire, nella nuova civiltà delle immagini e dei media, che dovrebbero essere indagati tutti i network televisivi e tutti i quotidiani, che giornalmente inondano il paese di informazioni e notizie su cui, da consapevoli e maturi cittadini, siamo ormai abituati a fare la tara. Insomma, di zozzeria in giro ne circola abbastanza da averci vaccinati tutti contro il pericolo del pubblico turbamento che sta a cuore ai giudici.

Però i giudici stessi non possono, non devono avere la memoria corta. Altrimenti finiscono col comportarsi come il famoso vigile davanti all’auto blu. In particolare quando si tratti di reati che riguardano il codice penale.

E allora rinfreschiamoci la memoria, tornando alla notte buia e tempestosa delle elezioni politiche dello scorso aprile.

Sul sito ufficiale del ministero dell’interno dalla sera dell’11 si leggeva: “Il Viminale precisa che i risultati elettorali comunicati dal Ministero dell’Interno sono provvisori e non ufficiali”.

La scritta in realtà era un link che rimandava ad un’altra pagina, dove la comunicazione era molto più estesa. A suo tempo ne avevamo salvato il testo sul pc e oggi la riportiamo per comodità di chi legge:

“Il potere di definire i dati ufficiali spetta per legge agli uffici centrali circoscrizionali della Camera ed agli uffici elettorali regionali per il Senato.

COME È NOTO, I RISULTATI ELETTORALI COMUNICATI DAL MINISTERO DELL’INTERNO SONO PROVVISORI E NON UFFICIALI. LA LEGGE INFATTI ATTRIBUISCE AGLI UFFICI CENTRALI CIRCOSCRIZIONALI PER LA CAMERA DEI DEPUTATI ED AGLI UFFICI ELETTORALI REGIONALI PER IL SENATO DELLA REPUBBLICA - ENTRAMBI COSTITUITI DA MAGISTRATI - IL POTERE DI DEFINIRE I DATI UFFICIALI, DECIDENDO ANCHE SU OGNI EVENTUALE CONTESTAZIONE. I DATI COSÌ VERIFICATI VERRANNO POI TRASMESSI ALLA CORTE DI CASSAZIONE CHE PROCEDE ALLA PROCLAMAZIONE DEGLI ELETTI. INFINE, LA CONVALIDA DEGLI ELETTI È RISERVATA ALLA GIUNTA DELLE ELEZIONI DELLA CAMERA E DEL SENATO, CHE SI PRONUNCIANO DEFINITIVAMENTE SU OGNI ALTRA EVENTUALE CONTROVERSIA O RECLAMO.

CON RIFERIMENTO ALLE VOTAZIONI DEL 9 E 10 APRILE SCORSI, SI COMUNICA CHE I DATI PROVVISORI PERVENUTI AL MINISTERO DELL’INTERNO EVIDENZIANO PER IL SENATO DELLA REPUBBLICA 1.093.277 VOTI NON VALIDI, DI CUI 488.403 SCHEDE BIANCHE, 39.822 SCHEDE CONTESTATE E 565.052 SCHEDE CONSIDERATE NULLE; MENTRE PER LA CAMERA DEI DEPUTATI RISULTANO 1.102.188 VOTI NON VALIDI, DI CUI 448.002 SCHEDE BIANCHE, 43.028 SCHEDE CONTESTATE E 611.158 SCHEDE CONSIDERATE NULLE. A CONFERMA DEL PREANNUNZIO DATO IERI DAL MINISTRO PISANU, SI COMUNICA CHE I VOTI NON VALIDI SONO COMPLESSIVAMENTE DIMINUITI DI CIRCA IL 60 % AL SENATO E DI CIRCA IL 66 % ALLA CAMERA”.

Era la prima volta, nella pur breve storia del web istituzionale, che all’indomani delle elezioni il ministero dell’interno, deputato alla raccolta dei voti dei cittadini, rimarcava con questa evidenza ciò che per legge avviene di prassi, cioè il controllo di merito sulle schede contestate da parte dei competenti Uffici. Ed era la prima volta anche che veniva tenuto in sospeso il risultato definitivo delle urne, che aveva consegnato una sia pur risicata maggioranza all’Unione in ambedue le Camere. Un risultato, ricordiamolo, già annunciato come definitivo da uno stanchissimo Fassino poche ore prima.

E’ più che ovvio che dell’improvviso restyling della homepage del ministero dell’Interno fosse informato il ministro Pisanu. I cui movimenti fra il Viminale e palazzo Grazioli nel corso della travagliatissima notte dell’undici aprile sono più che noti.

Era già questa una grave scorrettezza istituzionale nei confronti dei cittadini che aspettavano in piazza, il fatto cioè che il ministro dell’Interno preferisse andare a conferire a palazzo Grazioli con il premier sui risultati degli ultimi dati affluiti PRIMA che gli stessi, distribuiti con una lentezza esasperante malgrado la semplificazione introdotta dalla nuova legge elettorale, fossero resi noti pubblicamente.

Ma fin qui si può soltanto valutare il non irreprensibile comportamento di un ministro, si sa che durante le elezioni il gentlemen’s agreement va a farsi benedire.

Una valutazione differente merita però il comportamento dell’allora premier uscente. Lo vogliamo ricordare alla luce di un altro articolo del codice penale, che configura stavolta il reato di attentato allo stato democratico. Codice di procedura penale, libro secondo:

Art. 289 - Attentato contro gli organi costituzionali e contro le assemblee regionali. È punito con la reclusione non inferiore a dieci anni, qualora non si tratti di un più grave delitto, chiunque commette un fatto diretto ad impedire, in tutto o in parte, anche temporaneamente:

1) al Presidente della Repubblica o al Governo l’esercizio delle attribuzioni o prerogative conferite dalla legge;

2) alle assemblee legislative o ad una di queste, o alla Corte costituzionale o alle assemblee regionali l’esercizio delle loro funzioni.

La pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è diretto soltanto a turbare l’esercizio delle attribuzioni, prerogative o funzioni suddette.

I giudici che stanno indagando su Deaglio e Cremagnani conoscono certamente questo articolo. E hanno disponibilità di informarsi, visto che le affermazioni di un premier sono di pubblico dominio - su che cosa disse e che cosa fece Berlusconi nei giorni seguenti le elezioni politiche, seminando dubbi e accuse dall’alto della sua carica, e coinvolgendo direttamente anche il Capo dello Stato chiamato dal premier a garante delle istituzioni in un momento in cui - sempre secondo Berlusconi - si erano consumati brogli di tale entità da capovolgere lo stesso risultato elettorale. Il tentativo, nemmeno celato, del premier Berlusconi era quello di bloccare il normale svolgimento delle procedure di insediamento delle nuove camere e del nuovo legittimo governo del nostro paese. Ebbene, questo comportamento doveva essere indagato ed eventualmente perseguito per legge.

Mettiamola così: se Deaglio e Cremagnani hanno commesso un reato diffondendo dubbi e illazioni attraverso un film, ben altro e ben più grave è stato il comportamento - stavolta reale e non in una finzione cinematografica - di Silvio Berlusconi e dei media a lui fedeli nelle ore e nei giorni immediatamente successivi alle elezioni. Se pagano i primi, deve pagare anche lui e se i giudici hanno bisogno di una denuncia per mettersi in moto, ritengo ci siano sufficienti cittadini disposti a sottoscriverla.

Basta con i doppi pesi e le doppie misure.

LA ZONA GRIGIA, PLACANICA E I FASCISTI… E dopo il buio della Ragione finalmente sorge spontanea una domanda :

Chi ha ucciso Carlo Giuliani?

Emiliano Sbaraglia,  29 novembre 2006

A oltre cinque anni da quel tragico venti luglio, l’ex carabiniere Mario Placanica ammette di non poter essere stato lui l’assassino di Piazza Alimonda, avendo sparato in aria e non ad altezza d’uomo. E dice molto di più, soprattutto riguardo le direttive impartite all’epoca dai suoi superiori, e sui comportamenti dei suoi colleghi. La verità comincia a fare breccia

In un paese nel quale l’esercizio della memoria costa sempre più fatica, dove bastano un paio di dichiarazioni mediaticamente azzeccate per mettere in dubbio l’evidente realtà dei fatti, soltanto l’ostinata tenacia di chi era a Genova, unita a quella di coloro che, pur non essendoci stati, hanno comunque sofferto e continuano a soffrire per tutto ciò che avvenne, è riuscita in questi cinque e passa anni a tenere alta la soglia collettiva di attenzione sui fatti racchiusi tra il 19 e il 21 luglio 2001 durante il G8, senza naturalmente tralasciare i vergognosi episodi accaduti nei giorni immediatamente successivi nella caserma di Bolzaneto.

Chi ha ucciso Carlo Giuliani?

Si torna a parlare di Genova, dunque, anche se in fondo la notizia molti la conoscevano già, mentre molti altri da troppo tempo fanno finta di non saperla.
“Non sparai a Carlo Giuliani, e vorrei cercare la verità”; queste, in estrema sintesi, le dichiarazioni rilasciate dall’ex carabiniere Mario Placanica a un quotidiano della sua regione, “Calabria Ora”, seguìte da un altro paio di affermazioni di certo non trascurabili: “I superiori ci dicevano di stare attenti, raccontavano che ci avrebbero tirato le sacche di sangue infetto. Ci dicevano di attacchi terroristici. La sensazione era come se dovessimo andare in guerra”. E meno male che non erano ancora cadute le Twin Towers, verrebbe da chiosare. Ma non finisce qui: “Dopo la morte di Giuliani, al rientro in caserma, i colleghi mi hanno fatto una festa, mi hanno regalato un basco del Tuscanica. “Benvenuto tra gli assassini”, mi hanno detto. Sì, erano contenti. Dicevano morte sua vita mia, cantavano canzoni. Hanno fatto una canzone anche su Carlo Giuliani. Io ero assente, non volevo stare con nessuno, mi sentivo troppo male”.

Chi fosse sorpreso da queste parole (che molto somigliano a una confessione dopo un lungo travaglio interiore, come in pratica confermato dall’avvocato difensore di Placanica), può sempre chiedere lumi all’allora presidente del Consiglio, che profetizzò “qui ci scappa il morto” ben una settimana prima della tragedia di Piazza Alimonda; può interrogarlo sul motivo della sua tempestiva visita al capezzale del carabiniere “sotto shock” al quale promise, terminata la degenza, una lunga vacanza a spese dello Stato; potrebbe chiedere delucidazioni in merito alla presenza della coppia Gianfranco Fini-Filippo Ascierto in quella stessa caserma genovese dalla quale uscivano gruppi di persone curiosamente mascherate da “black block”; può farsi riassumere da Mario Placanica le varie pressioni subìte in questi anni affinché rimuovesse il più presto possibile dalla sua mente la tragica fatalità di cui si era reso involontario protagonista; può farsi raccontare dallo stesso ex carabiniere anche di un paio di strani incidenti a lui occorsi, uno dei quali per un guasto allo sterzo e alle ruote dell’automobile, comperata appena il giorno prima.

Ecco perché Haidi Giuliani, mamma di Carlo, come prima reazione a queste nuove dichiarazioni ha subito suggerito di mettere sotto protezione il diretto interessato: conosce le persone con cui ha che fare. Hanno ucciso suo figlio.
Sarebbe bello sapere, al tirar delle somme, chi è stato veramente a premere il grilletto quel pomeriggio a Piazza Alimonda, chi c’era nella camionetta con Placanica, chi e perché ha infierito sul corpo del ragazzo steso a terra già morente. L’inchiesta va riaperta non domani, ma oggi, magari supportata dalla compattezza di una certa componente politica. Quale?
Di certo non quella che per bocca di Pierferdinando Casini non si vergogna a sottolineare la propria contrarietà a una Commissione d’inchiesta sui fatti di Genova, aggiungendo che “se la sinistra vuole continuare a destabilizzare le Forze dell’ordine e distrarle dai loro compiti istituzionali, quella di una Commissione d’inchiesta è una proposta giusta”.
Non ha tutti i torti il leader dell’Udc: una Commissione d’inchiesta è una proposta giusta, soprattutto se tende a ristabilire verità e giustizia. Se poi il prezzo da pagare sarà quello di destabilizzare quelle Forze dell’ordine tanto lucidamente descritte dall’ex carabiniere Mario Placanica nella sua confessione, ce ne faremo una ragione. Nel frattempo, l’assassino di Carlo Giuliani continua a essere ignoto. Meno ignoti cominciano a risultare modalità e motivazioni.

La speranza, dunque, è che l’attuale governo si assuma le proprie responsabilità. E non soltanto perché, vale sempre la pena ricordarlo in un paese poco allenato all’esercizio della memoria, riaprire la dolorosa ferita del G8, per fare finalmente chiarezza, è un punto contenuto nel programma sottoscritto da tutte le componenti dell’Unione.

Caso Litvinenko, una “storiaccia” italiana.. Le cloache che sono state aperte vanno spurgate, ripulite e coperte.

Andrea Santini,  27 novembre 2006

Dalla vicenda che è costata la vita all’ex agente del Kgb potrebbe venire fuori qualcosa di completamente inatteso, ma in sintonia con le deviazioni che già hanno inquinato la Commissione parlamentare Telekom-Serbia e si sono viste nelle vicende delle intercettazioni

Sembrava una storia da ombrello bulgaro, una resa dei conti tra spie ed ex spie che vengono dal freddo. E invece l’avvelenamento con materiale radioattivo dell’ex agente del Kgb Aleksandr Litvinenko, morto giovedì scorso per infarto in un ospedale londinese dopo essere stato contaminato da ignoti killer con il Polonio 210 in una strada di Londra, è in gran parte storia nostra.

Anzi, “storiaccia” nostra. Brutta, perché, anche se Scotland Yard indaga per scoprire una verità ancora incerta, c’è comunque scappato il morto. Ma soprattutto inquietante. Perché potrebbe venirne fuori qualcosa di completamente inatteso, ma in sintonia con le deviazioni che già hanno inquinato la Commissione parlamentare Telekom-Serbia, che già si sono viste nelle vicende delle intercettazioni che hanno coinvolto spie istituzionali e spie in appalto esterno: e cioè che anche la Commissione Mitrokhin, presieduta dal senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti, potrebbe annegare in una melma di strumentalizzazioni, di inquinamenti, di manipolazioni. Le interviste rilasciate a Repubblica dallo stesso Litvinenko nel marzo 2005 e da un altro ex agente russo, Euvgenij Limarev, anche lui collaboratore della Mitrokhin, ieri, cambiano gli scenari fin qui conosciuti.

l personaggio chiave è il consulente della Commissione Mario Scaramella, napoletano, proprietario di una società, la Ecpp (Environmental Crime Prevencion Programme), con interessi nel campo della sicurezza e prevenzione ambientale. Lo stesso che, si ricorderà, incontrò Litvinenko poco prima che questi venisse contaminato. Che cosa è la Ecpp? La risposta, anzi, tre possibili risposte, le fornisce la stessa spia russa: “Prima versione: la Ecpp è quello che dichiara di essere, una società che combatte le mafie del crimine ambientale; seconda versione: una società schermo dei servizi segreti italiani; terza versione: una lavanderia per il riciclaggio del denaro”. A queste tre versioni se ne aggiunge un’altra, fornita da Euvgenij Limarev: “Secondo le mie fonti a Mosca - ha raccontato l’ex agente sovietico - se Scaramella non lavora per i servizi italiani è un uomo della Cia e dei falchi che, in occidente, vogliono screditare la Russia di Putin”. Come si vede, la scelta degli esperti del settore è piuttosto ristretta.

Ma Limarev aggiunge qualcosa di ancora più preoccupante. Nell’intervista a Repubblica afferma di aver continuato a lavorare per la società di Scaramella, regolarmente pagato con un consistente fisso mensile, anche dopo che la Commissione Mitrokhin è stata sciolta. Il suo compito, stabilito da Scaramella, era quello di indagare su una ventina di personalità politiche italiane, con “l’obiettivo di documentare - sono parole dell’ex spia - i legami tra gli esponenti della sinistra italiana con il vecchio Kgb e il nuovo Fsb di Putin”. Il primo nome della lista, dice Limarev, è stato quello di Prodi, soprattutto prima delle elezioni di primavera. Una vera e propria ossessione per Scaramella. Ma anche d’Alema. E poi i Verdi, e in particolare Pecoraro Scanio. Non mancavano gli altri, come Pino Sgobio, capogruppo dei comunisti italiani alla Camera.

Insomma, una vera e propria bomba. Paolo Guzzanti ha preso subito le distanze con una lettera a Repubblica piena di smentite e di ipotesi di querela. Scaramella, già nei giorni scorsi, ha detto di temere per la propria vita. Scotland Yard sarà nei prossimi giorni in Italia per interrogarlo. A Londra la tensione è altissima. Sono arrivate più di 400 telefonate di persone che hanno frequentato la zone contaminate dal polonio, dove si era recato Litvinenko prima di ammalarsi, e tre di questo sono state ricoverate con sintomi da avvelenamento radioattivo. Tony Blair ha fatto sapere che vuole andare fino in fondo alla cosa. E anche in Italia le reazioni, per ora solo a sinistra, sono forti.

Il ministro degli Interni Giuliano Amato ha aperto una inchiesta interna per fare chiarezza sul possibile coinvolgimento “di personale investigativo in attività non istituzionali su incarico del presidente della Commissione Mitrokhin”. I vertici di polizia di Stato, Sisde, Carabinieri, Guardia di Finanza sono stati incaricati di verificare, in tempi brevi, l’eventuale utilizzazioni di personale in attività della commissione “o in qualche modo ad essa collegate”. I componenti di centro sinistra del Copaco Giampaolo Bressa, Massimo Brutti, Milziade Caprili ed Emanuele Fiano hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui chiedono al presidente Claudio Scajola di valutare “la possibilità di ascoltare il prima possibile i vertici dei nostri servizi segreti e il senatore Paolo Guzzanti, già presidente della Commissione Mitrokhin”, e al ministro dell’Interno Amato “di venire a riferire su eventuali elementi di conoscenza da parte del Viminale”.

Il nuovo caso di una possibile struttura parallela di intelligence utilizzata per fabbricare dossier sui politici di sinistra fa arrabbiare particolarmente il segretario di Rifondazione Franco Giordano. Sulla natura di questa struttura di intelligence, dice, è bene che indaghi la magistratura, “noi pensiamo di fare un esposto”. Ma il secondo aspetto che lo preoccupa è di natura parlamentare, e su questo vuole chiarezza subito. “Vorremmo capire - dice - se c’è una commissione Mitrokhin che aveva rapporti e relazioni con agenti di altri Paesi commissionando dossier falsi su politici e parlamentari. Questa cosa sarebbe clamorosa, confermerebbe che la Mitrokhin e la Telekom-Serbia sarebbero state costruite per infangare l’opposizione di allora, e chiediamo un chiarimento a livello parlamentare”. E anche il capogruppo dei Comunisti italiani Pino Sgobio, il cui nome era stato fornito da Scaramella all’ex spie per indagini pilotate, si infuria: “L’inquietante e gravissima vicenda la dice lunga - afferma - anche sui veleni e sugli attacchi che sono giunti in questi giorni contro il segretario Diliberto e i Comunisti italiani”.

A quanto pare, la vicenda della Telekom-Serbia, con la sua appendice di spie vere o false, di truffe, di documenti falsificati, di confidenti interessati, di ex uomini del Sismi passati ad affari privati, non ha insegnato niente agli specialisti in disinformazione. La brutta figura, per alcuni la fuga all’estero, per altri la galera, sono state solo un incidente di percorso. Tuttavia, se per accertare i falsi della Telekom-Serbia c’è voluto tempo e una lunga inchiesta della magistratura, per la storia che coinvolge la Mitrokhin, dopo l’esperienza dell’inchiesta sulle intercettazioni e sugli organismi paralleli che operano a fianco del Sismi, dovrebbero bastare gli accertamenti ordinati da Amato, anche se sarebbe preferibile che anche il ministro della Difesa Parisi desse la stessa indicazione al Sismi.

Secondo quello che hanno raccontato le due ex spie che collaboravano con la Mitrokhin, Scaramella (ma chi l’aveva suggerito a Guzzanti?) aveva notevoli poteri e, soprattutto, disponibilità. Viaggiava all’estero, aveva contatti con spie transfughe in vari continenti, poteva ospitare a Napoli, in un appartamento, Litvinenko e il fratello per giorni, con auto guidata da un agente della polizia penitenziaria e un interprete russo senza documenti o permesso di soggiorno, poteva utilizzare esponenti delle forze di polizia, pagare le consulenze e addebitarle alla sua società. Se la Commissione Mitrokhin ha pagato tutto questo al suo consulente, devono esistere le tracce. Se non ha pagato, è necessario scoprire chi ha pagato. Se non ha pagato nessuno, vuol dire che da qualche parte sono arrivati i soldi da fondi neri. E gli unici che possono gestire fondi neri senza giustificazione sono i servizi segreti.

A questo punto se i sospetti degli uomini di Mosca su Scaramella e sulla sua struttura di sicurezza dovessero avvicinarsi alla realtà, è chiaro che l’uomo è ormai bruciato. Ma anche che qualcuno gli ha dato gli ordini per fare quello che faceva. Se invece in questa storia non ci sono barbe finte, ma solo il tentativo di un personaggio inquietante di raccogliere crediti a destra, allora, come dice Giordano, è affare che interessa la magistratura. Ma con il clima che si è instaurato in Italia e che ha portato al cambio dei vertici dell’intelligence, niente deve essere lasciato all’incertezza. Le cloache che sono state aperte vanno spurgate, ripulite e coperte.

Parla l’ex agente Euvgenij Limarev: “Il gruppo della Mitrokhin

“Credo che dietro le richieste ci siano i Servizi o i falchi della Cia”

 

VENEZIA - “In Italia, c’è chi vuole accreditarmi come canale privilegiato dei servizi segreti russi, o francesi, o italiani. Nulla di più falso. Io sono un consulente free lance. Come tutti i professionisti, ho a che fare con persone diverse e dunque anche con persone molto strane come il vostro Mario Scaramella”.

Per il lettore, è utile dire che Mario Scaramella è stato consulente della commissione Mitrokhin presieduta dal senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti ed è stato uno degli ultimi ad incontrare Aleksandr Litvinenko in un sushi-bar di Piccadilly, a Londra. L’uomo che ne sta parlando seduto in un ristorante di campo san Geremia è Euvgenij Limarev, ex uomo dell’intelligence sovietica, oggi riparato in Europa.

Perché lei definisce “strano” Mario Scaramella?

“Perché devo ancora capire per quale ragione mi indica come la fonte delle informazioni di cui Mario, il primo novembre, ha discusso con Litvinenko in quel ristorante giapponese. E per un’altra ragione. Non so dire da dove tragga le risorse per la sua attività”.

Qual è l’attività di Scaramella?

“Diciamo che Mario raccoglie informazioni”.

Per conto di chi?

“Non saprei dirlo. Le mie fonti a Mosca hanno due convinzioni diverse. Lavora per i servizi segreti italiani. Oppure, è un uomo delle Cia e dei falchi che, in Occidente, vogliono screditare la Russia di Putin”.

Lei ha lavorato per Scaramella. Fino a quando?

“Di fatto, non ho mai interrotto i rapporti con Mario Scaramella. C’è stato un black-out tra il marzo 2005 e la fine dello scorso anno, ma poi si è rifatto vivo a gennaio scorso”.

Perché?

“Per i soliti motivi. Nonostante i lavori della commissione Mitrokhin si fossero conclusi, Mario Scaramella mi ha chiesto di controllare il background di una ventina di personalità politiche italiane nella presunzione che potessero aver avuto nel passato rapporti con il Kgb”.

I nomi di questi personaggi politici?

“Preferirei non farli. Vorrei stare lontano dai giochi politici del vostro Paese”.

Ci faccia almeno i nomi più importanti.

“Naturalmente Prodi. Naturalmente D’Alema. E poi Pecoraro Scanio”.

Gli altri?
“Vi prego, basta così. Mi sembra possa essere più interessante che sappiate un’altra cosa. In questi ultimi dieci mesi, Mario mi ha introdotto a quello che lui chiamava un “gruppo di lavoro permanente” che intendeva continuare il lavoro iniziato con la commissione Mitrokhin. Non ricordo i nomi di chi mi è stato presentato anche se devo averne tenuto nota da qualche parte. Si trattava comunque di persone che si presentavano come dirigenti di polizia, ufficiali dei carabinieri, funzionari del Parlamento. Non ho mai incontrato più di una volta la stessa persona. Ma ho sempre sentito ripetermi che il loro obiettivo era cercare di documentare i legami di esponenti della sinistra italiana con il Kgb di ieri o l’Fsb di oggi. E senza dubbio il primo nome della lista era quello di Prodi, soprattutto nel periodo che ha preceduto le elezioni di primavera. Quasi un chiodo fisso per Scaramella, che mi diceva come dietro il suo lavoro ci fosse l’interesse di Paolo Guzzanti, e io non so dire se questo è vero o no. Quella per Prodi era comunque una vera ossessione nonostante sul vostro presidente del Consiglio non sia mai venuto fuori niente. E’ vero che tra le persone del suo entourage può darsi che qualcuno abbia avuto contatti, non so quanto consapevoli, con qualche tipo poi risultato del Kgb. Ma, per quanto ne so io, sono soltanto ipotesi perché non è stata raccolta a questo proposito nessuna prova attendibile”.

Lei veniva retribuito per questa sua consulenza?
“Certo. E’ il mio lavoro. Ho ricevuto un fisso mensile - no, non vi dico l’importo - più il rimborso delle spese che affrontavo. Tutto documentabile attraverso regolari accrediti bancari”.

Accrediti di chi?

“Della società di Mario. La Ecpp, Enviromental crime prevention program”.

Ora ci spiega com’è che Mario Scaramella la indica come la fonte che svela l’esistenza di un’operazione segreta avallata dal Cremino per eliminare tutti i nemici di Putin: Anna Politovskaja, Aleksandr Litvinenko, gli stessi Mario Scaramella e Paolo Guzzanti?

“Non esiste nessuna lista. E io non l’ho mai fornita. Ho spiegato a Mario come vanno queste cose. Non è che c’è una riunione ufficiale al Cremlino e si decide di assegnare all’intelligence il compito di eliminare i nemici del presidente. La faccenda è più sfumata, come è ovvio. Uomini dell’intelligence fanno sapere ai loro contatti nella criminalità organizzata o nelle agenzie private di sicurezza create da ex ufficiali del Kgb - n’è piena Mosca e l’Europa - che c’è da raccogliere, molto riservatamente, onori e gloria se si mette a tacere Tizio o Caio. E’ questo che io ho detto e scritto via e-mail a Mario. E’ stato Mario, a sua volta, a chiedermi di controllare l’esistenza e le attività di un’organizzazione chiamata “Orgoglio e Dignità” - è una di quelle agenzie private di sicurezza di cui parlavo prima - e degli uomini che ci giravano intorno. Non so da chi avesse pescato quelle informazioni. So che non sono io la fonte. So che Scaramella e Guzzanti non hanno torto quando si dicono preoccupati per la loro incolumità. Io stesso gli ho segnalato che l’ostinata ricerca delle passate infiltrazioni del Kgb in Italia ha molto infastidito un Cremlino che non vuole pagare lo scotto politico delle operazioni antioccidentali durante la Guerra Fredda. Con il tempo, poi, qualcuno a Mosca si è convinto che Paolo Guzzanti e Mario Scaramella fossero gli attori di un’operazione di discredito del nuovo corso politico. Quindi confermo quel che dice Guzzanti e quel che spaventa Scaramella”.

Guzzanti sostiene che aveva avuto recentemente notizia di un manovra di intossicazione per coinvolgerlo in faccende torbide e finanche nel coinvolgimento del Sismi nel sequestro di Abu Omar.
“E’ vero. Avevo ricevuto informazioni che l’Svr (il controspionaggio russo) stava studiando la possibilità di creare le condizioni per associare il nome di Guzzanti agli ufficiali del Sismi implicati nella vicenda Abu Omar”.

Guzzanti, che non nega la collaborazione tra lei e Scaramella, sostiene di non averla mai incontrata.
“Lo comprendo. E capisco anche che possa aver dimenticato la mia faccia. In fondo, ci siamo incontrati solo una volta a cena. Per il resto, non fatemi fare polemiche con il senatore Guzzanti. Posso dire soltanto che, come sempre, sono disposto a riferire a qualsiasi autorità pubblica che me lo chieda ufficialmente quale è stato il mio ruolo durante i lavori della commissione Mitrokhin. Appena qualche giorno fa, sono stato derubato a Roma. Ho fatto regolare denuncia ai carabinieri di san Lorenzo in Lucina e, quindi, le autorità italiane conoscono il mio domicilio in Francia. Se vogliono, sono lì. Io non mi sono nascosto in tutti questi anni. Non vedo il motivo per nascondermi ora”.

Se abbiamo capito bene, lei lavora per Scaramella. Negli ultimi mesi, Scaramella le chiede di verificare le notizie che riguardano la sua sicurezza e quella di Guzzanti. Scaramella, il primo novembre, consegna quelle informazioni a Litvinenko nel ristorante giapponese a Londra. Quando Litvinenko si scopre avvelenato, Scaramella la tira dentro questa storia indicandola come “fonte”. Giusto?
“Corretto. La prendo male quando vengo a sapere che Mario ha raccontato ad Aleksandr il contenuto delle nostre più recenti conversazioni, quando mi accorgo che le ha manipolate mettendoci il magnate Berezovskij, lo stesso Litvinenko e la giornalista Anna Politovskaja, di cui non mi sono mai occupato. Il 2 o il 3 novembre gli scrivo una mail. Gli chiedo perché ha violato un punto fondamentale del nostro accordo: le informazioni che raccoglievo per lui non dovevano essere condivise con soggetti terzi. Mario, in quell’occasione, si scusò. Ma la frittata era ormai fatta. Basta che vi leggiate i giornali inglesi”.

Fanno i nomi dei possibili sospetti dell’avvelenamento.

“No. Frullano pezzi di informazioni che, ancora una volta, Mario Scaramella mi aveva chiesto di verificare e che io avevo verificato. La dico semplice. E’ vero che esiste un’organizzazione chiamata “Orgoglio e Dignità”. E’ vero che presidente e vicepresidente di questa organizzazione sono ex ufficiali del Kgb. E’ vero che l’organizzazione è stata sollecitata a monitorare Guzzanti e Scaramella. E’ vero che uno degli uomini di “Orgoglio e Dignità” è claudicante. Ma cosa c’entrino queste informazioni con la morte di Litvinenko nessuno lo sa. Forse lo sa solo Mario che, capisco, sia molto spaventato”.

Perché lei non ha accompagnato Scaramella a Londra all’incontro con Litvinenko?

“Io non ho mai avuto un rapporto di amicizia con Aleksandr. I nostri erano soltanto legami di business”.

Quando ha conosciuto Litvinenko?

“A Torino, nel 2001. Subito dopo mi chiamò per chiedermi se poteva mettermi in contatto con Scaramella per la Mitrokhin”.

Quando ha sentito l’ultima volta Litvinenko?

“Tre, quattro mesi fa. Mi propose di utilizzare la mia rete di contatti in Occidente per vendere i report che l’intelligence russa fa mensilmente al Cremino. Me ne mandò un saggio, spedendomi un cd. Erano analisi molto interessanti, ma tutte ricavate da fonti aperte. E questo è già il mio lavoro di consulente che ritengo di saper fare bene. Dunque, non se ne fece nulla. Da allora non l’ho più sentito”.

Un’ultima domanda. Secondo lei, chi ha ucciso Litvinenko e come è riuscito a farlo?

“La prima domanda - il chi - è più o meno una sciarada. Aleksandr aveva tanti di quei nemici che tutte le possibilità sono aperte. Mi sento di fare un’ipotesi sul come. Non è stato avvelenato nel sushi-bar, tantomeno con la collaborazione di Mario Scaramella, né al “Millennium” Hotel di Grosvenor Square, dove Aleksandr ha incontrato Lugovoy, Kovtun e Sololenko, uomini d’affari russi che, appunto, pensano soltanto - e forse troppo - agli affari e non ad ammazzare la gente in giro. Io credo che sia stato avvelenato prima di questi due appuntamenti. Se nel ristorante e nel bar dell’albergo ci sono tracce di polonio, è perché il polonio era già sul corpo e sui vestiti di Aleksandr”.

(27 novembre 2006)

Paolo Guzzanti : Mente sapendo di mentire, tu sei “ACCUSATO” non “Accusatore” infame sporcaccione.

Devo ancora concordare con il presidente del Copaco Claudio Scajola la data e l’ora dell’audizione - ha spiegato in una nota - che io ho chiesto…

E invece :

… A tal proposito Limarev afferma d’aver incontrato Guzzanti e cita anche l’ex consulente della Commissione Mario Scaramella. Sono appunto queste dichiarazioni ad aver spinto il membro del Copaco, Milziade Caprili (Prc) e quelli dell’Ulivo Gianclaudio Bressa, Massimo Brutti e Emanuele Fiano a chiedere l’audizione di Guzzanti, Limarev e Scaramella.

Ma leggiamo l’articolo di interfree.it

Roma, 29 nov. (Adnkronos/Ign) - Ha dato esito negativo il test Polonio sull’ex consulente della Commissione Mitrokhin, Mario Scaramella effettuato oggi a Londra. ”Non c’è nessuna traccia neanche superficiale di contaminazione”, ha detto all’ADNKRONOS il legale di Scaramella, Sergio Rastrelli.

L’ex consulente della commissione Mitrokhin oggi in un’intervista al Tg3 aveva sottolineato di non essere ”né indagato né sospettato”. Scaramella aveva incontrato Litvinenko il 1 novembre scorso, data che potrebbe coincidere con il giorno in cui l’ex spia russa sarebbe stata avvelenata. ”Si dice in Italia che sia stato io a fare l’avvelenamento -aveva affermato- Invece la posizione ufficiale degli inglesi è che io non sono né indagato né sospettato. Ed è una posizione formale”.

Mentre oggi il ministro degli Esteri Massimo D’Alema rispondendo al question time alla Camera sui contenuti di un’intervista rilasciata dall’ex agente del Kgb Limarev, ha detto che Scaramella non ha alcun rapporto organico con i servizi segreti italiani. ”Il governo non intende indagare su queste vicende -ha sottolineato il ministro-, salvo per un punto chiaramente indicato nell’interrogazione, e cioè per accertare se lo Scaramella abbia o non abbia avuto rapporti con i nostri servizi segreti che dipendono dal governo”.

Sempre nell’ambito della vicenda Mitrokhin il vicepremier assicura che ‘’sulla base degli accertamenti compiuti dai responsabili del Sisde e del Sismi risulta che lo Scaramella non ha ora e non ha avuto in passato nessun rapporto organico con i servizi segreti italiani. Salvo che l’interessato ha in due occasioni contattato dirigenti del Sisde. Ma in considerazione di elementi informativi precedentemente acquisiti, il Sisde ha invitato lo Scaramella a desistere dal ricercare ulteriori contatti con il servizio segreto. Che poi questo Scaramella fosse il principale collaboratore del presidente della commissione parlamentare, è cosa che lasciamo al giudizio popolare valutare”.

Detto questo, conclude, ”il Parlamento, se vuole, ma io non sono qui a invitare nessuno, può promuovere gli eventuali approfondimenti di queste questioni” e così può fare anche la magistratura ”nella misura in cui essa ne è investita e nei compiti che le spettano”.

Sullo stesso contenuto dell’intervista di Euvgenij Limarev è intervenuto in mattinata anche il senatore Paolo Guzzanti (FI). ”Devo ancora concordare con il presidente del Copaco Claudio Scajola la data e l’ora dell’audizione - ha spiegato in una nota - che io ho chiesto per smontare la criminale montatura giornalistica fondata su una fonte mercenaria che, peraltro facendo marcia indietro nel giro di 24 ore, mi attribuisce atti e fatti gravissimi incorrendo nel reato di calunnia. Io ho deciso di presentarmi all’organismo parlamentare di controllo sui servizi segreti come accusatore e non come accusato, ciò che farò non soltanto al Copaco ma in tutte le sedi”.

Il riferimento è alla pubblicazione sul quotidiano ‘la Repubblica’ dell’intervista di Limarev che racconta di un’attività investigativa proseguita anche dopo la chiusura della Commissione Mitrokhin e volta a reperire informazioni su eventuali intrecci tra il Kgb ed esponenti del centrosinistra (Prodi, D’Alema e Pecoraro Scanio). A tal proposito Limarev afferma d’aver incontrato Guzzanti e cita anche l’ex consulente della Commissione Mario Scaramella. Sono appunto queste dichiarazioni ad aver spinto il membro del Copaco, Milziade Caprili (Prc) e quelli dell’Ulivo Gianclaudio Bressa, Massimo Brutti e Emanuele Fiano a chiedere l’audizione di Guzzanti, Limarev e Scaramella.

Mitrokhin, D’Alema: Scaramella non era nei servizi.. Lui era una latrina!!

Mitrokhin, D’Alema: Scaramella non era nei servizi

mercoledì, 29 novembre 2006 6.40 135

Versione per stampa

 
 

ROMA (Reuters) - L’ex consulente della Commissione Mitrokhin Mario Scaramella non ha avuto “alcun rapporto organico” con i servizi segreti italiani.

Lo ha detto oggi il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, rispondendo a una interrogazione alla Camera.

Scaramella — l’esperto di sicurezza che fu tra coloro che incontrarono il 1 novembre scorso a Londra l’ex spia russa Alexander Litvinenko sulla cui morte indaga Scotland Yard — è stato citato in alcune interviste a due ex agenti del Kgb pubblicate domenisca scorsa da Repubblica in merito all’attività della commissione Mitrokhin.

Scaramella ha lavorato dal 2003 al 2006 come uno dei consulenti della commissione parlamentare incaricata di far luce su presunti finanziamenti illeciti da Mosca e su un eventuale spionaggio russo ai danni dell’Italia.

Nell’interrogazione, il deputato dei Verdi Angelo Bonelli ha chiesto a D’Alema cosa il governo intenda fare dopo le notizie riportate nelle interviste, secondo cui Scaramella aveva richiesto ai due ex agenti del Kgb notizie e informazioni circa personalità politiche italiane, tra le quali il presidente del Consiglio Prodi, all’epoca leader dei fatti leader dell’opposizione, l’allora presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio e lo stesso D’Alema.

Definendo la vicenda “sgradevole” per un paese democratico, D’Alema ha detto che il governo “non intende indagare su queste vicende” in quanto “non é nei suoi poteri, né nelle sue intenzioni”, salvo che accertare un eventuale rapporto di Scaramella con i servizi segreti, che dipendono dal governo.

“Risulta, sulla base degli accertamenti compiuti dai responsabili sia del Sisde, sia del Sismi, che lo Scaramella non ha avuto né ora, né nel passato alcun rapporto organico con i servizi segreti italiani, salvo che l’interessato ha, in due occasioni, contattato dirigenti del Sisde. Ma, in considerazione di elementi informativi precedentemente acquisiti, il Sisde stesso ha invitato lo Scaramella a desistere dal ricercare ulteriori contatti con tale servizio”, ha risposto D’Alema ai deputati di Montecitorio.

“Spetta al Parlamento, se lo vuole - ha proseguito D’Alema - promuovere eventuali approfondimenti di tali questioni, o alla magistratura, nella misura in cui essa ne è investita dai compiti che le competono”.

Bonelli ha risposto annunciando che i Verdi presenteranno un esposto alla procura della Repubblica sulla vicenda.

Dopo gli articoli di stampa, la commissione parlamentare di vigilanza Copaco ha deciso di aprire un’indagine e di sentire la prossima settimana il deputato Paolo Guzzanti, all’epoca presidente della Commissione Mitrokhin, i vertici del Sisde e del Sismi, ovvero il servizio segreto civile e quello militare e il ministro dell’Interno Giuliano Amato.

Scaramella, che ha più volte ribadito attraverso i suoi legali la legittimità del suo operato, è intanto a Londra dove si è sottposto a controlli sulla presenza di Polonio 210, la sostanza radioattiva che si ritiene abbia ucciso Litvinenko. Gli esami sono risultati negativi e l’ex consulente sta bene, ha detto oggi a Reuters il suo avvocato da Londra.

Novembre 24, 2006

IL SEGRETO DELLE URNE - Attacco alla Democrazia, adesso finalmente una Procura che indaga, sull’ennesimo Malaffare della Merchant Bank di Palazzo Chigi che tentò il “Colpo di Stato”

Che cosa è successo la notte tra il 10 e l’11 aprile 2006 dalla chiusura delle urne fino alla comunicazione dei dati delle elezioni politiche più incerte nella storia della Repubblica Italiana? E’verosimile l’ipotesi di brogli elettronici, lanciata da Enrico Deraglio, direttore del settimanale Diario?

RAINEWS24 ha cercato di ricostruire quello che veramente e’ avvenuto in quelle ore, anche interrogando persone, che per compiti istituzionali o per interesse professionale o giornalistico, si sono occupati di questa questione.

Il risultato di questa inchiesta e’uno strano affresco di voci, spesso contrastanti, che disegnano uno scenario estremamente confuso ed intricato.

Nell’inchiesta la testimonianza di una coordinatrice dello scrutinio elettronico in un plesso elettorale in Puglia:

“Per quattro volte ho potuto reimmettere i dati. Senza controllo, senza nessuno che mi firmasse la conformita’. Ho potuto tornare indietro nel sistema quante volte volevo. Avrei potuto inserire qualsiasi tipo di dato”.

EMANUELE SOMMA, informatico, rappresentante di lista seggio 244, Roma.

“Alla fine di tutto ho trovato nel bidone dell’immondizia fuori dal seggio tutto il software, i codici, le password per accedere al sistema di trasmissione dei dati.”

LUIGI CRESPI, sondaggista

“Non è credibile che improvvisamente le schede bianche spariscano ma soprattutto non è credibile che ritornino dopo. Quello che è successo quel giorno non è ripetibile…”

ENRICO DEAGLIO

“noi abbiamo trovato il cadavere delle schede bianche, le schede bianche si comportavano come una persona scomparsa. E’ scomparsa… noi l’abbiamo trovata morta. E sul cadavere però c’erano segni di violenza, lo stato della nostra inchiesta è questo, noi sappiamo che qualcuno l’ha ammazzata, e sappiamo anche gli strumenti con cui l’ha ammazzata. Chi brandiva l’arma del delitto questo non lo sappiamo.”

 

DONATO BRUNO Presidente Giunta Elezioni Camera dei Deputati.

“Il signor Deaglio ha creato una bella bufala per farsi pubblicita’ e per vendere questa sua rivista. Facendo intendere all’opinione pubblica che il dato del Ministero degli Interni è il dato che consente a una parte o all’altra di vincere, a un soggetto o all’altro di essere o meno deputato e questo è falso”

 

MAURIZIO MIGLIAVACCA, Coordinatore Segreteria DS

“Non sono in grado di escludere che nel meccanismo di trasmissione dei dati reali si possa essere introdotto un software pirata. Quello che posso dire é che la giunta per le elezioni ha gli strumenti per verificare che i dati indicati dal ministero degli interni coincidano con i verbali, con le schede che sono a disposizione delle camere.”

di Martino Seniga e Angelo Saso

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